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Legione Truppe Leggere

La Legione Truppe Leggere , costituita nel 1774 da Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, fu il primo Corpo di finanzieri italiani, destinato alla vigilanza militare delle frontiere e, insieme, alla sorveglianza doganale ed alla repressione del contrabbando.

Ebbe il suo momento di gloria durante la “Guerra delle Alpi”, quando tra il 1792 ed il ’96 l’esercito piemontese oppose una fiera resistenza alle armate rivoluzionarie francesi.

La Legione si distinse al Piccolo S. Bernardo, al Moncenisio, nella battaglia dell’Authion (8 giugno 1793) e nei combattimenti intorno a Mondovì dell’aprile 1796, quando si sacrificò per proteggere la ritirata delle truppe sabaude.

Come gli altri corpi dell’esercito sardo, fu disciolta in seguito all’armistizio di Cherasco, per essere ricostituita nel 1814, dopo la parentesi napoleonica, con il nome di Legione Reale Piemontese e poi di Legione Reale Leggera, per essere definitivamente soppressa nel 1821, a causa della partecipazione di molti dei suoi componenti ai moti liberali

I FINANZIERI DI NAPOLEONE  I

 

Con la conquista napoleonica, fu estesa alla Penisola l’organizzazione francese dei “Preposées des Douanes” corpo con fisionomia  militare e di polizia doganale, i cui battaglioni, inquadrati nella “Grande Armée” parteciparono a tutte le campagne imperiali, dalla Spagna alla Russia.

Sul modello dei “preposées” furono istituite la “Guardia di finanza” del Regno Italico e la “Guardia dei Dazi Indiretti”del regno murattiano di Napoli.

I finanzieri napoleonici ebbero modo di distinguersi soprattutto nella difesa delle coste contro le frequenti incursioni delle navi britanniche, e nella repressione del contrabbando che traeva origine dall’embargo decretato per le merci di provenienza inglese.

I governi della Restaurazione conservarono l’organizzazione dei preposti nel Regno di Sardegna ed in quello delle Due Sicilie, mentre nel Lombardo-Veneto, in Toscana e nei ducati di Parma e di Modena fu introdotto il modello austriaco, più spiccatamente militare.

Nello Stato Pontificio fu ripristinata la “Truppa di Finanza”, istituita  nel 1786 dal Cardinale Ruffo, la quale, oltre a reparti di cavalleria destinati alla scorta delle vetture postali, disponeva di una marina impiegata per il servizio di polizia costiera e per l’esercizio della navigazione sul Tevere.

I FINANZIERI NEL RISORGIMENTO

Nei corpi di finanza degli Stati pre-unitari, forse per effetto della comune tradizione napoleonica, ebbe notevole diffusione l’ideologia liberal-patriottica.

Nel 1848 i finanzieri lombardi parteciparono attivamente alle “Cinque Giornate”di Milano ed alle insurrezioni di Como,Varese e Brescia, ponendosi agli ordini del governo provvisorio.

L’anno successivo la Guardia di finanza pontificia fu mobilitata interamente per la difesa della Repubblica Romana, e si distinse nei combattimenti sul confine meridionale, nella zona di Terracina, e poi nell’epica lotta sul Gianicolo.

Anche il battaglione dei bersaglieri lombardi, comandato da Luciano Manara, era in gran parte costituito da finanzieri, reduci dalle “Cinque Giornate”.

Nel 1859 i finanzieri piemontesi concorsero alla difesa di Cannobio, sul Lago Maggiore, ed alla liberazione di Varese.

Numerosi volontari si unirono a Garibaldi con i Mille e poi  tra i Cacciatori delle Alpi.

LA GUARDIA DOGANALE

Conseguita l’Unità nazionale, i corpi di finanza degli antichi stati furono fusi nella “Guardia Doganale” che, conservando il modello dei “preposti”piemontesi, ebbe fisionomia militare quanto a disciplina, armamento ed uniforme, mentre, per l’assolvimento dei suoi compiti d’istituto, era inquadrata nell’amministrazione doganale civile.

La Guardia concorse, con reparti mobilitati, alla repressione del brigantaggio nell’Italia meridionale e lungo il confine pontificio, e partecipò alla difesa della Valtellina durante la terza guerra d’indipendenza.

Con l’evoluzione del sistema tributario, il Corpo assunse gradualmente funzioni di polizia fiscale generale.

La missione della vigilanza confinaria e costiera conservò così carattere preminente, ma  ad essa si aggiunsero responsabilità per la tutela degli interessi finanziari dello Stato anche all’interno del territorio.

La Guardia doganale fu pure frequentemente impiegata per il mantenimento dell’ordine pubblico, in concorso con le altre Forze di polizia.

 

LA REGIA GUARDIA DI FINANZA

La Guardia Doganale assunse nel 1881 la denominazione di “Regia Guardia di finanza”, che meglio corrispondeva alla fisionomia istituzionale del Corpo, ormai estesa quasi integralmente alla tutela dell’intero sistema fiscale.

Seguì un processo di graduale acquisizione di una collocazione autonoma nell’ambito dell’amministrazione finanziaria, ed insieme di una compiuta configurazione militare, culminata nel 1906 con la costituzione di un comando generale direttamente dipendente dal Ministro delle Finanze, ed affidato ad un generale dell’esercito.

All’integrazione nelle forze armate corrispose anche la realizzazione di un’adeguata organizzazione addestrativa e di una struttura operativa estesa all’intero territorio nazionale ed alla Colonia Eritrea.

Il nuovo secolo vide pure l’acquisizione dei primi automezzi, un sostanziale potenziamento del naviglio, la sperimentazione dell’impiego del mezzo aereo per la vigilanza costiera e la costituzione di nuclei di sciatori.

Nel 1911 fu consegnata alla Guardia di finanza la bandiera di guerra, e quasi subito il Corpo fu chiamato a concorrere alle operazioni per la conquista della Libia e del Dodecanneso ed alla vigilanza costiera per la repressione del contrabbando di guerra.

LE MISSIONI INTERNAZIONALI

 

La prima missione all'estero di cui si ha notizia fu eseguita negli anni tra 1'Otto ed il Novecento da due ufficiali della R. Guardia di finanza - il maggiore Gemmi ed il tenente La Ferla - incaricati dell'organizzazione della polizia doganale greca.

Seguì, alla fine del 1914, la costituzione di un distaccamento a Valona e, subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, quella di analoghe unità in Dalmazia, Albania ed Anatolia, con compiti di polizia marittima e di frontiera.

Tra il 1927 ed il 1933 la Guardia di finanza partecipò con consistente gruppo di ufficiali e di sottufficiali alla missione militare italiana incaricata della formazione delle forze armate albanesi, occupandosi in particolare dell'organizzazione della Guardia di frontiera.

Nel secondo dopoguerra, un Comando Guardia di finanza dell'Eritrea operò fino al 1952, e concorse successivamente all'addestramento della polizia doganale etiopica. Altrettanto avvenne in Somalia tra il 1950 ed il 1956, durante l'amministrazione fiduciaria italiana per conto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e poi, con ufficiali distaccati in qualità di consulenti. Nel 1961/62 agì nel Corno d'Africa anche una sezione elicotteri.

La crisi balcanica nell'ultimo decennio del Novecento ha reso necessario l'impegno della Guardia di finanza per il concorso al controllo del traffico marittimo nel Basso Adriatico e nel Canale d'Otranto, ed il distacco di numerosi militari in Bosnia, Kossovo e Macedonia, con incarichi nazionali o per conto dell'O.N.U. Dal 1993 al 1996 il Corpo ha avuto la responsabilità di una forza multinazionale di polizia dislocata in Romania, Bulgaria ed Ungheria, con la partecipazione di altri sette Paesi dell'Unione Europea Occidentale, per imporre il rispetto dell'embargo nei confronti della Federazione Jugoslava, mediante il controllo della navigazione sul Danubio. Numerosi militari ed alcune unità navali sono presenti in Albania, nel quadro di missioni di assistenza e consulenza a carattere bilaterale, o per conto dell'Unione Europea.

UNA FISIONOMIA OPERATIVA COMPLESSA

Nella seconda metà del Novecento si accentuò il processo evolutivo in virtù del quale quella che, all'inizio del secolo, era stata la guardia confinaria di un Paese prevalentemente agricolo divenne la polizia economico - finanziaria di una delle maggiori potenze del mondo moderno, tenuta a confrontarsi con i problemi della globalizzazione del mercato, del prelievo tributario in una società post - industriale, ed insieme, del controllo dei grandi flussi migratori generati dallo squilibrio nella distribuzione mondiale della ricchezza.

I settori più qualificanti della fisionomia istituzionale della Guardia di finanza - la lotta all'evasione fiscale e la vigilanza sull'applicazione delle norme poste a tutela degli interessi politico - economici dello Stato e dell'Unione Europea - non si prestano ad una appropriata rappresentazione museale.

Lo spettro delle attività operative, tuttavia, è ampio, e comprende anche aspetti suggestivi, quali la lotta al traffico internazionale degli stupefacenti ed alla criminalità organizzata.

Il Corpo concorre inoltre con le altre forze di polizia al mantenimento dell'ordine pubblico, alla repressione dei reati comuni, come il falso monetario, ed all'azione di soccorso in occasione di pubbliche calamità.

LA LOTTA AL CONTRABBANDO

Negli anni del dopoguerra, la lotta al contrabbando costituì il principale impegno operativo per la Guardia di finanza.

Sul mare, il traffico assunse carattere di impresa e ad esso fu adibita una piccola flotta di unità di tipo militare, con base a Tangeri e poi a Gibilterra ed a Malta, ed una rete di stazioni radio clandestine, che guidavano le navi ai punti di trasbordo e di sbarco.

L'azione di contrasto fu imperniata sul potenziamento del naviglio e sull'impiego dei mezzi aerei che, sperimentato già nel 1950, divenne realtà quattro anni dopo. Per coordinare l'attività dei vari elementi del dispositivo, nel 1958 fu costituita presso il Comando Generale del Corpo una Centrale Operativa, che ebbe alle dipendenze anche un Nucleo Navale di Manovra, dotato di unità idonee a svolgere missioni di altura. Il contrabbando era intenso anche al confine italo - svizzero, dove la vigilanza doveva esser svolta spesso in zone impervie di alta montagna, in condizioni di notevole durezza.

Con lo sviluppo della motorizzazione, la lotta si estese anche alle strade, e richiese l'impiego di veloci mezzi da inseguimento, di radiotelefoni e di ostacoli passivi, come la "catena chiodata".

I contrabbandieri rispondevano con i "chiodi a tre punte", ma talvolta la loro fantasia andava oltre, giungendo a realizzare addirittura un "sommergibile a pedali", destinato ad eludere la vigilanza sui laghi di confine.

Il contrabbando al confine terrestre tramontò alla fine degli anni '60, mentre sul mare il fenomeno continuò a svilupparsi, soprattutto in connessione con il traffico internazionale degli stupefacenti e con la criminalità organizzata.

IL SERVIZIO ALPESTRE

Alcune delle dotazioni dei finanzieri impiegati nel servizio alpestre sia nella lotta al contrabbando sia nell'opera di soccorso.

Il sacco di juta è la tipica "bricolla" con la quale i contrabbandieri trasportavano soprattutto tabacco e caffè.

Il quadro raffigura un episodio avvenuto nel 1934: due finanzieri affrontarono in Val d'Intelvi in piena notte cento contrabbandieri costringendoli ad abbandonare l'intero carico.

I FINANZIERI NELLA II GUERRA MONDIALE

Anche per il secondo conflitto mondiale la Guardia di finanza mobilitò diciotto battaglioni,tre dei quali presero parte alla campagna di Grecia ed al conflitto italo-jugoslavo, mentre gli altri concorsero all’occupazione in Slovenia, Croazia, Montenegro, Dalmazia, Erzegovina, Grecia, e nella Francia meridionale.

Parteciparono direttamente alle operazioni anche i reparti dislocati in Africa Orientale, in Libia e nell’Egeo, mentre l’organizzazione operativa nel territorio metropolitano fu impegnata nella difesa costiera e nella tutela dell’economia di guerra. Nuclei speciali furono destinati al controllo della produzione bellica, alla disciplina valutaria, al controllo dei prezzi ed a quello dei rifornimenti energetici ed alimentari.

Il naviglio, passato alle dipendenze dei comandi operativi della R. Marina, si sacrificò quasi interamente svolgendo missioni antisommergibili, di dragaggio e di vigilanza marittima.

All’atto dell’armistizio, tutti i reparti mobilitati si trovavano fuori del territorio nazionale, e seguirono la sorte delle unità dell’esercito nelle quali erano inquadrati; ed i loro componenti furono internati o riuscirono ad unirsi alle forze partigiane locali; soltanto a pochi fu possibile rientrare in Patria. Il VI ed il XV battaglione si unirono alla divisione partigiana “Garibaldi” operante in Montenegro, mentre il I, dislocato a Cefalonia ed a Corfù, partecipò al dramma della divisione “Acqui”.

LA GdF TRA LE DUE GUERRE

 

Negli anni ’20 e ’30 la Guardia di finanza, mantenendo invariata  la sua tradizionale vocazione confinaria,assunse la sua attuale fisionomia di organo di polizia economica e tributaria, dotato di speciali poteri e di tipica professionalità per la prevenzione e la repressione del contrabbando e dell’evasione fiscale, e per assicurare l’osservanza delle disposizioni di carattere politico-economico.

L’estensione della frontiera terrestre all’intero arco alpino rese necessaria l’acquisizione di un addestramento specifico ad operare in alta montagna mentre le esigenze della vigilanza costiera richiesero il potenziamento del naviglio d’altura.

Per far fronte a queste nuove necessità, furono istituite la Scuola di Polizia Tributaria di Roma, la Scuola Alpina di Predazzo e la Scuola Nautica di Pola. A nuclei specializzati furono affidate le investigazioni tributarie, valutarie e per il controllo dell’economia.

Ebbe notevole sviluppo anche l’organizzazione del servizio d’istituto nelle colonie dell’Africa Orientale, in Libia e nelle isole dell’Egeo. Un battaglione mobilitato partecipò nel 1935 al conflitto italo-etiopico; nel 1939 fu istituito il Comando della R. Guardia di finanza d’Albania, che assorbì anche il corrispondente corpo di guardia confinaria.

I FINANZIERI NELLA I GUERRA MONDIALE

I primi colpi di fucile della “Grande Guerra”furono esplosi alle 22,40 del 23 maggio 1915 dai finanzieri Pietro Dell’Acqua e Costantino Carta, sentinelle al ponte di Brazzano, sullo Judrio.

La Guardia di finanza, partecipò alle operazioni con diciotto battaglioni ed altri reparti minori mobilitati, impiegati come unità di fanteria sul fronte trentino, in Carnia, sull’Isonzo e sul Carso.

Distaccamenti speciali di sciatori si distinsero sull’Ortles e sulla Marmolada, unità navali operarono sul Lago di Garda, ed i reparti litoranei concorsero alla difesa costiera.

Tre battaglioni parteciparono alla resistenza sul Piave e poi alla vittoriosa”Battaglia del solstizio” del giugno 1918, meritando alla Bandiera del Corpo la prima ricompensa al Valor Militare. Altri tre operarono con il corpo di spedizione in Albania.

Dopo la fine delle ostilità, la Guardia di finanza, oltre a provvedere alla vigilanza lungo la linea di armistizio ed all’organizzazione del servizio d’istituto nelle nuove province annesse, inviò reparti in Dalmazia, in Albania ed in Anatolia.

Due compagnie furono autorizzate a permanere a Fiume occupata dai volontari di D’Annunzio, uniche unità regolari incaricate della protezione della popolazione civile e del controllo dell’area portuale. Su un totale di circa 12.000 mobilitati (la metà dell’organico del Corpo) si contarono 2.392 caduti, 500 mutilati ed invalidi e 2600 feriti.

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MUSEO STORICO DELL'ARMA DEI CARABINIERI

Roma, il Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri nel giorno della sua inaugurazione, avvenuta il 6 giugno 1937.

Istituito in Roma con il Regio Decreto n. 2495 del 3 dicembre 1925 allo scopo di "(...) raccogliere e custodire i cimeli ed i ricordi che concorrono ad illustrare le origini e la storia dell'Arma dei Carabinieri (…) ". Con lo stesso provvedimento il Museo Storico venne eretto in Ente morale e sottoposto alla vigilanza del Ministero della Guerra (oggi della Difesa). Nello Statuto-organico che accompagnava il decreto, il Museo Storico venne definito: "(...) depositario privilegiato dei cimeli, documenti e ricordi che testimoniano l'azione svolta dall'Arma in pace e in guerra (…)”.

L'idea di far sorgere l'ente fu lanciata e sostenuta nel 1908 dall'allora capitano dei Carabinieri Vittorio Gorini in servizio presso il Comando Generale dell'Arma, in un articolo pubblicato sulla Rivista Militare Italiana, nel quale scriveva tra l'altro:
" (...) Le narrazioni scritte, comunque eloquenti e poderosamente sentite, non valgono a pareggiare l'impressione che l'animo e la mente ricevono dalla visione di quelle raccolte di memorie reali che riguardano la storia di un popolo, di una vita, di una istituzione. Per la via degli occhi fedeli, il cuore comprende, sente ed apprende. E le più nobili facoltà dell'animo si svolgono e si rinvigoriscono sotto il benefico influsso dell'esempio”.
E più oltre:
" (...) Non sarebbe per tale Arma, non solo una giusta onoranza per chi fece, ma, di più, un poderoso stimolo ed insegnamento per chi deve fare, la raccolta dei ricordi e delle memorie che ne costituiscono la storia parlante, dal dì della sua istituzione sino ai presenti, non facili tempi?”.

Una sala del Museo Storico nella sua primitiva sistemazione. Recentemente gli ambienti espositivi sono stati radicalmente rinnovati.

Nello stesso anno 1908 sopravvenne però la tremenda calamità del terremoto che distrusse Reggio Calabria, Messina e vaste zone circostanti; tre anni dopo ebbero luogo la guerra libica e l'azione italiana nell'Egeo, tutti eventi che portarono al congelamento dell'appello del Gorini. Solo dopo la Prima Guerra Mondiale sorsero le condizioni favorevoli al concretarsi della lontana proposta, che nel frattempo aveva trovato sostenitori sempre più numerosi e convinti, tra i quali fu assertore più autorevole il Comandante Generale dell'Arma del tempo, generale di Corpo d'Armata Carlo Petitti di Roreto. Accanto a lui va ricordato come precursore il generale dei Carabinieri Ruggero Denicotti, profondo conoscitore della storia dell'Arma, autore di quella basilare pubblicazione "Delle vicende dell'Arma dei Carabinieri Reali, in un secolo dalla fondazione del Corpo". L'edificio in cui tale volume fu elaborato e redatto fu quello della Scuola Allievi Ufficiali Carabinieri in piazza Risorgimento a Roma, che il Denicotti comandava in quegli anni; edificio che sarebbe stato più tardi - lo è tuttora - la sede propria, esclusiva e quanto mai degna, dell'auspicato Museo.
Allorché questo venne istituito il 3 dicembre 1925, esso esisteva embrionalmente in raccolte e cimeli ordinati altrove in via provvisoria, che vennero trasferiti nei primi sei locali posti temporaneamente a disposizione del Museo nella palazzina di piazza del Risorgimento. Tale sistemazione provvisoria durò sino al 1937, anno in cui il Comando Generale assegnò al Museo Storico l'intero edificio, che poté essere ristrutturato totalmente ad opera del Genio Militare su progetto dell'architetto civile Scipione Tadolini. Nell'atrio del Museo è incisa la seguente epigrafe su travertino romano:
Il 6 giugno 1937 fu inaugurato e aperto al pubblico questo Museo Storico, che raccoglie testimonianze di secolare valore e di incrollabile fede nelle fortune della Patria - dal Sacrario dei Caduti - donde in queste sale - muta ed operante la religione del dovere s'irradia - un monito solenne addita questa sede al popolo italiano come scuola di onor militare e di civili virtù”.

Nel Salone d'Onore dei Museo sono custodite la prima Bandiera dell'Arma - cimelio numero uno - e quella che ad essa fu affidata nel 1946 allorché, in seguito al mutamento della forma istituzionale dello Stato, venne sostituita la Bandiera di tutte le Armi e Corpi dell'Esercito (questa prima bandiera della Repubblica entrò a far parte dei cimeli del Museo nel 1977, sostituita da quella nuova ed attuale, in dotazione all'Arma).

Nel Sacrario sono custoditi i due medaglieri, quello delle Medaglie d'Oro al Valor Militare e quello delle Medaglie d'Oro al Valor Civile.
Va ricordato che dopo l'8 settembre 1943, con l'intervenuto armistizio e l'occupazione tedesca di Roma, si ebbe per la Bandiera dell'Arma una vicenda tutta propria che, per vari mesi, ne accomunò drammaticamente le sorti a quelle del Museo e si concluse nel modo più onorevole nel 1944.
Per tutto il tempo dell'occupazione, infatti, la Bandiera, al completo delle sue varie parti (drappo, asta, lancia, nastro e decorazioni) rimase custodita nel Museo in condizioni di sicurezza, per preservarla da possibili rischi dopo che i tedeschi avevano iniziato dure coartazioni verso l'Arma.
Avvenuta la liberazione di Roma, di pari passo con il rapido ricomporsi dei comandi, dei reparti e dei servizi dell'Arma nella Capitale, dopo il 5 giugno 1944 si ripristinarono tutte le condizioni per il ritorno della Bandiera alla sua sede legittima.
Il mattino del 14 novembre 1944 partendo dal “Sacrario dei caduti” del Museo, dopo una sosta d'onore di 24 ore accanto all'ara simbolica del sacrificio, la vetusta Insegna, con la dovuta scorta dei reparti in armi, raggiunse la caserma di via Legnano, ove, nel corso di austera e solenne cerimonia, il generale Giueppe Boella, presidente in carica dello stesso Museo, la rimise nelle mani del Comandante Generale del tempo, tenente generale Taddeo Orlando.

Ogni grande vicenda svoltasi nell'arco della storia dell'Arma trova i suoi cimeli ordinati nelle vetrine, disposte secondo il percorso segnato al visitatore del Museo. Accanto alla simbolicità rappresentativa di questi eventi spiccano i cimeli dei militari dell'Arma che ebbero ad onorarla in più alto grado con il loro valore.

Anche gli episodi più fulgidi di cui furono protagonisti i reparti dell’Arma trovano spicco nelle sale del Museo e qui viene fatto di collegare due episodi d'armi gloriosi che nel secolo che li separa attestano la continuità delle tradizioni dei Carabinieri: la carica di Pastrengo (v.) e il sacrificio a Culqualber (v.) del 1° Gruppo Carabinieri mobilitato.
Dell'esponente supremo della coscienza eroica di tutti i Carabinieri patrioti, il vice brigadiere Salvo D'Acquisto (v.), sono esposti una fotografia familiare, la granata ricamata in argento del suo berretto e il medaglioncino di riconoscimento. Il suo sovrumano sacrificio è rievocato, nella cruda realtà del fatto storico, da due suggestivi quadri rispettivamente di Clemente Tafuri e di Vittorio Pisani.
Dello stesso Pisani sono esposti due quadri a soggetto: "Cave Ardeatine" e “Fiesole", entrambi del 1944.

Per quanto concerne il patrimonio artistico del Museo Storico, i quadri catalogati sono oltre 40 e tra di essi figurano opere di noti autori dell’800 e del '900, quali Sebastiano De Albertis, Francesco Gonin, Alberto Issel, Viktor Mazurowski, Memmo Genua, Mario Bucci, Gianni Vagnetti, Achille Beltrame, D'Aloisio da Vasto, Piero delle Piane, Guido Greganti, Philippe Maliavine, Vittorio Pisani, Clemente Tafuri ed altri.
Per le sculture sono da menzionare, tra i tanti, Augusto Rivalta, Stanislao Grimaldi, Edoardo Rubino, Antonio Berti, Antonio Fadda.
Quanto alle arti minori, di particolare importanza appare la collezione di 160 tempere originali di Alessandro Degai, riproducenti le divise storiche dei Carabinieri dal 1814 al 1944. Da ricordare anche una serie di 16 composizioni ad olio di Rinaldi Washington, una collezione di medaglie commemorative e di Corpo (206 pezzi) ed altra collezione di pergamene d'arte (12 esemplari) che completano il patrimonio artistico dei Museo, nel quale rientrano pure 37 medaglioni di decorati, donati all'Istituto dal Comando Generale.

Nell'anno 1985 il Museo Storico è stato interiormente ristrutturato e ammodernato, soprattutto nella sua esposizione documentaria, per iniziativa dei Comando Generale dell'Arina attraverso un apposito Comitato scientifico.
Nella nuova struttura il Museo Storico è stato solennemente inaugurato il 9 luglio 1985, alla presenza di alte autorità militari e civili, dal Ministro della Difesa On. Giovanni Spadolini, accompagnato dal Comandante Generale dell'Arma, gen. di C.A. Riccardo Bisogniero, e dal Presidente del Museo, gen. di C.A. Italo Giovannitti.

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