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Cronaca quotidiana della sinistra al potere

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23 settembre 2006
Il sottosegretario Cento vuole requisire gli immobili

Ieri il sottosegretario Paolo Cento (sottosegretario del governo Prodi) è sceso in piazza contro il governo Prodi.

Cento era al fianco degli sfrattati che, guidati da un gruppo di donne del movimento di lotta per la casa, hanno tentato lo sfondamento del cordone di polizia posto davanti a Palazzo Chigi per provare il colpo dell’invasione pacifica della sede del governo, mentre era in corso il consiglio dei ministri con un decreto pendente sugli sfratti.

Le signore si sono fermate davanti al portone dove hanno organizzato un lungo sit in.

Il sottosegretario verde all’Economia ha ritrovato l’entusiasmo di quando non era ancora arrivato al ministero di via XX settembre: «Rimango dell’idea che bisogna requisire immobili», ha ripetuto davanti a Palazzo Chigi.

Mentre i ministri erano riuniti con Romano Prodi, un po’ per solidarietà, un po’ per mediare, sono scesi in strada con i manifestanti Caruso e i verdi Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera, e Paolo Cento. Per appoggiare le loro ragioni proprio nel giorno in cui in consiglio dei ministri era in discussione il decreto sugli sfratti atteso da tre mesi dalle associazioni inquilini.

La decisione è arrivata soltanto nel pomeriggio, dopo che il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ha incontrato i manifestanti. Sono bloccati tutti gli sfratti per le famiglie che abbiano un reddito inferiore ai 27mila euro con figli o familiari ultrasettantenni, o malati terminali, o portatori di handicap, a carico. Un provvedimento bolscevico secondo l’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, più che altro per certi aspetti del decreto meno divulgati: «È un campionario di violazioni dello stato di diritto e dell’economia di mercato. L’Italia dell’est dà il peggio di sé». E sintetizza i punti più controversi della nuova legge: la proroga di nove anni per gli immobili sottoposti a cartolarizzazione, «una norma che non potrà che causare numerosi contenziosi» con le società che si occupano della privatizzazione degli immobili pubblici. Ma tra le novità c’è che lo sfratto sia più rigido nel caso che la proprietà sia di operatori professionali, come banche, assicurazioni e imprese immobiliari con più di cento appartamenti. Infine l’ultima parola sulle sentenze esecutive spetterà a delle commissioni amministrative.

Ferrero ha rimandato il decreto alle 17 per una serie di problemi «non politici», ma «tecnici», come ha spiegato alle donne del sit in e agli altri manifestanti dell’associazione inquilini. In strada anche la rete Action, movimento che abbraccia la filosofia dell’esproprio, i duri e puri del diritto alla casa. Le manifestanti che hanno aggirato i cordoni di polizia arrivavano quasi tutte dai palazzi «cartolarizzati» di via Marchisio a Roma. «Da quando Assitalia, proprietaria degli immobili ha ceduto il suo patrimonio - la loro denuncia - sono cominciati a fioccare i provvedimenti di sfratto».

«Queste manifestazioni servono a dare una mossa a questo governo che si perde nelle beghe di partito», ha attaccato Caruso. Anche Cento ha offerto la sua totale solidarietà: «Rimango dell’idea che sia necessario requisire immobili a favore dell’emergenza casa, contro le grandi speculazioni».

È soddisfatta l’Unione inquilini, mentre le tre organizzazioni dei proprietari immobiliari, la Appc (Associazione piccoli proprietari case), la Confedilizia e l’Unioncasa, hanno scritto un durissimo comunicato congiunto: «Un governo che si qualificava come liberalizzatore si è dimenticato della Costituzione e ha varato una proroga degli sfratti di una portata dagli effetti sconvolgenti. Una volta ancora - è scritto nella nota - hanno avuto la meglio le ragioni della demagogia, del clientelismo, della resa della politica». Viene criticato anche lo «spettacolo finora inedito» della manifestazione davanti a Palazzo Chigi, «per la comunanza di esponenti governativi e di estremisti».

20 settembre 2006
L’ultima di Prodi. La sicurezza del Papa? «Ci pensino le sue guardie».

"Non so nulla" di possibili rischi per la sicurezza del Papa, "vedranno le sue guardie, non so assolutamente niente": con queste parole Romano Prodi ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano di commentare la notizia di possibili rischi per l’incolumita’ di Benedetto XVI.
Mentre il premier si lanciava in quell’infelice considerazione sulla sicurezza del Papa, il leader della Margherita, Francesco Rutelli, nel ruolo di vicepremier illustrava a Montecitorio come a Roma fossero stati potenziati tutti i servizi a tutela della persona del Pontefice, della Santa sede e dei principali luoghi di culto.

E Prodi da New York che fa? Dice che la sicurezza del Papa non è affar suo ma delle guardie svizzere. Un brutto colpo per la tenuta del centrosinistra tanto che in Transatlantico all’interno della maggioranza rimbalzava una malignità: «A Prodi oramai gli ci vuole la badante».
E nel centrosinistra c’è chi critica apertamente il premier. Come il presidente dei deputati dell’Udeur, Mauro Fabris. «Beh, se questa è la posizione del presidente Prodi - commenta ironicamente - allora a me da credente non resta che affidarmi allo Spirito santo». Il radicale Daniele Capezzone, presidente della Commissione attività produttive della Camera parla di autolesionismo. «O siamo dinanzi a un’improvvisa botta di laicità, ma mi pare difficile - dice Capezzone -. O si tratta di un’altra delle battute autolesioniste di questi giorni. A volte sembra che Tafazzi (il personaggio comico simbolo dei masochisti ndr) sia tra gli spin doctor di Palazzo Chigi. Ma perché il governo vuole cacciarsi nei guai?».
L’ex ministro dell’Interno

Beppe Pisanu che giudica imprudente l’atteggiamento del premier. «Al presidente del Consiglio è sfuggita una battuta infelice ma potenzialmente pericolosa che, per nostra fortuna, non verrà presa sul serio neppure dal più sprovveduto degli estremisti», osserva il senatore di Forza italia. «La sicurezza del Santo padre infatti è affidata allo Stato italiano - puntualizza - e in occasione dei suoi viaggi all’estero, ai Paesi che lo ospitano».

Per il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini «il fuso orario gli ha dato alla testa» ovviamente a Prodi. Il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, parla di una «incredibile caduta di stile di Prodi verso il Papa». L’azzurro Antonio Tajani invece si chiede «come può rappresentare l’Italia in Europa e nel mondo un presidente del Consiglio che fa battute come quelle sulla sicurezza del Santo padre».
Per il vicecoordinatore azzurro, Fabrizio Cicchitto «Prodi ha problemi sia di comportamento, sia di linguaggio, sia di lucidità mentale». Infine per il coordinatore Sandro Bondi «Prodi farebbe meglio a pensare a quello che dirà in Parlamento».
 

18 settembre 2006
Prodi vuole riarmare i cinesi
 

Romano Prodi a Pechino si è smarcato a sorpresa dalla posizione che lega la revoca dell’embargo di armi alla Cina a effettivi passi avanti del regime comunista sui diritti umani.

Sollevando un vespaio non solo a Bruxelles, ma anche a Roma dove anche Verdi, Radicali e Rifondazione hanno contestato vibratamente la sua dichiarazione unilaterale. E non basta: nei suoi colloqui nella Città Proibita, il Professore ha «espresso la ferma adesione dell’Italia alla politica di una sola Cina».

La trasferta si è chiusa con un piccolo contrattempo. Dopo l’incontro conclusivo con il premier Wen Jiabao e il presidente Hu Jintao, il premier è rimasto quaranta minuti dentro l’aereo, bloccato a motori spenti sulla pista: mancava l’ok russo al piano di volo che prevedeva uno scalo tecnico a Mosca. Prodi si è comunque detto molto soddisfatto della visita e, a sorpresa, ha tirato fuori dal suo cilindro la questione: «Resta fondamentale - ha detto - affrontare il tema dell’embargo alla vendita d’armi. Occorre continuare a lavorare coi nostri principali partner per giungere alla sua abolizione». Ha anche cercato di spiegare il perché, sostenendo che «la posizione italiana non è una novità». Secondo lui intanto i cinesi ritengono l’embargo Ue «una discriminazione» di cui sono «profondamente risentiti». E, ancora, «vi è un commercio da altri Paesi già molto copioso per cui lo sblocco non cambierebbe radicalmente la situazione». Il Professore ha anche sostenuto che in Europa sono parecchi a voler riconsiderare l’embargo.

Peccato che poche ore dopo, da Bruxelles, sia arrivata una smentita secca dai palazzoni Ue. «La commissione - ha fatto sapere un portavoce di Barroso - è disponibile a discutere, ma bisogna attendere progressi sul piano dei diritti umani e per questo mantiene le sue riserve». L’embargo sulla vendita di armi alla Repubblica popolare cinese, com’è noto, fu deciso dopo i fatti di Tien An Men dell’89. Un paio d’anni fa, su sollecitazione tedesca e francese, si pensava di riaprire il discorso, ma le decisioni di Pechino di adottare la cosiddetta legge anti-secessione di Taiwan bloccò l’idea del ripensamento. Ci fu anche un voto dell’Europarlamento.
 

24 settembre 2006
Nelle Marche gli antifascisti viaggiano gratis

Per la Regione Marche gli antifascisti sono come i sordomuti, i ciechi, gli invalidi, i mutilati di guerra, le donne incinte. Anche loro hanno diritto al viaggio gratis sull’autobus. Lo ha deciso lunedì scorso la giunta di centrosinistra guidata dal governatore Gian Mario Spacca (Margherita), stabilendo i nuovi criteri per le tariffe agevolate sui trasporti pubblici regionali e locali. Nella delibera si legge appunto che tra le categorie «aventi diritto alla libera circolazione» sui mezzi pubblici delle Marche ci sono «i perseguitati politici, antifascisti e razziali riconosciuti».

Il problema è: riconosciuti come? La Regione non ne ha la minima idea. «Spetterà ai Comuni accertare i requisiti e fornire eventualmente il tesserino di esenzione all’utente», glissa un dirigente regionale.

Gli antifascisti originali avranno così il patentino per viaggiare gratis sui bus, come gli invalidi sulla sedia a rotelle. Esentato dal biglietto anche chi si dichiari perseguitato per le proprie idee politiche o per la razza. Quindi, potenzialmente, chiunque potrà fare la fila agli sportelli comunali, delibera in mano, per diventare un militante partigiano, un dissidente, un martire dell’apartheid.

Di un criterio di riconoscimento non c’è traccia nella delibera. Si potrà presentare chiunque e autocertificarsi come antifascista? Servono delle prove? Referenze? I marchigiani si stanno interrogando. Nel giro di nemmeno una settimana la Regione Marche si è accorta di averla fatta grossa. Tanto che ora cerca di rimediare sostenendo che non c’è niente di strano in tutto ciò, solo un polverone sollevato ad arte. Un comunicato stampa spiega che c’è stato un equivoco, la delibera è stata male interpretata dalla stampa locale, che ha costruito un caso sul nulla. Stesso concetto ripetuto al telefono dall’assessore ai trasporti Pietro Marcolini, tecnico di area Ds. «La verità è che gli antifascisti invece sono una categoria molto precisa. Si intende tutti coloro che sono stati condannati dai tribunali militari fascisti, sono stati mandati al confino o cacciati dall’insegnamento. E questi sono fatti certificati dalle prefetture e dagli albi comunali». Quindi una pattuglia ridottissima di ottuagenari superstiti della dittatura mussoliniana. Ma quanti ce ne saranno tra Ancona e Ascoli Piceno?

Qualcuno la spiega in un altro modo. Pochi mesi fa la Regione ha aumentato il prezzo dei biglietti del 25 per cento. E ad ottobre aveva già alzato la tariffa dell’8 per cento. Provvedimenti poco popolari a cui si doveva rimediare con una mossa ad effetto. Esentare ultrasessantacinquenni, donne gravide, disoccupati, antifascisti, profughi e minoranze varie dev’essere sembrata la cura giusta per ricucire lo strappo.
 


 

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