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Militaria Uniformi 1 |
I Copricapo
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![]() Berretto rigido in tessuto |
![]() Berretto rigido in tessuto per uniformi da cerimonia |
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![]() Basco nero |
![]() Basco amaranto per aviotruppe |
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![]() Basco azzurro per l'Aviazione dell'Esercito |
![]() Cappello Alpino (Truppa) |
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![]() Cappello Alpino (Tenente Generale) |
![]() Cappello Alpino (Ruolo Marescialli) |
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![]() Cappello da bersagliere |
![]() Fez da bersagliere |
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![]() Chepì per artiglieria a cavallo (Ufficiali) |
![]() Chepì per artiglieria a cavallo (Truppa) per approfondimenti Esercito Italiano |
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Altri capi di vestiario affiancarono la
tenuta Grigio Verde come cappotti, mantelle, giubboni di pelle. Alla
tenuta base invece si aggiunsero due tasche a toppa sul petto.
Gli "Arditi" per sottolineare la loro differenza dalle
altre Armi e Specialità indossarono la giubba aperta alla
"borghese" sopra ad un maglione a collo rovesciato.
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per approfondimenti Esercito Italiano |
L'Esercito Italiano si affaccia alla
terribile esperienza che sarà la Seconda Guerra Mondiale vestito di
un'uniforme che era lo sviluppo, secondo i gusti e la moda
dell'epoca, dell' uniforme grigio verde della Prima Guerra Mondiale.
Dopo la radicale "riforma Baistrocchi" del 1931 che aveva
aggiornato ed abbellito le austere tenute degli anni venti, la
divisa del combattente veniva nuovamente rivisitata per adeguarla al
conflitto.
Bisogna anzitutto dire che le tenute di Ufficiali, Sottufficiali e
Truppa differivano fra loro per qualità sia della stoffa che della
fattura. Gli Ufficiali ed i Sottufficiali usavano il panno "cordellino"
di colore assai più chiaro della tenuta della truppa.
Inoltre non esisteva sul territorio nazionale una uniforme
"estiva". Era consentito non indossare la giacca con la
tenuta di "marcia" ma pantaloni e calzature restavano
invariati.
L'Uniforme Modello 40 e le sue "derivate" differivano
dalla precedente per l'abolizione dei colletti colorati o di velluto
nero profilati dei colori delle armi e dei paramano, soltanto per la
truppa, prima realizzati a punta ed ora semplificati in una fascia
senza guarnizioni.
Nell'occasione nacquero le mostrine sottopannate e le fiamme a tre
punte dei reggimenti di Cavalleria "Nizza",
"Piemonte", "Savoia", "Genova",
"Novara" ed "Aosta".
La tenuta della truppa si costituiva di una giubba a tre bottoni di
frutto e quattro tasche a toppa con cannello centrale e patta chiusa
da un bottoncino di frutto. I paramano erano a fascia senza
profilature colorate e le controspalline fisse fermate anch'esse da
un bottoncino di frutto verde. I pantaloni differivano per le armi a
piedi od a cavallo ed erano fermati sul polpaccio sia dalle fasce
mollettiere che da calzettoni o gambali di pelle.
La giubba era in parte foderata.
I petti della giacca, aperti, erano tagliati rendendo possibile la
chiusura del collo della giubba ed un'asola era presente sul bavero
sinistro. Sulla schiena un ampio tascone alla cacciatora era chiuso
sui fianchi dai soliti bottoncini di frutto. Un cinturino di stoffa
con bottoncini serrava l'uniforme alla vita.
Confezionata con materiali sempre più scadenti, si logorava
rapidamente dimostrandosi pressocchè inadatta in tutte le
situazioni.
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Gli Ufficiali e Sottufficiali, ricevettero
a discrezione, il panno o le tenute da truppa ed in parallelo furono
autorizzati ad "adattare" le eleganti tenute in panno
cordellino grigie, alla tenuta di guerra. La quantità di piccoli
particolari da ritoccare, moltiplicato per la massa di Ufficiali e
Sottufficiali richiamati in servizio, la difficoltà o la noncuranza
per le norme tanto severe, giudicate inutili per una guerra che
doveva essere veloce ed indolore, comportarono la commistione di
capi di ogni modello che rimasero in circolazione per l'intera
durata del conflitto.
Oltremare, nell'Africa Orientale (AOI) come in Libia, le tenute dei
Nazionali erano simili a quelle continentali ma confezionate in tela
cachi. Le giubbe hanno il fascinoso nome di sahariane e sono
caratterizzate dall'ampiezza, dalle maniche chiuse da polsini,
dall'assenza di mostreggiature sostituite dalla sola stelletta e dal
fregio dell'arma presente sulle controspalline nere. Il collo,
portato chiuso ha baveri particolarmente ampi e gli spalloni
terminano direttamente sui taschini superiori dei quali
costituiscono la pattina a punta chiusa da bottone. La truppa
indossa un camiciotto simile alla tenuta europea. Anche su questo
fronte però dove il sole logora i tessuti, le tenute dei
combattenti cambiano rapidamente colore e composizione.
Appaiono pantaloncini corti, sandali, camicie anche di preda
bellica.
Durante il conflitto grossi sforzi condotti dall'Intendenza
cercheranno di fare fronte alle situazioni estreme di impiego in cui
si imbatteranno i Nostri sul fronte orientale. Speciali cappotti,
copricapo in pelliccia, giacche a vento faranno la loro comparsa in
diversi modelli nel corso del conflitto.
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Carristi e Paracadutisti costituirono, per
l'Esercito Italiano, le specialità che ebbero il battesimo del
fuoco con la Seconda Guerra Mondiale.
In effetti i Carristi avevano già operato con i loro mezzi
inquadrati nei battaglioni "carri veloci" sia in Africa
Orientale che in Spagna.
I Paracadutisti invece fecero la loro comparsa come reparti
Nazionali omogenei dal 1938.
Le prime unita' paracadutiste vestirono l'uniforme grigio - verde
comune a tutto l'esercito.
Fu subito chiaro che tale tenuta non rispondeva alle necessità
della giovane specialità. Nell'ottobre 1941 venne adottata una
particolare uniforme con alcuni capi d'equipaggiamento speciali come
gli stivaletti da lancio, le ginocchiere, i guanti, il tascapane ed
una combinazione di lancio in un pezzo unico di colore grigio in
seguito sostituita da un giaccone in tessuto mimetico.
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La giubba ed i pantaloni erano in panno
grigio - verde. I pantaloni erano lunghi ed ampi, chiusi alla
caviglia da una fascetta. La giubba si distingueva per l'assenza dei
risvolti al collo e di controspalline. Gli spallacci anteriori erano
sagomati a punta, lo spallaccio posteriore a tre punte con un
sottostante piegone centrale, le maniche strette da polsini.
Nel 1942, per la guerra in africa, i paracadutisti ebbero in
dotazione anche una uniforme in tela coloniale cachi identica per
forma a quella grigio - verde ad eccezione della bottoniera scoperta
e della cintura in vita, provvista di due fibbie anziche' una.
I Carristi ebbero invece una tuta blu in un solo pezzo. Tale capo
veniva indossato sulla uniforme grigio verde. Aperta sul davanti da
una abbottonatura compresa fra il collo e l'inguine venne prodotta
in un paio di versioni, l'ultima delle quali dotata di rinforzi alle
ginocchia e capienti tasconi a soffietto sulle cosce.
I Carristi e tutti gli appartenenti alle unità corazzate ebbero
quindi in dotazione il confortevole giaccone di pelle a sei bottoni
e l'apposito casco antiurto, simile a quello dei motociclisti,
utilizzato dagli equipaggi sia dei carri che delle blindo.
per approfondimenti Esercito Italiano |

I Gradi della gerarchia militare che oggi
sono in uso nell'Esercito Italiano, affondano le radici del loro
significato almeno negli ultimi sei secoli di storia.
Finito l'Impero Romano, polverizzato il potere centrale in tanti
piccoli regni, ducati o repubbliche, perduta la necessità e la
capacità economica e politica di tenere alle armi grossi
contingenti di truppe, bisogna far passare un migliaio di anni prima
che in Italia si vada ricostituendo una struttura militare di
qualche rilievo.
In pieno Medio Evo le truppe di quasi tutti i paesi europei erano
per lo più mercenarie. Meno costose delle unità nazionali tutte da
creare, equipaggiare e addestrare, risultavano però poco affidabili
in combattimento. Problema davvero rilevante per i Governanti che
avessero un minimo di ambizione. Non era raro infatti che invece di
battersi fra loro, milizie mercenarie schierate su fronti opposti si
incontrassero in amicizia sul campo di battaglia, quando, per
effetto di ingaggi successivi, non disertavano del tutto la scena,
lasciando malcapitati Signori alla mercé dell'avversario.
La necessità di ordinare le proprie genti per la guerra divenne
quindi un'esigenza di sopravvivenza e questa fu la molla che fece
scattare la ricostruzione delle catene gerarchiche nazionali.
Gli Ufficiali
Ufficiale, ovvero di persona incaricata di
un pubblico ufficio, dal latino Opus Facere, da cui opificio ed
officium.
Il termine rientrò in Italia intorno alla metà del 1500 dal
francese Officier, Officier militaire, ed attraverso le diverse
versioni Officiale, Ufiziale, Ufficiale si stabilizzò in Ufficiale.
Il tutto dopo la metà dell'800, nonostante anche il Manzoni fosse
più a favore del termine "Ufiziale", giudicato più
"toscano" di quello ancor'oggi in uso.
La categoria degli Ufficiali si suddivide in tre ulteriori
categorie: gli Ufficiali Inferiori, gli Ufficiali Superiori e gli
Ufficiali Generali.
Ciascuna delle tre è composta da almeno tre gradini gerarchici.
Ciascuno di questi, si è formato nel tempo seguendo lo sviluppo
degli ordinamenti e delle tecniche di combattimento
Gli Ufficiali Inferiori
TENENTE e SOTTOTENENTE:
nella dizione attuale il grado non ha più di 160 anni. Il termine
tenente infatti nasce come grado verso la fine del 1700. Con il
complicarsi delle tecniche di combattimento, degli ordinamenti,
delle Armi da fuoco, aumentano i gradini gerarchici responsabili
dell'esecuzione degli ordini e della condotta degli uomini.
Ed è proprio il concetto di responsabilità e di comando, che si va
affermando come fatto in se, in contrapposizione ai gradi tramandati
o acquistati che traspare dal termine "Luogotenente".
Le necessità della guerra moderna richiedono un qualcuno che
detenga il potere, il comando, se serve o dove serva, in luogo del
Capitano.
Ed ecco il Capitano Luogotenente, vice del Comandante di Compagnia,
poi ridotto a Luogotenente e, dal 1830 circa "...per brevità...",
Tenente.
Per i soliti motivi al luogotenente fa riferimento il
Sottoluogotenente, in uso in Francia fin dal 1585 ed anche presso i
Reggimenti Svizzeri in servizio in Piemonte, dai quali passò alle
"truppe nazionali" piemontesi.
CAPITANO: probabilmente fra i gradi più antichi
degli eserciti di tutto il mondo. Il significato del termine
discende dal latino Caput Capitis, a sua volta seguito da Capitanu(m)
e dal tardo latino Capitaneus "che si distingue per
grandezza", inteso come "Capo di una schiera". Anche
nel tedesco, Hauptmann, il significato è il medesimo e cioè capo
di uomini.
Poco importa se il Capitano in questione comandasse una banda di
avventurieri oppure un Esercito intero. Nel Piemonte del '500 con il
grado di Capitano Generale si indicava il Re, capo dell'Esercito e
della Marina.
Del grado si trova traccia fin dal 1355 in Francia dove sostituisce
il termine di "Banderese" che a sua volta scala
all'indietro e sostituisce quello di Alfiere, portatore delle
insegne di una compagnia.
In Italia nel XIII secolo "Capitano" era un titolo dato ai
Vassalli di località rurali ma già nel 1566 A. Caro lo registra
per "Comandante di una compagnia di soldati".
Presente negli ordinamenti piemontesi del 1500 darà origine ad
altri gradi che in seguito vivranno di vita propria come il Capitano
luogotenente suo vice ed il Capitano Maggiore, suo superiore,
entrambi del 1775.
Gli Ufficiali Superiori
MAGGIORE: "Grado
della gerarchia militare interposto fra quello di Tenente Colonnello
e quello di Capitano". La definizione assolutamente perfetta è
del 1618 ed appartiene a Michelangelo Buonarroti il Giovane che pone
il Maggiore come primo gradino della categoria degli Ufficiali
Superiori.
Il grado ha un'etimologia semplice. Non altrettanto semplice, come
per altri esempi di gradi "limite", la funzione.
Nell'Esercito inglese il Maggiore, coadiuvato da due Capitani si
stabilizza e rimane ancora oggi il Comandante di Compagnia. Anche in
Francia, dove il grado generico è "Commandant" e si
differenzia in artiglieria con "Chef de batterie" o
"Chef d'Esquadron" per la Cavalleria. Oggi però, aldilà
della dizione tradizionale, i Comandanti di Batteria o Squadrone
sono in realtà Capitani.
Anche nell'Esercito spagnolo non esiste il termine Maggiore ma il
livello viene indicato dal termine "Comandante" che più
facilmente si trova quale Comandante di battaglione.
Il grado italiano nasce sicuramente dal Capitano, come l'Ufficiale
Inferiore più anziano del reparto. Maggiore dunque era soltanto
l'aggettivo per il Capitano più anziano dell'unità che via via si
è reso autonomo per divenire un grado a sè. Anche nel nostro
Esercito il Maggiore può comandare un battaglione o un'Unità
equipollente.
TENENTE COLONNELLO: Lo
sviluppo organico dei reparti, l'aumentare delle competenze, se portò
mutamenti, integrazioni ed aumenti nelle figure gerarchiche di
Sottufficiali ed Ufficiali inferiori, comportò mutamenti ed
integrazioni anche fra gli Ufficiali superiori.
L'ordinamento dei Reggimenti passato da un numero vario di compagnie
a più battaglioni che radunavano un congruo numero di compagnie,
rese necessaria la presenza di un Ufficiali superiore, inferiore in
grado al Colonnello che ne detenesse parte del potere.
Così come era nato il Capitano Luogotenente, nello stesso momento
storico, fine 1700, venne creato il grado di Luogotenente
Colonnello.
Ridotto anch'esso "...per brevità..." a Tenente
Colonnello nel 1831, il grado fu soppresso nel 1841 per essere
ripristinato nel 1849. Da allora al grado di Tenente Colonnello
corrisponde il comando di battaglione.
COLONNELLO: Insieme al Capitano per gli Ufficiali
inferiori, è stato un grado cardine della gerarchia degli Ufficiali
Superiori.
Analogamente a quanto accaduto per il Capitano infatti anche il
"Colonnello" ha generato altri due gradi che sono poi il
suo vice, prima "luogotenente Colonnello" e poi
"Tenente Colonnello" ed il Colonnello Brigadiere creato
durante la Grande Guerra.
La storia del grado ha due interpretazioni.
Nell'antico Piemonte del 1400/1500, quando l'Esercito non era sempre
costituito ma si formava all'esigenza, attorno al nucleo di unità
mercenarie sempre presenti, le regioni amministrative del Piemonte
erano denominate Colonnellati, ed in guerra fornivano il personale
per unità mobilitate della forza approssimativa di un reggimento.
Altra strada è associare il significato di "Colonnello"
al termine spagnolo "coronel", coronato. La parola
indicava lo stendardo reggimentale in uso presso le unità spagnole
ornato della corona reale.
Per tornare all'antico Piemonte, nel 1566 con la parola
"Colonnello" si indicava anche un'unità formata da sei
compagnie composte di più centurie e squadre armate di alabarda,
picche, archibugi.
In Francia il termine "Colonnello" si alternò a quello di
Maestro di Campo.
Praticamente presente da sempre nella struttura gerarchia italiana,
è stato forse il grado più stabile fra quelli della piramide
gerarchica identificandosi da subito con il comando di un
reggimento, cosa che permane ancora oggi nell'Esercito del duemila.
Gli Ufficiali Generali
GENERALE
L'uso di questo termine come sostantivo indicante uno specifico
livello gerarchico risale a fine 700 quando da aggettivo
accompagnato a gradi come capitano o sergente maggiore, prese vita
autonoma.
Nicolò Machiavelli nel 1527 lo definisce come "grado della
gerarchia militare al quale corrisponde il comando di una grande
unità".
Nel tempo, è stato suddiviso sia in riferimento ai livelli di
comando, come Generale di Brigata, di Divisione o di Corpo d'Armata
e d'Armata, sia per analogia al numero di stellette o galloni
indossati, come Maggior Generale, Tenente Generale.
Durante la Grande Guerra (1915-1918), l'improvviso aumento di Unità
costituite a seguito della mobilitazione, portò alla necessità di
assegnare il comando di Brigata anche ai Colonnelli idonei a
ricoprire l'incarico, ma non ancora promossi. Per costoro nacque il
grado di Colonnello Brigadiere, sorta di gradino intermedio fra gli
Ufficiali Superiori e gli Ufficiali Generali. Normalizzata la
situazione, il grado sarà abolito dopo il primo anno di guerra.
Oggi è suddiviso nei livelli di Brigadier Generale, Maggior
Generale, Tenente Generale indipendentemente dal numero di stellette
che compongono il grado. La sequenza riprende la medesima in uso
durante la Prima Guerra Mondiale. La riforma dei vertici delle Forze
Armate attuata sul finire degli anni 90 ha creato infine un nuovo
grado, Generale, a quattro stelle indossato dal solo Capo di Stato
Maggiore della Difesa.
I Sottufficiali
Il termine che indica la categoria
gerarchicamente inferiore agli Ufficiali deve il suo nome alla
traduzione del francese "Sous Officier" del 1791.
In precedenza la categoria era indicata dalla parola "Bas
Officier", Bassi Ufficiali, in uso fintanto che non fu ritenuta
offensiva.
In effetti la spiegazione più semplice del termine, pur partendo
dalla medesima radice di Ufficiale, Opus Facere, caratterizzava i
compiti assegnati ai sottufficiali, ritenuti "bassi". E
non tanto perchè tali compiti fossero umili, ma poichè
"bassi" nella catena gerarchica.
Si ritenne quindi di migliorare l'identificazione della categoria
prendendo a riferimento la sua posizione gerarchica piuttosto che i
compiti e le mansioni svolte.
SERGENTE: Il termine è stato ricondotto a
significati diversi. Sergente era nel medioevo il coordinatore del
gruppo di paggi e scudieri che seguivano un signore.
Di qui il legame con capo, signore di molte persone, molta gente.
Altra ricerca lo collega al participio presente del verbo servire
che in latino è serviente, colui che serve.Nel periodo cavalleresco
sergenti erano i valletti dei cavalieri.
Un'altra ricerca scompone il termine in Serra gente, incarico degli
uomini d'ala degli schieramenti di fanteria che dovevano impedire lo
sbandamento delle fila sotto l'urto del nemico o del suo fuoco.
Sergente fu l'Ufficiale subalterno delle Milizie italiane
risorgimentali.
Molto prima, intorno al 1200 in Italia Sergente era chiamato il
fante semplice. Nel vecchio Piemonte infine (XVI secolo) si ebbero
Sergenti che erano Ufficiali subalterni, Sergenti Maggiori
comandanti di Battaglione ed i Sergenti di Battaglia con il Sergente
Maggiore Generale nel ruolo di Ufficiali Generali.
Così se nel 1294 Brunetto Latini definisce la parola sergente come
"persona sottoposta", nel 1540 il Guicciardini lo
etichetta come "grado militare".
Ma come abbiamo visto per almeno due secoli e mezzo se non di più,
la posizione gerarchica fluttua dai massimi vertici della gerarchia
del Sergente Maggiore Generale dei tempi di Emanuele Filiberto per
identificarsi, almeno in Italia nel XVIII secolo come grado, di
massima dei Sottufficiali.
Affiancato fin dal 1814 dal Sergente Maggiore resta dal XIX secolo
legato al livello ordinativo del Comandante di squadra. Intreccia la
sua storia al grado di furiere, Sergente furiere seguito da Furiere
Maggiore nel 1841. Il Sergente Maggiore tornerà nel 1903 con
l'apparizione del grado di Maresciallo e assorbirà in parte i
furieri e furieri Maggiori.
Da quel momento il grado è rimasto immutato salvo essere
considerato il Sergente come grado apice dei Graduati di Truppa ed
il Sergente Maggiore come primo gradino dei Sottufficiali.
Dal 1995 i Sergenti costituiscono un Ruolo a parte che con il Ruolo
dei Marescialli formano la categoria dei Sottufficiali. Le posizioni
contemplate nel ruolo sono tre, il Sergente, il Sergente Maggiore ed
il Sergente Maggiore Capo.
MARESCIALLO: Il termine è presente fin dal 1427
nella lingua e nei documenti italiani. Discende dal francese "Marechal",
grado militare e dignitario dello Stato creato nel 1185 da Filippo
Augusto di Francia, assegnato anche al responsabile delle scuderie
reali.
Ottenuto dall'unione di due parole arabe e cioè "marah" e
"skalk" che significano rispettivamente Cavallo e servo.
Servo del cavallo dunque, incarico ben importante ed umile insieme:
il maniscalco, altra parola che lega bene con maresciallo, ha
infatti la grande responsabilità della ferratura del cavallo di un
signore o dei cavalli di uno squadrone.
Da qui la duplice valenza del termine Maresciallo come grado o
qualifica di vertice della gerarchia oppure grado dei Sottufficiali
della cavalleria "corrispondente al Sergente delle Armi a
piedi".
Un "Maresciallo d'Italia" era inteso quindi come
"Palafreniere del Re" oppure Scudiero delle fortune
militari della Nazione e quindi massimo grado raggiungibile. Secondo
soltanto al "Capitano Generale" grado che spettava al Re,
in Italia resta in uso a fasi alterne fino alla fine della 2^ Guerra
Mondiale.
Parimenti il Maresciallo entra nella categoria dei Sottufficiali o
"Bassi Ufficiali" fin dall'ordinamento della cavalleria
piemontese cinquecentesca di Emanuele Filiberto come "Marechal
de Logis" poi tradotto in "Maresciallo d'Alloggio".
Sostituito da "Furiere", introdotto nell'Esercito
piemontese dal francese "fourrier", addetto al foraggio ma
anche "precursore", cioè colui che giungendo per primo in
un luogo organizza la sistemazione logistica cioè di alloggio per
il reparto.
La categoria dei Marescialli come Sottufficiali rientra
nell'Esercito italiano nel 1903 sostituendo i "Furieri" e
ordinandosi in tre livelli di Compagnia di Battaglione e di
Reggimento equivalenti a Maresciallo Ordinario, Maresciallo Capo e
Maresciallo Maggiore con spiccato orientamento
logistico-amministrativo.
Il grado successivamente rimaneggiato e ridenominato si stabilizza
comunque al di sopra dei "sergenti".
La categoria otterrà nel 1916 un grado nuovo, ed unico nel suo
genere, l'"Aiutante di Battaglia".
Sganciato dalla progressione d'anzianità, si accedeva al nuovo
grado per meriti acquisiti in combattimento, indipendentemente dal
grado di provenienza. La necessità di tale "invenzione"
stava nella necessità di colmare i paurosi vuoti apertisi nelle
fila degli Ufficiali Subalterni dopo i primi mesi di guerra di
trincea, ed immettere rapidamente nuovi comandanti di plotone con
esperienza di combattimento.
La sequenza dei tre gradi del Maresciallo resterà invariata fino
agli anni settanta quando verrà istituita la qualifica del
Maresciallo Maggiore "Aiutante" che nel 1995 diverrà il
nuovo grado vertice della categoria.
Con le riforme più recenti, dovute alla riforma in chiave
professionale dello strumento, a seguito della suddivisione dei
Sottufficiali in più ruoli, quello dei Marescialli si riordina i
suoi quattro gradi in Maresciallo, Maresciallo Ordinario,
Maresciallo Capo e Aiutante.
Nel 2001 un nuovo provvedimento ha trasformato l'Aiutante in 1°
Maresciallo ed ha creato la qualifica del 1° Maresciallo
Luogotenente.
Il significato dei gradi: l'etimologia
l confine fra le diverse categorie che oggi
compongono più o meno stabilmente il panorama gerarchico non era il
medesimo tre o quattrocento anni fa.
Così, un tempo, non era difficile che un Sergente Maggiore Generale
fosse di gran lunga superiore in grado ad un Colonnello.
Riforme successive "raffinarono" la struttura assegnando
un significato ed un compito ai diversi gradi che man mano si
venivano creando con la crescita ed il complicarsi delle armi, dei
corpi e delle tecniche di combattimento. Laddove un tempo era stato
sufficiente un solo Ufficiale per guidare un reparto cominciava a
necessitargli un insieme di Ufficiali e Sottufficiali e graduati che
ne coadiuvassero l'opera.
Possiamo porre quindi fra il XVII ed il XVIII secolo la
codificazione della catena gerarchica alla quale anche quella
italiana di oggi, seppure con aggiustamenti e ritocchi successiva fa
riferimento.
Essendo poi tale catena storicamente figlia del Piemonte, forte sono
gli influssi francesi, dovuti alla presenza nelle fila savoiarde di
Reggimenti svizzeri di lingua francese oltre a tutta la Nobiltà
piemontese che per qualche secolo fu di sicura cultura transalpina.
Truppa e graduati di truppa
Definita nel 1568 come "qualsiasi
organico di forza militare", la parola "truppa"
arriva dal francese troupe, dove assume significato militare verso
la fine del 1400.
Dal francone "thorp", villaggio, insieme di persone,
branco, venne ripresa dal latino con "troppus", gregge.
Appare la prima volta nella Lex Augustea del 717-719 d.C..
Il termine "graduato" invece giunge dal latino "Gradu",
scalino, di cui graduato è il participio passato del verbo
graduare.
Identifica generalmente gli appartenenti alla catena gerarchica.
SOLDATO: dopo il Legionario romano, combattente di
fanteria, il grado più basso della gerarchia è diventato
"SOLDATO". Parola di etimologia semplice, si può
facilmente ricondurre ad "assoldato" cioè al soldo di
qualcuno.
Già nel 1300 con tale termine si indica la paga di un mercenario.
L'accezione del termine è inizialmente spregiativa e più corretta
sarebbe la dizione "milite", cioè colui che milita, che
si addestra, che si batte per una causa e non per mero denaro.
A sua volta "milite" potrebbe avere radice in
"mille", tanti erano i componenti delle prime unità
tattiche romane dette "millenne" dei tempi della Monarchia
(753-510 a.C.).
Soldato dunque identifica proprio il grado gerarchico del militare
semplice. Termini come fante o artigliere invece identificano il
combattente di un'arma specifica.
CAPORALE: comparso nella gerarchie dell'Esercito
piemontese, come in alcuni eserciti europei verso la metà del XVI
secolo anche se come voce è citata nel 1348 dal Villani.
Intorno all'anno mille in Corsica, che era italiana, erano chiamati
"Caporali" una sorta di Tribuni della plebe.
Dal latino corpus corporis e dai suoi derivati "corporale"
nel senso di "incorporare", "arruolare". Da tale
accezione il compito di "arruolatore" di giovani disposti
a intraprendere la carriera delle armi. Da notare che in inglese il
grado è tutt'oggi "Corporal" di assoluta derivazione
latina, mentre in Francia si considera giunto nel 1540 dall'Italia.
Da questo grado furono estrapolati sia il "Caporal
Maggiore" ancora in vigore, che il "Sottocaporale"
nel 1834, trasformato nel 1854 in "Appuntato".
Il termine identifica anche il fenomeno di ricerca di manovalanza
giornaliera famoso nella campagne del sud Italia.
per approfondimenti Esercito Italiano
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