Potere Sinistro 1



 

16 settembre 2006
Telecom: la ragnatela di Prodi

La vicenda Telecom offre una doppia chiave di lettura: tecnica e politica. Palazzo Chigi ha giocato tutt’e due le partite: ha messo in piedi uno schema finanziario per "nazionalizzare" la rete infrastrutturale, camuffandolo come uno strumento per ridurre l’indebitamento di Telecom; ha tentato di accumulare potere ai danni dei suoi alleati politici, Ds e Margherita in testa, così da acquisire un maggior potere contrattuale in vista dell’ipotetico Partito democratico.

Lettura tecnica

Telecom ha raggiunto un indebitamento con banche e mercato superiore ai 40 miliardi di euro. Il livello è cresciuto dopo aver inglobato, quasi due anni fa, Tim, cioè la rete mobile. A fronte di un fatturato intorno agli 80 miliardi di euro, alla Telecom non bastava più la cassa che riusciva a creare con il canone e le tariffe della telefonia fissa e mobile per frenare l’indebitamento. Da qui, i contatti avviati da Tronchetti con Murdoch (e non solo) per mettere in ordine l’azienda.

Fra l’altro, l’intero colosso telefonico era ed è controllato da una finanziaria, Olimpia, nella quale Tronchetti controlla il 18%. In Olimpia erano presenti anche Banca Intesa e Unicredito: cioè, le banche maggiormente esposte nei confronti di Telecom. Le due banche, però, sono uscite da Olimpia prima dell’estate; ed entro un mese la loro partecipazione verrà liquidata completamente.

Il ruolo di Goldman

Le condizioni finanziarie di Telecom hanno attirato l’attenzione di tutte le banche d’affari del mondo. Tutte hanno messo a punto progetti di riordino societario per fronteggiare i debiti della società telefonica. Lo fanno per mestiere. Con l’obbiettivo di diventare advisor della società, una volta che il progetto di riorganizzazione va in porto.

L’unica che anziché inviare il proprio progetto di riordino societario a Tronchetti, lo ha inviato a Prodi è stata Goldman Sachs. Ed il motivo è evidente. Viene da Goldman Sachs Massimo Tononi, sottosegretario all’Economia. Viene da Goldman Sachs Costamagna, amico fraterno del presidente del Consiglio, e finanziatore della sua campagna elettorale. Vengono da Goldman Sachs lo stesso Prodi e Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia.

Lo schema Rovati

Nello schema di riordino societario di Telecom messo a punto da Goldman, e che ora passa alla storia come lo "schema Rovati" un ruolo non secondario lo giocano le ambizioni personali. Costamagna e Tononi hanno lavorato per anni nello stesso team di Goldman. Ed ora uno dei due è sottosegretario all’Economia, voluto da presidente del Consiglio (Padoa Schioppa nemmeno lo conosceva), con delega sulla Cassa depositi e prestiti. Se il progetto di riordino societario di Telecom messo a punto da Goldman fosse andato in porto, Costamagna sarebbe andato alla Cassa depositi e prestiti.

Così, i tecnici della Goldman elaborano un progetto che prevede:

Telecom resta tutt’intera, in quanto il valore prodotto dalla telefonia mobile favorisce la riduzione del debito;
Viene scorporata la rete di infrastrutture, che viene quotata in Borsa. La Cassa depositi e prestiti dovrebbe - secondo il progetto - acquisire il 30% del capitale, cioè diventare il primo azionista della nuova società. Il resto dovrebbe andare agli altri operatori telefonici e sul mercato.
In questo modo, Telecom avrebbe potuto ridurre, in un colpo solo, l’indebitamento per 19 miliardi. Con un problema. Questo, infatti, è il "valore di libro" con cui Telecom valuta la rete. In realtà, altre banche d’affari danno alla rete un valore più basso: fra i 9 ed i 12 miliardi.
Un ente pubblico, come la Cassa, però, acquisirebbe a "valore di libro". Quindi, dalla cassa erano pronti per ridurre direttamente l’indebitamento di Telecom 6 miliardi.

Il ruolo della Cassa

In tutto questo progetto di riordino, l’onere maggiore è a carico della Cassa depositi e prestiti. Vale la pena di ricordare che la cassa è uno strano animale. E’ pubblico, perché controllato dal Tesoro. E’ privato perché Bruxelles considera le sue operazioni fuori dal perimetro della Pubblica amministrazione, e nel consiglio d’amministrazione siedono anche i rappresentanti delle Fondazioni bancarie. Il rafforzamento della Cassa venne voluto da Tremonti per ridurre il debito pubblico. La Cassa, infatti, acquisì forti partecipazioni di Enel, Eni e Terna (la rete d’infrastrutture energetiche) e per la contabilità di Stato il debito venne ridotto. Insomma, aveva una finalità pubblica. Prodi e Tononi, invece, con il progetto di Goldman Sachs vogliono estendere il ruolo della cassa a partecipazioni private: come quelle della rete d’infrastrutture della Telecom, ma anche per Autostrade.

In questo modo, la riduzione dell’indebitamento di aziende private, operato attraverso Cassa depositi, sarebbe ricaduto sulla collettività. Le risorse della Cassa depositi e prestiti, infatti, vengono dai libretti di risparmio postale.

Livello politico

Lo schema Rovati-Goldman aveva un altro lato della medaglia. Se fosse andato in porto, avrebbe consegnato a Prodi un forte strumento di pressione politica: una nuova Iri, rappresentata dalla Cassa depositi e prestiti riformata. Strumento che sarebbe tornato utile quando all’interno della maggioranza si sarebbe discusso concretamente di Partito democratico. Ed è per queste ragioni che sia i Ds sia la Margherita si sono messi di traverso al progetto. E sia direttamente, sia indirettamente, i due partiti hanno sostenuto - se non addirittura incentivato - Tronchetti ad elaborare un piano alternativo.

Piano Tronchetti

La ricostruzione data da Prodi dei colloqui con l’azionista di maggioranza della Telecom è incompleta. Il presidente del Consiglio gli aveva consigliato di quotare la rete di infrastrutture; ed anche accennato al ruolo della Cassa depositi nell’operazione. Lo aveva anche invitato a non scorporare Tim dall’azienda. In quanto, pensava che dietro a Murdoch ci potesse essere Mediaset. E Prodi non voleva e non vuole che Berlusconi entri nel business della telefonia mobile. Così, negli incontri privati con Tronchetti, ha perorato lo schema Goldman-Rovati; fino al punto di promettergli un progetto nero su bianco. E così è stato. Tononi invia a Prodi lo schema di riassetto messo a punto dai suoi amici della Goldman. Prodi riceve il documento in "power point" tutt’altro che "artigianale" e dice a Rovati di farlo pervenire a Tronchetti.

Rovati rispetta l’ordine ed aggiunge un suo bigliettino della Presidenza del Consiglio. Al tempo stesso, però, Ds e Margherita non volevano e non vogliono che Prodi si rafforzi con lo schema Goldman-Rovati. E lo fanno sapere attraverso i loro canali a Tronchetti.

In mezzo al guado

Da una parte Prodi, cioè, il presidente del Consiglio, che gli chiede una cosa; dall’altra gli azionisti di maggioranza del premier che gliene chiedono un’altra, opposta. Da uomo d’impresa, dà ragione agli azionisti di maggioranza. La proprietà di un’azienda resta, i manager cambiano. Così, il suo piano prevede la quotazione della rete, come chiesto da Prodi; ma, la rete resta dentro la pancia di Telecom; e la telefonia mobile di Tim viene scorporata. Insomma, prova a dar retta a tutt’e due le richieste. Anche se riduce il valore della Telecom, portando via la Tim.

L’ira di Prodi

Quando scopre il progetto di scorporo di Tim, il Presidente del Consiglio va su tutte le furie. Capisce che tutto il suo schema finanziario e politico viene meno; in più, intravvede il rischio che Berlusconi possa entrare dentro Tim. Ed a Frascati, alla riunione dei gruppi dell’Ulivo, si dice "sconcertato" dalle scelte di Tronchetti. "Non ne ero al corrente", dice sapendo di mentire. E’ una dichiarazione di guerra a Tronchetti.
Telecom fa arrivare a due giornali (Il Giornale e MF) l’indiscrezione che Palazzo Chigi sapeva.

Che c’erano stati contatti con Rovati; e Rovati è un uomo che riferisce tutto a Prodi: vuoi perché amico da trent’anni, vuoi perché ricopre l’incarico di responsabile della segreteria tecnica della Presidenza del Consiglio. E’ tenuto a riferire. Prodi si arrabbia ancora di più. E, fatto inusuale, emette un comunicato della Presidenza del Consiglio che rivela i colloqui riservati fra Prodi e Tronchetti (fra l’altro quel comunicato è ora oggetto di indagine della Sec, la Consob americana, perché vengono tirate in ballo Time Warner, General Electric e la stessa Telecom: quotate a Wall Street).

A quel punto, Tronchetti fa arrivare ai "suoi" giornali, Corriere della Sera e Sole 24 Ore, il documento in "power point" ricevuto da Rovati, con tanto di biglietto autografo. Due giorni di guerra senza frontiere, e venerdì sera un consiglio di amministrazione della Telecom accetta la scelta di Tronchetti di dimettersi da presidente del gruppo.

Arriva Rossi

Si fa sostituire da Guido Rossi, l’uomo che tutti identificano "vicino" a Massimo D’Alema. E’ lo schiaffo estremo di Tronchetti a Prodi. In tutti questi giorni, infatti, il silenzio intorno alla vicenda di Ds e Margherita è stato emblematico. Prodi lo ha capito. Ed ora per tenere insieme la coalizione, si appoggerà ancora di più agli altri partiti della maggioranza. Come? Soddisfando le loro richieste in materia di conti pubblici. E la finanziaria diventerà la camera di compensazione della vicenda Telecom. L’exit strategy di Prodi per allungare la sua permanenza a Palazzo Chigi. Le dimissioni di Rovati rientrano in questo schema.
 

29 agosto 2006
Regolamenti di conti sotto la Quercia

E così anche Turiddo Campaini, duro tra i duri oppositori di Giovanni Consorte e della fusione Unipol-Bnl lascia la presidenza della Finsoe, finanziaria di controllo di Unipol assicurazioni. La vicenda degli oppositori alla fusione assicurazione delle coop rosse-Banca nazionale del lavoro ricorda sempre di più il giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, nel quale i protagonisti sono uccisi uno per volta.

Franco Bassanini, antifusionista doc e grande lobbista della Fondazione Monte dei Paschi, non è stato riconfermato parlamentare. Così Lanfranco Turci, doppio «traditore» perché anche ex presidente della Lega coop. Vannino Chiti, già potente numero 2 ds, è ministro dei Rapporti con il Parlamento. Nessuno si ricorda più di lui: volete paragonare il suo potere con quello di Pierluigi Bersani o con quello del viceministro Vincenzo Visco? In Toscana domina il dalemiano Mario Filippeschi. Anche gli ufficiali milanesi della Guardia di Finanza, che avevano indagato solertemente sull’Unipol, hanno corso qualche rischio: approfittando della calda estate Visco è parso volere fare piazza pulita.

E ora tocca a Campaini, presidente della potente Unicoop di Firenze, perno dell’opposizione anti-Consorte contro le megacooperative emiliane, che pur sconfitte sulla fusione hanno piazzato il loro uomo di maggiore peso al posto di Consorte: Pierluigi Stefanini, presidente di quella coop Adriatica che ha il cuore a Bologna e in Romagna, ma estende il suo «impero» in Veneto e nelle Marche.

Ma - si dirà - Campaini se ne va per l’arrivo di Carlo Salvatori, solido banchiere, già presidente di Unicredit: che cosa c’entra con i regolamenti di conti in casa ds. La questione non è il tecnico né qualche stupido pettegolezzo sulle passate sintonie tra Salvatori e il dannato Antonio Fazio. Il problema sono coloro che «dentro» i ds hanno fatto da sponda agli Abete, ai Della Valle e altri nemici della «fusione». Poi, per quello che riguarda le forme, uno come Stefanini, cresciuto nel potentissimo apparato del Pci bolognese, sa bene come comportarsi. In questo è nettamente superiore all’irruento Consorte che sfidava apertamente gli oppositori.

Insomma se si va a rileggere l’elenco dei ds anti-Consorte dello scorso autunno, gli unici due sopravvissuti sono Giorgio Napolitano, però più soggetto a uno sfogo di malumore che vero oppositore, e Giuseppe Mussari, allora presidente della Fondazione oggi della Banca Monte dei Paschi, quest’ultimo protetto dal formidabile potere del municipalismo senese. Persino Antonio Polito, già direttore del quotidiano già dalemiano Il riformista e intimamente legato a un altro imprevisto «traditore», Claudio Velardi, ha dovuto lasciare i ds per rifugiarsi nella Margherita.

È un caso che l’ultimo regolamento dei conti interdiessino avvenga nel momento in cui la fusione tra Intesa e San Paolo di Torino viene benedetta dai prodiani? Ma che c’entra la politica con quest’ultima operazione? Come ha detto Sergio Chiamparino: i partiti sono estranei alla fusione. Così ha giurato anche il presidente del San Paolo, Enrico Salza: non si è parlato con i partiti - ha detto -, o almeno, «lui» non ha parlato con i partiti. Certo fa una qualche impressione leggere sul Corriere della Sera che prima Chiamparino e poi Piero Fassino avrebbero telefonato perché nei nuovi organigramma fosse garantito un posto di comando a Pietro Modiano. E, sempre secondo il Corriere, in quarantotto ore il problema sarebbe stato risolto in modo soddisfacente. Una forma di governance allargata o solo spargimento di dispettucci e velenetti all’interno del piccolo establishment?
 

28 agosto 2006
Guerra di potere al vertice di Unipol

Per ora, tutti presi dallo scacchiere delle cariche e dalle pedine che si stanno muovendo, nessuno parla della vera posta in gioco che sta spaccando il mondo delle Coop rosse: sono i 2 miliardi di euro con cui Unipol è uscita dall’avventura Bnl, per la quale aveva anche chiamato gli azionisti ad aumentare il capitale. È un bel gettone da piazzare sulla mappa del risiko bancario: soprattutto pensando al fatto che con Bnl, grazie alla benedizione dell’ex governatore Antonio Fazio, il gruppo emiliano ce l’aveva quasi fatta. In programma c’era la fusione Unipol-Bnl, colosso di bancassicurazione che avrebbe spinto a reazioni a catena, come accade sempre in un settore dopo un’operazione tra soggetti importanti. Quello che poi è accaduto fa ancora parte delle cronache giudiziarie: lo scandalo Bpi, l’arresto di Gianpiero Fiorani, il coinvolgimento di Fazio, le sue dimissioni, e, in parallelo, la frettolosa (ma ricca di plusvalenze) vendita di Bnl ai francesi di Bnp Paribas, l’uscita di scena di Giovanni Consorte e la nomina di alcuni «traghettatori» verso un recupero di credibilità e trasparenza.

Con questo preciso mandato a gennaio Turiddo Campaini, oggi dimissionario, fu eletto presidente della Finsoe, la finanziaria che controlla Unipol, a sua volta posseduta da Holmo, che appartiene a 30 cooperative (il grafico illustra bene il sistema di controllo). L’incarico affidato a Campaini, storico presidente della Unicoop Firenze, una delle più grandi cooperative di consumo in Italia, fu subito visto come un punto a favore del mondo cooperativo toscano rispetto a quello emiliano, tradizionalmente più forte, rappresentato dal presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.

Campaini era stato fiero oppositore di Consorte alla scalata della Bnl, e aveva sostenuto il disegno alternativo di un’integrazione tra Unipol e Montepaschi, ideologicamente più congruo e facilitato dal fatto che il sistema delle coop, sommando le singole quote, è il secondo azionista della banca senese dopo la Fondazione; mentre Mps, a sua volta, è il secondo socio di Finsoe.

Eppure a soli otto mesi dalla sua nomina, Campaini annuncia le sue dimissioni (anticipate alla Lega addirittura a giugno), seguito dal suo vice, Claudio Levorato. Il braccio di ferro sbilancia di nuovo le strategie verso l’Emilia? Pare, per il momento, di sì. A Campaini il «traghettatore» non è piaciuta la nomina di Carlo Salvatori ad amministratore delegato di Unipol. Il banchiere (ex Unicredit) è persona ineccepibile: ma il fatto che Consorte lo avesse già designato a guidare il colosso mancato, agli occhi dei «toscani» getta un’ombra. In altre parole, egli rappresenta, suo malgrado, una sorta di scomoda continuità.

Le dimissioni - non ufficializzate e sulle quali ieri da esponenti della Lega sono giunte precisazioni di rito - dovrebbero avere effetto dal 15 settembre, in coincidenza con la presentazione del piano industriale di Unipol.
Ma l’ultima parola non è ancora detta. Il braccio di ferro, infatti, è ancora in corso: ed è sui metodi di comando e di gestione del complesso mondo cooperativo. Da una parte c’è un modello «laico», che trova espressione in una gestione manageriale e in alleanze esterne all’universo rosso. Dall’altra c’è il modello «ortodosso», d’impronta strettamente cooperativa, focalizzato sui soci e sui loro alleati. Campaini è il sostenitore del secondo, e se fosse questo a prevalere egli rientrerebbe automaticamente in gioco.

Giovedì ci sarà una prima verifica: Mps deve scegliere il proprio partner assicurativo, e Unipol non è tra i candidati. Qualcuno si spinge persino a ipotizzare, dopo le dimissioni di Campaini, l’uscita dei senesi dal capitale di Finsoe.

Le dimissioni di Campaini e di Levorato finirebbero per agevolare un altro disegno: quello di identificare i vertici di Holmo (il cui consiglio si riunisce venerdì) e Finsoe, semplificando la filiera ed evitando duplicazioni. Sforbiciando, in altre parole, delle frange di potere, in un’ottica di indirizzo politico sempre più marcato.
 

19 agosto 2006
Coop fa il pieno coi farmaci: una manna il decreto Bersani

Gli ipermarket Coop vendono più medicine che spaghetti. A una settimana dall’apertura dei primi tre corner shop di medicinali da banco e senza obbligo di ricetta, gli effetti delle liberalizzazioni introdotte dal decreto Bersani a fine luglio si sono rivelati una manna per i fatturati dei tre ipermercati sperimentali del gruppo «Coop Estense» di Carpi (Modena), Ferrara e Bari.

Il boom di vendite di analgesici e antidolorifici come Moment, Tachipirina, Maalox e Aspirina potrebbe anche essere la conseguenza di improvvisi attacchi di mal di testa, febbre alta e acidità di stomaco, ma Federfarma (l’associazione nazionale dei titolari di farmacie) ritiene che sia soltanto «un trionfo commerciale». Ovvero, un risultato che ha permesso a Coop Estense di superare le vendite di pasta, riso e farina messi insieme per un fatturato (quello dei soli farmaci da banco e senza obbligo di ricetta) che raggiunge l’1,90% dell’intero volume di vendita. I tre corner shop hanno registrato una presenza media di 400-500 clienti al giorno pronti ad acquistare analgesici e antidolorifici scontati del 20, 25 e 30% rispetto alle farmacie. Nonostante i numeri si riferiscano a un periodo così breve, il direttore commerciale del gruppo, Eddy Gambetti, sottolinea che «questa prima risposta dei consumatori è andata oltre le nostre previsioni».

In base alla percentuale totale delle vendite dell’ipermercato di Bari, i farmaci occupano 1,90%, mentre quelli di Carpi e Ferrara l’1, 50 per cento. La spiegazione sulla disparità di incassi è di natura sociale: «Chi abita al Sud ha un minor reddito e un bisogno di maggiori tutele - spiega Gambetti - e comunque nelle farmacie meridionali gli sconti sono meno frequenti rispetto al Nord».

L’entusiasmo delle cooperative per gli effetti delle liberalizzazioni era stato covato con largo anticipo rispetto all’approvazione in Parlamento del decreto del ministro dello Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Il via libera era arrivato con l’accordo tra il ministro della Salute, Livia Turco, e i vertici di Federfarma. Oggi, stravolte le regole che regolamentavano la vendita dei farmaci, «Coop Italia» ha annunciato l’intenzione di voler bollare con il proprio marchio integratori vitaminici e medicinali come l’Aspirina per poi metterli in commercio con sconti del 50% rispetto ai prezzi del mercato. Il gruppo commerciale specifica che a partire dal prossimo anno aprirà altri 150 punti vendita per un totale di circa 500 nuove assunzioni di farmacisti. «Ma faremo di più - aggiunge il vicepresidente di Coop Italia, Riccardo Bagni - perché abbiamo intenzione di abbinare alla vendita dei medicinali anche altri servizi come la misurazione della pressione e la possibilità di prenotare esami attraverso accordi con le Asl». Entro la fine di settembre, Coop Estense aprirà altri sette banchi per la vendita in Puglia e sei in Emilia Romagna.

Dall’altra parte della barricata, Federfarma (si era fortemente opposta ai progetti del governo con slogan del tipo «contro il capitalista Bersani che vuole affidare la salute alle Coop» e «Bersani trasforma i farmaci in pesci e pani»), osserva l’evolversi della situazione e non sembra sorpresa dal primo bilancio sulle vendite. «Questo boom conferma le nostre teorie - spiega al Giornale il segretario nazionale dell’associazione, Franco Caprino -: fino a ieri si andava in farmacia quando se ne aveva bisogno, oggi si compra un farmaco per un semplice impulso all’acquisto. Oltre a essere un’abitudine pericolosa, non va neanche a vantaggio del consumatore perché, se da una parte il cliente acquista una confezione di Aspirina a prezzo scontato, dall’altra spende comunque dei soldi senza che ci sia la necessità. Tutti andiamo a fare la spesa e sappiamo come la grande distribuzione riesca a convincerci a farci mettere nel carrello quello che vogliono».

Secondo Caprino i risultati diffusi da Coop Estense sono la prova provata di un «trionfo commerciale». E aggiunge: «Da oltre un anno la grande distribuzione premeva per la realizzazione di questo sistema - conclude - e stanno procedendo spediti verso la nascita di grossi monopoli. Purtroppo la situazione politica attuale non fa nulla per impedirlo».

Supermercati a gonfie vele e farmacie deserte? «Ancora non lo sappiamo, è troppo presto per fare i conti».
 

13 agosto 2006
Le economie di Vendola: 3 milioni per «Casa Puglia» a Bruxelles

A Bruxelles! A Bruxelles! La corsa delle Regioni ad aprire «ambasciate» nella città che ospita le istituzioni dell’Unione europea è ricominciata. I cittadini pugliesi saranno felici di sapere che dal 25 luglio sono proprietari di un immobile a Bruxelles. La giunta regionale rossa guidata da Nichi Vendola ha deliberato l’acquisto di un immobile di 800 metri quadri per 2,1 milioni di euro. Ai quali se ne aggiungeranno 600mila per la ristrutturazione necessaria a trasformare i tre piani (più mansarda) dell’elegante palazzotto nella nuova «Casa Puglia» di cui tanto si sentiva il bisogno.

Un anno fa, di fronte a inchieste giornalistiche e polemiche politiche sugli sprechi, i governatori avevano lanciato un segnale di buona volontà: basta con le sedi faraoniche, meglio uffici comuni e più sobri. Proposito presto dimenticato. E così, con 2,7 milioni di euro, la Puglia si mette alla pari con le Regioni più intraprendenti nell’edilizia di rappresentanza all’estero.

Non che finora i governanti pugliesi in trasferta a Bruxelles fossero costretti a prendere gli appuntamenti nei retrobottega dei bar. Una sede c’e l’avevano dal 2000. E anche molto vicina al Parlamento europeo: quattro stanze in un edificio pieno di uffici in Rue du Luxembourg. Costo: 42mila euro all’anno più tasse.

Ma insomma: appena 150 metri quadrati in un anonimo condominio con un solo posto macchina in dotazione... e in affitto, per giunta! Situazione non più tollerabile per l’amministrazione di centrosinistra, «che intende dare un impulso molto forte alla sua presenza a Bruxelles, valorizzando al massimo la sua presenza istituzionale (...) e trasformando l’ufficio di rappresentanza così come esso è oggi in una presenza articolata della Regione nel suo complesso».

Parole di Vendola, messe a verbale nella delibera con cui, nel novembre dello scorso anno, la giunta ha bandito la gara per trovare una nuova sede. Requisiti dell’immobile: almeno mille metri quadri di superficie, palazzo indipendente e libero, zona centrale, costo massimo 2,7 milioni di euro.

L’annuncio, pubblicato a dicembre sul Sole 24 Ore e su due quotidiani belgi, non passa inosservato. A gennaio arrivano in Puglia 23 offerte (una addirittura di 5 milioni di euro). A febbraio una commissione nominata dalla Regione le valuta, «salvandone» solo cinque. A marzo due membri della commissione volano in Belgio per il sopralluogo decisivo e scelgono il migliore immobile per «ubicazione, contesto architettonico e prezzo».

Ed eccola, quella che tra pochi mesi diventerà «Casa Puglia». Il palazzotto si trova in Avenue de Tervuren, quartiere residenziale vicino al Parco del Cinquantenario e a una fermata di metropolitana dalla sede della Commissione europea. Un esempio di «eclettismo architettonico» con conchiglie ornamentali sul cornicione, accenni di decorazioni floreali, bovindo (loggia vetrata) su due piani e balconcino al terzo.

In primavera la perizia di una società di consulenza immobiliare ingaggiata dalla Regione conferma il prezzo stabilito dalla società venditrice. Infine, pochi giorni fa, l’ultima parola della giunta, che rivendica la scelta per due ragioni. Primo: «Comprare conviene per l’abbattimento dei costi di affitto». Secondo: c’è la necessità di fare un salto di qualità nella rappresentanza istituzionale, coinvolgendo altri enti pugliesi.

«La giunta - spiega Vendola agli assessori nella seduta del 22 novembre - intende lavorare alla creazione a Bruxelles, sull’esempio di esperienze regionali là già esistenti, di “Casa Puglia”, con ciò intendendo la presenza accanto all’Ente Regione di soggetti istituzionali, economici, culturali, produttivi (dalle Università alla Fiera, dalle organizzazioni professionali ai sistemi camerali, eccetera) la cui attività si interfaccia a più livelli con le sedi dell’Ue».

Vasto programma. Per il quale la giunta dovrà anche potenziare la dotazione di personale per la sede di Bruxelles. In quella attuale lavorano tre funzionari, un consulente estero e uno stagista. Decisamente pochi per la nuova «Casa Puglia». Serviranno rinforzi.
Ma c’è un’ultima cosa che i cittadini pugliesi saranno felici di sapere. Mentre compra «Casa» a Bruxelles, dopo 35 anni (cioè da quando sono state istituite le Regioni) la Puglia non ha ancora una «Casa» a Bari. E paga affitti (attualmente circa 5 milioni di euro all’anno) per immobili sparsi in tutta la città in cui sono sistemati (con disagi e periodiche lamentele) uffici vari, assessorati e persino il Consiglio regionale.

Problema storico, che non si può imputare certo alla giunta Vendola, insediatasi appena un anno fa. Ma era proprio il caso di investire a Bruxelles, non avendo un tetto a Bari?
 

7 agosto 2006
Raddoppia il gettito. Il premier: merito mio.
L’ex ministro ride: «In 80 giorni? Nemmeno il mago Otelma»

Il governo Berlusconi ha allargato la base imponibile, favorendo l’aumento delle entrate tributarie nel primo semestre 2006 così come registrato ieri dal Dipartimento per le Politiche fiscali di via XX Settembre. Il senatore di Forza Italia ed ex viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, è convinto che i risultati favorevoli siano anche stati determinati dalla politica dei condoni che ha favorito la regolarizzazione di una serie di rapporti aiutandone l’emersione. Il tutto senza penalizzare i contribuenti e senza minare la ripresa dell’economia italiana. Una sfida pesante per il centrosinistra che, dopo l’allarmismo elettorale, si ritrova in una situazione migliore delle previsioni ma senza volontà di fare marcia indietro di fronte ai propositi di una maggiore invasività del fisco nella vita dei cittadini.
Senatore Vegas, le entrate tributarie nel primo semestre 2006 sono aumentate del 12,3% su base annua a 179,1 miliardi di euro. Il 54% del totale è rappresentato dalle imposte dirette. Dunque, non è vero che le politiche fiscali del centrodestra hanno favorito i più ricchi tradendo il dettato costituzionale della progressività delle imposte?

«Il governo Berlusconi ha sostanzialmente allargato la base imponibile attraverso una riduzione delle aliquote nominali. Checché ne dica il centrosinistra, la politica dei condoni è servita per regolarizzare una serie di rapporti tributari. Il risultato è l’aumento del gettito. Per dirla con una battuta, il centrodestra ha realizzato una politica fiscale di sinistra. Sarebbe opportuno che la maggioranza e il governo, a questo punto, ripensassero l’intenzione di abolire il secondo modulo della riforma fiscale».
 

3 agosto 2006
Il governo Prodi fa sconti al lusso: Iva dimezzata sugli immobili di pregio

La manovrina contenuta nel decreto Bersani non sarà una stangata per tutti i soggetti di imposta. Alcuni contribuenti, anzi, potranno giovarsene. In primo luogo, gli acquirenti di immobili di lusso che si apprestano a vedere ridotto del 50% il prelievo fiscale sulle transazioni.

Il passaggio al regime di esenzione Iva per i fabbricati e le porzioni di fabbricati abitativi con conseguente applicazione delle imposte proporzionali di registro, ipotecaria e catastale determina un grosso cambiamento. Il decreto Bersani-Visco, ieri convertito in legge, non contiene nessuna specifica prescrizione per gli immobili definiti «di lusso» ai sensi del decreto del ministero dei Lavori pubblici del 2 agosto 1969. Tale stato di cose fa sì che queste dimore, finora soggette a un’aliquota Iva del 20%, siano vendute dalle società immobiliari in regime di imposte proporzionali che ammontano complessivamente al 10% del prezzo di vendita. Per l’acquirente privato si tratta di un bello sconto. Ad esempio, sull’acquisto di un bel casale in Umbria da un milione di euro ci si troverebbe a pagare 100mila euro di imposte di registro anziché 200mila euro di Iva con un risparmio netto di 100mila euro.

Ma anche alle società che hanno per oggetto la compravendita di immobili e alle imprese di costruzione e di ristrutturazione la manovrina del governo Prodi ha riservato qualche piacevole sorpresa. Innanzitutto, l’articolo 35 del decreto ha esteso il regime di esenzione Iva per le cessioni di immobili a uso abitativo effettuate dalle imprese di compravendita. In secondo luogo, l’articolo 40-bis (che contiene le disposizioni transitorie) prescrive che «gli atti e i contratti posti in essere nello stesso giorno della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (4 luglio 2006; ndr) in applicazione e osservanza della normativa previgente non costituiscono in nessun caso ipotesi di violazione». La norma, tradotta dal burocratese, significa che per tutti i contratti stipulati fino al 4 luglio scorso non sono previste sanzioni per l’adozione del precedente regime fiscale. Quindi per le compravendite soggette a Iva effettuate da imprese costruttrici, imprese di ristrutturazione e società del ramo immobiliare e finanziario non sarà necessaria la rettifica della detrazione.

Il comma 9 dell’articolo 35 del decreto, infatti, stabilisce che per i fabbricati abitativi posseduti dalle imprese costruttrici alla data del 4 luglio 2006, per i fabbricati sui quali siano stato effettuati interventi di ristrutturazione alla data del 4 luglio 2002, per gli immobili strumentali sui quali sia stata esercitata l’opzione per l’imponibilità Iva nel primo atto stipulato dopo l’entrata in vigore della legge non sarà necessario rettificare la detrazione dell’imposta di valore aggiunto.

Anche in questo caso si può parlare di sconto sui «fondi di magazzino» delle immobiliari e delle imprese edili. È prassi dell’ambito tributario, nella maggior parte dei casi, che il passaggio da un regime di imponibilità a uno di esenzione (come quello del decreto Bersani) determini conseguentemente una modifica delle detrazioni. In questo caso niente di tutto ciò: le società immobiliari potranno detrarre l’Iva sulle abitazioni acquistate prima del 4 luglio rivendendole in regime di applicazione delle imposte proporzionali di registro, tributarie e catastali. Si tratta di una goccia in un mare di stangate, ma è uno strano caso che due categorie come gli acquirenti di case di lusso e i gruppi immobiliari possano tirare un sospiro di sollievo grazie a Vincenzo Visco. Fino alla prossima imboscata.
 

2 agosto 2006
Fuori dalla galera anche i terroristi islamici

Al ministero degli Interni tentano di minimizzare. Sostengono che non si tratta di un’allarme ma di un «normale controllo necessario dopo l’indulto». Ma la circolare del capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che invita le questure d’Italia a monitorare gli immigrati che usciranno dal carcere prima del previsto dopo la legge approvata dal Parlamento, preoccupa non poco il Viminale. Il quale fa sua la circolare di De Gennaro e rivolge la stessa raccomandazione alle prefetture. Si tratta di un centinaio di persone, non di più, dicono alla sede del ministero dell’Interno. Ma di sicuro c’è che sono almeno un centinaio gli immigrati che sono stati condannati per falsificazione di documenti, favoreggiamento di immigrazione clandestina, e che secondo le accuse dei procuratori e secondo le indagini di polizia, erano in realtà dei terminali delle associazioni terroristiche dell’estremismo islamico. Fiancheggiatori di cellule. Non essendo stati condannati per terrorismo, adesso andranno fuori dal carcere e il capo delle Polizia ha subito disposto che, quelli che rimangono in Italia, non vengano persi di vista.

Non è facile sapere quanti sono e soprattutto per quali reati sono stati spediti in prigione i sospettati di terrorismo. Ma si sa che l’anno scorso, con l’operazione Tazir, almeno 90 marocchini sono finiti in galera con l’accusa di traffico di essere umani (reato escluso dall’indulto), ma che sono molti di più quelli finiti dentro per avere organizzato veri e propri centri di produzione di permessi falsi (500 sono stati sequestrati lo scorso novembre).

E chi è dentro per questo reato può rientrare nelle misure di indulto. È successo a Yossef Abdoui e Mohamedd Loubiri, due nordafricani condannati in appello lo scorso settembre a quattro anni e un mese per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla ricettazione di documenti falsi. Condannati in primo grado per associazione con finalità di terrorismo, in appello invece i giudici hanno escluso nel dispositivo della sentenza la sussistenza di contatti degli imputati con il terrorismo islamico. Visto che nessuno dei due ha presentato ricorso in Cassazione, sono rimasti in galera definitivamente. Sarebbero usciti tra un mese, ma con la legge sull’indulto hanno anticipato la libertà. Adesso sono destinati all’espulsione, visto che le pene accessorie sono rimaste valide. A febbraio del 2005 invece è stato arrestato a Napoli l’estremista islamico di origine algerina Arioua Abdelmajid. Era accusato di essere rientrato clandestinamente in Italia dopo l’espulsione. L’uomo era stato arrestato nell’ottobre del 2003 dalla Digos di Frosinone in esecuzione di un ordine di fermo dell’autorità giudiziaria di Cassino per i reati di agevolazione dell’immigrazione clandestina, contraffazione e ricettazione di documenti falsi, in concorso con altri. Nessuna imputazione di terrorismo, mentre per il Sismi si trattava di «un estremista islamico». È questo il dato che più preoccupa il Viminale. Sono molti gli immigrati accusati di rapporti border line con il terrorismo islamico ma che alla fine sono stati condannati per i reati di agevolazione all’immigrazione clandestina e ricettazione di documenti falsi.

Su di questi è puntata adesso l’attenzione del Ministero, che ha già ha dato seguito alla «preoccupazione» del capo della Polizia.
Verranno confrontati i nomi di quanti escono dal carcere con i dati raccolti dal Sismi e dal Sisde che solo lo scorso anno hanno visto raddoppiare le segnalazioni messe a punto dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo. In particolare le indagini del Sisde hanno evidenziato il ruolo centrale per diffondere l’ideologia terrorista di una serie di esercizi commerciali, come i Phone center, le macellerie halal, e altri luoghi di ritrovo diversi dalle moschee. In questi posti le forze di polizia hanno spesso arrestato personaggi sospettati, ma i processi si sono conclusi con la condanna per reati fuori dal terrorismo. È su questi che De Gennaro punta l’obiettivo.
 

31 luglio 2006
Il governo da il colpo di grazia alla TAV

La Tav e’ morta. Il corridoio 5, cioe’ il collegamento dell’Italia con i Paesi dell’Europa del Sud e dell’Est, sara’ solo un sogno. Prodi e il centrosinistra ancora una volta tradiscono la loro parola, ma cosa piu’ grave tradiscono gli interessi del Paese’’.

Il Ministro Di Pietro ha comunicato infatti che la Torino-Lione e’ stata esclusa dall’elenco delle leggi obiettivo ed e’ stata inserita tra le opere da realizzare con procedura ordinaria. Per chi non capisce il linguaggio burocratico, questo significa che il piu’ piccolo dei Comuni o delle associazioni ambientali puo’ impedire la realizzazione di un’opera prioritaria per il Paese.

Berlusconi in persona aveva ottenuto, nei sei mesi di Presidenza Europea, il finanziamento di quest’opera che rappresentava da sola, come indotto, centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma che soprattutto permetteva all’Italia di restare un Paese centrale in Europa.
Con questo atto irresponsabile, invece, il Governo Prodi butta via anni di lavoro e taglia fuori il Paese, per i prossimi 50 anni, dal circuito delle merci.

Il governo Prodi ha scelto di percorrere una strada tortuosa per cercare di conseguire l’obiettivo Tav. In pratica, si è concretizzato il rimando alla nuova Valutazione di impatto ambientale (Via) e alla Conferenza dei servizi che sceglie di fare a meno dello snellimento procedurale consentito dalla legge Obiettivo.

Ma come funziona la Conferenza dei servizi? Si tratta di uno strumento concertativo che riassume in un unico contesto i pareri, le autorizzazioni e i nulla osta delle amministrazioni pubbliche coinvolte in un procedimento (in questo caso la Tav in Val di Susa). Le fasi del processo saranno laboriose: la Conferenza dovrà pronunciarsi in primo luogo sulla fase iniziale della Via, poi sul progetto preliminare e infine su quello definitivo. Tenuto conto che anche i privati possono formulare osservazioni sul progetto definitivo e che si possono verificare situazioni di disaccordo tra le amministrazioni (a loro volta rimandate alla Conferenza Stato-Regioni o al Consiglio dei ministri, ndr), il rischio-caos non è solo un’ipotesi di scuola. Piccoli Comuni e associazioni ambientaliste avranno voce in capitolo.
 

29 luglio 2006
Di Pietro sconfitto: «Ma l’Unione la pagherà»

Dimissioni da ministro, ora che il «patto scellerato» sull’indulto è passato trionfalmente anche al Senato? Non se ne parla neppure.
La spiegazione di Antonio Di Pietro è complessa, ma il senso è chiaro: «Sull’indulto il centrosinistra ha ceduto a un ricatto di Forza Italia, ma che da questo ricatto la Cdl voglia ottenere il vantaggio di una coalizione che si sfascia a me pare una furbata che non si può consentire». E lui non lo consentirà, ça va sans dire. Però reclama un vertice dell’Unione, «prima delle vacanze», per «ridefinire il programma giudiziario: il centrosinistra la smetta di fare provvedimenti per assicurare l’impunità ad alcuni potenti e cominci a farne per far funzionare la giustizia», dichiara. Clemente Mastella, titolare della Giustizia e grande vincitore della giornata, se la ride: «Di Pietro? Credo che sia a occuparsi dei suoi cantieri», ironizza. Giusto l’altro giorno l’aveva per l’appunto invitato a risolvere i problemi della Salerno-Reggio Calabria, che alla politica giudiziaria ci pensa lui.

E infatti ieri il ministro delle Infrastrutture non si è proprio visto, dalle parti di Palazzo Madama: era a Milano («forse in Procura... », motteggiava Mastella) a parlare di autostrada pedemontana. Fuori dal Senato è rimasto un manipolo di suoi fedelissimi, una ventina più le bandiere di Italia dei valori, a strillare «vergogna» e «vogliamo un dittatore» ai senatori. Dentro, l’opposizione del suo partito all’indulto si è afflosciata come un soufflé mal riuscito: i cinque esponenti di Idv si sono divisi e in due (De Gregorio e Franca Rame) hanno ritirato le firme dai 1.500 emendamenti presentati. De Gregorio, presidente della Commissione difesa di Palazzo Madama, si è anche alzato in aula per annunciare che non avrebbe seguito le indicazioni del suo leader: «Mi regolo con un personale atto di codardia: mi asterrò, per questo primo atto di cristiana umiltà che Giovanni Paolo II chiese al Parlamento». La «codardia», evidentemente, è stata quella di non spingersi fino a votare a favore. E così, il paventato ostruzionismo dell’Italia dei valori non c’è stato: «Si sono dissolti, lasciando qui davanti quei poveri quattro gatti», sorride sollevato dopo il voto Giovanni Russo Spena, capo dei senatori di Rifondazione. «Non hanno nemmeno usato tutto il tempo che avevano a disposizione, altro che grande battaglia», infierisce il ds Gavino Angius.

Lui, Di Pietro, dice di «prendere atto» della sconfitta «con la serenità di chi ha fatto tutto il proprio dovere», e avverte: «è una scelta sbagliata di cui la maggioranza pagherà le conseguenze». E in verità la sua è un’opinione condivisa da una parte dell’Unione. Sono soprattutto i Ds, che ben conoscono gli umori forcaioli della propria base, a essere preoccupati: «Per questa cosa verremo massacrati, vedrete», gemeva a pochi minuti dal voto finale Massimo Villone, rivolto alla capogruppo Anna Finocchiaro. Cui ieri è toccato presiedere un’agitata riunione del gruppo dell’Ulivo, nella quale si sono manifestati molti dissensi e paure. Per l’impopolarità del provvedimento, per il metodo delle «larghe intese» che ai prodiani fa temere inquietanti sviluppi futuri, per la rottura dell’idillio con la magistratura militante. «Purtroppo c’è una larga fetta di opinione pubblica di sinistra che ama le manette», constata la bertinottiana Rina Gagliardi. In molti, a cominciare dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi, hanno fatto sapere che avrebbero votato sì solo per disciplina di gruppo. «Solo per il bene dell’Ulivo, visto che a maggioranza si è deciso di approvare la legge», dice la prodianissima Magistrelli. E anche Willer Bordon storce il naso: «Non sono un fan del carcere, ma non mi piace il patto di convenienza tra una parte del centrosinistra e la Cdl che sta dietro a quest’indulto», confida. Pensando ai Ds.
 

30 luglio 2006
Montezemolo ci ripensa e scarica Prodi

Intervista di Montezemolo a pagina due del Wall Street Journal, in un articolo che dà conto della delusione degli industriali nei confronti del governo.

Un’intervista al quotidiano della comunità d’affari internazionale nella quale Montezemolo boccia i primi mesi di governo della sinistra ed esprime dubbi sulla sua reale capacità di fare qualcosa in futuro. Nell’intervista le frasi virgolettate del leader degli industriali sono poche. Ma l’attacco è netto e supera d’intensità tutte le critiche che lo stesso Montezemolo ha riservato al precedente esecutivo di centrodestra.
«In questi due mesi, non ho visto un solo sforzo reale di riduzione della spesa. Alle stesso tempo le tasse sulle imprese sono aumentate». Colpa di una coalizione di governo formata da nove partiti la cui «coesione politica è debole», ha osservato mostrandosi pessimista sulle capacità di recupero dell’esecutivo su quelle che dovrebbero essere le priorità: promuovere la crescita e tagliare le spese.

Il primo giudizio degli industriali su quello che ha fatto il governo e su quello che potrebbe fare in futuro è «deprimente», osserva l’autore dell’articolo. Anche perché questo governo - e queste sono parole di Montezemolo - «sembra avere poco rispetto per il mercato e pochi riguardi per il ruolo delle imprese».

La delusione per i primi giorni di governo c’è. C’è anche l’attesa per la legge Finanziaria, ma l’entusiasmo è frenato dal giudizio sui primi passi. Come quello «timido» delle liberalizzazioni, qualcosa, quindi, «che è essenziale per la crescita futura del Paese. Io penso - ha aggiunto - che sarà molto difficile per il governo far progredire le liberalizzazioni più pesanti a causa delle divisioni interne» alla maggioranza.

 

21 maggio 2006
La clandestina moldava ospitata dalla ministra Melandri, una finta americana a Roma

Due singolari storie parallele, di qua e di là dall’Atlantico.

Roma, 2006: una clandestina moldava viene fermata dalla polizia e avviata al Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria, dove dichiara di alloggiare presso l’abitazione di Giovanna Melandri, neoministro del governo Prodi.

New York, 2001: una clandestina guatemalteca viene fermata dalle autorità americane e dichiara di alloggiare presso l’abitazione di Linda Chavez, neoministro dell’Amministrazione Bush.

Dichiara la Melandri: "Mi aveva fatto un’ottima impressione. Ma c’era il problema del permesso di soggiorno. Quindi le ho detto: prima facciamo i documenti, poi vieni a lavorare da noi".

Dichiarò la Chavez:"L’ho ospitata per un atto di compassione. Non era a stipendio, ma riceveva solo denaro, ogni tanto, per le sue necessità personali".

Le storie parallele finiscono, almeno per ora, qui.

Linda Chavez, "inciampata" nella colf irregolare, venne costretta da Bush alle dimissioni. Così come era accaduto a Zoe Baird, ministro della Giustizia di Clinton, che dovette dare forfait per aver assunto una dipendente senza le carte in regola e senza pagarle i contributi.

Giovanna Melandri, ministro della Repubblica le cui leggi ha appena giurato con voce stentorea di rispettare, dinanzi al Capo dello Stato, ospitava una clandestina con precedenti per documenti irregolari e decreto di espulsione. Una vicenda analoga ad altre centinaia che hanno trascinato normali cittadini in un mare di guai.

Ma la Melandri non è un normale cittadino, né si sente tale. Se la Melandri non è la Chavez, neanche Prodi è Bush. Indovinate come finirà?

 

20 maggio 2006
Il ''governino'' Prodi nei giudizi della stampa estera

Non sono teneri i giudizi della stampa straniera sui primi passi del governo Prodi. Il piu’ duro e’ stato certamente lo spagnolo El Pais che ha titolato l’editoriale con un secco "Il Governino". "Fra il veto degli uni e le minacce degli altri - scrive il quotidiano madrileno - Romano Prodi e’ stato costretto a giocare all’alchimista, anticipando le difficolta’ che dovra’ affrontare nella gestione quotidiana del potere". "Il balletto delle poltrone - aggiunge - e’ andato avanti fino a poco prima dell’annuncio, mettendo in dubbio la capacita’ e l’indipendenza del prossimo presidente del Consiglio".

Dalla Francia giungono commenti altrettanto freddi dal Figaro, che riporta: "Prodi forma un governo di compromesso" e fa notare come al suo interno siano presenti due esponenti, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Di Pietro, giudicati "leader turbolenti".

Liberation, giornale della sinistra francese, nota come sia frutto di una "fragile alchimia" l’esecutivo e ricorda come il nuovo ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, abbia "posizioni molto critiche su Israele" insieme ad "aperture nei confronti di Hamas". Nell’articolo si ricorda come il primo governo Prodi del 1996 fosse ricco di membri del mondo accademico, mentre questa volta "si e’ essenzialmente accontentato di aprire le porte al banchiere Tommaso Padoa Schioppa".

Si fa notare, inoltre, come uno dei membri dell’attuale compagine, Clemente Mastella, sia stato nominato Guardasigilli "nonostante i suoi frequenti attacchi contro alcuni giudici accusati di avere ’creato un clima di terrore’, e dopo essere stato, come ricorda il giornalista Marco Travaglio, ’testimone al matrimonio di un mafioso che forni’ documenti falsi al padrino dei padrini Bernardo Provenzano’".

Il giornale parigino del pomeriggio Le Monde titola: "Romano Prodi ha costituito il suo governo", per il giornale il nuovo esecutivo "ha tre caratteristiche principali: e’ molto numeroso, e’ molto politico ed e’ molto europeo". Prodi viene giudicato "leader senza partito", e ha dovuto "tener conto dei fragili equilibri all’interno di una coalizione eterogenea che va da un centro di ispirazione democratico-cristiana a due partiti comunisti". Il giornale sottolinea che "le personalita’ delle societa’ civile, numerose nel governo Berlusconi, sono quasi sparite ad eccezione di Tommaso Padoa Schioppa".

Dal britannico Financial Times giungono parole meno pesanti nei confronti del Professore con un titolo neutro come "Prodi nomina la sua squadra". "I compiti piu’ urgenti che si trova di fronte l’esecutivo italiano - scrive il il quotidiano economico della City - saranno quelli di produrre una valutazione rigorosa delle finanze pubbliche e annunciare nuove misure per frenare il crescente deficit di bilancio e il debito pubblico".

Il Guardian non si risparmia e su Mastella titola: "Il ministro della Giustizia italiano collegato a un’inchiesta sulla mafia", e nel sottotitolo rincara la dose accusando il nuovo premier di avergli dovuto dare l’incarico "per mantenere il difficile equilibrio di potere", altrimenti "il futuro del suo governo di centrosinistra sarebbe stato in pericolo". Il giornale ricorda, inoltre, che come ministro dell’Economia sia stato nominato Padoa-Schioppa, che avra’ il compito di occuparsi delle "finanze traballanti" del nostro paese.

Il tedesco Sueddeutsche Zeitung titola: "Grosse Koalition all’italiana" e sottolinea come si voglia riformare il paese "con una variopinta dozzina di partiti". "Romano Prodi - continua il giornale bavarese - nelle ultime settimane ha lavorato giorno e notte con i suoi partner della coalizione per mercanteggiare le poltrone ministeriali, accontentare partiti grandi e piccoli, appianare contrasti, tener conto delle vanita’ personali e resistere alle prime minacce di rottura della coalizione".

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung, invece, preferisce titolare sul valore che potra’ offrire Padoa-Schioppa all’esecutivo, giudicandolo "il principale sostegno di Prodi".

Anche il giornale economico Handelsblatt, titola "Il difficile cammino dell’Italia per uscire dalla crisi" facendo riferimento alla note difficolta’ economiche del nostro paese. "Solo una politica economica completamente nuova puo’ - continua il giornale di Dusseldorf - salvare il paese dal disastro economico".

Il New York Times conferma i dubbi sulla "tenuta" del nuovo governo, titolando "Prodi giura, ma all’orizzonte si profilano problemi politici ed economici". "In un periodo in cui l’Italia deve affrontare difficili problemi economici - continua il piu’ famoso quotidiano della costa orientale -, e compromessi politici per superarli, la suddivisione dei seggi e’ stata complicata", e, raccontando alcuni particolari dell’ultima ora, continua: "Almeno un partito ha minacciato di andarsene se non avesse avuto un posto di rilievo, un pericolo potenzialmente fatale al governo di Prodi, vista la risicata maggioranza alle elezioni del mese scorso". Il giornale, come la gran parte di quelli europei, cita Mastella: "È piu’ conservatore di molti altri e ci sono voci che la sua nomina possa complicare qualsiasi tentativo di riconoscere le unioni tra omosessuali".

Durissime le parole del moderato giornale israeliano Yedioth Ahronoth, che dopo la nomina di D’Alema come ministro degli Esteri, giudica ormai finito il "rapporto d’amore fra Israele e l’Italia". Nell’articolo firmato dal corrispondente da Roma e attuale presidente dell’Associazione stampa estera, Yossi Bar insieme a Itamar Eichner, si ricorda come l’attuale inquilino della Farnesina abbia giudicato in passato lo stato ebraico come uno "stato terrorista" e aver espresso "in passato la sua opposizione alla costruzione di insediamenti, della barriera in Cisgiordania e dell’attivita’ dell’esercito israeliano nei territori".

 

19 maggio 2006
Governo Prodi record di poltrone

Il primo dato certo è che questo governo ha un ministro in più dell’ultimo esecutivo guidato da Berlusconi e che per far contenti tutti ha dovuto "spacchettare" alcuni dicasteri. Ma quando il leader della Cdl presentò la sua squadra, il 23 aprile del 2005, ci fu un’aggressione compatta della sinistra contro la lottizzazione la spartizione delle poltrone.

Pecoraro Scanio, l’uomo che ride ai funerali dei morti di Nassiryia, parlò di "bis peggiore della prima", di "lifting malriuscito....Aumentano i ministeri, i partiti, si passa da un quadripartito ad un esapartito, le poltrone ed aumenterà anche il caos". Adesso, ovviamente, non protesta per l’aumento dei ministeri.

Bersani ironizzò: "Si danno più poltrone ai perdenti delle Regionali". Cioè a Forza Italia. Basta dare un’occhiata a quanti ministri oggi sono targati Ds e Margherita, cioè i partiti che sono andati ben sotto le aspettative alle elezioni, per sorridere. Bertinotti, addirittura, sottolineava "un gran valzer di ministeri come nelle porte girevoli". Lui che con la lottizzazione ha incassato la presidenza della Camera e ha dovuto rimetterci come numero di ministri (uno solo), nonostante fosse il vero vincitore della coalizione.

Fassino parlò di "governo della disperazione pensato non per governare l’Italia ma unicamente per tenere insieme i cocci di una coalizione ormai a pezzi". Chissà perché viene alla mente l’attuale governo, che ha dispensato seggiole e poltrone proprio per evitare che Prodi esca di strada alla prima curva. Sempre che non accada ugualmente.

 

18 maggio 2006
Appena arrivati e già occupano anche lo sport

"Dopo la Federazione Calcio, dobbiamo pensare al Coni". Parola di Fassino. Come a dire: abbiamo fatto il pieno di benzina "rossa" nelle istituzioni, tre su tre, ora "avanti tutta" alla conquista delle cittadelle del potere. Che si tratti della Rai ("fuori Mimun") o che si tratti dello sport, i Ds mettono subito i piedi nel piatto e manifestano senza alcun pudore la loro naturale inclinazione a occupare tutto l’occupabile.

Per intanto a Guido Rossi l’incarico di sistemare la partita del calcio. Con l’affannoso tentativo di incasellarlo come "indipendente", seppellendo i suoi trascorsi di parlamentare (miliardario) dei Ds. Santificato all’inverosimile, una sorta di genio che non ne sbaglia una, dalla Montedison alla Consob, con qualche piccola macchia dimenticata: era lui o un suo omonimo, quel Guido Rossi che partecipò alla decisione di cedere Telekom Serbia a Milosevic, per l’inverosimile cifra di 910 milioni di marchi? Non fu certo un buon affare per l’Italia, ma qualcuno certo ci guadagnò.

Ecco, dunque, i Ds alzare il tiro. Non solo calcio, qui "va aperta una riflessione sul funzionamento del Coni e delle federazioni", dice Fassino alla Gazzetta dello Sport. Manifestando il proposito di "mettere in sicurezza tutto l’organismo, prima di scoprire che il cancro si è esteso".

Che cosa intende il segretario diessino? Lo chiarisce meglio il deputato Giovanni Lolli, candidato a sottosegretario nel prossimo governo e motore, nella precedente legislatura, dell’indagine conoscitiva sui problemi del calcio (con risultati zero).

Secondo Lolli al ministro (naturalmente dei Ds) che si occuperà di sport dovrà essere attribuito "un ruolo né passivo né burocratico". E’ il suggello a un disegno a largo raggio che, ci fa sapere il Riformista, "non si ferma alle 142 società esistenti, ma va allargato alle 13mila società dilettantistiche e a tutte le forme di sport, a partire da quelle di base:scuola, politiche per la salute, attività impiantistica".

Le mani (diessine) della politica su tutto lo sport, nevralgico motore di consenso. Come nelle dittature.

 

17 maggio 2006
Nasce il governo Prodi: la lista degli scontenti

Come in una bella favola, il 17 maggio, è nato il governo e furono tutti felici e (s)contenti.

Sì, perché le soluzioni trovate da Prodi per chiudere la difficile lista dei ministri (sui sottosegretari si sa poco) hanno scontentato quasi tutti.

Ogni partito dell’Unione avrà almeno un ministro, ma la maggior parte di loro avrà solo quello, e in una posizione di secondo piano.

Sono scontenti i Comunisti di Diliberto, che volevano un uomo indicato da loro, il professor Alberto Asor Rosa, all’Università e alla Ricerca e l’avevano pressoché ottenuto, quando i Ds li hanno sfrattati per far posto a Mussi. E alla fine si sono accontentati di un professore universitario ai Trasporti.

Sono scontenti i Comunisti rifondanti di Bertinotti perché il loro unico ministro, Paolo Ferrero, avrà sì il ministero del welfare, ma senza le deleghe per il lavoro (che vanno al diessino Cesare Damiano) e per la famiglia (che vanno alla margheritina Rosy Bindi). Per cui l’unico welfare di cui Ferrero si occuperà sarà il suo.

Sono scontenti i Radical-socialisti della Rosa nel Pugno: volevano essere trattati come Mastella, ma ahi loro, non hanno senatori e così non hanno potuto scrivere sulla scheda per l’elezione di Marini "Francesco" invece di Franco e conquistare così un ministero di prima fascia come la Giustizia assegnata proprio a Mastella (che tra l’altro avrà, unico, il privilegio di non dimettersi dal Senato, cosa che dovranno fare gli altri senatori membri dell’esecutivo). Così a Emma Bonino andranno, a quanto pare, le politiche comunitarie e il commercio con l’estero e a Ugo Intini il bis delle elezioni dove era candidato al Senato: cioè niente.

Così la Bonino ha deciso di accettare, a condizione che la maggioranza si impegni a far avere loro quei quattro seggi rivendicati al Senato e che per ora sono stati attribuiti a Ds e Margherita. Vedremo cosa se ne farà, ma è certo che la Casa delle Libertà deve sostenere con decisione la tesi della Rosa, che ha il pregio di rendere la "maggioranza" al Senato ancora più instabile e attraversata da ricatti interni.

Sono scontenti e chi lo avrebbe detto visto che si prendono ben 11 ministri su 26 (anche se Giuliano Amato continua a essere considerato un monatto del socialismo europeo) i Ds.

D’Alema voleva essere l’unico vicepremier e invece si vede affiancato da Rutelli. Povero Massimo, ha espresso tre desideri, e nessuno è stato esaudito.

Bersani, invece, doveva essere a capo del superministero dello Sviluppo Economico (il nuovo nome delle Attività produttive), ma ha perso la delega sul commercio estero e non avrà quella sulle aziende di proprietà statale (che resta al Tesoro).

Visco si dovrà probabilmente acconciare a essere viceministro per le finanze, che è come se affidassero Dracula ai servizi sociali.

Violante, che per cinque anni ha tirato la carretta del gruppo parlamentare alla Camera, dopo aver accarezzato nel 1999 il sogno del Quirinale, subirà un’altra delusione: al governo non c’è posto per lui.

Sono poi scontente le donne. Dovevano essere il 30% e sono solo il 24%. E in ruoli non esaltanti: la Bindi e la Turco alla famiglia e alla salute, la Pollastrini alle pari opportunità, la Melandri ai giovani e sport, in veste di ex (giovane) non rassegnata, la Lanzillotta agli Affari Regionali (così potrà dare una bella consulenza al marito, Franco Bassanini, rimasto a spasso prima del 9 aprile).

Chi è contento allora? Sicuramente Prodi, che alla fine qualcosa che assomiglia a un governo lo ha partorito e, soprattutto, ha infilato alcuni suoi uomini in ruoli chiave: Amato agli Interni, Parisi alla Difesa, Padoa Schioppa all’Economia. Oltre ai fidi Santagata all’Attuazione del programma e De Castro all’Agricoltura.

Il governo Prodi nasce e otterrà la fiducia. Ma nasce con il piombo nelle ali per tre motivi.

Il primo è che non godrà della "luna di miele" con gli elettori. Le elezioni hanno creato delusione anche a sinistra e la fine delle aspettative positive. Lo spettacolo dell’occupazione del potere di questo mese è stato - come ha detto il diessino Cesare Salvi - squallido e ha disgustato molti.

Il secondo è che la scontentezza dei molti partiti può solo a crescere. E per un governo che ha bisogno di tutti, ma proprio tutti i suoi voti parlamentari non è garanzia di durata.

E il terzo, infine, è che - come scrive Ostellino nel fondo del Corriere della sera di oggi - "nasce un governo sbilanciato a sinistra, persino rispetto alle aspettative di gran parte dei suoi elettori [...] per non parlare delle preoccupazioni di chi non l’ha votato".

Il governo è nato e a noi spetta il compito di aspettarlo al varco e martellarlo con la stessa intensità con cui abbiamo martellato l’Unione in campagna elettorale. La sinistra dà l’impressione di avere grande professionalità nella conquista e nella gestione del potere. Ma non facciamoci abbagliare dal mito. Anche nel 1996 sembravano destinati a un quinquennio di governo, ma solo due anni dopo caddero, e in malo modo, in Parlamento, dando prova di totale insipienza. Beh, quelli di oggi sono gli stessi di allora.

 

22 maggio 2006
Primo scontro tra i ministri

Scontro tra ministri per il ponte sullo stretto: Bianchi non lo vuole, Di Pietro è possibilista. Ma non si sa chi deve decidere. Oggi un vertice.

Dalla lite alla guerra aperta.

Il governo Prodi si spacca sul Ponte di Messina: da una parte il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, per il quale il progetto «è stupido e dannoso», dall’altra quello delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: «Io sono qui per costruire, non per evitare le opere pubbliche.

Presto si tornerà al ministero dei Lavori pubblici separato da quello dei Trasporti».

Il premier ha convocato d’urgenza i due per un vertice.

 

23 maggio 2006
Appena insediati e già pensano ad aumentare le tasse

Vincenzo Visco passa all’offensiva. E lo fa modo suo: annunciando tasse, come era stato più volte denunciato dalla Casa delle Libertà in tutta la campagna elettorale.

Anche per evitare di essere offuscato mediaticamente da Tommaso Padoa Schioppa, il vice ministro dell’Economia (ministro delle Finanze nei fatti) annuncia un decreto per reintrodurre la tassa di successione e per aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie. Le due misure, inizialmente messe a punto dall’Unione per tamponare il mancato gettito del taglio di cinque punti del cuneo fiscale e contributivo (sempre più in forse), ora serviranno per coprire il gettito che verrà meno dall’abbandono del concordato fiscale.

Sull’argomento "tasse", Visco è sicuro. Senza ombra di dubbio - dice - verrà reintrodotta la tassa di successione ed aumentate le tasse sulle rendite finanziarie. Ed aggiunge: "vedremo con quale strumento tecnico".

Una precisazione che, nella sostanza, esclude l’introduzione delle due tasse nella legge finanziaria; con la conseguente possibilità che le due misure vengano anticipate per decreto.

Una scelta che potrebbe essere determinata dalla volontà di rinunciare al gettito del concordato fiscale di quest’anno, che - nelle intenzioni del precedente governo - avrebbe portato nelle casse dello Stato circa un miliardo di euro. I conti pubblici sono al disastro - osserva Visco - ma basta condoni.

Se la rinuncia al concordato fosse realmente sostituita per decreto dall’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie e dalla reintroduzione della tassa di successione, il governo di Romano Prodi avrebbe seri problemi con il mondo imprenditoriale. Nelle sue dichiarazioni programmatiche, il presidente del Consiglio aveva detto che avrebbe ridotto di cinque punti in un anno il cuneo fiscale e contributivo.

Per coprire il minor gettito (circa 10 miliardi di euro) l’Unione puntava proprio sull’aumento dell’imposizione sulle rendite finanziarie e sulle tasse di successione.

Su base annua, le due misure avrebbero garantito fra i due ed i tre miliardi di euro. Se simili misure fossero introdotte a giugno, l’impatto sui conti sarebbe della metà. Quindi, l’esatto ammontare necessario per coprire la rinuncia al concordato fiscale.

Ed agli imprenditori, che giovedì si riuniscono in assemblea, il governo Prodi riserverebbe nient’altro che una promessa, la solita: prima paghi, poi - forse - ti riduco le tasse.

 

24 maggio 2006
Prodi invita al silenzio i ministri. Tutti lo assecondano, per un giorno

Non è passata neppure una settimana dal giuramento dei suoi ministri, e già Romano Prodi, se potesse, ne restituirebbe volentieri al mittente una buona parte.

In Transatlantico, circondato dai cronisti, Prodi ha scandito scuro in volto: «I ministri non possono esprimere opinioni», devono limitarsi ad enunciare le «decisioni» prese collettivamente. «Abbiamo detto “la serietà al governo”, che vuol dire lavorare a testa bassa e parlare solo quando è stata presa una decisione». La squadra di governo, riconosce il presidente del Consiglio, ha decisamente bisogno di «un collaudo», per arrivare ad «assumere una filosofia comune». E «ci si arriverà», promette: «Il ruolo del ministro deve essere compreso nella sua luce, cioè come un membro di una squadra, che deve soprattutto operare e mettere in atto delle azioni, ed è diverso dal ruolo di un parlamentare».

I primi a dar ragione a Prodi sono i più loquaci esponenti del governo, a cominciare dall’esordiente Alessandro Bianchi (Pdci), responsabile dei Trasporti, che prima ancora di giurare aveva già abbattuto il ponte di Messina e subito dopo si era azzuffato con Antonio Di Pietro sulle rispettive competenze. Approvano anche Pecoraro e Di Pietro, Mastella e Fioroni. Il radicale Capezzone invita l’Unione a «voltare pagina: finora, abbiamo assistito a risse di potere, indicazioni programmatiche vaghe nei giorni pari e contraddittorie in quelli dispari, e la mancanza di un respiro riformatore, di una visione».

 

25 maggio 2006
Caruso chiede la chiusura dei Cpt minacciando...

Francesco Caruso deputato no global di Rifondazione torna a chiedere la chiusura immediata dei centri di permanenza temporanea e minaccia:

"azioni di disobbedienza, legittime e quanto mai necessarie, come il boicottaggio attivo, azioni simboliche dal basso per chiamare ad una mobilitazione contro i cpt"

 

26 maggio 2006
Il dittatore emoziona il ministro Bianchi

Alessandro Bianchi ministro dei trasporti intervistato dal Corriere della sera:

"Ascoltare per ore e ore il discorso del primo maggio di Fidel, nella piazza grande, mi ha dato emozioni forti. Ammiro molto quel che Castro ha fatto nel ’59, e anche dopo, resistendo all’assedio. So anche che esiste una fetta di diritti civili che non vengono rispettati. Cuba ha un potenziale umano straordinario; tra qualche anno, con gli investimenti in ricerca che sta facendo, sara’ in grado di primeggiare nel mondo".
"Bush è un guerrafondaio con i paraocchi".

 

27 maggio 2006
Schede rubate dalla buca delle lettere poi vendute nei bar per un caffè

Nell’inchiesta sui brogli nel voto degli italiani in Sudamerica, quello che più stupisce è il silenzio della grande stampa e delle tv nazionali. Sul settimanale Tempi, avevamo lanciato l’allarme prima del voto, descrivendo cosa stava avvenendo in molti paesi e spiegando l’incidenza che avrebbe avuto sul risultato finale. In quattro puntate successive abbiamo segnalato nuovi dettagli e raccolto denunce con nomi e cognomi.

La galleria degli orrori. La tipologia delle truffe e degli abusi è sterminata. Si è trattato di un voto postale: i plichi venivano lasciati nelle buche delle lettere senza ricevute da firmare, tutto il materiale elettorale - compresi certificati e schede - è stato stampato, imbustato e spedito per opera di tipografie, spedizionieri e poste straniere. E cosa è successo? Plichi elettorali rubati dalle cassette postali. Postini e personale delle ditte di spedizione che «mettevano all’asta» fra candidati e partiti le buste con dentro le schede elettorali anziché consegnarle ai legittimi destinatari. Schede vendute o regalate in bar di mezza Europa e di mezza America. Abbiamo persino pubblicato una tabella col listino prezzi nei vari paesi. Squadre di militanti di partito sono passate per le case degli italiani e si sono fatte consegnare le schede con l’inganno, la lusinga, la velata minaccia. Patronati sociali per gli italiani all’estero, primo fra tutti l’Inca-Cgil, hanno invitato i loro assistiti a portare in sede le schede per «aiutarli» a votare o semplicemente per farsi carico del loro voto.

 

28 maggio 2006
Il Papa contro la droga fa arrabbiare la sinistra

Il Papa in Polonia chiede ai giovani, «come padre», di non usare droghe, esortandoli a non farsi «soggiogare dalle illusioni di questo mondo», e subito in Italia si scatenano le polemiche.

Il primo a commentare l’appello di Benedetto XVI è Carlo Giovanardi: «Sono assolutamente grato al Santo Padre per questa indicazione che dà ai giovani» afferma il parlamentare dell’Udc e responsabile della lotta alle tossicodipendenze nel governo Berlusconi. L’ex ministro auspica che «tutti in Italia, specialmente dal punto di vista culturale e politico, si associno a questo appello» e che «alcuni la smettano con la sciagurata e continua propaganda a favore del consumo delle droghe leggere». Il riferimento, precisa subito, è al neoministro Paolo Ferrero, che ha già annunciato una inversione di rotta in materia di lotta alla droga, ma anche «ai suoi colleghi parlamentari, che vanno davanti a Montecitorio a fumare gli spinelli». Gli fa subito eco il senatore di An Alfredo Mantovano, uno degli artefici della nuova legge sulle tossicodipendenze: «Sono certo che, dopo la favorevole accoglienza riservata ieri all’auspicio del cardinale Tettamanzi sul voto amministrativo per gli extracomunitari - dice l’ex sottosegretario - oggi la sinistra italiana riserverà eguale favorevole attenzione al richiamo del Santo Padre a Cracovia: la vita e la libertà sono messe in pericolo dalla droga. Dall’assunzione di droga, non solo dallo spaccio. Dall’assunzione di qualsiasi tipo di droga, senza artificiose ed errate distinzioni fra leggera e pesante».

Pienamente d’accordo con le parole del Papa si dice don Oreste Benzi, leader della comunità «Papa Giovanni XXIII», per il quale il pontefice «ha centrato bene il problema, perché coloro che propugnano la liberalizzazione delle droghe e la tolleranza in realtà distruggono i nostri giovani». Esplicito il riferimento a Ferrero: «Pochi giorni fa - afferma don Benzi - un ministro ha detto che modificherà la legge, togliendo la proibizione del consumo di droga e la punizione. Forse non se ne rende conto, ma si accinge a distruggere la nostra gioventù».

Da sinistra, fioccano le accuse di «strumentalizzazione» delle parole del Santo Padre. Per il responsabile tossicodipendenze dei Ds, Giuseppe Vaccari, «Giovanardi e i suoi hanno usato un sistema che invece di diminuire e di rendere più banale il rapporto dei giovani con le sostanze, proibendo e riportando tutto in una situazione di clandestinità e di illegalità, ha solo reso le droghe più attrattive». «Le parole del Papa non vanno strumentalizzate con un ideologismo proibizionista che ha fatto bancarotta in Italia e in Europa» attacca Giovanni Russo Spena (Prc), che spiega come intende muoversi il suo partito: «Noi vogliamo allineare, questo ha detto il ministro Ferrero e questo diciamo noi come gruppo di Rifondazione comunista alla Camera e al Senato, l’Italia all’Europa. C’è una direttiva dell’Ue che dice che la lotta alla droga non si fa con il proibizionismo ma con l’informazione, la sperimentazione e la riduzione del danno, che sono esattamente le parole che noi usiamo nei nostri ddl».

Pienamente d’accordo con le parole del Papa si dice Livia Turco, ministro della Salute: le parole del Papa, afferma, «esprimono sentimenti e valori ispirati all’amore per la vita e all’attenzione per l’impegno sociale, che trovano pieno riscontro negli impegni assunti dal governo nei confronti delle nuove generazioni». Ma la sua posizione viene giudicata «non credibile» da Riccardo Pedrizzi di An, per il quale Livia Turco è «espressione di un governo in cui il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, senza che nessuno dei suoi colleghi lo smentisse, ha già detto che vuole abrogare la legge Fini anti-droga e anti-spaccio, muovendosi in direzione di una politica pro-droga e pro-spaccio».

 

29 maggio 2006
Sircana svela il ''Codice Prodi'' per l'occupazione dei Tg

Com’è che i "grilli parlanti" dell’etica dell’informazione "corretta e imparziale" tacciono? Com’è che il segretario della Federazione della Stampa, Serventi Longhi, supremo e attento difensore dell’indipendenza della categoria, non dice una parola? Com’è che il comitato di redazione del Tg1 non convoca un’assemblea contro l’arroganza e l’invadenza della politica?

Il portavoce di Prodi e neodeputato Silvio Sircana, intervistato dal Corriere della Sera, ha così declinato il suo progetto di comunicazione: "Ridurremo al minimo indispensabile le presenze nei cosiddetti salotti tv: preferiamo piuttosto concentrarci sui Tg".

Se l’avesse detto a suo tempo Paolo Bonaiuti, che ieri ha commentato il fatto parlando di "prove di regime tv", sarebbe cascato il mondo, c’è da giurarci. E i giornali sarebbero stati invasi da commenti e dichiarazioni contro l’ennessimo "attacco di Berlusconi all’indipendenza dei giornalisti". Invece no.

Solo Sebastiano Messina, su Repubblica, pur approfittandone per attaccare Berlusconi, sente il dovere di mettere il dito nella piaga, centrando il problema: "Non tocca a Prodi decidere quanto spazio gli tocca nei tg".

E’ accaduto in passato, accade da sempre, che i politici lamentino un trattamento squilibrato sui telegiornali. Il fenomeno appartiene alla normale dialettica politica. Ma è la prima volta in assoluto che un presidente del Consiglio, a nome della sua parte politica, annuncia una strategia di comunicazione verso la Rai tutta puntata sull’orientamento di parte e sull’occupazione degli spazi informativi. Insomma, i telegiornali intesi alla stregua di buche delle lettere del governo.

I "salotti televisivi" verranno dunque disertati da Prodi. C’è da capirlo, Sircana. Ha a che fare con un leader che addormenta la platea (è accaduto in Confindustria), che ha nella banalità e nell’indeterminatezza dei concetti il suo tratto più significativo, che avrebbe bisogno di una traduzione simultanea, tanto si mangia parole e consonanti.

Meglio evitare il contraddittorio, al quale Berlusconi si è esposto anche recentemente a Porta a Porta. Meglio, come gli ha suggerito il direttore dell’Unità, "un periodico appuntamento televisivo, una volta al mese, nel quale spieghi agli italiani ciò che è stato fatto, cosa manca da fare e perché". Preferibilmente "seduto alla sua scrivania di Palazzo Chigi, con accanto il tricolore". E, naturalmente, nessuno a contrastarlo.

Per il centrosinistra è questa la tv perfetta. Ce l’aveva fatto capire, a modo suo, il neoministro dei Trasporti, che si commuove e si emoziona quando ascolta Fidel Castro. Il "lider maximo" in salsa bolognese verrà buono solo per conciliare il sonno. Un solo, modesto consiglio a Sircana: per capirlo occorrerà ricorrere alla pagina 777 di Televideo, unico caso in cui i sottotitoli serviranno gli "udenti" prima dei "non udenti".

 

30 maggio 2006
Le accuse di un pentito a D'alema gelosamente custodite per 8 mesi

La Stampa oggi pubblica la notizia che un pentito ha accusato il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, di aver intascato una tangente per l’Umts, quando era presidente del Consiglio. In questi casi occorre semplicemente limitarsi alla cronaca pura e semplice, così come riportata dall’articolo: durante il processo per mafia in cui è imputato il deputato azzurro Gaspare Giudice, gli avvocati di uno degli altri imputati hanno chiesto, senza successo, che il pentito Francesco Campanella confermasse in aula quanto dichiarato in un precedente processo, e cioè che sia D’Alema sia l’ex ministro delle Comunicazioni, Salvatore Cardinale, avrebbero intascato una tangente per le licenze Umts.

I giudici non hanno ammesso la domanda perché non pertinente. E così si è scoperto che la notizia è stata custodita con grande riservatezza per ben otto mesi (a differenza di altre notizie riguardanti esponenti del centrodestra, che finiscono in tempo reale nelle mani dei giornalisti) ed è stata resa nota solo a elezioni - sia politiche che amministrative - concluse. Il pentito Campanella racconta infatti la circostanza in un verbale del 27 settembre 2005. Il collaboratore di giustizia sostiene di aver parlato della vicenda con il suo amico Franco Bruno, già capo di gabinetto dell’ex sottosegretario alla Giustizia Marianna Li Calzi (governo di centrosinistra, legislatura 1996-2001). E aggiunge: «Con Bruno commentavamo insieme la vicenda dell’Umts, che era una vicenda che aveva avvicinato, per motivi di denaro e quindi di presunte tangenti, l’onorevole Cardinale all’onorevole D’Alema. Tra l’altro Franco Bruno era presente a quella cena in cui Mastella ci chiedeva di convincere Cuffaro a diventare ministro proprio perché aveva perso il controllo di Cardinale, che ormai era nelle mani di D’Alema». Tutti gli interessati hanno smentito e annunciato querele.

 

31 maggio 2006
Sinistra in disaccordo sulla Tav. Ma chi è competente?

TAV disaccordo. Ma chi è competente?
Altra guerra, nemmeno questa nuova, sulla Tav.

Gli "spacchettamenti" ministeriali hanno reso più complesso il contrasto fra chi vuole l’alta velocità sulla Torino-Lione e chi la contesta e punta i piedi.

Sono contrari il ministro dei Trasporti, Bianchi, e quello dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, mentre vorrebbe realizzare l’opera il ministro alle Infrastrutture, Di Pietro. Ma a quale dicastero spetta la competenza? Ai Trasporti o alle Infrastrutture? Di Pietro ostenta decisionismo: "La Tav spetta a me", dice. C’è da credergli? Il pompiere Prodi riuscirà a spegnere questo focolaio?

Una polemica al giorno, leva la coesione di torno. E i cento giorni fanno presto a consumarsi.

 

1° giugno 2006
«Nel mio governo ci sono tante contraddizioni»

Ci sono scivoloni che strappano il sorriso. Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile rapporto con la Storia e il buon gusto.
E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate, in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz. Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole: «Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E lo scivolone si trasforma in capitombolo.
Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati, lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi (e vivi) dai campi di concentramento.

Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera, sennò tutto sarebbe opinabile». Davanti all’imbarazzo e alle rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per promuovere i centri per l’impiego (...). Chi ritiene che mi sia riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la condivido e l’ho riproposta».

Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto fece apporre all’ingresso di Auschwitz. Ma ciò non toglie che quelle parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore denuncia, «per il camino».

 

2 giugno 2006
Sinistra divisa alla parata del 2 giugno

Oliviero Diliberto

"Al posto di Bertinotti non sarei andato alla parata del 2 giugno".
Fausto Bertinotti invece c’è andato ma con la spilletta arcobaleno al bavero dicendo:

"Avrei voluto una parata senza l’esibizione delle armi".
Romano Prodi in cerca di una sintesi dichiara di aver assistito a:

"Una parata militare molto pacifista"

 

3 giugno 2006
Di Pietro «arresta» Mastella. ''Amnistia? Pensi alla giustizia''

La polemica nell’Unione era nell’aria, ma l’annuncio di Mastella sull’amnistia nel carcere di Regina Coeli la fa esplodere. Il ministro della Giustizia precisa che la sua è un’iniziativa di tutto il governo Prodi e il premier deve correre a confermarlo, ma un ministro di quello stesso esecutivo accentua i toni accesi del suo no al provvedimento generalizzato di clemenza. È Antonio Di Pietro, «padre» di Mani pulite, leader dell’Italia dei valori e ora titolare delle Infrastrutture.

L’ex-magistrato ha sempre detto che non è così che si risolve il problema del sovraffollamento delle carceri e non è così che si affrontano i mali della giustizia. E ora rincara la dose: «Ho preso atto che il collega di governo Mastella, come primo atto, ha pensato a un provvedimento di grazia, come secondo all’amnistia, forse domani penserà all’indulto e poi alla prescrizione. Lo inviterei a cominciare dalla testa, anziché dalla coda». Cioè, a far funzionare la macchina della giustizia. Per Di Pietro l’amnistia «ha un senso se è l’atto finale di un processo in cui si è eliminata la ragione per cui vi si ricorre», facendo sì che ci siano meno reati e meno detenuti. Altrimenti, avvisa, tra 2 mesi «siamo punto e a capo».

Dichiarazioni che spaccano l’Unione e provocano reazioni dure. Il capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris, ritiene incomprensibile l’opposizione di Di Pietro, ministro del governo Prodi, all’iniziativa «preannunciata, a nome dello stesso governo, dal Guardasigilli quando tale proposta è prevista dal programma dell’Unione firmato dallo stesso Di Pietro».

Eppure, Di Pietro non è il solo da quella parte a pensarla così.

Il suo attacco fa il paio con quello di un altro protagonista di Tangentopoli passato alla politica: Gerardo D’Ambrosio. Anche per l’ex toga milanese ora senatore Ds, è «troppo presto» per parlare di amnistia. È un errore, un palliativo. Finora «è servito solo a differire i problemi della giustizia», mentre il sovraffollamento delle carceri va affrontato in un quadro più ampio. Tante cose si potrebbero fare: dalla riforma del diritto penale all’informatizzazione e riorganizzazione degli uffici; dall’eliminazione del carcere preventivo per i tossicodipendenti che accettano il programma di recupero alla revisione degli illeciti penali e amministrativi che ricadono sul penale alla trasformazione di molte pene detentive in lavoro sociale o in pene pecuniarie, togliendo la sospensione condizionale per farle diventare «un deterrente superiore allo spauracchio del carcere». Ma se proprio s’insiste sull’amnistia, per D’Ambrosio dovrebbe essere breve e ristretta ai reati che si vogliono depenalizzare. E poi, ci si chiede nel mondo politico: amnistia o indulto, o tutt’e due? Una cosa è parlare, un’altra è trovare in Parlamento la necessaria maggioranza dei due terzi per varare il provvedimento.

Su questo aspetto insiste Franco Monaco della Margherita. Prodi ha detto che l’amnistia la vuole il governo dell’Unione, ma lui che è prodiano di ferro avverte: «È doveroso non indulgere all’ennesimo tormentone di annunci e promesse prima di avere accertato che vi siano le condizioni politiche e la larga maggioranza parlamentare, onde non aggiungere sofferenza a sofferenza ai detenuti, alimentando in loro nuove illusioni». Non è pregiudizialmente contrario all’amnistia, Monaco, ma ritiene che per il sovraffollamento delle carceri è più appropriato ricorrere all’indulto. E sempre escludendo i reati più gravi.

Anche Marina Sereni dell’Ulivo sottolinea che la base di un discorso serio in materia è il dialogo con l’opposizione. «L’impegno di tutti - dice - deve essere quello di non alimentare inutili speranze nelle carceri, ma anche di saper individuare, nel rispetto delle vittime, i campi d’intervento dell’amnistia».

 

4 giugno 2006
Un terrorista alla Camera. Con potere

L’elezione a segretario di presidenza della Camera dell’onorevole Sergio D’Elia - deputato della Rosa nel Pugno, fondatore di "Nessuno tocchi Caino", ex dirigente di Prima Linea, condannato a 30 anni di carcere per l’uccisione a Firenze dell’agente di polizia Fausto Dionisi - da una parte riapre la ferita di quanti, in quegli anni di piombo, furono vittime del terrorismo rosso e, dall’altra, dimostra con quale faciloneria e superficialità la sinistra ha portato in Parlamento personaggi di discutibile valore morale.

Va detto subito che gli eredi del partito comunista, i quali ebbero grande parte di responsabilità negli anni bui e difficili del terrorismo, tornati oggi rocambolescamente alla guida del Paese sembrano intenzionati, una volta per sempre, a voler chiudere quelle tragiche pagine di storia italiana. La fretta con cui, per esempio, hanno concesso la grazia a Bompressi - autore del delitto Calabresi - appare quantomeno sospetta. Infatti, fra tutti i problemi che il Governo e il Capo dello Stato dovrebbero affrontare e risolvere non si capisce come mai la priorità sia stata data a questo gesto di clemenza che non solo riapre vecchie polemiche e antiche ferite, ma indigna quanti - in quegli anni - subirono morte e dolore.

Il fatto poi che né il Capo dello Stato né il ministro Guardasigilli si siano degnati di avvertire preventivamente la famiglia Calabresi la dice lunga su come questa maggioranza parlamentare intende affrontare le questioni della Giustizia. D’altra parte la sinistra, oggi al potere, non aveva mai fatto mistero della incompatibilità ideologica con il povero commissario milanese. E bene ha fatto, un giornale a riportare gli appelli che i "grandi intellettuali" italiani - tutti rigorosamente di sinistra - firmarono contro il "torturatore" Calabresi, decretandone di fatto l’uccisione. Scorrendo quell’elenco emergono i nomi di Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Paolo Mieli, Giuseppe Turani, Camilla Cederna. La solita compagnia di giro - con Toni Negri, Franco Basaglia, Umberto Eco, Margherita Hack - che ancora oggi cerca di dettare le regole della democrazia rossa.

 

5 giugno 2006
Conclave governativo in Umbria

Il Conclave? Se l’avessimo fatto noi!

Ne sono successe di cose dal 1946 a oggi. Date e fatti memorabili hanno scandito la storia d’Italia e trasformato il nostro Paese. Ma il solerte cronista dell’Unità non ha dubbi:"Un conclave come quello di Villa Donini non si era mai visto nella storia sessantennale della nostra Repubblica". Neppure un "2 giugno" come quello appena celebrato, possiamo annotare.

Ma tant’è, in quelle parole c’è tutta la sintesi dell’iperbole che sulla stampa italiana accompagna il "buen retiro" del governo Prodi nella campagna umbra.

Le cronache non ci risparmiano nulla: dai jeans di D’Alema (quelli da "timoniere di Ikarus II") alla giacca fucsia della Turco; dall’amabile rimbrotto di Prodi all’incravattato Padoa Schioppa ai complimenti di Rutelli per l’elegante Melandri; dal timballo di bietole che delizia due volte il palato di Bersani al gradimenti di Mussi per il risotto al piccione; fino alle "prove di austerity" con l’invito a "non usare il frigobar" e a telefonare "solo con i cellulari". E nessuno a chiedersi: forse che i cellulari ministeriali non vanno sui conti dello Stato?

Non è difficile immaginare il ricco florilegio di commenti ironici che avrebbe accompagnato un simile conclave del governo Berlusconi. Ma si sa, con questi ministri c’è "la serietà al governo". E i cronisti politici si adeguano allo slogan, perché qui, nella campagna umbra e non nelle sedi deputate della Repubblica, è in gioco il futuro del Paese.

Così, se era buona cosa dileggiare il Berlusconi-Padreterno, passa come fatto normale il Prodi-Gesù che invoca la discesa dello Spirito Santo sul suo conclave. Così, se era bello e giusto prendere di mira gli annunci del Cavaliere sulle grandi riforme, passa in cavalleria il proposito del Professore di "stupire". E ancora, se si sbeffeggiava il premier-allenatore che invocava il gioco di squadra, passa in cavalleria il Prodi-Lippi che paragona il suo governo alla nazionale di calcio (i mondiali sono alle porte, tocchiamo ferro).

No, questa riunione non è una Yalta. La storia non la ricorderà. Viene piuttosto in mente "Todo modo", il romanzo di Sciascia che racconta del ritiro in un convento, per gli esercizi spirituali, degli esponenti del partito di governo. Per fare che? Ecco la sintesi: "Una copertura neppur troppo dissimulata a traffici e trattative che hanno come scopo una più lucrosa spartizione del potere". Appunto.
 


Le meditazioni di San Martino in Campo imposte da Romano Prodi ai nervosi componenti del suo sfilacciato governo non hanno sortito gli effetti benefici che si attendevano. La soddisfazione di circostanza espressa al termine dei lavori è una mera apparenza: in realtà, il conclave ha fatto emergere dissensi, gelosie, confusione nella delimitazione delle competenze e, soprattutto, una diffusa ritrosia dei ministri a maneggiare la scure dei tagli alla spesa. Parecchi fra loro temono l’impopolarità del rigore, specialmente se in campagna elettorale hanno promesso meraviglie. E’ il caso di Livia Turco, neo responsabile della Sanità, chiamata a ridimensionare una spesa che, con la collaborazione di talune regioni, è cresciuta troppo. "Andiamo piano con i tagli", avverte la Turco. E con lo stesso tono preoccupato le fa eco Fabio Mussi, ministro per l’Università. Teme che le grandi promesse fatte in materia di fondi da destinare alla ricerca non potranno in alcun modo essere mantenute, e lancia, a futura memoria, il suo grido di dolore. Che è anche quello di Mastella, il quale mette le mani avanti: "Per fare le riforme occorrono i fondi...".

Caccia al tesoro - Un ritornello. Al coro unisce la sua voce Francesco Rutelli: se si investono risorse nei Beni Culturali, garantisce, il ritorno economico è sicuro. Sarà, ma Padoa Schioppa pare non intenda derogare dalla politica della lesina.

La verità è che i nuovi governanti appaiono psicologicamente, culturalmente e politicamente impreparati a gestire un momento delicato come quello attuale, in cui bisogna saper tagliare per poter investire nel rilancio economico le risorse recuperate. Tagliare, è una parola. Il titolare di ogni dicastero riconosce la necessità del rigore, ma auspica sempre che sia un suo collega a vibrare il primo colpo di scure.

La guerra interna per la caccia alle risorse disponibili accompagnerà il governo nel suo difficile cammino e metterà a dura prova la resistenza del ministro dell’Economia e del premier.

Bersani, ministro per lo Sviluppo, teme che la logica delle mediazioni e dei compromessi comporterà interventi "a pioggia", che costano molto e rendono pochissimo.

Domanda: chi fa che cosa - Ma non c’è soltanto la questione dei tagli e della concorrenza fra ministeri per l’accaparramento dei fondi. C’è anche il problema grave dell’indeterminatezza delle funzioni. Rosy Bindi ha fatto la voce grossa, lamentando di non sapere ancora quali siano i suoi compiti di ministro per la Famiglia, con quali mezzi e quali strumenti tentare di assolverli. Nemmeno Emma Bonino sa quali siano esattamente le sue funzioni e le sue competenze, anche perché ancora non c’è il decreto del premier che le fissi. Mugugna pure Paolo Ferrero, ministro degli affari sociali, che vorrebbe occuparsi di anziani e sfrattati, oltre che di clandestini da regolarizzare.

Contraddizioni insanabili - Il quadro non è rassicurante. Ma per valutare appieno la debolezza politica che il "conclave" ha messo in evidenza bisogna tener presente il nodo della politica estera e quello delle questioni etiche. Sulle missioni italiane in Iraq e in Afghanistan resta fermo il dissidio fra le componenti cattoliche e riformiste della coalizione e le sinistre radicali, che chiedono il ritiro senza "se" e senza "ma". Per le questioni etiche, Giuliano Amato ha avuto un ruolo di supervisore, il cui compito sarebbe quello di impedire che Mussi o altri assumano imbarazzanti iniziative personali.

Funzionerà il meccanismo di controllo? A quali sottigliezze dovrebbe giungere Giuliano Amato per comporre l’incomponibile, per saldare la frattura che divide l’Unione in materia di rispetto della vita e limiti della ricerca?

Si ha il sospetto che questo esecutivo dovrà dedicare più tempo alla pratica del conclave che non al tentativo di governare.

 

6 giugno 2006
Il cuneo fiscale rimane nel regno dei sogni

Tutti gli italiani ricordano il "cuneo fiscale", lo strumento propagandato dall’Unione durante tutta la campagna elettorale, lo straordinario grimaldello che avrebbe dovuto schiudere le porte del rilancio economico italiano. Romano Prodi promise - e gli alleati gli tennero bordone - che in caso di vittoria avrebbe varato la riduzione immediata di cinque punti del costo del lavoro, il cuneo fiscale appunto, per dare fiato sia alle imprese che ai lavoratori. Inutilmente dal centrodestra si obiettò che questo progetto era irrealizzabile, che la riduzione del cuneo si sarebbe sì potuta attuare, ma gradualmente, al ritmo di un punto percentuale all’anno. Per un problema di costi, di copertura finanziaria dell’operazione. Il Professore e i suoi alleati tennero duro: tutto e subito, cinque punti in una botta sola, immediatamente.

Ebbene, il cuneo immaginato e venduto dal centrosinistra sul mercato elettorale ritorna nel mondo dei sogni, da dove era venuto. In un clima di confusione e di incertezze il ministro Padoa Schioppa ha annunciato la manovra-bis e fra le ipotesi più accreditate sui provvedimenti che dovrebbero attuarla è previsto lo scaglionamento nel tempo della riduzione del famoso cuneo fiscale. Il governo attuerebbe il provvedimento così come aveva programmato il centrodestra, con gradualità. E l’inizio della riduzione del costo del lavoro sarebbe compensato da una sensibile stangata, con la riduzione (la chiameranno razionalizzazione) degli incentivi alle imprese e con l’aumento dei contributi per i lavoratori autonomi. Non si escludono aumenti dell’Iva. Chi ha creduto ai miracoli è servito.

La manovra della discordia - L’annuncio della manovra bis ha fatto emergere tutte le contraddizioni in materia di politica economica accumulate nel centrosinistra. La prospettiva della stangata è avvertita come un potente fattore d’impopolarità, lo stesso Prodi sarebbe perplesso e preoccupato. Non viene mantenuta la promessa di agire subito per il rilancio dell’economia, perché il tentativo di agganciare e consolidare la ripresa viene di fatto a slittare. Anche la sinistra radicale, che pure le tasse e le stangate le ha nel Dna, è preoccupata e demagogicamente vorrebbe che il peso dei sacrifici si distribuisse con la solita patrimoniale e con salassi sulle rendite finanziarie. Mugugna anche Mastella, che vede in pericolo le misure a sostegno del Mezzogiorno. Critici i sindacati, anche quella Cgil che aveva proclamato la piena sintonia con il programma dell’Unione. Epifani scopre che il sindacato rosso e il governo del Professore non vogliono le stesse cose.

Prima che la manovra bis veda la luce, gli alleati avranno modo di mostrare tutta la loro disunione.

 

7 giugno 2006
Lidia Menapace (Rifondazione)
si scaglia contro le frecce tricolori

Lidia Menapace senatrice di Rifondazione Comunista candidata - per anzianità - alla presidenza della Commissione Difesa:

"Le Frecce Tricolori sono uno spreco. Fanno baccano, inquinano e vanno abolite".
"Quanto più i resistenti iracheni vengono detti terroristi e banditi, tanto più mi identifico con loro".
"Il governo Berlusconi è colpevole di assassinio"

Lidia Menapace: ex partigiana e neosenatrice di Rifondazione, fondatrice del manifesto e femminista-pacifista di ’Donne contro la guerra’, rischia di diventare presidente della commissione Difesa. Dopo la prima strage di Nassiriya, lei chiamo’ ’assassino’ il governo... ’Dissi che il nostro governo aveva mandato una spedizione incostituzionale ed era colpevole di assassinio. E siccome qualcuno ci aveva lasciato la pelle senza protezione, perche’ era una cosa militarmente malfatta la santabarbara nel cortile della caserma, dissi di riportarli subito a casa.

Due anni fa pero’ scrisse: "Quanto piu’ i resistenti iracheni vengono detti terroristi e banditi, tanto piu’ m’identifico con loro"

Oggi ripete: "ogni popolo invaso ha diritto di difendersi; ha diritto di trovare i modi di questa resistenza; ho diritto di giudicare questi modi. Il
terrorismo, lo considero una cosa d’estrema destra, perche’ non fa partecipare il popolo alla resistenza.

"le Frecce tricolori sono uno spreco. Fanno baccano, inquinano e servono solo in circostanze celebrative come la parata del 2 giugno.
Che poi dovrebbe essere una giornata simile al 14 luglio in Francia, dove si balla e si fa festa di popolo, non una parata militare: per sfilare, le Forze armate hanno gia’ il 4 novembre"

"Non sono contraria alle donne, sono contraria all’Esercito: c’e’ una sentenza della Consulta che dice che la difesa non e’ solo quella armata. E che il mondo militare sia essenzialmente machista, e’ un’opinione diffusa. Il femminismo, fondato sulla differenza, non puo’ che essere ostile a chi ha per a’mbito una cosa che si chiama uniforme. Il militare e’ l’apice del predominio maschile"

 

8 giugno 2006
Intervista di Prodi a Die Zeit. Rifondazione chiede la verifica

Intervista rilasciata da Prodi al settimanale tedesco Die Zeit, e pubblicata integralmente dal quotidiano La Repubblica. Prodi ha provato a smentirne i passaggi più imbarazzanti, ma il direttore del settimanale tedesco ha puntualmente confermato tutte le dichiarazioni del Presidente del Consiglio italiano.

Nell’ansia di rassicurare Die Zeit sul suo governo Romano Prodi ha trovato il modo di incorrere in una gaffe che gli è costata la prima richiesta di "chiarimento politico" da parte della sinistra alternativa. Aveva detto il Prodi, al giornale, che la presenza dei comunisti al governo non era preoccupante perché trattavasi di "comunisti folkloristici" e dunque "innocui". Ben altrimenti pericolosi, aveva aggiunto Prodi sono "i vostri Lafontaine". Sciocchezza piramidale, poiché i Lafontaine, sinistra socialista, e i Gysi, i comunisti, sono fuori dal governo (di qui la necessità della Grosse Koalition) mentre lui i due partiti comunisti li ha inseriti nel governo e gratificati di portafogli ministeriali e cariche nelle istituzioni più golose della Repubblica.

Sciocchezze supplementari a parte, però, Prodi ha suscitato una insurrezione della sinistra alternativa, e ora Rifondazione chiede una "verifica" politica anche in relazione alla bocciatura di Lidia Menapace alla Presidenza della Commissione Difesa del Senato. Il furore di Rifondazione, che sa bene di non poter tirare la corda e di dover ingoiare il boccone amaro spinge gli estremisti a imprudenze di linguaggio. Il sen. Luigi Malabarba, Prc, in una intervista a Gr Parlamento, ha accusato i vertici delle Forze Armate di avere ordito un complotto contro Lidia Menapace, e ha chiamato in causa il capo ammiraglio Giampaolo Di Paola per aver fatto pressioni per la bocciatura di Lidia Menacace. Il Malabarba cita la sua esperienza nel Copaco per sostenere le sue accuse, arrivando ad accusare le Forze Armate di "cospirazione". Il che ha costretto il ministro della Difesa Parisi a intervenire chiedendo a Malabarba una smentita.

L’episodio, innescato da un parlamentare già membro del Copaco, comitato parlamentare sui servizi di sicurezza, è particolarmente grave poiché dimostra i rischi di introdurre personaggi cari al "movimentismo" estremista nei meccanismi più delicati della Stato. Davvero il governo dovrebbe dare più di una spiegazione su una vicenda insieme grottesca e drammatica.

 

9 giungo 2006
Record storico: 102 tra ministri, vice e sottosegretari

Un record storico. Il neonato governo ha già battuto un record: è il più numeroso della storia repubblicana. Ieri dal cilindro del Consiglio dei ministri sono spuntati altre tre new entry. Risultato: 102 tra ministri, vice e sottosegretari. E proprio mentre il governo è alle prese con la manovra bis e annuncia tagli alla spesa pubblica (compreso quello del 10% al budget dei ministeri). Comprensibile dunque che si litighi sulle deleghe, visto che ci sono più persone che cose di cui occuparsi. I tre nuovi arrivati sono il professore di Scienza delle finanze Nicola Sartor (si occuperà della Finanziaria visto che dei sette tra vice e sottosegretari all’Economia nessuno era in grado); Raffaele Gentile ai Trasporti (un risarcimento dovuto allo Sdi, che nel governo ha solo Intini) e Giovanni Mongiello (transfuga Udc, ora Udeur) all’Agricoltura, voluto da Mastella.

 

10 giugno 2006
Il generale a Bertinotti: «Lei è un opportunista»

Una carezza sulla bara, una mano posata sul tricolore. Prima mamma Luisella e poi papà Marco. È stato l’ultimo «ciao» dei genitori del caporalmaggiore Pibiri morto a Nassirya al figlio Alessandro, il ragazzo in uniforme dal viso abbronzato che per tutta la cerimonia ha sorriso nella foto posata sul feretro, davanti all’altare della basilica di San Paolo fuori le Mura. Alla sinistra le autorità, le prime due file occupate dalla maggioranza con le vistose assenze di Verdi e Comunisti Italiani, a destra i familiari e gli amici di Alessandro. «Ciao cugino, tuoi Sandrino Luca», legge una zia nella basilica gremita. La preghiera del soldato è stata recitata dal comandante di Alessandro Pibiri, il tenente colonnello Domenico Roma, che ha accompagnato il suo caporalmaggiore anche nell’ultimo viaggio da Nassirya.
Il dolore, ma anche la politica è entrata a San Paolo. Il giorno prima il fratello di Alessandro Pibiri, Mauro, si era indignato con il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto che davanti alla Camera ardente spiegava ai giornalisti: «Io l’avevo sempre detto di non andare in guerra». Ieri Diliberto, tra i primissimi ad arrivare al Celio giovedì, non era in chiesa. C’era invece il presidente della Camera Fausto Bertinotti, alla sinistra del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «È un opportunista», gli ha gridato il generale Gianalfonso D’Avossa. E così anche la giornata di ieri si è risolta in un black out tra una parte del governo e l’ambiente da cui provengono Alessandro Pibiri e tutti i caduti di Nassirya.

Il sangue «della sua giovane vita - ha detto monsignor Angelo Bagnasco, ordinario militare per l’Italia, durante l’omelia - non è sparso invano, così come quello di tutti i caduti nel compimento del proprio dovere al servizio degli altri in Italia e all’estero».
Nella prima fila alla destra dell’altare, accanto al padre e alla madre, il fratello Mauro, e alla sua destra, Valentina. Alla fine della Messa, è andata a prendere la foto appoggiata alla bara e l’ha guardata per pochi minuti. Poi l’ha posata nuovamente accanto al tricolore quando il corteo funebre è partito alla volta di Ciampino, da dove il caporalmaggiore Pibiri della brigata Sassari ha raggiunto la sua terra, la Sardegna.

Otto applausi hanno accompagnato l’uscita della bara dalla basilica, lungo la navata centrale, nel cortile e poi ancora nello spiazzo antistante. «Tutti con un unico cuore - ha scandito monsignor Bagnasco durante l’omelia - ci sentiamo percossi, ma anche per questo più decisamente uniti». Nel governo, il primo ad avvicinarsi all’altare per la comunione è stato Francesco Rutelli, a seguire Rosy Bindi e infine Romano Prodi. Nessuno ha rilasciato dichiarazioni. Solo Bertinotti, inseguito dai giornalisti, ha spiegato che questo è «il giorno del lutto e non delle parole». Ma è stato interrotto dal generale in congedo D’Avossa: «Ecco il presidente opportunista, ecco l’opportunista di turno», lo ha apostrofato. Bertinotti gli ha risposto: «Lei si qualifica per quello che dice». D’Avossa racconta che poco dopo questo battibecco, mentre stava lasciando San Paolo, è stato affiancato da una volante della polizia. Gli agenti sono scesi e gli hanno detto: «Bravo generale, magari tutti i generali fossero come lei».

Non si è trattenuto di fronte a Bertinotti, spiega, perché «si è presentato con la spilletta della pace alla rivista militare del 2 giugno. Certamente non ha rispetto per i militari. Si è permesso di candidare e poi far eleggere una senatrice che, per fortuna, non è stata eletta presidente della commissione Difesa (Lidia Menapace, ndr.) secondo cui la vita militare è una vita di m... Di fronte alla bandiera non sta sull’attenti, a differenza di quelle personalità specchiate come Giorgio Napolitano e in passato Nilde Iotti e Pietro Ingrao. Vederlo in chiesa non ha senso. La sera frequenta i salotti romani, gli stessi dove vado anch’io, ma quando lo incontro me ne vado immediatamente. Fa tanto l’uomo di mondo ma non si può scherzare sul sangue dei nostri soldati».

 

11 giugno 2006
Prodi contestato da Scalfari nel fondo domenicale di Repubblica

Il governo Prodi è appena nato e già "si scopre in oro", come si dice a Roma del cavallo di Marc’Aurelio, sul Campidoglio. A torto, è stato scambiato per un’aurea promessa quel certo luccichio intravisto sotto la patina del burocrate avviato a più alti destini dal gioco delle combinazioni politiche. La delusione è grande. Il suo sponsor Eugenio Scalfari, considerandosi truffato, lo ha contestato del fondo domenicale per Repubblica.

Sorprende la sorpresa. Lo sapevano tutti che un’accozzaglia di una dozzina di partiti e partitini, esagitati e divisi su tutto, poteva anche vincere (a stento...) le elezioni, ma in nessun caso avrebbe potuto reggere alla prova del governo. Questo centrosinistra non è una maggioranza parlamentare, ma una voliera fatta di tante specie di uccelli che nulla hanno in comune tra loro tranne il chiasso che fanno. Bisognava pensarci prima di accreditare presso gli elettori questo imbroglio politico. Non averlo fatto è stata, per gli incauti opinion leaders e i rispettivi gruppi d’interesse, una cattiva azione nei confronti degli italiani.

Se lo scopo di Prodi è quello, da lui conclamato, di "stupire gli italiani", non deve preoccuparsi: ci sta riuscendo benissimo. Il più stupito di tutti è il povero Padoa Schioppa. Aveva preso sul serio, l’ingenuo, il ruolo di decisore supremo delle misure di rilancio dell’economia, e ha messo subito in crisi il rapporto con i sindacati. Recuperato in extremis dal presidente del Consiglio con una girandola di promesse che, vincolando il governo ad astenersi da scelte prive del placet preventivo dei sindacati dei lavoratori, lo mettono fatalmente in rotta di collisione con gli imprenditori.

Nessuno dubita più che il governo aspetti solo la celebrazione del referendum di fine giugno per dare la stura alla sua vocazione demagogica nella raccolta dei mezzi finanziari necessari per alimentare, col pretesto dei conti pubblici, la spesa clientelare improduttiva. Chi può, mette a frutto il poco tempo che gli resta per portare al sicuro il proprio peculio. Nel frattempo, Prodi moltiplica gli appelli ai 102 membri del suo governo perché mettano il silenziatore alla voglia di "stupire" in proprio, a colpi di grancassa ideologica.

I risultati sono scarsi. Il ministro Mussi rilancia la campagna per la manipolazione delle cellule staminali, tutta l’agguerrita ala sinistra della coalizione è mobilitata per far passare il "ripudio della guerra" di cui all’art. 11 della Costituzione, come un divieto giuridico all’uso delle armi. Alla faccia degli impegni presi in sede internazionale e delle norme che vincolano l’Italia ad assumersi la sua parte di responsabilità nello sforzo collettivo di assicurare "la pace e la giustizia tra le Nazioni".

Il voluminoso programma del governo è un libro dei sogni che svanisce nell’ora dell’azione e degli interessi dissociativi sostenuti dai soggetti politici. Anche questo era prevedibile. Il centro-sinistra è un ibrido che non regge alla prova dei fatti. Una spinta irrefrenabile porta la sinistra a fagocitare il luogo centrale della moderazione e del senso comune. Continuerà a crescere fino all’implosione di questa sciagurata formula di governo.

 

12 giugno 2006
Il ministro Ferrero propone le stanze del buco

Droga, disposti a tutto

Tra le molte esternazioni del ministro Ferrero nella lunga intervista di oggi a Radio Radicale, la più geniale è senza dubbio quella che riguarda il via libera alle cosiddette "stanze del buco" per i tossicodipendenti, verso le quali il titolare della Solidarietà sociale non ha "elementi di contrarietà preconcetta", in quanto "è necessario, in un ambito di politiche di riduzione del danno, avere la possibilità di sperimentazioni". E l’approccio spagnolo al problema della droga, che include il ricorso alle "shotting-room", è "assolutamente da provare". Non si tratta però di un "modello", osserva Ferrero: bisogna invece "evitare che questa storia del consumo delle sostanze venga letta come una mera questione di ordine pubblico e di repressione".

Siamo di fronte all’affossamento totale della legge Fini e vicini alla legalizzazione della droga. La deriva zapateriana dell’Unione sta dunque prendendo forma, e la parte cattolica della coalizione è già messa all’angolo, in grande difficoltà e costretta a smentire quotidianamente le sortite sempre più temerarie della sinistra radicale, come ha fatto ieri Rosy Bindi affermando che le "stanze del buco" non fanno parte del programma di governo. La proposta di Ferrero, peraltro, ricalca quella presentata l’estate scorsa dei Verdi della Toscana, che puntava a istituire una Self injection room, una stanza dove drogarsi, in ognuna delle undici Asl della Regione. Una proposta condivisa anche da una parte dei Ds.

Si tratta di un progetto vergognoso e inaccettabile, che finirebbe per creare dei ghetti e che è completamente al di fuori dalla logica del pieno recupero dei tossicodipendenti.

La proposta di Ferrero si inserisce in una logica di sconfitta, è una presa d’atto del fallimento di ogni opera di prevenzione e di cura.

 

13 giugno 2006
Prodi tenta la strategia del silenzio

"Dobbiamo avere il coraggio di stupire gli italiani" ha sancito il premier durante il buen ritiro umbro. Ci sono riusciti con una tempestività degna di miglior causa e con una comicità pari e opposta a quella "serietà al governo" che dominava la campagna elettorale.

Fa, infatti, molto sorridere la riunione voluta da Sircana con i portavoce dell’esecutivo per chiedere loro di misurare le loro parole, di verificare le dichiarazioni del ministro prima di renderle pubbliche, di confrontarle con quanto detto dal collega della porta accanto, di evitare parole in libertà, di rispettare il più severo riserbo sulle decisioni dell’esecutivo. Sembra quasi chiedere di mettere alle parole un filtro capace di nascondere le contraddizioni delle varie anime ministeriali, di ridurre il rischio di apparire - come direbbe Flaiano - con poche idee e tutte confuse.

Insomma, il fondo di Scalfari su Repubblica di domenica scorsa e l’intervista di Prodi al Die Zeit costringono ad una correzione strategica ma invece di coinvolgere le "idee", Prodi colpisce le "voci", confermando la sua difficoltà a gestire un esecutivo esigente, ribelle, chiacchierone e pasticcione. Che, per nulla al mondo, rinuncia ad una comparsata televisiva, ad una dichiarazione che parla al cuore del partito e non a quello degli italiani. E se qualcosa non andava detta, be’ in quel caso la colpa è del giornalista che ha frainteso o del suo portavoce che non ha saputo evitare il fraintendimento.

Insomma, la nave affonda prima ancora di lasciare la banchina e siccome il "comandante" non può perdere quell’immagine di "serietà al governo" falsa quanto propagandata, la responsabilità cade sui mozzi. Non sui ministri - troppo permalosi e troppo pronti alla verifica - e sulle idee ma sui portavoce e sui comunicati. E si chiede loro l’ardua impresa di mettere il silenziatore alla voce del governo, o meglio il "bip" alle cose sconvenienti: una via di mezzo tra il dire le menzogne e tacere la verità.

E, davanti all’evidente perplessità degli interlocutori, Prodi ha invitato tutti a fare come lui, a sorridere di più. Ma finora a sorridere di lui, anche a ridere di lui sono gli italiani!
 


 

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