Militaria Uniformi 8


Stemma dell'Esercito Italiano LE UNIFORMI DELL'ESERCITO

L'ELMETTO  ITALIANO

Un Modello 15 prodotto in Italia

 

Lo scoppio della 1^ Guerra Mondiale vide l'Esercito Italiano entrare in campo il 24 maggio 1915 con l'avanzata oltre il confine.
L'equipaggiamento dei nostri soldati rispettava i canoni del tempo. Un solo particolare mancava quasi completamente fra le voci dei materiali distribuiti: l'elmetto.
Diciamo quasi completamente poichè erano presenti per la Cavalleria di Linea ed i Dragoni dei bellissimi elmi con cimiero che avevano più funzione decorativa che altro.

Ma la terribile guerra di trincea contro le posizioni asburgiche aggrappate ad alpi e prealpi, obbligò la scelta di un copricapo che proteggesse la testa, primo bersaglio aldilà di un riparo e del bordo delle trincee.

Tale capo di equipaggiamento, in effetti presente fin dalla antica grecia, scomparso dopo il medioevo, tornava a completare l'uniforme del combattente per non lasciarlo mai più.

Prodotti nelle fogge più disparate, attraverso concorsi pubblici come per l'elmetto francese "Adrian", realizzato da un artista, oppure lo Sthalhelm tedesco, frutto degli studi di un medico o quello inglese a padella realizzato in tale forma bizzarra per ragioni storiche, oggi si sono uniformati alla sagoma dell'elmetto tedesco Modello 35 e seguenti.

Un Modello 33 degli anni '90

 Il Modello 15

Nell'autunno del 1915 i primi caratteristici elmetti in livrea francese, grigioazzurra con la granata fiammeggiante ornata della sigla RF (Republique Francaise) sul davanti venivano distribuiti ai reggimenti in prima linea.

L'elmetto, che sarà denominato dopo la guerra "Modello 15" si componeva di una calotta, una visiera anteriore ed una posteriore ed un cimierino che fungeva da copertura dello sfiatatoio. I diversi pezzi erano incastrati e fermati da chiodi o coppiglie. Grazioso nell'aspetto, l'elmetto si rivelò decisamente fragile. Quando colpito sul fianco l'elmetto andava letteralmente in pezzi. Per tale ragione nel 1916 entrò in linea un secondo modello conosciuto come "Modello 16", prodotto in Italia, composto dalla calotta e dal cimierino saldato in sei punti alla calotta.

Un elmetto francese nella livrea originale 'gris artillerie' un Mod.15. Visibili le giunture ed i ribattini

L'elmetto aveva una cuffia fissata ad un lamierino ondulato a sua volta connesso all'elmetto da quattro grandi graffe metalliche. La cuffia aveva un supporto in feltro rivestito di pelle o tela cerata. Un sottile soggolo con una maglia scorrevole fermava l'elmetto al capo del combattente.

Verniciato in verde oliva, l'elmetto italiano non aveva ufficialmente fregi che però presto comparvero sulla fronte degli elmetti. Quasi sempre di fattura artigianale, vennero accompagnati anche da insegne di grado dipinte sul lato del casco. Bersaglieri e Alpini si industriarono a fissarvi piumetti e penne anche se questi ultimi a dire il vero usarono assai poco l'elmetto.

Sulla fronte di questo Mod.15 visibili le tracce della corona e del numero 4

Sul finire della guerra, la tenuta dei combattenti, ripulita da ogni orpello e resa essenziale dall'esperienza di tre anni di trincea, completò l'elmetto con un telino antiriflesso che riportava ricamato a macchina almeno il numero identificativo deel reggimento sovrastato dalla corona reale.

Nel dopoguerra l'elmetto venne guarnito da insegne metalliche e non fu sostituito se non all'inizio degli anni trenta dai modelli "31", sperimentale e dal definitivo "modello 33".

Il fregio artisticamente disegnato da un geniere del 3° Reggimento.   Il crestino saldato di un Mod.16. Evidente lo sfiatatoio.

 I Modelli 31 e 33

 Il fatto che l'emblema della guerra vittoriosa fosse proprio un elmetto di produzione estera, contribuì, insieme alle deficienze del materiale già descritte, alla ricerca di un elmetto di nuova concezione pensato e disegnato in Italia.

Lo studio sfociò nella realizzazione dell'elmetto "Modello 1931" le cui linee generali sarebbero rimaste anche nel successivo "Modello 1933".
Verniciato in grigio verde chiaro, tinta in effetti difficile a descriversi, fu subito apprezzato per la linea e la confortevolezza. Composto da una calotta ed un crestino che proteggeva lo sfiatatoio superiore era completato da una cuffia in pelle del tipo a sacchetti. Tre cuscinetti in pelle erano infatti posti all'altezza della nuca e delle tempie. Soggolo di pelle tinta in grigioverde con fibbia e passante completavano la cuffia.

Distribuito ad alcuni reparti sia dell'Esercito sia della Milizia, ebbe vita breve.
Gli sviluppi dello studio dedicato, portarono infatti alla introduzione del già citato Modello 33.
Elmetto assai longevo, ispirò insieme al Modello 1935 tedesco diversi elmetti di altri paesi europei fra cui l'Unione Sovietica, la Danimarca, la Bulgaria ed altri. Addirittura le linee generali saranno rintracciabili nel penultimo elmetto in dotazione all'Esercito Francese prima dell'introduzione del modello in Kevlar, ed in quello Israeliano.

Un rarissimo esemplare di modello 31 di proprietà del signor R.Southee Cartolina di propaganda. Questo artigliere indossa un Mod. 31

Il Modello 33 differiva dal Modello 31 per pochi particolari. Il più evidente fu l'abolizione del crestino e la sistemazione della cuffia fissata al casco attraverso tre ribattini che fungevano da sfiatatoio. Diverse soluzioni furono comunque approntate, fra cui una senza ribattini, completamente liscia e cuffia a cuscinetti, ed altre con più sfiatatoi, posti al culmine della calotta e addirittura frontali. La versione prescelta fu quella con la cuffia fissata al guscio da tre ribattini sfiatatoi.
Dipinto inizialmente in grigio verde chiaro, poi in una tonalità più scura, veniva ridipinto dalle unità stanziate in Africa, almeno all'esterno, in giallo ocra .
Sul frontale venivano dipinti a mascherina i fregi delle Armi e Sevizi, corredati di numero identificativo del reparto o altri simboli. Durante la guerra spesso questi "ornamenti" furono eliminati.
La cuffia di pelle sistemata ad un confortevole supporto in feltro aveva un soggolo in pelle tinta in grigio verde con fibbia di chiusura.
Un telino mimetico venne introdotto nel corso del 1942 mentre una cuffia autarchica in tela cerata e soggolo in canapa fecero la loro comparsa sul finire della guerra.

Sostituito durante la cobelligeranza dalla "scodella" inglese distribuita ai Gruppi di Combattimento ("Folgore", "Mantova", "Cremona", "Legnano" e "Piceno")venne reintrodotto al termine delle ostilità.
Cambiato il soggolo in pelle con uno scorrevole in nastro di canapa, ridipinto in una tonalita chiara di verde oliva, portava ancora sul davanti in nero i fregi delle Armi che saranno abbandonati col tempo. Come prima della guerra i bersaglieri hanno continuato ad ornare del loro caratteristico piumetto il copricapo d'acciaio.
Per questa specialità venne infatti realizzato, insieme all'elmetto, un "portapiumetto" mobile in metallo e pelle. Gli Alpini ed i reparti da montagna fissarono la penna sia ad uno dei ribattini/sfiatatoi laterali oppure sfruttarono la reticella ed il telino di mascheramento od ancora una piastrina metallica da saldare sul fianco dell'elmetto. Un portapenna a clip da fissare al bordo dell'orecchioniera fu utilizzato nel periodo bellico.

Mascherato per mezzo di una rete marrone, completato dal cappuccio mimetico della tuta da combattimento, da strisce di tela yuta e nell'ultimo periodo di servizio da telini verde oliva scuro, come le nuove tute di servizio e combattimento dell'epoca, il Modello 33 ha chiuso la sua esistenza operativa con l'Esercito Italiano a circa sessantanni di età, soppiantato dai giovanissimi modelli in kevlar dalla caratteristica forma a scalino del coevo "Modello 35" tedesco.

Versioni particolari del 33 furono l'elmetto "Greco" ed il "Modello 42" per paracadutisti

Un Mod.33 del dopoguerra con fregio e Piumetto da Bersagliere (1°Rgt.) Il portapiumetto mobile

 

Un Modello 33 con fregio di Fanteria Un Mod.33 con rete e telino di mascheramento

 I caschi dei Carristi

Il Casco dei Carristi viene introdotto in servizio con l'ingresso della nuova specialità nelle fila della Fanteria Italiana.
I primi esemplari hanno forma bizzarra e spesso sono di derivazione aeronautica. Di norma sono delle cuffie di pelle nera o marrone fornite di visierina e fascia paracolpi.
Il primo casco destinato agli equipaggi carri ed ai motociclisti, entra in servizio sul finire degli anni 30, alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale.

Il casco, costituito da una calotta di cartone-fibra, di colore rossastro, pressato e rivestito di cuoio nero aveva tutto intorno alla calotta, un rinforzo costituito da una spessa imbottitura di crine chiusa dentro un rivestimento di cuoio. Fornito di un morbido sottogola in pelle era caratterizzato anche dall'ampia falda in pelle a protezione del collo.
Tale casco rimase in servizio almeno per i motociclisti, insieme a modelli similari, fino alla fine degli anni ottanta quando venne sostituito da caschi di tipo commerciale.

Nella sua lunga carriera il casco appena descritto rimase in servizio anche con l'Arma dei Carabinieri oltre ad essere impiegato per qualche anno come casco da lancio per le primissime unità paracadutisti sia dei Carabinieri che della Pubblica Sicurezza del secondo dopoguerra.

Per quanto riguarda gli equipaggi carri, già dai primi anni '50 entrò in uso il casco statunitense da carrista. Composto da una calotta di materiale sintetico antiurto alleggerito da grossi fori circolari, era completato da un para nuca e due paraorecchie. I paraorecchie contenevano l'alloggiamento per le cuffie dell'apparato radio/interfono di bordo.
Il casco è stato sostituito a cominciare dagli anni 90 da un nuovo modello in kevlar completo di cuffie radio e microfono.

Il casco di pelle nera dei Carristi Vista posteriore dell'ampia falda para nuca

 

Il casco da carrista statunitense Casco da motociclisti - anni '60 Il casco da carrista in kevlar attualmente in servizio

 Il "Greco" ed il Modello 42

Gli studi che portarono allo sviluppo del Modello 33, portarono alla realizzazione di un modello successivo. Tale elmetto fu venduto, con altri materiali, alla Grecia e prese per ciò il nickname di "Modello Greco".

Molto simile al Mod.33, il "Greco" si differenzia per l'accentuato disegno delle falde paraorecchie e l'assenza dei bulloncini sfiatatoio per fissare l'armatura della cuffia al guscio. Qui la cuffia è montata su di una armatura meno complessa fissata al casco da ribattini pieni posti prossimi al bordo dell'elmetto. La bordatura inoltre è meno pronunciata di quella del Modello 33.

Lo sviluppo delle Aviotruppe intanto portò ad una nuova versione del Modello 33 del quale però conserva soltanto i caratteristici bulloncini sfiatatoio e la forma complessivamente sferica della calotta.
Osservato che durante la caduta libera, seppur breve, a paracadute in apertura i Mod. 33 si staccavano dalla testa dei paracadutisti, si ridisegnò completamente il casco dotandolo di una cuffia e di un sistema di sottogola e rinforzi paracolpi piuttosto macchinoso che però impediva assolutamente che l'elmetto, una volta sistemato, si potesse muovere contro la volontà del militare. Preceduto da una sorta di "preserie" del 1941 sicuramente impiegato dal 1° battaglione Carabinieri Paracadutisti in Africa Settentrionale, il nuovo elmetto debutta nel 1942 equipaggiando i paracadutisti della Divisione "Folgore".

Nel dopoguerra il Modello 42 senza varianti restava in servizio cedendo il posto a rotazione ad un modello "nuovo" nato sul finire degli anni quaranta, indicato come "Elmetto da Lancio". Questo modello aveva il soggolo realizzato in canapa e variato per la forma che includeva una mentoniera ed il paracolpi sul naso meno ingombrante.
Particolare che differenziava i nuovi gusci da quelli anteguerra era il bordino diritto che invece era ripiegato all'esterno nel precedente modello.
Sia prima che dopo la guerra l'elmetto fu guarnito dai fregi di specialità e d'Arma. Il Modello della 2^ Guerra Mondiale fu dotato anche di un caratteristico telino con diverse asole per il mascheramento. Nessun accessorio particolare venne studiato nel dopoguerra, a meno di un elemento della tuta da lancio degli anni 60. Si trattava di una cuffia guarnita di bottoni ed una lunga pattina che si combinava alla giubba della tuta. L'accessorio però, per la sagoma bizzarra che conferiva al militare non fu gradito ed i Paracadutisti agirono d'iniziativa utilizzando reti e telini non sempre di stretta ordinanza. Il Modello 42 ha lasciato il servizio attivo con la fine del millennio, sostituito dai nuovi  elmetti da lancio in Kevlar.

Un esemplare di 'Modello Greco' Vista laterale di un elmetto 'Greco'

 

Un Modello 42 con il caratteristico paranaso Un Elmetto da Lancio del dopoguerra.

  L'Elmo di Cavalleria

Simbolo per antonomasia dei soldati di cavalleria, le sue origini risalgono al lontano 1820, anno in cui Vittorio Emanuele I, Re di Sardegna, approvò un nuovo tipo di copricapo destinato al reggimento di cavalleria Piemonte Reale.
Esso era composto da una coppa in metallo giallo lucido con la parte inferiore fasciata da pelliccia d'orso di colore nero e recante, nella parte inferiore, un bordo anch'esso in metallo giallo. La visiera era in cuoio pure ricoperto di pelliccia. I sottogola erano in cuoio ricoperti da scaglie d'ottone come squame di pesce, uniti da una fibbia in metallo. Il cimiero in lamierino d'ottone, era ricurvo e spiovente in avanti. Riccamente intarsiato con motivi in rilievo, ricopriva la parte superiore dell'elmo dal coprinuca alla fronte, fino sopra il fregio dove presentava un disco ovale ornato con un motivo a volute. Il fregio a rilievo, posto sulla parte frontale, era in ottone composto da un'aquila coronata ad ali spiegate con uno scudo ovale nel petto ed al suo interno la croce sabauda, contornata da fronde d'alloro e quercia, uno stendardo per parte con croce sabauda all'interno. Durante le cerimonie e con la grande uniforme, l'elmo era guarnito da una criniera nera, lunga fino a metà schiena, fissata sulla punta anteriore del cimiero, tramite un supporto a forma di testa di leone in ottone sbalzato. Sulla parte sinistra del copricapo, in corrispondenza dell'attacco del soggolo, era fissato un piumetto di colore turchino dell'altezza di 20 cm.

Nel 1822, questo copricapo fu esteso anche al reggimento dragoni di Genova apportando soltanto qualche lieve modifica come il colore della coppa che era in metallo argentato o alpacca ed il cimiero che si prolungava maggiormente nella sua parte terminale ed era più ricurvo. Durante le cerimonie, e con la grande uniforme, era guarnito con una cresta in ciniglia azzurra invece della criniera con leone e del piumetto turchino.

Quando nel 1828 fu costituito il reggimento dei Dragoni di Piemonte, l'elmo sopra descritto venne anche a loro esteso e dal 1833 fu definitivamente prescritto per tutti i reggimenti di cavalleria ad eccezione del reggimento Piemonte Reale cavalleria che conservò il caratteristico copricapo fino al 1840 anno in cui fu unificato in una stessa foggia per tutti i reggimenti di cavalleria.

Tre anni più tardi, siamo nel 1843, il vecchio fregio con l'aquila in ottone fu abolito e sostituito con la croce sabauda in metallo argenteo delle dimensioni di circa 10 cm per 10, di circa 2,5 cm. di spessore. Sempre nel medesimo anno fu introdotto l'uso di una coccarda turchina (colore della casa Savoia) da collocarsi al di sotto dell'attaccatura dell'orecchione sinistro. Questa coccarda, sostituita nel 1848 da un'analoga ma tricolore, era in seta per gli ufficiali ed i marescialli, in lana per i sottufficiali ed in corame stampato e verniciato per la truppa. Nel 1872 fu prescritto l'uso dell'elmo soltanto per i primo quattro reggimenti di cavalleria, ossia Nizza, Piemonte Reale, Savoia e Genova.

Con tale elmo, la Cavalleria Italiana affrontò la 1^ Guerra Mondiale, avendo cura di coprire il rutilante copricapo con un apposito telino verde. Sul davanti era cucita una croce nera che replicava la croce sabauda metallica applicata all'elmo. L'elmo del colonnello comandante di reggimento era dotato di una speciale nappina che riproduceva una granata esplodente con fiamma e croce sabauda che veniva fissata all'estremità dell'orecchione sinistro tramite due viti e che portava, fissata attraverso una tulipa, un pennacchio (aigrette) di airone. Questo accessorio era usato durante le cerimonie ufficiali.

Ufficiale del Reggimento 'Piemonte Reale' Uno splendido esemplare di elmo da Comandante di reggimento ornato dalla piuma di airone (Aigrette) Elmo della Cavalleria con telino di mascheramento in uso nella 1^GM

  I caschi "Farina"

 Il casco Farina rappresenta un importante punto di riferimento per ciò che riguarda l'evoluzione dell'elmetto da combattimento. Più o meno con l'invenzione della polvere da sparo, l'elmo e le corazze medioevali perdono d'importanza fino a scomparire del tutto.
E' con la prima guerra mondiale che l'elmetto torna sui campi di battaglia per non abbandonarli più e, il primo ad essere adottato dal nostro Esercito è proprio il "Farina".

L'elmo fu distribuito alle squadre di guastatori, composte da fanti e genieri ed addette alla rimozione degli ostacoli passivi sul campo di battaglia a premessa dell'azione delle fanterie.
L'elmo fu ideato e costruito dall'ingegner Ferruccio Farina, il cui laboratorio si trovava in Via Ruffini 10 a Milano. Questo nome e questo indirizzo si trovano, infatti, sul timbro ovale che era applicato all'interno della falda anteriore dell'elmo e che riportava, in cifre romane, anche la taglia (I - II - III).
L'elmo era composto da tre parti principali dipinte con vernice opaca antiriflesso grigio verde. La calotta, in lamiera ovoidale cui era fissata con otto chiodini ribattuti, la falda anteriore, composta da quattro fogli d'acciaio sovrapposti e tenuti assieme da cinque chiodini ribattuti, e la falda posteriore anch'essa in lamiera e dell'altezza di circa quattro centimetri. Ai lati della testa, all'altezza delle orecchie erano fissati, con due ribattini, altrettanti riporti in lamiera cui era attaccato il soggolo in cuoio grigio verde con fibbia in metallo.

 La falda anteriore di 8 o 12 centimetri distingueva il modello chiamato "alto" dal modello denominato "basso".
Il modello "alto" raggiungeva un peso di circa 2.250 gr. mentre il modello "basso" si aggirava sui 1.850gr. Nei primi modelli non era stato previsto alcun sistema d'aerazione perciò successivamente si applicò la calotta in lamiera all'esterno delle falde di protezione permettendo così una migliore circolazione dell'aria. Anche in questi modelli successivi denominati "con aerazione" si trovano sia le versioni a falda anteriore "alta" che "bassa".
Il problema dell'aerazione fu risolto definitivamente con l'adozione di una cresta tipo elmo "Adrian" che aveva la funzione di coprire un foro effettuato sulla sommità della calotta. Anche questa modifica venne effettuata sugli elmi di entrambi i modelli cui se ne aggiunse una terza versione intermedia fra la "alta" e la "bassa".

Non esisteva un'imbottitura di serie e gli utilizzatori lo indossarano inizialmente sul berretto da campo indossato all'indietro. Successivamente fu adottata una cuffia di stoffa trapuntata ed imbottita con crine di cavallo ed ovatta. In alcuni casi, furono anche fissati due pezzi di caucciù all'interno della falda anteriore per migliorare la stabilità dell'elmo. Nonostante tutti i tentativi per migliorarne la vestibilità, l'elmo "Farina" rimase uno strumento scomodo e pesante. La produzione si fermò con la massiccia distribuzione del Modello 15 e successive varianti.

Un casco 'Farina' ultima serie Un casco 'Farina' alto

Gli elmetti in kevlar

La profonda revisione dell'equipaggiamento del soldato avviata sul finire degli anni '80, quando nuove uniformi da combattimento, buffetterie ed accessori entrano in servizio. Alcuni reparti della F.I.R. (Forza di Intervento Rapido) ricevono, fra l'altro, un nuovo tipo di elmetto in sostituzione del Modello 33.
Il nuovo casco, secondo le teorie del momento, è prodotto in fibre sintetiche di particolare robustezza. La linea ricorda molto l'elmetto tedesco Modello 35 e seguenti con il classico scalino. La cuffia, tutta di pelle naturale, è molto confortevole ed il sistema di chiusura in fibra sintetica verde oliva e plastica, moderno e funzionale. Una mentoniera completa in pelle completa il materiale. Il guscio è liscio e tinto in verde oliva scuro.

Terminata la sperimentazione il nuovo elmetto è distribuito ai reparti impiegati nel '92 in Somalia. Questo periodo di "sperimentazione operativa" porta al modello definito "Set 1 e 2" che sostituisce quelli distribuiti in precedenza.
L'elmetto è prodotto in due versioni, una standard ed una da lancio che si differenzia dal primo per un disegno meno marcato della falda copriorecchio.
La cuffia è completamente ridisegnata e realizzata in nastro sintetico e pelle tinta in verde. Anche il sistema di chiusura cambia per l'uso di un nastro più alto del precedente ed una diversa mentoniera con guarnizione mobile in pelle.
Anche il disegno del guscio, pur mantanando una linea propria, si avvicina molto più della versione precedente al cosiddetto "Fritz" dell'esercito Statunitense.
La superficie del guscio è scabra e tinta in verde oliva medio opaco in funzione antiriflesso. Una spessa guarnizione in gomma corre lungo il bordo dell'elmetto. Di recente la versione da lancio è stata migliorata con un nuovo cuscinetto nucale che impedisce movimenti imprevisti dell'elmetto sia in fase di apertura del paracadute, sia in fase di atterraggio.

Un elmetto tedesco Mod. 42

 

Un elmetto 'Set 2' con telino di mascheramento Un elmetto in kevlar 'Set 2' da paracadutisti

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