Militaria Uniformi 1


Stemma dell'Esercito Italiano LE UNIFORMI DELL'ESERCITO

 I Copricapo

 


Berretto rigido in tessuto

Berretto rigido in tessuto per
uniformi da cerimonia
 

 


Basco nero

Basco amaranto per
aviotruppe
 

 


Basco azzurro per
l'Aviazione dell'Esercito

Cappello Alpino
(Truppa)
 

 


Cappello Alpino
(Tenente Generale)

Cappello Alpino
(Ruolo Marescialli)
 

 


Cappello da bersagliere

Fez da bersagliere
 

 


Chepì per artiglieria
a cavallo (Ufficiali)

Chepì per artiglieria
a cavallo (Truppa)

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Le Uniformi della Grande Guerra

L'Uniforme con cui il soldato italiano affrontò la "Grande Guerra", era il frutto degli esperimenti condotti ai primi novecento con le prime divise grigioverdi.

E' curioso notare come il via alla ricerca di una uniforme di combattimento più adatta ad una guerra moderna, venne dato da un civile. Luigi Brioschi infatti, presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, colpito dai resoconti sulla guerra russo giapponese e dal numero inaudito delle perdite provocate dalle nuove tecniche di combattimento, si pose il problema se non fosse tempo di sostituire le uniformi blu scuro del nostro esercito, con qualcosa di meno appariscente.

 Questo signore, entrato in contatto con il comandante del Battaglione alpini "Morbegno" del 5° Reggimento, Tenente Colonnello Donato Etna, anche lui interessato al problema, e presentato da questi al Colonnello Stazza, Comandante del Reggimento, offrì per primo parte dei fondi necessari ad avviare la sperimentazione.
In breve, dimostrata la validità delle loro teorie con una dimostrazione a fuoco, dove delle sagome di legno verniciate con i colori delle uniformi in uso venivano centrate dai fucilieri a 600 metri di distanza quasi il cento per cento delle volte mentre quelle grigie lo erano infinitamente meno, il terzetto ottenne il finanziamento del progetto.
E così nacque l'Uniforme Grigio Verde che ha accompagnato il soldato italiano per circa un quarantennio.

L'Uniforme Grigio Verde entrò ufficialmente in uso con la circolare n.458 del 4 dicembre 1908 per tutte le Armi ad eccezione della Cavalleria che inizierà ad indossarla soltanto dall'anno successivo (Circolare n. 97 del Giornale Militare del 3 febbraio 1909).
Lungo fu il periodo di accavallamento fra le vecchie uniformi blu e la nuova tenuta che equipaggiò al completo l'Esercito a partire dal 1913.

Composta da una giubba ed un pantalone di panno pesante, con piccole differenze se destinata ad Armi a Piedi (Fanteria, alcune specialità di Artiglieria e Genio) o Armi a Cavallo (Cavalleria, Artiglieria e Carabinieri) subirà costanti modifiche per meglio adattarla alla vita di trincea.

La giubba, ampia e comoda "ma in modo che si acconci con garbo alla persona" era ad un petto, con colletto in piedi, chiusa da una bottoniera nascosta di cinque bottoni di frutto. Spallini a salsicciotto erano fissati all'attaccatura delle maniche che terminavano con dei paramano a punta. Un gilet di taglio classico veniva indossato sotto la giacca.
I pantaloni erano per le Armi a Piedi di due tipi, da montagna e non, differenziati sostanzialmente dalla lunghezza ed ampiezza dello stesso.

Fante della Brigata 'Regina' Cavalleggero delle 'Guide' Ufficiale Generale con Pastrano

 

Maggiore del Genio Ufficiale del Battaglione Aviatori Bersagliere Ciclista all'assalto

Altri capi di vestiario affiancarono la tenuta Grigio Verde come cappotti, mantelle, giubboni di pelle. Alla tenuta base invece si aggiunsero due tasche a toppa sul petto.
Gli "Arditi" per sottolineare la loro differenza dalle altre Armi e Specialità indossarono la giubba aperta alla "borghese" sopra ad un maglione a collo rovesciato.

Ardito di un reparto alpino Cavalleggero dell'Aquila (27°)

 

Dragone di 'Piemonte Reale'

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Le Uniformi della Seconda Guerra Mondiale

1940 - 1943

L'Esercito Italiano si affaccia alla terribile esperienza che sarà la Seconda Guerra Mondiale vestito di un'uniforme che era lo sviluppo, secondo i gusti e la moda dell'epoca, dell' uniforme grigio verde della Prima Guerra Mondiale.

Dopo la radicale "riforma Baistrocchi" del 1931 che aveva aggiornato ed abbellito le austere tenute degli anni venti, la divisa del combattente veniva nuovamente rivisitata per adeguarla al conflitto.

Bisogna anzitutto dire che le tenute di Ufficiali, Sottufficiali e Truppa differivano fra loro per qualità sia della stoffa che della fattura. Gli Ufficiali ed i Sottufficiali usavano il panno "cordellino" di colore assai più chiaro della tenuta della truppa.
Inoltre non esisteva sul territorio nazionale una uniforme "estiva". Era consentito non indossare la giacca con la tenuta di "marcia" ma pantaloni e calzature restavano invariati.

L'Uniforme Modello 40 e le sue "derivate" differivano dalla precedente per l'abolizione dei colletti colorati o di velluto nero profilati dei colori delle armi e dei paramano, soltanto per la truppa, prima realizzati a punta ed ora semplificati in una fascia senza guarnizioni.
Nell'occasione nacquero le mostrine sottopannate e le fiamme a tre punte dei reggimenti di Cavalleria "Nizza", "Piemonte", "Savoia", "Genova", "Novara" ed "Aosta".
La tenuta della truppa si costituiva di una giubba a tre bottoni di frutto e quattro tasche a toppa con cannello centrale e patta chiusa da un bottoncino di frutto. I paramano erano a fascia senza profilature colorate e le controspalline fisse fermate anch'esse da un bottoncino di frutto verde. I pantaloni differivano per le armi a piedi od a cavallo ed erano fermati sul polpaccio sia dalle fasce mollettiere che da calzettoni o gambali di pelle.
La giubba era in parte foderata.
I petti della giacca, aperti, erano tagliati rendendo possibile la chiusura del collo della giubba ed un'asola era presente sul bavero sinistro. Sulla schiena un ampio tascone alla cacciatora era chiuso sui fianchi dai soliti bottoncini di frutto. Un cinturino di stoffa con bottoncini serrava l'uniforme alla vita.
Confezionata con materiali sempre più scadenti, si logorava rapidamente dimostrandosi pressocchè inadatta in tutte le situazioni.

Tenente degli Automobilisti Caporale della Divisione 'Acqui' Bersagliere con camiciotto Sahariano

Gli Ufficiali e Sottufficiali, ricevettero a discrezione, il panno o le tenute da truppa ed in parallelo furono autorizzati ad "adattare" le eleganti tenute in panno cordellino grigie, alla tenuta di guerra. La quantità di piccoli particolari da ritoccare, moltiplicato per la massa di Ufficiali e Sottufficiali richiamati in servizio, la difficoltà o la noncuranza per le norme tanto severe, giudicate inutili per una guerra che doveva essere veloce ed indolore, comportarono la commistione di capi di ogni modello che rimasero in circolazione per l'intera durata del conflitto.

Oltremare, nell'Africa Orientale (AOI) come in Libia, le tenute dei Nazionali erano simili a quelle continentali ma confezionate in tela cachi. Le giubbe hanno il fascinoso nome di sahariane e sono caratterizzate dall'ampiezza, dalle maniche chiuse da polsini, dall'assenza di mostreggiature sostituite dalla sola stelletta e dal fregio dell'arma presente sulle controspalline nere. Il collo, portato chiuso ha baveri particolarmente ampi e gli spalloni terminano direttamente sui taschini superiori dei quali costituiscono la pattina a punta chiusa da bottone. La truppa indossa un camiciotto simile alla tenuta europea. Anche su questo fronte però dove il sole logora i tessuti, le tenute dei combattenti cambiano rapidamente colore e composizione.
Appaiono pantaloncini corti, sandali, camicie anche di preda bellica.

Durante il conflitto grossi sforzi condotti dall'Intendenza cercheranno di fare fronte alle situazioni estreme di impiego in cui si imbatteranno i Nostri sul fronte orientale. Speciali cappotti, copricapo in pelliccia, giacche a vento faranno la loro comparsa in diversi modelli nel corso del conflitto.

Caporale del 66° rgt. Ftr. Trieste Alpino Sciatore in tenuta mimetica Bersagliere in tenuta estiva europea

Carristi e Paracadutisti costituirono, per l'Esercito Italiano, le specialità che ebbero il battesimo del fuoco con la Seconda Guerra Mondiale.

In effetti i Carristi avevano già operato con i loro mezzi inquadrati nei battaglioni "carri veloci" sia in Africa Orientale che in Spagna.

I Paracadutisti invece fecero la loro comparsa come reparti Nazionali omogenei dal 1938.
Le prime unita' paracadutiste vestirono l'uniforme grigio - verde comune a tutto l'esercito.

Fu subito chiaro che tale tenuta non rispondeva alle necessità della giovane specialità. Nell'ottobre 1941 venne adottata una particolare uniforme con alcuni capi d'equipaggiamento speciali come gli stivaletti da lancio, le ginocchiere, i guanti, il tascapane ed una combinazione di lancio in un pezzo unico di colore grigio in seguito sostituita da un giaccone in tessuto mimetico.

Paracadutista in uniforme di combattimento (1941) Maggiore paracadutista in uniforme estiva (1942) Guastatore Paracadutista

La giubba ed i pantaloni erano in panno grigio - verde. I pantaloni erano lunghi ed ampi, chiusi alla caviglia da una fascetta. La giubba si distingueva per l'assenza dei risvolti al collo e di controspalline. Gli spallacci anteriori erano sagomati a punta, lo spallaccio posteriore a tre punte con un sottostante piegone centrale, le maniche strette da polsini.

Nel 1942, per la guerra in africa, i paracadutisti ebbero in dotazione anche una uniforme in tela coloniale cachi identica per forma a quella grigio - verde ad eccezione della bottoniera scoperta e della cintura in vita, provvista di due fibbie anziche' una.

I Carristi ebbero invece una tuta blu in un solo pezzo. Tale capo veniva indossato sulla uniforme grigio verde. Aperta sul davanti da una abbottonatura compresa fra il collo e l'inguine venne prodotta in un paio di versioni, l'ultima delle quali dotata di rinforzi alle ginocchia e capienti tasconi a soffietto sulle cosce.
I Carristi e tutti gli appartenenti alle unità corazzate ebbero quindi in dotazione il confortevole giaccone di pelle a sei bottoni e l'apposito casco antiurto, simile a quello dei motociclisti, utilizzato dagli equipaggi sia dei carri che delle blindo.

Carrista

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 gradi ed insegne di grado

assortimento di insegne di grado

I Gradi della gerarchia militare che oggi sono in uso nell'Esercito Italiano, affondano le radici del loro significato almeno negli ultimi sei secoli di storia.

Finito l'Impero Romano, polverizzato il potere centrale in tanti piccoli regni, ducati o repubbliche, perduta la necessità e la capacità economica e politica di tenere alle armi grossi contingenti di truppe, bisogna far passare un migliaio di anni prima che in Italia si vada ricostituendo una struttura militare di qualche rilievo.

In pieno Medio Evo le truppe di quasi tutti i paesi europei erano per lo più mercenarie. Meno costose delle unità nazionali tutte da creare, equipaggiare e addestrare, risultavano però poco affidabili in combattimento. Problema davvero rilevante per i Governanti che avessero un minimo di ambizione. Non era raro infatti che invece di battersi fra loro, milizie mercenarie schierate su fronti opposti si incontrassero in amicizia sul campo di battaglia, quando, per effetto di ingaggi successivi, non disertavano del tutto la scena, lasciando malcapitati Signori alla mercé dell'avversario.

La necessità di ordinare le proprie genti per la guerra divenne quindi un'esigenza di sopravvivenza e questa fu la molla che fece scattare la ricostruzione delle catene gerarchiche nazionali.

  Gli Ufficiali

Ufficiale, ovvero di persona incaricata di un pubblico ufficio, dal latino Opus Facere, da cui opificio ed officium.
Il termine rientrò in Italia intorno alla metà del 1500 dal francese Officier, Officier militaire, ed attraverso le diverse versioni Officiale, Ufiziale, Ufficiale si stabilizzò in Ufficiale. Il tutto dopo la metà dell'800, nonostante anche il Manzoni fosse più a favore del termine "Ufiziale", giudicato più "toscano" di quello ancor'oggi in uso.

La categoria degli Ufficiali si suddivide in tre ulteriori categorie: gli Ufficiali Inferiori, gli Ufficiali Superiori e gli Ufficiali Generali.

Ciascuna delle tre è composta da almeno tre gradini gerarchici.
Ciascuno di questi, si è formato nel tempo seguendo lo sviluppo degli ordinamenti e delle tecniche di combattimento

Gli Ufficiali Inferiori

TENENTE e SOTTOTENENTE: nella dizione attuale il grado non ha più di 160 anni. Il termine tenente infatti nasce come grado verso la fine del 1700. Con il complicarsi delle tecniche di combattimento, degli ordinamenti, delle Armi da fuoco, aumentano i gradini gerarchici responsabili dell'esecuzione degli ordini e della condotta degli uomini.

Ed è proprio il concetto di responsabilità e di comando, che si va affermando come fatto in se, in contrapposizione ai gradi tramandati o acquistati che traspare dal termine "Luogotenente".
Le necessità della guerra moderna richiedono un qualcuno che detenga il potere, il comando, se serve o dove serva, in luogo del Capitano.
Ed ecco il Capitano Luogotenente, vice del Comandante di Compagnia, poi ridotto a Luogotenente e, dal 1830 circa "...per brevità...", Tenente.
Per i soliti motivi al luogotenente fa riferimento il Sottoluogotenente, in uso in Francia fin dal 1585 ed anche presso i Reggimenti Svizzeri in servizio in Piemonte, dai quali passò alle "truppe nazionali" piemontesi.

CAPITANO: probabilmente fra i gradi più antichi degli eserciti di tutto il mondo. Il significato del termine discende dal latino Caput Capitis, a sua volta seguito da Capitanu(m) e dal tardo latino Capitaneus "che si distingue per grandezza", inteso come "Capo di una schiera". Anche nel tedesco, Hauptmann, il significato è il medesimo e cioè capo di uomini.

Poco importa se il Capitano in questione comandasse una banda di avventurieri oppure un Esercito intero. Nel Piemonte del '500 con il grado di Capitano Generale si indicava il Re, capo dell'Esercito e della Marina.

Del grado si trova traccia fin dal 1355 in Francia dove sostituisce il termine di "Banderese" che a sua volta scala all'indietro e sostituisce quello di Alfiere, portatore delle insegne di una compagnia.
In Italia nel XIII secolo "Capitano" era un titolo dato ai Vassalli di località rurali ma già nel 1566 A. Caro lo registra per "Comandante di una compagnia di soldati".

Presente negli ordinamenti piemontesi del 1500 darà origine ad altri gradi che in seguito vivranno di vita propria come il Capitano luogotenente suo vice ed il Capitano Maggiore, suo superiore, entrambi del 1775.

Gli Ufficiali Superiori

MAGGIORE: "Grado della gerarchia militare interposto fra quello di Tenente Colonnello e quello di Capitano". La definizione assolutamente perfetta è del 1618 ed appartiene a Michelangelo Buonarroti il Giovane che pone il Maggiore come primo gradino della categoria degli Ufficiali Superiori.

Il grado ha un'etimologia semplice. Non altrettanto semplice, come per altri esempi di gradi "limite", la funzione.
Nell'Esercito inglese il Maggiore, coadiuvato da due Capitani si stabilizza e rimane ancora oggi il Comandante di Compagnia. Anche in Francia, dove il grado generico è "Commandant" e si differenzia in artiglieria con "Chef de batterie" o "Chef d'Esquadron" per la Cavalleria. Oggi però, aldilà della dizione tradizionale, i Comandanti di Batteria o Squadrone sono in realtà Capitani.

Anche nell'Esercito spagnolo non esiste il termine Maggiore ma il livello viene indicato dal termine "Comandante" che più facilmente si trova quale Comandante di battaglione.
Il grado italiano nasce sicuramente dal Capitano, come l'Ufficiale Inferiore più anziano del reparto. Maggiore dunque era soltanto l'aggettivo per il Capitano più anziano dell'unità che via via si è reso autonomo per divenire un grado a sè. Anche nel nostro Esercito il Maggiore può comandare un battaglione o un'Unità equipollente.

TENENTE COLONNELLO: Lo sviluppo organico dei reparti, l'aumentare delle competenze, se portò mutamenti, integrazioni ed aumenti nelle figure gerarchiche di Sottufficiali ed Ufficiali inferiori, comportò mutamenti ed integrazioni anche fra gli Ufficiali superiori.

L'ordinamento dei Reggimenti passato da un numero vario di compagnie a più battaglioni che radunavano un congruo numero di compagnie, rese necessaria la presenza di un Ufficiali superiore, inferiore in grado al Colonnello che ne detenesse parte del potere.
Così come era nato il Capitano Luogotenente, nello stesso momento storico, fine 1700, venne creato il grado di Luogotenente Colonnello.

Ridotto anch'esso "...per brevità..." a Tenente Colonnello nel 1831, il grado fu soppresso nel 1841 per essere ripristinato nel 1849. Da allora al grado di Tenente Colonnello corrisponde il comando di battaglione.

COLONNELLO: Insieme al Capitano per gli Ufficiali inferiori, è stato un grado cardine della gerarchia degli Ufficiali Superiori.
Analogamente a quanto accaduto per il Capitano infatti anche il "Colonnello" ha generato altri due gradi che sono poi il suo vice, prima "luogotenente Colonnello" e poi "Tenente Colonnello" ed il Colonnello Brigadiere creato durante la Grande Guerra.
La storia del grado ha due interpretazioni.

Nell'antico Piemonte del 1400/1500, quando l'Esercito non era sempre costituito ma si formava all'esigenza, attorno al nucleo di unità mercenarie sempre presenti, le regioni amministrative del Piemonte erano denominate Colonnellati, ed in guerra fornivano il personale per unità mobilitate della forza approssimativa di un reggimento.

Altra strada è associare il significato di "Colonnello" al termine spagnolo "coronel", coronato. La parola indicava lo stendardo reggimentale in uso presso le unità spagnole ornato della corona reale.

Per tornare all'antico Piemonte, nel 1566 con la parola "Colonnello" si indicava anche un'unità formata da sei compagnie composte di più centurie e squadre armate di alabarda, picche, archibugi.
In Francia il termine "Colonnello" si alternò a quello di Maestro di Campo.

Praticamente presente da sempre nella struttura gerarchia italiana, è stato forse il grado più stabile fra quelli della piramide gerarchica identificandosi da subito con il comando di un reggimento, cosa che permane ancora oggi nell'Esercito del duemila.

    Gli Ufficiali Generali

GENERALE
L'uso di questo termine come sostantivo indicante uno specifico livello gerarchico risale a fine 700 quando da aggettivo accompagnato a gradi come capitano o sergente maggiore, prese vita autonoma.
Nicolò Machiavelli nel 1527 lo definisce come "grado della gerarchia militare al quale corrisponde il comando di una grande unità".

Nel tempo, è stato suddiviso sia in riferimento ai livelli di comando, come Generale di Brigata, di Divisione o di Corpo d'Armata e d'Armata, sia per analogia al numero di stellette o galloni indossati, come Maggior Generale, Tenente Generale.

Durante la Grande Guerra (1915-1918), l'improvviso aumento di Unità costituite a seguito della mobilitazione, portò alla necessità di assegnare il comando di Brigata anche ai Colonnelli idonei a ricoprire l'incarico, ma non ancora promossi. Per costoro nacque il grado di Colonnello Brigadiere, sorta di gradino intermedio fra gli Ufficiali Superiori e gli Ufficiali Generali. Normalizzata la situazione, il grado sarà abolito dopo il primo anno di guerra.

Oggi è suddiviso nei livelli di Brigadier Generale, Maggior Generale, Tenente Generale indipendentemente dal numero di stellette che compongono il grado. La sequenza riprende la medesima in uso durante la Prima Guerra Mondiale. La riforma dei vertici delle Forze Armate attuata sul finire degli anni 90 ha creato infine un nuovo grado, Generale, a quattro stelle indossato dal solo Capo di Stato Maggiore della Difesa.

 I Sottufficiali

Il termine che indica la categoria gerarchicamente inferiore agli Ufficiali deve il suo nome alla traduzione del francese "Sous Officier" del 1791.
In precedenza la categoria era indicata dalla parola "Bas Officier", Bassi Ufficiali, in uso fintanto che non fu ritenuta offensiva.

In effetti la spiegazione più semplice del termine, pur partendo dalla medesima radice di Ufficiale, Opus Facere, caratterizzava i compiti assegnati ai sottufficiali, ritenuti "bassi". E non tanto perchè tali compiti fossero umili, ma poichè "bassi" nella catena gerarchica.
Si ritenne quindi di migliorare l'identificazione della categoria prendendo a riferimento la sua posizione gerarchica piuttosto che i compiti e le mansioni svolte.

SERGENTE: Il termine è stato ricondotto a significati diversi. Sergente era nel medioevo il coordinatore del gruppo di paggi e scudieri che seguivano un signore.
Di qui il legame con capo, signore di molte persone, molta gente. Altra ricerca lo collega al participio presente del verbo servire che in latino è serviente, colui che serve.Nel periodo cavalleresco sergenti erano i valletti dei cavalieri.

Un'altra ricerca scompone il termine in Serra gente, incarico degli uomini d'ala degli schieramenti di fanteria che dovevano impedire lo sbandamento delle fila sotto l'urto del nemico o del suo fuoco.
Sergente fu l'Ufficiale subalterno delle Milizie italiane risorgimentali.
Molto prima, intorno al 1200 in Italia Sergente era chiamato il fante semplice. Nel vecchio Piemonte infine (XVI secolo) si ebbero Sergenti che erano Ufficiali subalterni, Sergenti Maggiori comandanti di Battaglione ed i Sergenti di Battaglia con il Sergente Maggiore Generale nel ruolo di Ufficiali Generali.
Così se nel 1294 Brunetto Latini definisce la parola sergente come "persona sottoposta", nel 1540 il Guicciardini lo etichetta come "grado militare".

Ma come abbiamo visto per almeno due secoli e mezzo se non di più, la posizione gerarchica fluttua dai massimi vertici della gerarchia del Sergente Maggiore Generale dei tempi di Emanuele Filiberto per identificarsi, almeno in Italia nel XVIII secolo come grado, di massima dei Sottufficiali.
Affiancato fin dal 1814 dal Sergente Maggiore resta dal XIX secolo legato al livello ordinativo del Comandante di squadra. Intreccia la sua storia al grado di furiere, Sergente furiere seguito da Furiere Maggiore nel 1841. Il Sergente Maggiore tornerà nel 1903 con l'apparizione del grado di Maresciallo e assorbirà in parte i furieri e furieri Maggiori.

Da quel momento il grado è rimasto immutato salvo essere considerato il Sergente come grado apice dei Graduati di Truppa ed il Sergente Maggiore come primo gradino dei Sottufficiali.

Dal 1995 i Sergenti costituiscono un Ruolo a parte che con il Ruolo dei Marescialli formano la categoria dei Sottufficiali. Le posizioni contemplate nel ruolo sono tre, il Sergente, il Sergente Maggiore ed il Sergente Maggiore Capo.

MARESCIALLO: Il termine è presente fin dal 1427 nella lingua e nei documenti italiani. Discende dal francese "Marechal", grado militare e dignitario dello Stato creato nel 1185 da Filippo Augusto di Francia, assegnato anche al responsabile delle scuderie reali.
Ottenuto dall'unione di due parole arabe e cioè "marah" e "skalk" che significano rispettivamente Cavallo e servo.
Servo del cavallo dunque, incarico ben importante ed umile insieme: il maniscalco, altra parola che lega bene con maresciallo, ha infatti la grande responsabilità della ferratura del cavallo di un signore o dei cavalli di uno squadrone.

Da qui la duplice valenza del termine Maresciallo come grado o qualifica di vertice della gerarchia oppure grado dei Sottufficiali della cavalleria "corrispondente al Sergente delle Armi a piedi".
Un "Maresciallo d'Italia" era inteso quindi come "Palafreniere del Re" oppure Scudiero delle fortune militari della Nazione e quindi massimo grado raggiungibile. Secondo soltanto al "Capitano Generale" grado che spettava al Re, in Italia resta in uso a fasi alterne fino alla fine della 2^ Guerra Mondiale.

Parimenti il Maresciallo entra nella categoria dei Sottufficiali o "Bassi Ufficiali" fin dall'ordinamento della cavalleria piemontese cinquecentesca di Emanuele Filiberto come "Marechal de Logis" poi tradotto in "Maresciallo d'Alloggio".
Sostituito da "Furiere", introdotto nell'Esercito piemontese dal francese "fourrier", addetto al foraggio ma anche "precursore", cioè colui che giungendo per primo in un luogo organizza la sistemazione logistica cioè di alloggio per il reparto.

La categoria dei Marescialli come Sottufficiali rientra nell'Esercito italiano nel 1903 sostituendo i "Furieri" e ordinandosi in tre livelli di Compagnia di Battaglione e di Reggimento equivalenti a Maresciallo Ordinario, Maresciallo Capo e Maresciallo Maggiore con spiccato orientamento logistico-amministrativo.
Il grado successivamente rimaneggiato e ridenominato si stabilizza comunque al di sopra dei "sergenti".
La categoria otterrà nel 1916 un grado nuovo, ed unico nel suo genere, l'"Aiutante di Battaglia".

Sganciato dalla progressione d'anzianità, si accedeva al nuovo grado per meriti acquisiti in combattimento, indipendentemente dal grado di provenienza. La necessità di tale "invenzione" stava nella necessità di colmare i paurosi vuoti apertisi nelle fila degli Ufficiali Subalterni dopo i primi mesi di guerra di trincea, ed immettere rapidamente nuovi comandanti di plotone con esperienza di combattimento.

La sequenza dei tre gradi del Maresciallo resterà invariata fino agli anni settanta quando verrà istituita la qualifica del Maresciallo Maggiore "Aiutante" che nel 1995 diverrà il nuovo grado vertice della categoria.

Con le riforme più recenti, dovute alla riforma in chiave professionale dello strumento, a seguito della suddivisione dei Sottufficiali in più ruoli, quello dei Marescialli si riordina i suoi quattro gradi in Maresciallo, Maresciallo Ordinario, Maresciallo Capo e Aiutante.
Nel 2001 un nuovo provvedimento ha trasformato l'Aiutante in 1° Maresciallo ed ha creato la qualifica del 1° Maresciallo Luogotenente.

 Il significato dei gradi: l'etimologia

l confine fra le diverse categorie che oggi compongono più o meno stabilmente il panorama gerarchico non era il medesimo tre o quattrocento anni fa.
Così, un tempo, non era difficile che un Sergente Maggiore Generale fosse di gran lunga superiore in grado ad un Colonnello.

Riforme successive "raffinarono" la struttura assegnando un significato ed un compito ai diversi gradi che man mano si venivano creando con la crescita ed il complicarsi delle armi, dei corpi e delle tecniche di combattimento. Laddove un tempo era stato sufficiente un solo Ufficiale per guidare un reparto cominciava a necessitargli un insieme di Ufficiali e Sottufficiali e graduati che ne coadiuvassero l'opera.

Possiamo porre quindi fra il XVII ed il XVIII secolo la codificazione della catena gerarchica alla quale anche quella italiana di oggi, seppure con aggiustamenti e ritocchi successiva fa riferimento.
Essendo poi tale catena storicamente figlia del Piemonte, forte sono gli influssi francesi, dovuti alla presenza nelle fila savoiarde di Reggimenti svizzeri di lingua francese oltre a tutta la Nobiltà piemontese che per qualche secolo fu di sicura cultura transalpina.

Truppa e graduati di truppa

Definita nel 1568 come "qualsiasi organico di forza militare", la parola "truppa" arriva dal francese troupe, dove assume significato militare verso la fine del 1400.
Dal francone "thorp", villaggio, insieme di persone, branco, venne ripresa dal latino con "troppus", gregge.
Appare la prima volta nella Lex Augustea del 717-719 d.C..

Il termine "graduato" invece giunge dal latino "Gradu", scalino, di cui graduato è il participio passato del verbo graduare.
Identifica generalmente gli appartenenti alla catena gerarchica.

SOLDATO: dopo il Legionario romano, combattente di fanteria, il grado più basso della gerarchia è diventato "SOLDATO". Parola di etimologia semplice, si può facilmente ricondurre ad "assoldato" cioè al soldo di qualcuno.
Già nel 1300 con tale termine si indica la paga di un mercenario. L'accezione del termine è inizialmente spregiativa e più corretta sarebbe la dizione "milite", cioè colui che milita, che si addestra, che si batte per una causa e non per mero denaro.
A sua volta "milite" potrebbe avere radice in "mille", tanti erano i componenti delle prime unità tattiche romane dette "millenne" dei tempi della Monarchia (753-510 a.C.).

Soldato dunque identifica proprio il grado gerarchico del militare semplice. Termini come fante o artigliere invece identificano il combattente di un'arma specifica.

CAPORALE: comparso nella gerarchie dell'Esercito piemontese, come in alcuni eserciti europei verso la metà del XVI secolo anche se come voce è citata nel 1348 dal Villani.
Intorno all'anno mille in Corsica, che era italiana, erano chiamati "Caporali" una sorta di Tribuni della plebe.

Dal latino corpus corporis e dai suoi derivati "corporale" nel senso di "incorporare", "arruolare". Da tale accezione il compito di "arruolatore" di giovani disposti a intraprendere la carriera delle armi. Da notare che in inglese il grado è tutt'oggi "Corporal" di assoluta derivazione latina, mentre in Francia si considera giunto nel 1540 dall'Italia.
Da questo grado furono estrapolati sia il "Caporal Maggiore" ancora in vigore, che il "Sottocaporale" nel 1834, trasformato nel 1854 in "Appuntato".
Il termine identifica anche il fenomeno di ricerca di manovalanza giornaliera famoso nella campagne del sud Italia.

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