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16 settembre 2006
Telecom: la
ragnatela di Prodi |
La vicenda Telecom offre una doppia chiave
di lettura: tecnica e politica. Palazzo Chigi ha giocato tutt’e due
le partite: ha messo in piedi uno schema finanziario per
"nazionalizzare" la rete infrastrutturale, camuffandolo come uno
strumento per ridurre l’indebitamento di Telecom; ha tentato di
accumulare potere ai danni dei suoi alleati politici, Ds e
Margherita in testa, così da acquisire un maggior potere
contrattuale in vista dell’ipotetico Partito democratico.
Lettura tecnica
Telecom ha raggiunto un indebitamento con banche e mercato superiore
ai 40 miliardi di euro. Il livello è cresciuto dopo aver inglobato,
quasi due anni fa, Tim, cioè la rete mobile. A fronte di un
fatturato intorno agli 80 miliardi di euro, alla Telecom non bastava
più la cassa che riusciva a creare con il canone e le tariffe della
telefonia fissa e mobile per frenare l’indebitamento. Da qui, i
contatti avviati da Tronchetti con Murdoch (e non solo) per mettere
in ordine l’azienda.
Fra l’altro, l’intero colosso telefonico era ed è controllato da una
finanziaria, Olimpia, nella quale Tronchetti controlla il 18%. In
Olimpia erano presenti anche Banca Intesa e Unicredito: cioè, le
banche maggiormente esposte nei confronti di Telecom. Le due banche,
però, sono uscite da Olimpia prima dell’estate; ed entro un mese la
loro partecipazione verrà liquidata completamente.
Il ruolo di Goldman
Le condizioni finanziarie di Telecom hanno attirato l’attenzione di
tutte le banche d’affari del mondo. Tutte hanno messo a punto
progetti di riordino societario per fronteggiare i debiti della
società telefonica. Lo fanno per mestiere. Con l’obbiettivo di
diventare advisor della società, una volta che il progetto di
riorganizzazione va in porto.
L’unica che anziché inviare il proprio progetto di riordino
societario a Tronchetti, lo ha inviato a Prodi è stata Goldman Sachs.
Ed il motivo è evidente. Viene da Goldman Sachs Massimo Tononi,
sottosegretario all’Economia. Viene da Goldman Sachs Costamagna,
amico fraterno del presidente del Consiglio, e finanziatore della
sua campagna elettorale. Vengono da Goldman Sachs lo stesso Prodi e
Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia.
Lo schema Rovati
Nello schema di riordino societario di Telecom messo a punto da
Goldman, e che ora passa alla storia come lo "schema Rovati" un
ruolo non secondario lo giocano le ambizioni personali. Costamagna e
Tononi hanno lavorato per anni nello stesso team di Goldman. Ed ora
uno dei due è sottosegretario all’Economia, voluto da presidente del
Consiglio (Padoa Schioppa nemmeno lo conosceva), con delega sulla
Cassa depositi e prestiti. Se il progetto di riordino societario di
Telecom messo a punto da Goldman fosse andato in porto, Costamagna
sarebbe andato alla Cassa depositi e prestiti.
Così, i tecnici della Goldman elaborano un progetto che prevede:
Telecom resta tutt’intera, in quanto il valore prodotto dalla
telefonia mobile favorisce la riduzione del debito;
Viene scorporata la rete di infrastrutture, che viene quotata in
Borsa. La Cassa depositi e prestiti dovrebbe - secondo il progetto -
acquisire il 30% del capitale, cioè diventare il primo azionista
della nuova società. Il resto dovrebbe andare agli altri operatori
telefonici e sul mercato.
In questo modo, Telecom avrebbe potuto ridurre, in un colpo solo,
l’indebitamento per 19 miliardi. Con un problema. Questo, infatti, è
il "valore di libro" con cui Telecom valuta la rete. In realtà,
altre banche d’affari danno alla rete un valore più basso: fra i 9
ed i 12 miliardi.
Un ente pubblico, come la Cassa, però, acquisirebbe a "valore di
libro". Quindi, dalla cassa erano pronti per ridurre direttamente
l’indebitamento di Telecom 6 miliardi.
Il ruolo della Cassa
In tutto questo progetto di riordino, l’onere maggiore è a carico
della Cassa depositi e prestiti. Vale la pena di ricordare che la
cassa è uno strano animale. E’ pubblico, perché controllato dal
Tesoro. E’ privato perché Bruxelles considera le sue operazioni
fuori dal perimetro della Pubblica amministrazione, e nel consiglio
d’amministrazione siedono anche i rappresentanti delle Fondazioni
bancarie. Il rafforzamento della Cassa venne voluto da Tremonti per
ridurre il debito pubblico. La Cassa, infatti, acquisì forti
partecipazioni di Enel, Eni e Terna (la rete d’infrastrutture
energetiche) e per la contabilità di Stato il debito venne ridotto.
Insomma, aveva una finalità pubblica. Prodi e Tononi, invece, con il
progetto di Goldman Sachs vogliono estendere il ruolo della cassa a
partecipazioni private: come quelle della rete d’infrastrutture
della Telecom, ma anche per Autostrade.
In questo modo, la riduzione dell’indebitamento di aziende private,
operato attraverso Cassa depositi, sarebbe ricaduto sulla
collettività. Le risorse della Cassa depositi e prestiti, infatti,
vengono dai libretti di risparmio postale.
Livello politico
Lo schema Rovati-Goldman aveva un altro lato della medaglia. Se
fosse andato in porto, avrebbe consegnato a Prodi un forte strumento
di pressione politica: una nuova Iri, rappresentata dalla Cassa
depositi e prestiti riformata. Strumento che sarebbe tornato utile
quando all’interno della maggioranza si sarebbe discusso
concretamente di Partito democratico. Ed è per queste ragioni che
sia i Ds sia la Margherita si sono messi di traverso al progetto. E
sia direttamente, sia indirettamente, i due partiti hanno sostenuto
- se non addirittura incentivato - Tronchetti ad elaborare un piano
alternativo.
Piano Tronchetti
La ricostruzione data da Prodi dei colloqui con l’azionista di
maggioranza della Telecom è incompleta. Il presidente del Consiglio
gli aveva consigliato di quotare la rete di infrastrutture; ed anche
accennato al ruolo della Cassa depositi nell’operazione. Lo aveva
anche invitato a non scorporare Tim dall’azienda. In quanto, pensava
che dietro a Murdoch ci potesse essere Mediaset. E Prodi non voleva
e non vuole che Berlusconi entri nel business della telefonia
mobile. Così, negli incontri privati con Tronchetti, ha perorato lo
schema Goldman-Rovati; fino al punto di promettergli un progetto
nero su bianco. E così è stato. Tononi invia a Prodi lo schema di
riassetto messo a punto dai suoi amici della Goldman. Prodi riceve
il documento in "power point" tutt’altro che "artigianale" e dice a
Rovati di farlo pervenire a Tronchetti.
Rovati rispetta l’ordine ed aggiunge un suo bigliettino della
Presidenza del Consiglio. Al tempo stesso, però, Ds e Margherita non
volevano e non vogliono che Prodi si rafforzi con lo schema
Goldman-Rovati. E lo fanno sapere attraverso i loro canali a
Tronchetti.
In mezzo al guado
Da una parte Prodi, cioè, il presidente del Consiglio, che gli
chiede una cosa; dall’altra gli azionisti di maggioranza del premier
che gliene chiedono un’altra, opposta. Da uomo d’impresa, dà ragione
agli azionisti di maggioranza. La proprietà di un’azienda resta, i
manager cambiano. Così, il suo piano prevede la quotazione della
rete, come chiesto da Prodi; ma, la rete resta dentro la pancia di
Telecom; e la telefonia mobile di Tim viene scorporata. Insomma,
prova a dar retta a tutt’e due le richieste. Anche se riduce il
valore della Telecom, portando via la Tim.
L’ira di Prodi
Quando scopre il progetto di scorporo di Tim, il Presidente del
Consiglio va su tutte le furie. Capisce che tutto il suo schema
finanziario e politico viene meno; in più, intravvede il rischio che
Berlusconi possa entrare dentro Tim. Ed a Frascati, alla riunione
dei gruppi dell’Ulivo, si dice "sconcertato" dalle scelte di
Tronchetti. "Non ne ero al corrente", dice sapendo di mentire. E’
una dichiarazione di guerra a Tronchetti.
Telecom fa arrivare a due giornali (Il Giornale e MF)
l’indiscrezione che Palazzo Chigi sapeva.
Che c’erano stati contatti con Rovati; e Rovati è un uomo che
riferisce tutto a Prodi: vuoi perché amico da trent’anni, vuoi
perché ricopre l’incarico di responsabile della segreteria tecnica
della Presidenza del Consiglio. E’ tenuto a riferire. Prodi si
arrabbia ancora di più. E, fatto inusuale, emette un comunicato
della Presidenza del Consiglio che rivela i colloqui riservati fra
Prodi e Tronchetti (fra l’altro quel comunicato è ora oggetto di
indagine della Sec, la Consob americana, perché vengono tirate in
ballo Time Warner, General Electric e la stessa Telecom: quotate a
Wall Street).
A quel punto, Tronchetti fa arrivare ai "suoi" giornali, Corriere
della Sera e Sole 24 Ore, il documento in "power point" ricevuto da
Rovati, con tanto di biglietto autografo. Due giorni di guerra senza
frontiere, e venerdì sera un consiglio di amministrazione della
Telecom accetta la scelta di Tronchetti di dimettersi da presidente
del gruppo.
Arriva Rossi
Si fa sostituire da Guido Rossi, l’uomo che tutti identificano
"vicino" a Massimo D’Alema. E’ lo schiaffo estremo di Tronchetti a
Prodi. In tutti questi giorni, infatti, il silenzio intorno alla
vicenda di Ds e Margherita è stato emblematico. Prodi lo ha capito.
Ed ora per tenere insieme la coalizione, si appoggerà ancora di più
agli altri partiti della maggioranza. Come? Soddisfando le loro
richieste in materia di conti pubblici. E la finanziaria diventerà
la camera di compensazione della vicenda Telecom. L’exit strategy di
Prodi per allungare la sua permanenza a Palazzo Chigi. Le dimissioni
di Rovati rientrano in questo schema.
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29 agosto 2006
Regolamenti di conti sotto la Quercia
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E così anche Turiddo Campaini, duro tra i
duri oppositori di Giovanni Consorte e della fusione Unipol-Bnl
lascia la presidenza della Finsoe, finanziaria di controllo di
Unipol assicurazioni. La vicenda degli oppositori alla fusione
assicurazione delle coop rosse-Banca nazionale del lavoro ricorda
sempre di più il giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani,
nel quale i protagonisti sono uccisi uno per volta.
Franco Bassanini, antifusionista doc e grande lobbista della
Fondazione Monte dei Paschi, non è stato riconfermato parlamentare.
Così Lanfranco Turci, doppio «traditore» perché anche ex presidente
della Lega coop. Vannino Chiti, già potente numero 2 ds, è ministro
dei Rapporti con il Parlamento. Nessuno si ricorda più di lui:
volete paragonare il suo potere con quello di Pierluigi Bersani o
con quello del viceministro Vincenzo Visco? In Toscana domina il
dalemiano Mario Filippeschi. Anche gli ufficiali milanesi della
Guardia di Finanza, che avevano indagato solertemente sull’Unipol,
hanno corso qualche rischio: approfittando della calda estate Visco
è parso volere fare piazza pulita.
E ora tocca a Campaini, presidente della potente Unicoop di Firenze,
perno dell’opposizione anti-Consorte contro le megacooperative
emiliane, che pur sconfitte sulla fusione hanno piazzato il loro
uomo di maggiore peso al posto di Consorte: Pierluigi Stefanini,
presidente di quella coop Adriatica che ha il cuore a Bologna e in
Romagna, ma estende il suo «impero» in Veneto e nelle Marche.
Ma - si dirà - Campaini se ne va per l’arrivo di Carlo Salvatori,
solido banchiere, già presidente di Unicredit: che cosa c’entra con
i regolamenti di conti in casa ds. La questione non è il tecnico né
qualche stupido pettegolezzo sulle passate sintonie tra Salvatori e
il dannato Antonio Fazio. Il problema sono coloro che «dentro» i ds
hanno fatto da sponda agli Abete, ai Della Valle e altri nemici
della «fusione». Poi, per quello che riguarda le forme, uno come
Stefanini, cresciuto nel potentissimo apparato del Pci bolognese, sa
bene come comportarsi. In questo è nettamente superiore all’irruento
Consorte che sfidava apertamente gli oppositori.
Insomma se si va a rileggere l’elenco dei ds anti-Consorte dello
scorso autunno, gli unici due sopravvissuti sono Giorgio Napolitano,
però più soggetto a uno sfogo di malumore che vero oppositore, e
Giuseppe Mussari, allora presidente della Fondazione oggi della
Banca Monte dei Paschi, quest’ultimo protetto dal formidabile potere
del municipalismo senese. Persino Antonio Polito, già direttore del
quotidiano già dalemiano Il riformista e intimamente legato a un
altro imprevisto «traditore», Claudio Velardi, ha dovuto lasciare i
ds per rifugiarsi nella Margherita.
È un caso che l’ultimo regolamento dei conti interdiessino avvenga
nel momento in cui la fusione tra Intesa e San Paolo di Torino viene
benedetta dai prodiani? Ma che c’entra la politica con quest’ultima
operazione? Come ha detto Sergio Chiamparino: i partiti sono
estranei alla fusione. Così ha giurato anche il presidente del San
Paolo, Enrico Salza: non si è parlato con i partiti - ha detto -, o
almeno, «lui» non ha parlato con i partiti. Certo fa una qualche
impressione leggere sul Corriere della Sera che prima Chiamparino e
poi Piero Fassino avrebbero telefonato perché nei nuovi organigramma
fosse garantito un posto di comando a Pietro Modiano. E, sempre
secondo il Corriere, in quarantotto ore il problema sarebbe stato
risolto in modo soddisfacente. Una forma di governance allargata o
solo spargimento di dispettucci e velenetti all’interno del piccolo
establishment?
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28 agosto 2006
Guerra di potere al vertice di Unipol
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Per ora, tutti presi dallo scacchiere delle
cariche e dalle pedine che si stanno muovendo, nessuno parla della
vera posta in gioco che sta spaccando il mondo delle Coop rosse:
sono i 2 miliardi di euro con cui Unipol è uscita dall’avventura Bnl,
per la quale aveva anche chiamato gli azionisti ad aumentare il
capitale. È un bel gettone da piazzare sulla mappa del risiko
bancario: soprattutto pensando al fatto che con Bnl, grazie alla
benedizione dell’ex governatore Antonio Fazio, il gruppo emiliano ce
l’aveva quasi fatta. In programma c’era la fusione Unipol-Bnl,
colosso di bancassicurazione che avrebbe spinto a reazioni a catena,
come accade sempre in un settore dopo un’operazione tra soggetti
importanti. Quello che poi è accaduto fa ancora parte delle cronache
giudiziarie: lo scandalo Bpi, l’arresto di Gianpiero Fiorani, il
coinvolgimento di Fazio, le sue dimissioni, e, in parallelo, la
frettolosa (ma ricca di plusvalenze) vendita di Bnl ai francesi di
Bnp Paribas, l’uscita di scena di Giovanni Consorte e la nomina di
alcuni «traghettatori» verso un recupero di credibilità e
trasparenza.
Con questo preciso mandato a gennaio Turiddo Campaini, oggi
dimissionario, fu eletto presidente della Finsoe, la finanziaria che
controlla Unipol, a sua volta posseduta da Holmo, che appartiene a
30 cooperative (il grafico illustra bene il sistema di controllo).
L’incarico affidato a Campaini, storico presidente della Unicoop
Firenze, una delle più grandi cooperative di consumo in Italia, fu
subito visto come un punto a favore del mondo cooperativo toscano
rispetto a quello emiliano, tradizionalmente più forte,
rappresentato dal presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.
Campaini era stato fiero oppositore di Consorte alla scalata della
Bnl, e aveva sostenuto il disegno alternativo di un’integrazione tra
Unipol e Montepaschi, ideologicamente più congruo e facilitato dal
fatto che il sistema delle coop, sommando le singole quote, è il
secondo azionista della banca senese dopo la Fondazione; mentre Mps,
a sua volta, è il secondo socio di Finsoe.
Eppure a soli otto mesi dalla sua nomina, Campaini annuncia le sue
dimissioni (anticipate alla Lega addirittura a giugno), seguito dal
suo vice, Claudio Levorato. Il braccio di ferro sbilancia di nuovo
le strategie verso l’Emilia? Pare, per il momento, di sì. A Campaini
il «traghettatore» non è piaciuta la nomina di Carlo Salvatori ad
amministratore delegato di Unipol. Il banchiere (ex Unicredit) è
persona ineccepibile: ma il fatto che Consorte lo avesse già
designato a guidare il colosso mancato, agli occhi dei «toscani»
getta un’ombra. In altre parole, egli rappresenta, suo malgrado, una
sorta di scomoda continuità.
Le dimissioni - non ufficializzate e sulle quali ieri da esponenti
della Lega sono giunte precisazioni di rito - dovrebbero avere
effetto dal 15 settembre, in coincidenza con la presentazione del
piano industriale di Unipol.
Ma l’ultima parola non è ancora detta. Il braccio di ferro, infatti,
è ancora in corso: ed è sui metodi di comando e di gestione del
complesso mondo cooperativo. Da una parte c’è un modello «laico»,
che trova espressione in una gestione manageriale e in alleanze
esterne all’universo rosso. Dall’altra c’è il modello «ortodosso»,
d’impronta strettamente cooperativa, focalizzato sui soci e sui loro
alleati. Campaini è il sostenitore del secondo, e se fosse questo a
prevalere egli rientrerebbe automaticamente in gioco.
Giovedì ci sarà una prima verifica: Mps deve scegliere il proprio
partner assicurativo, e Unipol non è tra i candidati. Qualcuno si
spinge persino a ipotizzare, dopo le dimissioni di Campaini,
l’uscita dei senesi dal capitale di Finsoe.
Le dimissioni di Campaini e di Levorato finirebbero per agevolare un
altro disegno: quello di identificare i vertici di Holmo (il cui
consiglio si riunisce venerdì) e Finsoe, semplificando la filiera ed
evitando duplicazioni. Sforbiciando, in altre parole, delle frange
di potere, in un’ottica di indirizzo politico sempre più marcato.
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19 agosto 2006
Coop fa il pieno
coi farmaci: una manna il decreto Bersani
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Gli ipermarket Coop vendono più medicine
che spaghetti. A una settimana dall’apertura dei primi tre corner
shop di medicinali da banco e senza obbligo di ricetta, gli effetti
delle liberalizzazioni introdotte dal decreto Bersani a fine luglio
si sono rivelati una manna per i fatturati dei tre ipermercati
sperimentali del gruppo «Coop Estense» di Carpi (Modena), Ferrara e
Bari.
Il boom di vendite di analgesici e antidolorifici come Moment,
Tachipirina, Maalox e Aspirina potrebbe anche essere la conseguenza
di improvvisi attacchi di mal di testa, febbre alta e acidità di
stomaco, ma Federfarma (l’associazione nazionale dei titolari di
farmacie) ritiene che sia soltanto «un trionfo commerciale». Ovvero,
un risultato che ha permesso a Coop Estense di superare le vendite
di pasta, riso e farina messi insieme per un fatturato (quello dei
soli farmaci da banco e senza obbligo di ricetta) che raggiunge
l’1,90% dell’intero volume di vendita. I tre corner shop hanno
registrato una presenza media di 400-500 clienti al giorno pronti ad
acquistare analgesici e antidolorifici scontati del 20, 25 e 30%
rispetto alle farmacie. Nonostante i numeri si riferiscano a un
periodo così breve, il direttore commerciale del gruppo, Eddy
Gambetti, sottolinea che «questa prima risposta dei consumatori è
andata oltre le nostre previsioni».
In base alla percentuale totale delle vendite dell’ipermercato di
Bari, i farmaci occupano 1,90%, mentre quelli di Carpi e Ferrara
l’1, 50 per cento. La spiegazione sulla disparità di incassi è di
natura sociale: «Chi abita al Sud ha un minor reddito e un bisogno
di maggiori tutele - spiega Gambetti - e comunque nelle farmacie
meridionali gli sconti sono meno frequenti rispetto al Nord».
L’entusiasmo delle cooperative per gli effetti delle
liberalizzazioni era stato covato con largo anticipo rispetto
all’approvazione in Parlamento del decreto del ministro dello
Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Il via libera era arrivato
con l’accordo tra il ministro della Salute, Livia Turco, e i vertici
di Federfarma. Oggi, stravolte le regole che regolamentavano la
vendita dei farmaci, «Coop Italia» ha annunciato l’intenzione di
voler bollare con il proprio marchio integratori vitaminici e
medicinali come l’Aspirina per poi metterli in commercio con sconti
del 50% rispetto ai prezzi del mercato. Il gruppo commerciale
specifica che a partire dal prossimo anno aprirà altri 150 punti
vendita per un totale di circa 500 nuove assunzioni di farmacisti.
«Ma faremo di più - aggiunge il vicepresidente di Coop Italia,
Riccardo Bagni - perché abbiamo intenzione di abbinare alla vendita
dei medicinali anche altri servizi come la misurazione della
pressione e la possibilità di prenotare esami attraverso accordi con
le Asl». Entro la fine di settembre, Coop Estense aprirà altri sette
banchi per la vendita in Puglia e sei in Emilia Romagna.
Dall’altra parte della barricata, Federfarma (si era fortemente
opposta ai progetti del governo con slogan del tipo «contro il
capitalista Bersani che vuole affidare la salute alle Coop» e «Bersani
trasforma i farmaci in pesci e pani»), osserva l’evolversi della
situazione e non sembra sorpresa dal primo bilancio sulle vendite.
«Questo boom conferma le nostre teorie - spiega al Giornale il
segretario nazionale dell’associazione, Franco Caprino -: fino a
ieri si andava in farmacia quando se ne aveva bisogno, oggi si
compra un farmaco per un semplice impulso all’acquisto. Oltre a
essere un’abitudine pericolosa, non va neanche a vantaggio del
consumatore perché, se da una parte il cliente acquista una
confezione di Aspirina a prezzo scontato, dall’altra spende comunque
dei soldi senza che ci sia la necessità. Tutti andiamo a fare la
spesa e sappiamo come la grande distribuzione riesca a convincerci a
farci mettere nel carrello quello che vogliono».
Secondo Caprino i risultati diffusi da Coop Estense sono la prova
provata di un «trionfo commerciale». E aggiunge: «Da oltre un anno
la grande distribuzione premeva per la realizzazione di questo
sistema - conclude - e stanno procedendo spediti verso la nascita di
grossi monopoli. Purtroppo la situazione politica attuale non fa
nulla per impedirlo».
Supermercati a gonfie vele e farmacie deserte? «Ancora non lo
sappiamo, è troppo presto per fare i conti».
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13 agosto 2006
Le economie di Vendola:
3 milioni per «Casa Puglia» a Bruxelles
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A Bruxelles! A Bruxelles! La corsa delle
Regioni ad aprire «ambasciate» nella città che ospita le istituzioni
dell’Unione europea è ricominciata. I cittadini pugliesi saranno
felici di sapere che dal 25 luglio sono proprietari di un immobile a
Bruxelles. La giunta regionale rossa guidata da Nichi Vendola ha
deliberato l’acquisto di un immobile di 800 metri quadri per 2,1
milioni di euro. Ai quali se ne aggiungeranno 600mila per la
ristrutturazione necessaria a trasformare i tre piani (più mansarda)
dell’elegante palazzotto nella nuova «Casa Puglia» di cui tanto si
sentiva il bisogno.
Un anno fa, di fronte a inchieste giornalistiche e polemiche
politiche sugli sprechi, i governatori avevano lanciato un segnale
di buona volontà: basta con le sedi faraoniche, meglio uffici comuni
e più sobri. Proposito presto dimenticato. E così, con 2,7 milioni
di euro, la Puglia si mette alla pari con le Regioni più
intraprendenti nell’edilizia di rappresentanza all’estero.
Non che finora i governanti pugliesi in trasferta a Bruxelles
fossero costretti a prendere gli appuntamenti nei retrobottega dei
bar. Una sede c’e l’avevano dal 2000. E anche molto vicina al
Parlamento europeo: quattro stanze in un edificio pieno di uffici in
Rue du Luxembourg. Costo: 42mila euro all’anno più tasse.
Ma insomma: appena 150 metri quadrati in un anonimo condominio con
un solo posto macchina in dotazione... e in affitto, per giunta!
Situazione non più tollerabile per l’amministrazione di
centrosinistra, «che intende dare un impulso molto forte alla sua
presenza a Bruxelles, valorizzando al massimo la sua presenza
istituzionale (...) e trasformando l’ufficio di rappresentanza così
come esso è oggi in una presenza articolata della Regione nel suo
complesso».
Parole di Vendola, messe a verbale nella delibera con cui, nel
novembre dello scorso anno, la giunta ha bandito la gara per trovare
una nuova sede. Requisiti dell’immobile: almeno mille metri quadri
di superficie, palazzo indipendente e libero, zona centrale, costo
massimo 2,7 milioni di euro.
L’annuncio, pubblicato a dicembre sul Sole 24 Ore e su due
quotidiani belgi, non passa inosservato. A gennaio arrivano in
Puglia 23 offerte (una addirittura di 5 milioni di euro). A febbraio
una commissione nominata dalla Regione le valuta, «salvandone» solo
cinque. A marzo due membri della commissione volano in Belgio per il
sopralluogo decisivo e scelgono il migliore immobile per
«ubicazione, contesto architettonico e prezzo».
Ed eccola, quella che tra pochi mesi diventerà «Casa Puglia». Il
palazzotto si trova in Avenue de Tervuren, quartiere residenziale
vicino al Parco del Cinquantenario e a una fermata di metropolitana
dalla sede della Commissione europea. Un esempio di «eclettismo
architettonico» con conchiglie ornamentali sul cornicione, accenni
di decorazioni floreali, bovindo (loggia vetrata) su due piani e
balconcino al terzo.
In primavera la perizia di una società di consulenza immobiliare
ingaggiata dalla Regione conferma il prezzo stabilito dalla società
venditrice. Infine, pochi giorni fa, l’ultima parola della giunta,
che rivendica la scelta per due ragioni. Primo: «Comprare conviene
per l’abbattimento dei costi di affitto». Secondo: c’è la necessità
di fare un salto di qualità nella rappresentanza istituzionale,
coinvolgendo altri enti pugliesi.
«La giunta - spiega Vendola agli assessori nella seduta del 22
novembre - intende lavorare alla creazione a Bruxelles, sull’esempio
di esperienze regionali là già esistenti, di “Casa Puglia”, con ciò
intendendo la presenza accanto all’Ente Regione di soggetti
istituzionali, economici, culturali, produttivi (dalle Università
alla Fiera, dalle organizzazioni professionali ai sistemi camerali,
eccetera) la cui attività si interfaccia a più livelli con le sedi
dell’Ue».
Vasto programma. Per il quale la giunta dovrà anche potenziare la
dotazione di personale per la sede di Bruxelles. In quella attuale
lavorano tre funzionari, un consulente estero e uno stagista.
Decisamente pochi per la nuova «Casa Puglia». Serviranno rinforzi.
Ma c’è un’ultima cosa che i cittadini pugliesi saranno felici di
sapere. Mentre compra «Casa» a Bruxelles, dopo 35 anni (cioè da
quando sono state istituite le Regioni) la Puglia non ha ancora una
«Casa» a Bari. E paga affitti (attualmente circa 5 milioni di euro
all’anno) per immobili sparsi in tutta la città in cui sono
sistemati (con disagi e periodiche lamentele) uffici vari,
assessorati e persino il Consiglio regionale.
Problema storico, che non si può imputare certo alla giunta Vendola,
insediatasi appena un anno fa. Ma era proprio il caso di investire a
Bruxelles, non avendo un tetto a Bari?
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7 agosto 2006
Raddoppia il gettito. Il premier:
merito mio.
L’ex ministro ride: «In 80 giorni? Nemmeno il mago
Otelma» |
Il governo Berlusconi ha allargato la base
imponibile, favorendo l’aumento delle entrate tributarie nel primo
semestre 2006 così come registrato ieri dal Dipartimento per le
Politiche fiscali di via XX Settembre. Il senatore di Forza Italia
ed ex viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, è convinto che i
risultati favorevoli siano anche stati determinati dalla politica
dei condoni che ha favorito la regolarizzazione di una serie di
rapporti aiutandone l’emersione. Il tutto senza penalizzare i
contribuenti e senza minare la ripresa dell’economia italiana. Una
sfida pesante per il centrosinistra che, dopo l’allarmismo
elettorale, si ritrova in una situazione migliore delle previsioni
ma senza volontà di fare marcia indietro di fronte ai propositi di
una maggiore invasività del fisco nella vita dei cittadini.
Senatore Vegas, le entrate tributarie nel primo semestre 2006 sono
aumentate del 12,3% su base annua a 179,1 miliardi di euro. Il 54%
del totale è rappresentato dalle imposte dirette. Dunque, non è vero
che le politiche fiscali del centrodestra hanno favorito i più
ricchi tradendo il dettato costituzionale della progressività delle
imposte?
«Il governo Berlusconi ha sostanzialmente allargato la base
imponibile attraverso una riduzione delle aliquote nominali. Checché
ne dica il centrosinistra, la politica dei condoni è servita per
regolarizzare una serie di rapporti tributari. Il risultato è
l’aumento del gettito. Per dirla con una battuta, il centrodestra ha
realizzato una politica fiscale di sinistra. Sarebbe opportuno che
la maggioranza e il governo, a questo punto, ripensassero
l’intenzione di abolire il secondo modulo della riforma fiscale».
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3 agosto 2006
Il governo Prodi fa sconti al lusso:
Iva dimezzata sugli immobili di pregio
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La manovrina contenuta nel decreto Bersani
non sarà una stangata per tutti i soggetti di imposta. Alcuni
contribuenti, anzi, potranno giovarsene. In primo luogo, gli
acquirenti di immobili di lusso che si apprestano a vedere ridotto
del 50% il prelievo fiscale sulle transazioni.
Il passaggio al regime di esenzione Iva per i fabbricati e le
porzioni di fabbricati abitativi con conseguente applicazione delle
imposte proporzionali di registro, ipotecaria e catastale determina
un grosso cambiamento. Il decreto Bersani-Visco, ieri convertito in
legge, non contiene nessuna specifica prescrizione per gli immobili
definiti «di lusso» ai sensi del decreto del ministero dei Lavori
pubblici del 2 agosto 1969. Tale stato di cose fa sì che queste
dimore, finora soggette a un’aliquota Iva del 20%, siano vendute
dalle società immobiliari in regime di imposte proporzionali che
ammontano complessivamente al 10% del prezzo di vendita. Per
l’acquirente privato si tratta di un bello sconto. Ad esempio,
sull’acquisto di un bel casale in Umbria da un milione di euro ci si
troverebbe a pagare 100mila euro di imposte di registro anziché
200mila euro di Iva con un risparmio netto di 100mila euro.
Ma anche alle società che hanno per oggetto la compravendita di
immobili e alle imprese di costruzione e di ristrutturazione la
manovrina del governo Prodi ha riservato qualche piacevole sorpresa.
Innanzitutto, l’articolo 35 del decreto ha esteso il regime di
esenzione Iva per le cessioni di immobili a uso abitativo effettuate
dalle imprese di compravendita. In secondo luogo, l’articolo 40-bis
(che contiene le disposizioni transitorie) prescrive che «gli atti e
i contratti posti in essere nello stesso giorno della pubblicazione
nella Gazzetta Ufficiale (4 luglio 2006; ndr) in applicazione e
osservanza della normativa previgente non costituiscono in nessun
caso ipotesi di violazione». La norma, tradotta dal burocratese,
significa che per tutti i contratti stipulati fino al 4 luglio
scorso non sono previste sanzioni per l’adozione del precedente
regime fiscale. Quindi per le compravendite soggette a Iva
effettuate da imprese costruttrici, imprese di ristrutturazione e
società del ramo immobiliare e finanziario non sarà necessaria la
rettifica della detrazione.
Il comma 9 dell’articolo 35 del decreto, infatti, stabilisce che per
i fabbricati abitativi posseduti dalle imprese costruttrici alla
data del 4 luglio 2006, per i fabbricati sui quali siano stato
effettuati interventi di ristrutturazione alla data del 4 luglio
2002, per gli immobili strumentali sui quali sia stata esercitata
l’opzione per l’imponibilità Iva nel primo atto stipulato dopo
l’entrata in vigore della legge non sarà necessario rettificare la
detrazione dell’imposta di valore aggiunto.
Anche in questo caso si può parlare di sconto sui «fondi di
magazzino» delle immobiliari e delle imprese edili. È prassi
dell’ambito tributario, nella maggior parte dei casi, che il
passaggio da un regime di imponibilità a uno di esenzione (come
quello del decreto Bersani) determini conseguentemente una modifica
delle detrazioni. In questo caso niente di tutto ciò: le società
immobiliari potranno detrarre l’Iva sulle abitazioni acquistate
prima del 4 luglio rivendendole in regime di applicazione delle
imposte proporzionali di registro, tributarie e catastali. Si tratta
di una goccia in un mare di stangate, ma è uno strano caso che due
categorie come gli acquirenti di case di lusso e i gruppi
immobiliari possano tirare un sospiro di sollievo grazie a Vincenzo
Visco. Fino alla prossima imboscata.
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2 agosto 2006
Fuori dalla galera anche i terroristi
islamici |
Al ministero degli Interni tentano di
minimizzare. Sostengono che non si tratta di un’allarme ma di un
«normale controllo necessario dopo l’indulto». Ma la circolare del
capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che invita le questure
d’Italia a monitorare gli immigrati che usciranno dal carcere prima
del previsto dopo la legge approvata dal Parlamento, preoccupa non
poco il Viminale. Il quale fa sua la circolare di De Gennaro e
rivolge la stessa raccomandazione alle prefetture. Si tratta di un
centinaio di persone, non di più, dicono alla sede del ministero
dell’Interno. Ma di sicuro c’è che sono almeno un centinaio gli
immigrati che sono stati condannati per falsificazione di documenti,
favoreggiamento di immigrazione clandestina, e che secondo le accuse
dei procuratori e secondo le indagini di polizia, erano in realtà
dei terminali delle associazioni terroristiche dell’estremismo
islamico. Fiancheggiatori di cellule. Non essendo stati condannati
per terrorismo, adesso andranno fuori dal carcere e il capo delle
Polizia ha subito disposto che, quelli che rimangono in Italia, non
vengano persi di vista.
Non è facile sapere quanti sono e soprattutto per quali reati sono
stati spediti in prigione i sospettati di terrorismo. Ma si sa che
l’anno scorso, con l’operazione Tazir, almeno 90 marocchini sono
finiti in galera con l’accusa di traffico di essere umani (reato
escluso dall’indulto), ma che sono molti di più quelli finiti dentro
per avere organizzato veri e propri centri di produzione di permessi
falsi (500 sono stati sequestrati lo scorso novembre).
E chi è dentro per questo reato può rientrare nelle misure di
indulto. È successo a Yossef Abdoui e Mohamedd Loubiri, due
nordafricani condannati in appello lo scorso settembre a quattro
anni e un mese per associazione per delinquere finalizzata al
favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla ricettazione di
documenti falsi. Condannati in primo grado per associazione con
finalità di terrorismo, in appello invece i giudici hanno escluso
nel dispositivo della sentenza la sussistenza di contatti degli
imputati con il terrorismo islamico. Visto che nessuno dei due ha
presentato ricorso in Cassazione, sono rimasti in galera
definitivamente. Sarebbero usciti tra un mese, ma con la legge
sull’indulto hanno anticipato la libertà. Adesso sono destinati
all’espulsione, visto che le pene accessorie sono rimaste valide. A
febbraio del 2005 invece è stato arrestato a Napoli l’estremista
islamico di origine algerina Arioua Abdelmajid. Era accusato di
essere rientrato clandestinamente in Italia dopo l’espulsione.
L’uomo era stato arrestato nell’ottobre del 2003 dalla Digos di
Frosinone in esecuzione di un ordine di fermo dell’autorità
giudiziaria di Cassino per i reati di agevolazione dell’immigrazione
clandestina, contraffazione e ricettazione di documenti falsi, in
concorso con altri. Nessuna imputazione di terrorismo, mentre per il
Sismi si trattava di «un estremista islamico». È questo il dato che
più preoccupa il Viminale. Sono molti gli immigrati accusati di
rapporti border line con il terrorismo islamico ma che alla fine
sono stati condannati per i reati di agevolazione all’immigrazione
clandestina e ricettazione di documenti falsi.
Su di questi è puntata adesso l’attenzione del Ministero, che ha già
ha dato seguito alla «preoccupazione» del capo della Polizia.
Verranno confrontati i nomi di quanti escono dal carcere con i dati
raccolti dal Sismi e dal Sisde che solo lo scorso anno hanno visto
raddoppiare le segnalazioni messe a punto dal Comitato di analisi
strategica antiterrorismo. In particolare le indagini del Sisde
hanno evidenziato il ruolo centrale per diffondere l’ideologia
terrorista di una serie di esercizi commerciali, come i Phone
center, le macellerie halal, e altri luoghi di ritrovo diversi dalle
moschee. In questi posti le forze di polizia hanno spesso arrestato
personaggi sospettati, ma i processi si sono conclusi con la
condanna per reati fuori dal terrorismo. È su questi che De Gennaro
punta l’obiettivo.
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31 luglio 2006
Il governo da il colpo di grazia alla
TAV |
La Tav e’ morta. Il corridoio 5, cioe’ il
collegamento dell’Italia con i Paesi dell’Europa del Sud e dell’Est,
sara’ solo un sogno. Prodi e il centrosinistra ancora una volta
tradiscono la loro parola, ma cosa piu’ grave tradiscono gli
interessi del Paese’’.
Il Ministro Di Pietro ha comunicato infatti che la Torino-Lione e’
stata esclusa dall’elenco delle leggi obiettivo ed e’ stata inserita
tra le opere da realizzare con procedura ordinaria. Per chi non
capisce il linguaggio burocratico, questo significa che il piu’
piccolo dei Comuni o delle associazioni ambientali puo’ impedire la
realizzazione di un’opera prioritaria per il Paese.
Berlusconi in persona aveva ottenuto, nei sei mesi di Presidenza
Europea, il finanziamento di quest’opera che rappresentava da sola,
come indotto, centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma che
soprattutto permetteva all’Italia di restare un Paese centrale in
Europa.
Con questo atto irresponsabile, invece, il Governo Prodi butta via
anni di lavoro e taglia fuori il Paese, per i prossimi 50 anni, dal
circuito delle merci.
Il governo Prodi ha scelto di percorrere una strada tortuosa per
cercare di conseguire l’obiettivo Tav. In pratica, si è
concretizzato il rimando alla nuova Valutazione di impatto
ambientale (Via) e alla Conferenza dei servizi che sceglie di fare a
meno dello snellimento procedurale consentito dalla legge Obiettivo.
Ma come funziona la Conferenza dei servizi? Si tratta di uno
strumento concertativo che riassume in un unico contesto i pareri,
le autorizzazioni e i nulla osta delle amministrazioni pubbliche
coinvolte in un procedimento (in questo caso la Tav in Val di Susa).
Le fasi del processo saranno laboriose: la Conferenza dovrà
pronunciarsi in primo luogo sulla fase iniziale della Via, poi sul
progetto preliminare e infine su quello definitivo. Tenuto conto che
anche i privati possono formulare osservazioni sul progetto
definitivo e che si possono verificare situazioni di disaccordo tra
le amministrazioni (a loro volta rimandate alla Conferenza
Stato-Regioni o al Consiglio dei ministri, ndr), il rischio-caos non
è solo un’ipotesi di scuola. Piccoli Comuni e associazioni
ambientaliste avranno voce in capitolo.
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29 luglio 2006
Di Pietro sconfitto: «Ma l’Unione la
pagherà» |
Dimissioni da ministro, ora che il «patto
scellerato» sull’indulto è passato trionfalmente anche al Senato?
Non se ne parla neppure.
La spiegazione di Antonio Di Pietro è complessa, ma il senso è
chiaro: «Sull’indulto il centrosinistra ha ceduto a un ricatto di
Forza Italia, ma che da questo ricatto la Cdl voglia ottenere il
vantaggio di una coalizione che si sfascia a me pare una furbata che
non si può consentire». E lui non lo consentirà, ça va sans dire.
Però reclama un vertice dell’Unione, «prima delle vacanze», per
«ridefinire il programma giudiziario: il centrosinistra la smetta di
fare provvedimenti per assicurare l’impunità ad alcuni potenti e
cominci a farne per far funzionare la giustizia», dichiara. Clemente
Mastella, titolare della Giustizia e grande vincitore della
giornata, se la ride: «Di Pietro? Credo che sia a occuparsi dei suoi
cantieri», ironizza. Giusto l’altro giorno l’aveva per l’appunto
invitato a risolvere i problemi della Salerno-Reggio Calabria, che
alla politica giudiziaria ci pensa lui.
E infatti ieri il ministro delle Infrastrutture non si è proprio
visto, dalle parti di Palazzo Madama: era a Milano («forse in
Procura... », motteggiava Mastella) a parlare di autostrada
pedemontana. Fuori dal Senato è rimasto un manipolo di suoi
fedelissimi, una ventina più le bandiere di Italia dei valori, a
strillare «vergogna» e «vogliamo un dittatore» ai senatori. Dentro,
l’opposizione del suo partito all’indulto si è afflosciata come un
soufflé mal riuscito: i cinque esponenti di Idv si sono divisi e in
due (De Gregorio e Franca Rame) hanno ritirato le firme dai 1.500
emendamenti presentati. De Gregorio, presidente della Commissione
difesa di Palazzo Madama, si è anche alzato in aula per annunciare
che non avrebbe seguito le indicazioni del suo leader: «Mi regolo
con un personale atto di codardia: mi asterrò, per questo primo atto
di cristiana umiltà che Giovanni Paolo II chiese al Parlamento». La
«codardia», evidentemente, è stata quella di non spingersi fino a
votare a favore. E così, il paventato ostruzionismo dell’Italia dei
valori non c’è stato: «Si sono dissolti, lasciando qui davanti quei
poveri quattro gatti», sorride sollevato dopo il voto Giovanni Russo
Spena, capo dei senatori di Rifondazione. «Non hanno nemmeno usato
tutto il tempo che avevano a disposizione, altro che grande
battaglia», infierisce il ds Gavino Angius.
Lui, Di Pietro, dice di «prendere atto» della sconfitta «con la
serenità di chi ha fatto tutto il proprio dovere», e avverte: «è una
scelta sbagliata di cui la maggioranza pagherà le conseguenze». E in
verità la sua è un’opinione condivisa da una parte dell’Unione. Sono
soprattutto i Ds, che ben conoscono gli umori forcaioli della
propria base, a essere preoccupati: «Per questa cosa verremo
massacrati, vedrete», gemeva a pochi minuti dal voto finale Massimo
Villone, rivolto alla capogruppo Anna Finocchiaro. Cui ieri è
toccato presiedere un’agitata riunione del gruppo dell’Ulivo, nella
quale si sono manifestati molti dissensi e paure. Per l’impopolarità
del provvedimento, per il metodo delle «larghe intese» che ai
prodiani fa temere inquietanti sviluppi futuri, per la rottura
dell’idillio con la magistratura militante. «Purtroppo c’è una larga
fetta di opinione pubblica di sinistra che ama le manette», constata
la bertinottiana Rina Gagliardi. In molti, a cominciare dal
presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi, hanno fatto
sapere che avrebbero votato sì solo per disciplina di gruppo. «Solo
per il bene dell’Ulivo, visto che a maggioranza si è deciso di
approvare la legge», dice la prodianissima Magistrelli. E anche
Willer Bordon storce il naso: «Non sono un fan del carcere, ma non
mi piace il patto di convenienza tra una parte del centrosinistra e
la Cdl che sta dietro a quest’indulto», confida. Pensando ai Ds.
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30 luglio 2006
Montezemolo ci ripensa e scarica Prodi
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Intervista di Montezemolo a pagina due del
Wall Street Journal, in un articolo che dà conto della delusione
degli industriali nei confronti del governo.
Un’intervista al quotidiano della comunità d’affari internazionale
nella quale Montezemolo boccia i primi mesi di governo della
sinistra ed esprime dubbi sulla sua reale capacità di fare qualcosa
in futuro. Nell’intervista le frasi virgolettate del leader degli
industriali sono poche. Ma l’attacco è netto e supera d’intensità
tutte le critiche che lo stesso Montezemolo ha riservato al
precedente esecutivo di centrodestra.
«In questi due mesi, non ho visto un solo sforzo reale di riduzione
della spesa. Alle stesso tempo le tasse sulle imprese sono
aumentate». Colpa di una coalizione di governo formata da nove
partiti la cui «coesione politica è debole», ha osservato
mostrandosi pessimista sulle capacità di recupero dell’esecutivo su
quelle che dovrebbero essere le priorità: promuovere la crescita e
tagliare le spese.
Il primo giudizio degli industriali su quello che ha fatto il
governo e su quello che potrebbe fare in futuro è «deprimente»,
osserva l’autore dell’articolo. Anche perché questo governo - e
queste sono parole di Montezemolo - «sembra avere poco rispetto per
il mercato e pochi riguardi per il ruolo delle imprese».
La delusione per i primi giorni di governo c’è. C’è anche l’attesa
per la legge Finanziaria, ma l’entusiasmo è frenato dal giudizio sui
primi passi. Come quello «timido» delle liberalizzazioni, qualcosa,
quindi, «che è essenziale per la crescita futura del Paese. Io penso
- ha aggiunto - che sarà molto difficile per il governo far
progredire le liberalizzazioni più pesanti a causa delle divisioni
interne» alla maggioranza.
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21 maggio 2006
La clandestina moldava ospitata dalla
ministra
Melandri, una finta americana a Roma
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Due singolari storie parallele, di qua e di
là dall’Atlantico.
Roma, 2006: una clandestina moldava viene fermata dalla polizia e
avviata al Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria, dove
dichiara di alloggiare presso l’abitazione di Giovanna Melandri,
neoministro del governo Prodi.
New York, 2001: una clandestina guatemalteca viene fermata dalle
autorità americane e dichiara di alloggiare presso l’abitazione di
Linda Chavez, neoministro dell’Amministrazione Bush.
Dichiara la Melandri: "Mi aveva fatto un’ottima impressione. Ma
c’era il problema del permesso di soggiorno. Quindi le ho detto:
prima facciamo i documenti, poi vieni a lavorare da noi".
Dichiarò la Chavez:"L’ho ospitata per un atto di compassione. Non
era a stipendio, ma riceveva solo denaro, ogni tanto, per le sue
necessità personali".
Le storie parallele finiscono, almeno per ora, qui.
Linda Chavez, "inciampata" nella colf irregolare, venne costretta da
Bush alle dimissioni. Così come era accaduto a Zoe Baird, ministro
della Giustizia di Clinton, che dovette dare forfait per aver
assunto una dipendente senza le carte in regola e senza pagarle i
contributi.
Giovanna Melandri, ministro della Repubblica le cui leggi ha appena
giurato con voce stentorea di rispettare, dinanzi al Capo dello
Stato, ospitava una clandestina con precedenti per documenti
irregolari e decreto di espulsione. Una vicenda analoga ad altre
centinaia che hanno trascinato normali cittadini in un mare di guai.
Ma la Melandri non è un normale cittadino, né si sente tale. Se la
Melandri non è la Chavez, neanche Prodi è Bush. Indovinate come
finirà?
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20 maggio 2006
Il ''governino'' Prodi nei giudizi
della stampa estera |
Non sono teneri i giudizi della stampa
straniera sui primi passi del governo Prodi. Il piu’ duro e’ stato
certamente lo spagnolo El Pais che ha titolato l’editoriale con un
secco "Il Governino". "Fra il veto degli uni e le minacce degli
altri - scrive il quotidiano madrileno - Romano Prodi e’ stato
costretto a giocare all’alchimista, anticipando le difficolta’ che
dovra’ affrontare nella gestione quotidiana del potere". "Il
balletto delle poltrone - aggiunge - e’ andato avanti fino a poco
prima dell’annuncio, mettendo in dubbio la capacita’ e
l’indipendenza del prossimo presidente del Consiglio".
Dalla Francia giungono commenti altrettanto freddi dal Figaro, che
riporta: "Prodi forma un governo di compromesso" e fa notare come al
suo interno siano presenti due esponenti, Alfonso Pecoraro Scanio e
Antonio Di Pietro, giudicati "leader turbolenti".
Liberation, giornale della sinistra francese, nota come sia frutto
di una "fragile alchimia" l’esecutivo e ricorda come il nuovo
ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, abbia "posizioni molto
critiche su Israele" insieme ad "aperture nei confronti di Hamas".
Nell’articolo si ricorda come il primo governo Prodi del 1996 fosse
ricco di membri del mondo accademico, mentre questa volta "si e’
essenzialmente accontentato di aprire le porte al banchiere Tommaso
Padoa Schioppa".
Si fa notare, inoltre, come uno dei membri dell’attuale compagine,
Clemente Mastella, sia stato nominato Guardasigilli "nonostante i
suoi frequenti attacchi contro alcuni giudici accusati di avere
’creato un clima di terrore’, e dopo essere stato, come ricorda il
giornalista Marco Travaglio, ’testimone al matrimonio di un mafioso
che forni’ documenti falsi al padrino dei padrini Bernardo
Provenzano’".
Il giornale parigino del pomeriggio Le Monde titola: "Romano Prodi
ha costituito il suo governo", per il giornale il nuovo esecutivo
"ha tre caratteristiche principali: e’ molto numeroso, e’ molto
politico ed e’ molto europeo". Prodi viene giudicato "leader senza
partito", e ha dovuto "tener conto dei fragili equilibri all’interno
di una coalizione eterogenea che va da un centro di ispirazione
democratico-cristiana a due partiti comunisti". Il giornale
sottolinea che "le personalita’ delle societa’ civile, numerose nel
governo Berlusconi, sono quasi sparite ad eccezione di Tommaso Padoa
Schioppa".
Dal britannico Financial Times giungono parole meno pesanti nei
confronti del Professore con un titolo neutro come "Prodi nomina la
sua squadra". "I compiti piu’ urgenti che si trova di fronte
l’esecutivo italiano - scrive il il quotidiano economico della City
- saranno quelli di produrre una valutazione rigorosa delle finanze
pubbliche e annunciare nuove misure per frenare il crescente deficit
di bilancio e il debito pubblico".
Il Guardian non si risparmia e su Mastella titola: "Il ministro
della Giustizia italiano collegato a un’inchiesta sulla mafia", e
nel sottotitolo rincara la dose accusando il nuovo premier di
avergli dovuto dare l’incarico "per mantenere il difficile
equilibrio di potere", altrimenti "il futuro del suo governo di
centrosinistra sarebbe stato in pericolo". Il giornale ricorda,
inoltre, che come ministro dell’Economia sia stato nominato
Padoa-Schioppa, che avra’ il compito di occuparsi delle "finanze
traballanti" del nostro paese.
Il tedesco Sueddeutsche Zeitung titola: "Grosse Koalition
all’italiana" e sottolinea come si voglia riformare il paese "con
una variopinta dozzina di partiti". "Romano Prodi - continua il
giornale bavarese - nelle ultime settimane ha lavorato giorno e
notte con i suoi partner della coalizione per mercanteggiare le
poltrone ministeriali, accontentare partiti grandi e piccoli,
appianare contrasti, tener conto delle vanita’ personali e resistere
alle prime minacce di rottura della coalizione".
Il Frankfurter Allgemeine Zeitung, invece, preferisce titolare sul
valore che potra’ offrire Padoa-Schioppa all’esecutivo, giudicandolo
"il principale sostegno di Prodi".
Anche il giornale economico Handelsblatt, titola "Il difficile
cammino dell’Italia per uscire dalla crisi" facendo riferimento alla
note difficolta’ economiche del nostro paese. "Solo una politica
economica completamente nuova puo’ - continua il giornale di
Dusseldorf - salvare il paese dal disastro economico".
Il New York Times conferma i dubbi sulla "tenuta" del nuovo governo,
titolando "Prodi giura, ma all’orizzonte si profilano problemi
politici ed economici". "In un periodo in cui l’Italia deve
affrontare difficili problemi economici - continua il piu’ famoso
quotidiano della costa orientale -, e compromessi politici per
superarli, la suddivisione dei seggi e’ stata complicata", e,
raccontando alcuni particolari dell’ultima ora, continua: "Almeno un
partito ha minacciato di andarsene se non avesse avuto un posto di
rilievo, un pericolo potenzialmente fatale al governo di Prodi,
vista la risicata maggioranza alle elezioni del mese scorso". Il
giornale, come la gran parte di quelli europei, cita Mastella: "È
piu’ conservatore di molti altri e ci sono voci che la sua nomina
possa complicare qualsiasi tentativo di riconoscere le unioni tra
omosessuali".
Durissime le parole del moderato giornale israeliano Yedioth
Ahronoth, che dopo la nomina di D’Alema come ministro degli Esteri,
giudica ormai finito il "rapporto d’amore fra Israele e l’Italia".
Nell’articolo firmato dal corrispondente da Roma e attuale
presidente dell’Associazione stampa estera, Yossi Bar insieme a
Itamar Eichner, si ricorda come l’attuale inquilino della Farnesina
abbia giudicato in passato lo stato ebraico come uno "stato
terrorista" e aver espresso "in passato la sua opposizione alla
costruzione di insediamenti, della barriera in Cisgiordania e dell’attivita’
dell’esercito israeliano nei territori".
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19 maggio 2006
Governo Prodi record di poltrone |
Il primo dato certo è che questo governo ha
un ministro in più dell’ultimo esecutivo guidato da Berlusconi e che
per far contenti tutti ha dovuto "spacchettare" alcuni dicasteri. Ma
quando il leader della Cdl presentò la sua squadra, il 23 aprile del
2005, ci fu un’aggressione compatta della sinistra contro la
lottizzazione la spartizione delle poltrone.
Pecoraro Scanio, l’uomo che ride ai funerali dei morti di Nassiryia,
parlò di "bis peggiore della prima", di "lifting
malriuscito....Aumentano i ministeri, i partiti, si passa da un
quadripartito ad un esapartito, le poltrone ed aumenterà anche il
caos". Adesso, ovviamente, non protesta per l’aumento dei ministeri.
Bersani ironizzò: "Si danno più poltrone ai perdenti delle
Regionali". Cioè a Forza Italia. Basta dare un’occhiata a quanti
ministri oggi sono targati Ds e Margherita, cioè i partiti che sono
andati ben sotto le aspettative alle elezioni, per sorridere.
Bertinotti, addirittura, sottolineava "un gran valzer di ministeri
come nelle porte girevoli". Lui che con la lottizzazione ha
incassato la presidenza della Camera e ha dovuto rimetterci come
numero di ministri (uno solo), nonostante fosse il vero vincitore
della coalizione.
Fassino parlò di "governo della disperazione pensato non per
governare l’Italia ma unicamente per tenere insieme i cocci di una
coalizione ormai a pezzi". Chissà perché viene alla mente l’attuale
governo, che ha dispensato seggiole e poltrone proprio per evitare
che Prodi esca di strada alla prima curva. Sempre che non accada
ugualmente.
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18 maggio 2006
Appena arrivati e già occupano anche
lo sport |
"Dopo la Federazione Calcio, dobbiamo
pensare al Coni". Parola di Fassino. Come a dire: abbiamo fatto il
pieno di benzina "rossa" nelle istituzioni, tre su tre, ora "avanti
tutta" alla conquista delle cittadelle del potere. Che si tratti
della Rai ("fuori Mimun") o che si tratti dello sport, i Ds mettono
subito i piedi nel piatto e manifestano senza alcun pudore la loro
naturale inclinazione a occupare tutto l’occupabile.
Per intanto a Guido Rossi l’incarico di sistemare la partita del
calcio. Con l’affannoso tentativo di incasellarlo come
"indipendente", seppellendo i suoi trascorsi di parlamentare
(miliardario) dei Ds. Santificato all’inverosimile, una sorta di
genio che non ne sbaglia una, dalla Montedison alla Consob, con
qualche piccola macchia dimenticata: era lui o un suo omonimo, quel
Guido Rossi che partecipò alla decisione di cedere Telekom Serbia a
Milosevic, per l’inverosimile cifra di 910 milioni di marchi? Non fu
certo un buon affare per l’Italia, ma qualcuno certo ci guadagnò.
Ecco, dunque, i Ds alzare il tiro. Non solo calcio, qui "va aperta
una riflessione sul funzionamento del Coni e delle federazioni",
dice Fassino alla Gazzetta dello Sport. Manifestando il proposito di
"mettere in sicurezza tutto l’organismo, prima di scoprire che il
cancro si è esteso".
Che cosa intende il segretario diessino? Lo chiarisce meglio il
deputato Giovanni Lolli, candidato a sottosegretario nel prossimo
governo e motore, nella precedente legislatura, dell’indagine
conoscitiva sui problemi del calcio (con risultati zero).
Secondo Lolli al ministro (naturalmente dei Ds) che si occuperà di
sport dovrà essere attribuito "un ruolo né passivo né burocratico".
E’ il suggello a un disegno a largo raggio che, ci fa sapere il
Riformista, "non si ferma alle 142 società esistenti, ma va
allargato alle 13mila società dilettantistiche e a tutte le forme di
sport, a partire da quelle di base:scuola, politiche per la salute,
attività impiantistica".
Le mani (diessine) della politica su tutto lo sport, nevralgico
motore di consenso. Come nelle dittature.
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17 maggio 2006
Nasce il governo Prodi: la lista degli
scontenti |
Come in una bella favola, il 17 maggio, è
nato il governo e furono tutti felici e (s)contenti.
Sì, perché le soluzioni trovate da Prodi per chiudere la difficile
lista dei ministri (sui sottosegretari si sa poco) hanno scontentato
quasi tutti.
Ogni partito dell’Unione avrà almeno un ministro, ma la maggior
parte di loro avrà solo quello, e in una posizione di secondo piano.
Sono scontenti i Comunisti di Diliberto, che volevano un uomo
indicato da loro, il professor Alberto Asor Rosa, all’Università e
alla Ricerca e l’avevano pressoché ottenuto, quando i Ds li hanno
sfrattati per far posto a Mussi. E alla fine si sono accontentati di
un professore universitario ai Trasporti.
Sono scontenti i Comunisti rifondanti di Bertinotti perché il loro
unico ministro, Paolo Ferrero, avrà sì il ministero del welfare, ma
senza le deleghe per il lavoro (che vanno al diessino Cesare
Damiano) e per la famiglia (che vanno alla margheritina Rosy Bindi).
Per cui l’unico welfare di cui Ferrero si occuperà sarà il suo.
Sono scontenti i Radical-socialisti della Rosa nel Pugno: volevano
essere trattati come Mastella, ma ahi loro, non hanno senatori e
così non hanno potuto scrivere sulla scheda per l’elezione di Marini
"Francesco" invece di Franco e conquistare così un ministero di
prima fascia come la Giustizia assegnata proprio a Mastella (che tra
l’altro avrà, unico, il privilegio di non dimettersi dal Senato,
cosa che dovranno fare gli altri senatori membri dell’esecutivo).
Così a Emma Bonino andranno, a quanto pare, le politiche comunitarie
e il commercio con l’estero e a Ugo Intini il bis delle elezioni
dove era candidato al Senato: cioè niente.
Così la Bonino ha deciso di accettare, a condizione che la
maggioranza si impegni a far avere loro quei quattro seggi
rivendicati al Senato e che per ora sono stati attribuiti a Ds e
Margherita. Vedremo cosa se ne farà, ma è certo che la Casa delle
Libertà deve sostenere con decisione la tesi della Rosa, che ha il
pregio di rendere la "maggioranza" al Senato ancora più instabile e
attraversata da ricatti interni.
Sono scontenti e chi lo avrebbe detto visto che si prendono ben 11
ministri su 26 (anche se Giuliano Amato continua a essere
considerato un monatto del socialismo europeo) i Ds.
D’Alema voleva essere l’unico vicepremier e invece si vede
affiancato da Rutelli. Povero Massimo, ha espresso tre desideri, e
nessuno è stato esaudito.
Bersani, invece, doveva essere a capo del superministero dello
Sviluppo Economico (il nuovo nome delle Attività produttive), ma ha
perso la delega sul commercio estero e non avrà quella sulle aziende
di proprietà statale (che resta al Tesoro).
Visco si dovrà probabilmente acconciare a essere viceministro per le
finanze, che è come se affidassero Dracula ai servizi sociali.
Violante, che per cinque anni ha tirato la carretta del gruppo
parlamentare alla Camera, dopo aver accarezzato nel 1999 il sogno
del Quirinale, subirà un’altra delusione: al governo non c’è posto
per lui.
Sono poi scontente le donne. Dovevano essere il 30% e sono solo il
24%. E in ruoli non esaltanti: la Bindi e la Turco alla famiglia e
alla salute, la Pollastrini alle pari opportunità, la Melandri ai
giovani e sport, in veste di ex (giovane) non rassegnata, la
Lanzillotta agli Affari Regionali (così potrà dare una bella
consulenza al marito, Franco Bassanini, rimasto a spasso prima del 9
aprile).
Chi è contento allora? Sicuramente Prodi, che alla fine qualcosa che
assomiglia a un governo lo ha partorito e, soprattutto, ha infilato
alcuni suoi uomini in ruoli chiave: Amato agli Interni, Parisi alla
Difesa, Padoa Schioppa all’Economia. Oltre ai fidi Santagata
all’Attuazione del programma e De Castro all’Agricoltura.
Il governo Prodi nasce e otterrà la fiducia. Ma nasce con il piombo
nelle ali per tre motivi.
Il primo è che non godrà della "luna di miele" con gli elettori. Le
elezioni hanno creato delusione anche a sinistra e la fine delle
aspettative positive. Lo spettacolo dell’occupazione del potere di
questo mese è stato - come ha detto il diessino Cesare Salvi -
squallido e ha disgustato molti.
Il secondo è che la scontentezza dei molti partiti può solo a
crescere. E per un governo che ha bisogno di tutti, ma proprio tutti
i suoi voti parlamentari non è garanzia di durata.
E il terzo, infine, è che - come scrive Ostellino nel fondo del
Corriere della sera di oggi - "nasce un governo sbilanciato a
sinistra, persino rispetto alle aspettative di gran parte dei suoi
elettori [...] per non parlare delle preoccupazioni di chi non l’ha
votato".
Il governo è nato e a noi spetta il compito di aspettarlo al varco e
martellarlo con la stessa intensità con cui abbiamo martellato
l’Unione in campagna elettorale. La sinistra dà l’impressione di
avere grande professionalità nella conquista e nella gestione del
potere. Ma non facciamoci abbagliare dal mito. Anche nel 1996
sembravano destinati a un quinquennio di governo, ma solo due anni
dopo caddero, e in malo modo, in Parlamento, dando prova di totale
insipienza. Beh, quelli di oggi sono gli stessi di allora.
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22 maggio 2006
Primo scontro tra i ministri
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Scontro tra ministri per il ponte sullo
stretto: Bianchi non lo vuole, Di Pietro è possibilista. Ma non si
sa chi deve decidere. Oggi un vertice.
Dalla lite alla guerra aperta.
Il governo Prodi si spacca sul Ponte di Messina: da una parte il
ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, per il quale il progetto
«è stupido e dannoso», dall’altra quello delle Infrastrutture
Antonio Di Pietro: «Io sono qui per costruire, non per evitare le
opere pubbliche.
Presto si tornerà al ministero dei Lavori pubblici separato da
quello dei Trasporti».
Il premier ha convocato d’urgenza i due per un vertice.
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23 maggio 2006
Appena insediati e già pensano ad
aumentare le tasse |
Vincenzo Visco passa all’offensiva. E lo fa
modo suo: annunciando tasse, come era stato più volte denunciato
dalla Casa delle Libertà in tutta la campagna elettorale.
Anche per evitare di essere offuscato mediaticamente da Tommaso
Padoa Schioppa, il vice ministro dell’Economia (ministro delle
Finanze nei fatti) annuncia un decreto per reintrodurre la tassa di
successione e per aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie.
Le due misure, inizialmente messe a punto dall’Unione per tamponare
il mancato gettito del taglio di cinque punti del cuneo fiscale e
contributivo (sempre più in forse), ora serviranno per coprire il
gettito che verrà meno dall’abbandono del concordato fiscale.
Sull’argomento "tasse", Visco è sicuro. Senza ombra di dubbio - dice
- verrà reintrodotta la tassa di successione ed aumentate le tasse
sulle rendite finanziarie. Ed aggiunge: "vedremo con quale strumento
tecnico".
Una precisazione che, nella sostanza, esclude l’introduzione delle
due tasse nella legge finanziaria; con la conseguente possibilità
che le due misure vengano anticipate per decreto.
Una scelta che potrebbe essere determinata dalla volontà di
rinunciare al gettito del concordato fiscale di quest’anno, che -
nelle intenzioni del precedente governo - avrebbe portato nelle
casse dello Stato circa un miliardo di euro. I conti pubblici sono
al disastro - osserva Visco - ma basta condoni.
Se la rinuncia al concordato fosse realmente sostituita per decreto
dall’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie e dalla
reintroduzione della tassa di successione, il governo di Romano
Prodi avrebbe seri problemi con il mondo imprenditoriale. Nelle sue
dichiarazioni programmatiche, il presidente del Consiglio aveva
detto che avrebbe ridotto di cinque punti in un anno il cuneo
fiscale e contributivo.
Per coprire il minor gettito (circa 10 miliardi di euro) l’Unione
puntava proprio sull’aumento dell’imposizione sulle rendite
finanziarie e sulle tasse di successione.
Su base annua, le due misure avrebbero garantito fra i due ed i tre
miliardi di euro. Se simili misure fossero introdotte a giugno,
l’impatto sui conti sarebbe della metà. Quindi, l’esatto ammontare
necessario per coprire la rinuncia al concordato fiscale.
Ed agli imprenditori, che giovedì si riuniscono in assemblea, il
governo Prodi riserverebbe nient’altro che una promessa, la solita:
prima paghi, poi - forse - ti riduco le tasse.
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24 maggio 2006
Prodi invita al silenzio i ministri.
Tutti lo assecondano, per un giorno
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Non è passata neppure una settimana dal
giuramento dei suoi ministri, e già Romano Prodi, se potesse, ne
restituirebbe volentieri al mittente una buona parte.
In Transatlantico, circondato dai cronisti, Prodi ha scandito scuro
in volto: «I ministri non possono esprimere opinioni», devono
limitarsi ad enunciare le «decisioni» prese collettivamente.
«Abbiamo detto “la serietà al governo”, che vuol dire lavorare a
testa bassa e parlare solo quando è stata presa una decisione». La
squadra di governo, riconosce il presidente del Consiglio, ha
decisamente bisogno di «un collaudo», per arrivare ad «assumere una
filosofia comune». E «ci si arriverà», promette: «Il ruolo del
ministro deve essere compreso nella sua luce, cioè come un membro di
una squadra, che deve soprattutto operare e mettere in atto delle
azioni, ed è diverso dal ruolo di un parlamentare».
I primi a dar ragione a Prodi sono i più loquaci esponenti del
governo, a cominciare dall’esordiente Alessandro Bianchi (Pdci),
responsabile dei Trasporti, che prima ancora di giurare aveva già
abbattuto il ponte di Messina e subito dopo si era azzuffato con
Antonio Di Pietro sulle rispettive competenze. Approvano anche
Pecoraro e Di Pietro, Mastella e Fioroni. Il radicale Capezzone
invita l’Unione a «voltare pagina: finora, abbiamo assistito a risse
di potere, indicazioni programmatiche vaghe nei giorni pari e
contraddittorie in quelli dispari, e la mancanza di un respiro
riformatore, di una visione».
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25 maggio 2006
Caruso chiede la chiusura dei Cpt
minacciando... |
Francesco Caruso deputato no global di
Rifondazione torna a chiedere la chiusura immediata dei centri di
permanenza temporanea e minaccia:
"azioni di disobbedienza, legittime e quanto mai necessarie, come il
boicottaggio attivo, azioni simboliche dal basso per chiamare ad una
mobilitazione contro i cpt"
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26 maggio 2006
Il dittatore emoziona il ministro
Bianchi |
Alessandro Bianchi ministro dei trasporti
intervistato dal Corriere della sera:
"Ascoltare per ore e ore il discorso del primo maggio di Fidel,
nella piazza grande, mi ha dato emozioni forti. Ammiro molto quel
che Castro ha fatto nel ’59, e anche dopo, resistendo all’assedio.
So anche che esiste una fetta di diritti civili che non vengono
rispettati. Cuba ha un potenziale umano straordinario; tra qualche
anno, con gli investimenti in ricerca che sta facendo, sara’ in
grado di primeggiare nel mondo".
"Bush è un guerrafondaio con i paraocchi".
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27 maggio 2006
Schede rubate dalla buca delle lettere
poi vendute nei bar per un caffè |
Nell’inchiesta sui brogli nel voto degli
italiani in Sudamerica, quello che più stupisce è il silenzio della
grande stampa e delle tv nazionali. Sul settimanale Tempi, avevamo
lanciato l’allarme prima del voto, descrivendo cosa stava avvenendo
in molti paesi e spiegando l’incidenza che avrebbe avuto sul
risultato finale. In quattro puntate successive abbiamo segnalato
nuovi dettagli e raccolto denunce con nomi e cognomi.
La galleria degli orrori. La tipologia delle truffe e degli abusi è
sterminata. Si è trattato di un voto postale: i plichi venivano
lasciati nelle buche delle lettere senza ricevute da firmare, tutto
il materiale elettorale - compresi certificati e schede - è stato
stampato, imbustato e spedito per opera di tipografie, spedizionieri
e poste straniere. E cosa è successo? Plichi elettorali rubati dalle
cassette postali. Postini e personale delle ditte di spedizione che
«mettevano all’asta» fra candidati e partiti le buste con dentro le
schede elettorali anziché consegnarle ai legittimi destinatari.
Schede vendute o regalate in bar di mezza Europa e di mezza America.
Abbiamo persino pubblicato una tabella col listino prezzi nei vari
paesi. Squadre di militanti di partito sono passate per le case
degli italiani e si sono fatte consegnare le schede con l’inganno,
la lusinga, la velata minaccia. Patronati sociali per gli italiani
all’estero, primo fra tutti l’Inca-Cgil, hanno invitato i loro
assistiti a portare in sede le schede per «aiutarli» a votare o
semplicemente per farsi carico del loro voto.
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28 maggio 2006
Il Papa contro la droga fa arrabbiare
la sinistra |
Il Papa in Polonia chiede ai giovani, «come
padre», di non usare droghe, esortandoli a non farsi «soggiogare
dalle illusioni di questo mondo», e subito in Italia si scatenano le
polemiche.
Il primo a commentare l’appello di Benedetto XVI è Carlo Giovanardi:
«Sono assolutamente grato al Santo Padre per questa indicazione che
dà ai giovani» afferma il parlamentare dell’Udc e responsabile della
lotta alle tossicodipendenze nel governo Berlusconi. L’ex ministro
auspica che «tutti in Italia, specialmente dal punto di vista
culturale e politico, si associno a questo appello» e che «alcuni la
smettano con la sciagurata e continua propaganda a favore del
consumo delle droghe leggere». Il riferimento, precisa subito, è al
neoministro Paolo Ferrero, che ha già annunciato una inversione di
rotta in materia di lotta alla droga, ma anche «ai suoi colleghi
parlamentari, che vanno davanti a Montecitorio a fumare gli
spinelli». Gli fa subito eco il senatore di An Alfredo Mantovano,
uno degli artefici della nuova legge sulle tossicodipendenze: «Sono
certo che, dopo la favorevole accoglienza riservata ieri
all’auspicio del cardinale Tettamanzi sul voto amministrativo per
gli extracomunitari - dice l’ex sottosegretario - oggi la sinistra
italiana riserverà eguale favorevole attenzione al richiamo del
Santo Padre a Cracovia: la vita e la libertà sono messe in pericolo
dalla droga. Dall’assunzione di droga, non solo dallo spaccio.
Dall’assunzione di qualsiasi tipo di droga, senza artificiose ed
errate distinzioni fra leggera e pesante».
Pienamente d’accordo con le parole del Papa si dice don Oreste Benzi,
leader della comunità «Papa Giovanni XXIII», per il quale il
pontefice «ha centrato bene il problema, perché coloro che
propugnano la liberalizzazione delle droghe e la tolleranza in
realtà distruggono i nostri giovani». Esplicito il riferimento a
Ferrero: «Pochi giorni fa - afferma don Benzi - un ministro ha detto
che modificherà la legge, togliendo la proibizione del consumo di
droga e la punizione. Forse non se ne rende conto, ma si accinge a
distruggere la nostra gioventù».
Da sinistra, fioccano le accuse di «strumentalizzazione» delle
parole del Santo Padre. Per il responsabile tossicodipendenze dei Ds,
Giuseppe Vaccari, «Giovanardi e i suoi hanno usato un sistema che
invece di diminuire e di rendere più banale il rapporto dei giovani
con le sostanze, proibendo e riportando tutto in una situazione di
clandestinità e di illegalità, ha solo reso le droghe più
attrattive». «Le parole del Papa non vanno strumentalizzate con un
ideologismo proibizionista che ha fatto bancarotta in Italia e in
Europa» attacca Giovanni Russo Spena (Prc), che spiega come intende
muoversi il suo partito: «Noi vogliamo allineare, questo ha detto il
ministro Ferrero e questo diciamo noi come gruppo di Rifondazione
comunista alla Camera e al Senato, l’Italia all’Europa. C’è una
direttiva dell’Ue che dice che la lotta alla droga non si fa con il
proibizionismo ma con l’informazione, la sperimentazione e la
riduzione del danno, che sono esattamente le parole che noi usiamo
nei nostri ddl».
Pienamente d’accordo con le parole del Papa si dice Livia Turco,
ministro della Salute: le parole del Papa, afferma, «esprimono
sentimenti e valori ispirati all’amore per la vita e all’attenzione
per l’impegno sociale, che trovano pieno riscontro negli impegni
assunti dal governo nei confronti delle nuove generazioni». Ma la
sua posizione viene giudicata «non credibile» da Riccardo Pedrizzi
di An, per il quale Livia Turco è «espressione di un governo in cui
il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, senza che
nessuno dei suoi colleghi lo smentisse, ha già detto che vuole
abrogare la legge Fini anti-droga e anti-spaccio, muovendosi in
direzione di una politica pro-droga e pro-spaccio».
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29 maggio 2006
Sircana svela il ''Codice Prodi'' per
l'occupazione dei Tg |
Com’è che i "grilli parlanti" dell’etica
dell’informazione "corretta e imparziale" tacciono? Com’è che il
segretario della Federazione della Stampa, Serventi Longhi, supremo
e attento difensore dell’indipendenza della categoria, non dice una
parola? Com’è che il comitato di redazione del Tg1 non convoca
un’assemblea contro l’arroganza e l’invadenza della politica?
Il portavoce di Prodi e neodeputato Silvio Sircana, intervistato dal
Corriere della Sera, ha così declinato il suo progetto di
comunicazione: "Ridurremo al minimo indispensabile le presenze nei
cosiddetti salotti tv: preferiamo piuttosto concentrarci sui Tg".
Se l’avesse detto a suo tempo Paolo Bonaiuti, che ieri ha commentato
il fatto parlando di "prove di regime tv", sarebbe cascato il mondo,
c’è da giurarci. E i giornali sarebbero stati invasi da commenti e
dichiarazioni contro l’ennessimo "attacco di Berlusconi
all’indipendenza dei giornalisti". Invece no.
Solo Sebastiano Messina, su Repubblica, pur approfittandone per
attaccare Berlusconi, sente il dovere di mettere il dito nella
piaga, centrando il problema: "Non tocca a Prodi decidere quanto
spazio gli tocca nei tg".
E’ accaduto in passato, accade da sempre, che i politici lamentino
un trattamento squilibrato sui telegiornali. Il fenomeno appartiene
alla normale dialettica politica. Ma è la prima volta in assoluto
che un presidente del Consiglio, a nome della sua parte politica,
annuncia una strategia di comunicazione verso la Rai tutta puntata
sull’orientamento di parte e sull’occupazione degli spazi
informativi. Insomma, i telegiornali intesi alla stregua di buche
delle lettere del governo.
I "salotti televisivi" verranno dunque disertati da Prodi. C’è da
capirlo, Sircana. Ha a che fare con un leader che addormenta la
platea (è accaduto in Confindustria), che ha nella banalità e
nell’indeterminatezza dei concetti il suo tratto più significativo,
che avrebbe bisogno di una traduzione simultanea, tanto si mangia
parole e consonanti.
Meglio evitare il contraddittorio, al quale Berlusconi si è esposto
anche recentemente a Porta a Porta. Meglio, come gli ha suggerito il
direttore dell’Unità, "un periodico appuntamento televisivo, una
volta al mese, nel quale spieghi agli italiani ciò che è stato
fatto, cosa manca da fare e perché". Preferibilmente "seduto alla
sua scrivania di Palazzo Chigi, con accanto il tricolore". E,
naturalmente, nessuno a contrastarlo.
Per il centrosinistra è questa la tv perfetta. Ce l’aveva fatto
capire, a modo suo, il neoministro dei Trasporti, che si commuove e
si emoziona quando ascolta Fidel Castro. Il "lider maximo" in salsa
bolognese verrà buono solo per conciliare il sonno. Un solo, modesto
consiglio a Sircana: per capirlo occorrerà ricorrere alla pagina 777
di Televideo, unico caso in cui i sottotitoli serviranno gli
"udenti" prima dei "non udenti".
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30 maggio 2006
Le accuse di un pentito a D'alema
gelosamente
custodite per 8 mesi |
La Stampa oggi pubblica la notizia che un
pentito ha accusato il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, di
aver intascato una tangente per l’Umts, quando era presidente del
Consiglio. In questi casi occorre semplicemente limitarsi alla
cronaca pura e semplice, così come riportata dall’articolo: durante
il processo per mafia in cui è imputato il deputato azzurro Gaspare
Giudice, gli avvocati di uno degli altri imputati hanno chiesto,
senza successo, che il pentito Francesco Campanella confermasse in
aula quanto dichiarato in un precedente processo, e cioè che sia D’Alema
sia l’ex ministro delle Comunicazioni, Salvatore Cardinale,
avrebbero intascato una tangente per le licenze Umts.
I giudici non hanno ammesso la domanda perché non pertinente. E così
si è scoperto che la notizia è stata custodita con grande
riservatezza per ben otto mesi (a differenza di altre notizie
riguardanti esponenti del centrodestra, che finiscono in tempo reale
nelle mani dei giornalisti) ed è stata resa nota solo a elezioni -
sia politiche che amministrative - concluse. Il pentito Campanella
racconta infatti la circostanza in un verbale del 27 settembre 2005.
Il collaboratore di giustizia sostiene di aver parlato della vicenda
con il suo amico Franco Bruno, già capo di gabinetto dell’ex
sottosegretario alla Giustizia Marianna Li Calzi (governo di
centrosinistra, legislatura 1996-2001). E aggiunge: «Con Bruno
commentavamo insieme la vicenda dell’Umts, che era una vicenda che
aveva avvicinato, per motivi di denaro e quindi di presunte
tangenti, l’onorevole Cardinale all’onorevole D’Alema. Tra l’altro
Franco Bruno era presente a quella cena in cui Mastella ci chiedeva
di convincere Cuffaro a diventare ministro proprio perché aveva
perso il controllo di Cardinale, che ormai era nelle mani di D’Alema».
Tutti gli interessati hanno smentito e annunciato querele.
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31 maggio 2006
Sinistra in disaccordo sulla Tav. Ma
chi è competente? |
TAV disaccordo. Ma chi è competente?
Altra guerra, nemmeno questa nuova, sulla Tav.
Gli "spacchettamenti" ministeriali hanno reso più complesso il
contrasto fra chi vuole l’alta velocità sulla Torino-Lione e chi la
contesta e punta i piedi.
Sono contrari il ministro dei Trasporti, Bianchi, e quello
dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, mentre vorrebbe realizzare l’opera
il ministro alle Infrastrutture, Di Pietro. Ma a quale dicastero
spetta la competenza? Ai Trasporti o alle Infrastrutture? Di Pietro
ostenta decisionismo: "La Tav spetta a me", dice. C’è da credergli?
Il pompiere Prodi riuscirà a spegnere questo focolaio?
Una polemica al giorno, leva la coesione di torno. E i cento giorni
fanno presto a consumarsi.
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1° giugno 2006
«Nel mio governo ci sono tante
contraddizioni» |
Ci sono scivoloni che strappano il sorriso.
Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che
lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di
superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile
rapporto con la Storia e il buon gusto.
E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate,
in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di
inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della
Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una
frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il
nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che
campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz.
Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome
dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso
testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole:
«Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni
che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E
lo scivolone si trasforma in capitombolo.
Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già
senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella
frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati,
lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi
(e vivi) dai campi di concentramento.
Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un
significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera,
sennò tutto sarebbe opinabile». Davanti all’imbarazzo e alle
rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il
parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i
parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della
Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle
parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di
concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto
anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella
frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per
promuovere i centri per l’impiego (...). Chi ritiene che mi sia
riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad
Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa
su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la
condivido e l’ho riproposta».
Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai
suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph
Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto
fece apporre all’ingresso di Auschwitz. Ma ciò non toglie che quelle
parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai
inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono
elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal
cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e
ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore
denuncia, «per il camino».
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2 giugno 2006
Sinistra divisa alla parata del 2
giugno |
Oliviero Diliberto
"Al posto di Bertinotti non sarei andato alla parata del 2 giugno".
Fausto Bertinotti invece c’è andato ma con la spilletta arcobaleno
al bavero dicendo:
"Avrei voluto una parata senza l’esibizione delle armi".
Romano Prodi in cerca di una sintesi dichiara di aver assistito a:
"Una parata militare molto pacifista"
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3 giugno 2006
Di Pietro «arresta» Mastella.
''Amnistia? Pensi alla giustizia'' |
La polemica nell’Unione era nell’aria, ma
l’annuncio di Mastella sull’amnistia nel carcere di Regina Coeli la
fa esplodere. Il ministro della Giustizia precisa che la sua è
un’iniziativa di tutto il governo Prodi e il premier deve correre a
confermarlo, ma un ministro di quello stesso esecutivo accentua i
toni accesi del suo no al provvedimento generalizzato di clemenza. È
Antonio Di Pietro, «padre» di Mani pulite, leader dell’Italia dei
valori e ora titolare delle Infrastrutture.
L’ex-magistrato ha sempre detto che non è così che si risolve il
problema del sovraffollamento delle carceri e non è così che si
affrontano i mali della giustizia. E ora rincara la dose: «Ho preso
atto che il collega di governo Mastella, come primo atto, ha pensato
a un provvedimento di grazia, come secondo all’amnistia, forse
domani penserà all’indulto e poi alla prescrizione. Lo inviterei a
cominciare dalla testa, anziché dalla coda». Cioè, a far funzionare
la macchina della giustizia. Per Di Pietro l’amnistia «ha un senso
se è l’atto finale di un processo in cui si è eliminata la ragione
per cui vi si ricorre», facendo sì che ci siano meno reati e meno
detenuti. Altrimenti, avvisa, tra 2 mesi «siamo punto e a capo».
Dichiarazioni che spaccano l’Unione e provocano reazioni dure. Il
capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris, ritiene
incomprensibile l’opposizione di Di Pietro, ministro del governo
Prodi, all’iniziativa «preannunciata, a nome dello stesso governo,
dal Guardasigilli quando tale proposta è prevista dal programma
dell’Unione firmato dallo stesso Di Pietro».
Eppure, Di Pietro non è il solo da quella parte a pensarla così.
Il suo attacco fa il paio con quello di un altro protagonista di
Tangentopoli passato alla politica: Gerardo D’Ambrosio. Anche per
l’ex toga milanese ora senatore Ds, è «troppo presto» per parlare di
amnistia. È un errore, un palliativo. Finora «è servito solo a
differire i problemi della giustizia», mentre il sovraffollamento
delle carceri va affrontato in un quadro più ampio. Tante cose si
potrebbero fare: dalla riforma del diritto penale
all’informatizzazione e riorganizzazione degli uffici;
dall’eliminazione del carcere preventivo per i tossicodipendenti che
accettano il programma di recupero alla revisione degli illeciti
penali e amministrativi che ricadono sul penale alla trasformazione
di molte pene detentive in lavoro sociale o in pene pecuniarie,
togliendo la sospensione condizionale per farle diventare «un
deterrente superiore allo spauracchio del carcere». Ma se proprio
s’insiste sull’amnistia, per D’Ambrosio dovrebbe essere breve e
ristretta ai reati che si vogliono depenalizzare. E poi, ci si
chiede nel mondo politico: amnistia o indulto, o tutt’e due? Una
cosa è parlare, un’altra è trovare in Parlamento la necessaria
maggioranza dei due terzi per varare il provvedimento.
Su questo aspetto insiste Franco Monaco della Margherita. Prodi ha
detto che l’amnistia la vuole il governo dell’Unione, ma lui che è
prodiano di ferro avverte: «È doveroso non indulgere all’ennesimo
tormentone di annunci e promesse prima di avere accertato che vi
siano le condizioni politiche e la larga maggioranza parlamentare,
onde non aggiungere sofferenza a sofferenza ai detenuti, alimentando
in loro nuove illusioni». Non è pregiudizialmente contrario
all’amnistia, Monaco, ma ritiene che per il sovraffollamento delle
carceri è più appropriato ricorrere all’indulto. E sempre escludendo
i reati più gravi.
Anche Marina Sereni dell’Ulivo sottolinea che la base di un discorso
serio in materia è il dialogo con l’opposizione. «L’impegno di tutti
- dice - deve essere quello di non alimentare inutili speranze nelle
carceri, ma anche di saper individuare, nel rispetto delle vittime,
i campi d’intervento dell’amnistia».
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4 giugno 2006
Un terrorista alla Camera. Con potere
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L’elezione a segretario di presidenza della
Camera dell’onorevole Sergio D’Elia - deputato della Rosa nel Pugno,
fondatore di "Nessuno tocchi Caino", ex dirigente di Prima Linea,
condannato a 30 anni di carcere per l’uccisione a Firenze
dell’agente di polizia Fausto Dionisi - da una parte riapre la
ferita di quanti, in quegli anni di piombo, furono vittime del
terrorismo rosso e, dall’altra, dimostra con quale faciloneria e
superficialità la sinistra ha portato in Parlamento personaggi di
discutibile valore morale.
Va detto subito che gli eredi del partito comunista, i quali ebbero
grande parte di responsabilità negli anni bui e difficili del
terrorismo, tornati oggi rocambolescamente alla guida del Paese
sembrano intenzionati, una volta per sempre, a voler chiudere quelle
tragiche pagine di storia italiana. La fretta con cui, per esempio,
hanno concesso la grazia a Bompressi - autore del delitto Calabresi
- appare quantomeno sospetta. Infatti, fra tutti i problemi che il
Governo e il Capo dello Stato dovrebbero affrontare e risolvere non
si capisce come mai la priorità sia stata data a questo gesto di
clemenza che non solo riapre vecchie polemiche e antiche ferite, ma
indigna quanti - in quegli anni - subirono morte e dolore.
Il fatto poi che né il Capo dello Stato né il ministro Guardasigilli
si siano degnati di avvertire preventivamente la famiglia Calabresi
la dice lunga su come questa maggioranza parlamentare intende
affrontare le questioni della Giustizia. D’altra parte la sinistra,
oggi al potere, non aveva mai fatto mistero della incompatibilità
ideologica con il povero commissario milanese. E bene ha fatto, un
giornale a riportare gli appelli che i "grandi intellettuali"
italiani - tutti rigorosamente di sinistra - firmarono contro il
"torturatore" Calabresi, decretandone di fatto l’uccisione.
Scorrendo quell’elenco emergono i nomi di Eugenio Scalfari, Giorgio
Bocca, Furio Colombo, Paolo Mieli, Giuseppe Turani, Camilla Cederna.
La solita compagnia di giro - con Toni Negri, Franco Basaglia,
Umberto Eco, Margherita Hack - che ancora oggi cerca di dettare le
regole della democrazia rossa.
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5 giugno 2006
Conclave governativo in Umbria
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Il Conclave? Se l’avessimo fatto noi!
Ne sono successe di cose dal 1946 a oggi. Date e fatti memorabili
hanno scandito la storia d’Italia e trasformato il nostro Paese. Ma
il solerte cronista dell’Unità non ha dubbi:"Un conclave come quello
di Villa Donini non si era mai visto nella storia sessantennale
della nostra Repubblica". Neppure un "2 giugno" come quello appena
celebrato, possiamo annotare.
Ma tant’è, in quelle parole c’è tutta la sintesi dell’iperbole che
sulla stampa italiana accompagna il "buen retiro" del governo Prodi
nella campagna umbra.
Le cronache non ci risparmiano nulla: dai jeans di D’Alema (quelli
da "timoniere di Ikarus II") alla giacca fucsia della Turco;
dall’amabile rimbrotto di Prodi all’incravattato Padoa Schioppa ai
complimenti di Rutelli per l’elegante Melandri; dal timballo di
bietole che delizia due volte il palato di Bersani al gradimenti di
Mussi per il risotto al piccione; fino alle "prove di austerity" con
l’invito a "non usare il frigobar" e a telefonare "solo con i
cellulari". E nessuno a chiedersi: forse che i cellulari
ministeriali non vanno sui conti dello Stato?
Non è difficile immaginare il ricco florilegio di commenti ironici
che avrebbe accompagnato un simile conclave del governo Berlusconi.
Ma si sa, con questi ministri c’è "la serietà al governo". E i
cronisti politici si adeguano allo slogan, perché qui, nella
campagna umbra e non nelle sedi deputate della Repubblica, è in
gioco il futuro del Paese.
Così, se era buona cosa dileggiare il Berlusconi-Padreterno, passa
come fatto normale il Prodi-Gesù che invoca la discesa dello Spirito
Santo sul suo conclave. Così, se era bello e giusto prendere di mira
gli annunci del Cavaliere sulle grandi riforme, passa in cavalleria
il proposito del Professore di "stupire". E ancora, se si
sbeffeggiava il premier-allenatore che invocava il gioco di squadra,
passa in cavalleria il Prodi-Lippi che paragona il suo governo alla
nazionale di calcio (i mondiali sono alle porte, tocchiamo ferro).
No, questa riunione non è una Yalta. La storia non la ricorderà.
Viene piuttosto in mente "Todo modo", il romanzo di Sciascia che
racconta del ritiro in un convento, per gli esercizi spirituali,
degli esponenti del partito di governo. Per fare che? Ecco la
sintesi: "Una copertura neppur troppo dissimulata a traffici e
trattative che hanno come scopo una più lucrosa spartizione del
potere". Appunto.
Le meditazioni di San Martino in Campo
imposte da Romano Prodi ai nervosi componenti del suo sfilacciato
governo non hanno sortito gli effetti benefici che si attendevano.
La soddisfazione di circostanza espressa al termine dei lavori è una
mera apparenza: in realtà, il conclave ha fatto emergere dissensi,
gelosie, confusione nella delimitazione delle competenze e,
soprattutto, una diffusa ritrosia dei ministri a maneggiare la scure
dei tagli alla spesa. Parecchi fra loro temono l’impopolarità del
rigore, specialmente se in campagna elettorale hanno promesso
meraviglie. E’ il caso di Livia Turco, neo responsabile della
Sanità, chiamata a ridimensionare una spesa che, con la
collaborazione di talune regioni, è cresciuta troppo. "Andiamo piano
con i tagli", avverte la Turco. E con lo stesso tono preoccupato le
fa eco Fabio Mussi, ministro per l’Università. Teme che le grandi
promesse fatte in materia di fondi da destinare alla ricerca non
potranno in alcun modo essere mantenute, e lancia, a futura memoria,
il suo grido di dolore. Che è anche quello di Mastella, il quale
mette le mani avanti: "Per fare le riforme occorrono i fondi...".
Caccia al tesoro - Un ritornello. Al coro unisce la sua voce
Francesco Rutelli: se si investono risorse nei Beni Culturali,
garantisce, il ritorno economico è sicuro. Sarà, ma Padoa Schioppa
pare non intenda derogare dalla politica della lesina.
La verità è che i nuovi governanti appaiono psicologicamente,
culturalmente e politicamente impreparati a gestire un momento
delicato come quello attuale, in cui bisogna saper tagliare per
poter investire nel rilancio economico le risorse recuperate.
Tagliare, è una parola. Il titolare di ogni dicastero riconosce la
necessità del rigore, ma auspica sempre che sia un suo collega a
vibrare il primo colpo di scure.
La guerra interna per la caccia alle risorse disponibili
accompagnerà il governo nel suo difficile cammino e metterà a dura
prova la resistenza del ministro dell’Economia e del premier.
Bersani, ministro per lo Sviluppo, teme che la logica delle
mediazioni e dei compromessi comporterà interventi "a pioggia", che
costano molto e rendono pochissimo.
Domanda: chi fa che cosa - Ma non c’è soltanto la questione dei
tagli e della concorrenza fra ministeri per l’accaparramento dei
fondi. C’è anche il problema grave dell’indeterminatezza delle
funzioni. Rosy Bindi ha fatto la voce grossa, lamentando di non
sapere ancora quali siano i suoi compiti di ministro per la
Famiglia, con quali mezzi e quali strumenti tentare di assolverli.
Nemmeno Emma Bonino sa quali siano esattamente le sue funzioni e le
sue competenze, anche perché ancora non c’è il decreto del premier
che le fissi. Mugugna pure Paolo Ferrero, ministro degli affari
sociali, che vorrebbe occuparsi di anziani e sfrattati, oltre che di
clandestini da regolarizzare.
Contraddizioni insanabili - Il quadro non è rassicurante. Ma per
valutare appieno la debolezza politica che il "conclave" ha messo in
evidenza bisogna tener presente il nodo della politica estera e
quello delle questioni etiche. Sulle missioni italiane in Iraq e in
Afghanistan resta fermo il dissidio fra le componenti cattoliche e
riformiste della coalizione e le sinistre radicali, che chiedono il
ritiro senza "se" e senza "ma". Per le questioni etiche, Giuliano
Amato ha avuto un ruolo di supervisore, il cui compito sarebbe
quello di impedire che Mussi o altri assumano imbarazzanti
iniziative personali.
Funzionerà il meccanismo di controllo? A quali sottigliezze dovrebbe
giungere Giuliano Amato per comporre l’incomponibile, per saldare la
frattura che divide l’Unione in materia di rispetto della vita e
limiti della ricerca?
Si ha il sospetto che questo esecutivo dovrà dedicare più tempo alla
pratica del conclave che non al tentativo di governare.
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6 giugno 2006
Il cuneo fiscale rimane nel regno dei
sogni |
Tutti gli italiani ricordano il "cuneo
fiscale", lo strumento propagandato dall’Unione durante tutta la
campagna elettorale, lo straordinario grimaldello che avrebbe dovuto
schiudere le porte del rilancio economico italiano. Romano Prodi
promise - e gli alleati gli tennero bordone - che in caso di
vittoria avrebbe varato la riduzione immediata di cinque punti del
costo del lavoro, il cuneo fiscale appunto, per dare fiato sia alle
imprese che ai lavoratori. Inutilmente dal centrodestra si obiettò
che questo progetto era irrealizzabile, che la riduzione del cuneo
si sarebbe sì potuta attuare, ma gradualmente, al ritmo di un punto
percentuale all’anno. Per un problema di costi, di copertura
finanziaria dell’operazione. Il Professore e i suoi alleati tennero
duro: tutto e subito, cinque punti in una botta sola,
immediatamente.
Ebbene, il cuneo immaginato e venduto dal centrosinistra sul mercato
elettorale ritorna nel mondo dei sogni, da dove era venuto. In un
clima di confusione e di incertezze il ministro Padoa Schioppa ha
annunciato la manovra-bis e fra le ipotesi più accreditate sui
provvedimenti che dovrebbero attuarla è previsto lo scaglionamento
nel tempo della riduzione del famoso cuneo fiscale. Il governo
attuerebbe il provvedimento così come aveva programmato il
centrodestra, con gradualità. E l’inizio della riduzione del costo
del lavoro sarebbe compensato da una sensibile stangata, con la
riduzione (la chiameranno razionalizzazione) degli incentivi alle
imprese e con l’aumento dei contributi per i lavoratori autonomi.
Non si escludono aumenti dell’Iva. Chi ha creduto ai miracoli è
servito.
La manovra della discordia - L’annuncio della manovra bis ha fatto
emergere tutte le contraddizioni in materia di politica economica
accumulate nel centrosinistra. La prospettiva della stangata è
avvertita come un potente fattore d’impopolarità, lo stesso Prodi
sarebbe perplesso e preoccupato. Non viene mantenuta la promessa di
agire subito per il rilancio dell’economia, perché il tentativo di
agganciare e consolidare la ripresa viene di fatto a slittare. Anche
la sinistra radicale, che pure le tasse e le stangate le ha nel Dna,
è preoccupata e demagogicamente vorrebbe che il peso dei sacrifici
si distribuisse con la solita patrimoniale e con salassi sulle
rendite finanziarie. Mugugna anche Mastella, che vede in pericolo le
misure a sostegno del Mezzogiorno. Critici i sindacati, anche quella
Cgil che aveva proclamato la piena sintonia con il programma
dell’Unione. Epifani scopre che il sindacato rosso e il governo del
Professore non vogliono le stesse cose.
Prima che la manovra bis veda la luce, gli alleati avranno modo di
mostrare tutta la loro disunione.
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7 giugno 2006
Lidia Menapace (Rifondazione) si
scaglia contro le frecce tricolori
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Lidia Menapace senatrice di Rifondazione
Comunista candidata - per anzianità - alla presidenza della
Commissione Difesa:
"Le Frecce Tricolori sono uno spreco. Fanno baccano, inquinano e
vanno abolite".
"Quanto più i resistenti iracheni vengono detti terroristi e
banditi, tanto più mi identifico con loro".
"Il governo Berlusconi è colpevole di assassinio"
Lidia Menapace: ex partigiana e neosenatrice di Rifondazione,
fondatrice del manifesto e femminista-pacifista di ’Donne contro la
guerra’, rischia di diventare presidente della commissione Difesa.
Dopo la prima strage di Nassiriya, lei chiamo’ ’assassino’ il
governo... ’Dissi che il nostro governo aveva mandato una spedizione
incostituzionale ed era colpevole di assassinio. E siccome qualcuno
ci aveva lasciato la pelle senza protezione, perche’ era una cosa
militarmente malfatta la santabarbara nel cortile della caserma,
dissi di riportarli subito a casa.
Due anni fa pero’ scrisse: "Quanto piu’ i resistenti iracheni
vengono detti terroristi e banditi, tanto piu’ m’identifico con
loro"
Oggi ripete: "ogni popolo invaso ha diritto di difendersi; ha
diritto di trovare i modi di questa resistenza; ho diritto di
giudicare questi modi. Il
terrorismo, lo considero una cosa d’estrema destra, perche’ non fa
partecipare il popolo alla resistenza.
"le Frecce tricolori sono uno spreco. Fanno baccano, inquinano e
servono solo in circostanze celebrative come la parata del 2 giugno.
Che poi dovrebbe essere una giornata simile al 14 luglio in Francia,
dove si balla e si fa festa di popolo, non una parata militare: per
sfilare, le Forze armate hanno gia’ il 4 novembre"
"Non sono contraria alle donne, sono contraria all’Esercito: c’e’
una sentenza della Consulta che dice che la difesa non e’ solo
quella armata. E che il mondo militare sia essenzialmente machista,
e’ un’opinione diffusa. Il femminismo, fondato sulla differenza, non
puo’ che essere ostile a chi ha per a’mbito una cosa che si chiama
uniforme. Il militare e’ l’apice del predominio maschile"
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8 giugno 2006
Intervista di Prodi a Die Zeit.
Rifondazione chiede la verifica |
Intervista rilasciata da Prodi al
settimanale tedesco Die Zeit, e pubblicata integralmente dal
quotidiano La Repubblica. Prodi ha provato a smentirne i passaggi
più imbarazzanti, ma il direttore del settimanale tedesco ha
puntualmente confermato tutte le dichiarazioni del Presidente del
Consiglio italiano.
Nell’ansia di rassicurare Die Zeit sul suo governo Romano Prodi ha
trovato il modo di incorrere in una gaffe che gli è costata la prima
richiesta di "chiarimento politico" da parte della sinistra
alternativa. Aveva detto il Prodi, al giornale, che la presenza dei
comunisti al governo non era preoccupante perché trattavasi di
"comunisti folkloristici" e dunque "innocui". Ben altrimenti
pericolosi, aveva aggiunto Prodi sono "i vostri Lafontaine".
Sciocchezza piramidale, poiché i Lafontaine, sinistra socialista, e
i Gysi, i comunisti, sono fuori dal governo (di qui la necessità
della Grosse Koalition) mentre lui i due partiti comunisti li ha
inseriti nel governo e gratificati di portafogli ministeriali e
cariche nelle istituzioni più golose della Repubblica.
Sciocchezze supplementari a parte, però, Prodi ha suscitato una
insurrezione della sinistra alternativa, e ora Rifondazione chiede
una "verifica" politica anche in relazione alla bocciatura di Lidia
Menapace alla Presidenza della Commissione Difesa del Senato. Il
furore di Rifondazione, che sa bene di non poter tirare la corda e
di dover ingoiare il boccone amaro spinge gli estremisti a
imprudenze di linguaggio. Il sen. Luigi Malabarba, Prc, in una
intervista a Gr Parlamento, ha accusato i vertici delle Forze Armate
di avere ordito un complotto contro Lidia Menapace, e ha chiamato in
causa il capo ammiraglio Giampaolo Di Paola per aver fatto pressioni
per la bocciatura di Lidia Menacace. Il Malabarba cita la sua
esperienza nel Copaco per sostenere le sue accuse, arrivando ad
accusare le Forze Armate di "cospirazione". Il che ha costretto il
ministro della Difesa Parisi a intervenire chiedendo a Malabarba una
smentita.
L’episodio, innescato da un parlamentare già membro del Copaco,
comitato parlamentare sui servizi di sicurezza, è particolarmente
grave poiché dimostra i rischi di introdurre personaggi cari al "movimentismo"
estremista nei meccanismi più delicati della Stato. Davvero il
governo dovrebbe dare più di una spiegazione su una vicenda insieme
grottesca e drammatica.
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9 giungo 2006
Record storico: 102 tra ministri, vice
e sottosegretari |
Un record storico. Il neonato governo ha
già battuto un record: è il più numeroso della storia repubblicana.
Ieri dal cilindro del Consiglio dei ministri sono spuntati altre tre
new entry. Risultato: 102 tra ministri, vice e sottosegretari. E
proprio mentre il governo è alle prese con la manovra bis e annuncia
tagli alla spesa pubblica (compreso quello del 10% al budget dei
ministeri). Comprensibile dunque che si litighi sulle deleghe, visto
che ci sono più persone che cose di cui occuparsi. I tre nuovi
arrivati sono il professore di Scienza delle finanze Nicola Sartor
(si occuperà della Finanziaria visto che dei sette tra vice e
sottosegretari all’Economia nessuno era in grado); Raffaele Gentile
ai Trasporti (un risarcimento dovuto allo Sdi, che nel governo ha
solo Intini) e Giovanni Mongiello (transfuga Udc, ora Udeur)
all’Agricoltura, voluto da Mastella.
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10 giugno 2006
Il generale a Bertinotti: «Lei è un
opportunista» |
Una carezza sulla bara, una mano posata sul
tricolore. Prima mamma Luisella e poi papà Marco. È stato l’ultimo
«ciao» dei genitori del caporalmaggiore Pibiri morto a Nassirya al
figlio Alessandro, il ragazzo in uniforme dal viso abbronzato che
per tutta la cerimonia ha sorriso nella foto posata sul feretro,
davanti all’altare della basilica di San Paolo fuori le Mura. Alla
sinistra le autorità, le prime due file occupate dalla maggioranza
con le vistose assenze di Verdi e Comunisti Italiani, a destra i
familiari e gli amici di Alessandro. «Ciao cugino, tuoi Sandrino
Luca», legge una zia nella basilica gremita. La preghiera del
soldato è stata recitata dal comandante di Alessandro Pibiri, il
tenente colonnello Domenico Roma, che ha accompagnato il suo
caporalmaggiore anche nell’ultimo viaggio da Nassirya.
Il dolore, ma anche la politica è entrata a San Paolo. Il giorno
prima il fratello di Alessandro Pibiri, Mauro, si era indignato con
il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto che davanti
alla Camera ardente spiegava ai giornalisti: «Io l’avevo sempre
detto di non andare in guerra». Ieri Diliberto, tra i primissimi ad
arrivare al Celio giovedì, non era in chiesa. C’era invece il
presidente della Camera Fausto Bertinotti, alla sinistra del
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «È un opportunista»,
gli ha gridato il generale Gianalfonso D’Avossa. E così anche la
giornata di ieri si è risolta in un black out tra una parte del
governo e l’ambiente da cui provengono Alessandro Pibiri e tutti i
caduti di Nassirya.
Il sangue «della sua giovane vita - ha detto monsignor Angelo
Bagnasco, ordinario militare per l’Italia, durante l’omelia - non è
sparso invano, così come quello di tutti i caduti nel compimento del
proprio dovere al servizio degli altri in Italia e all’estero».
Nella prima fila alla destra dell’altare, accanto al padre e alla
madre, il fratello Mauro, e alla sua destra, Valentina. Alla fine
della Messa, è andata a prendere la foto appoggiata alla bara e l’ha
guardata per pochi minuti. Poi l’ha posata nuovamente accanto al
tricolore quando il corteo funebre è partito alla volta di Ciampino,
da dove il caporalmaggiore Pibiri della brigata Sassari ha raggiunto
la sua terra, la Sardegna.
Otto applausi hanno accompagnato l’uscita della bara dalla basilica,
lungo la navata centrale, nel cortile e poi ancora nello spiazzo
antistante. «Tutti con un unico cuore - ha scandito monsignor
Bagnasco durante l’omelia - ci sentiamo percossi, ma anche per
questo più decisamente uniti». Nel governo, il primo ad avvicinarsi
all’altare per la comunione è stato Francesco Rutelli, a seguire
Rosy Bindi e infine Romano Prodi. Nessuno ha rilasciato
dichiarazioni. Solo Bertinotti, inseguito dai giornalisti, ha
spiegato che questo è «il giorno del lutto e non delle parole». Ma è
stato interrotto dal generale in congedo D’Avossa: «Ecco il
presidente opportunista, ecco l’opportunista di turno», lo ha
apostrofato. Bertinotti gli ha risposto: «Lei si qualifica per
quello che dice». D’Avossa racconta che poco dopo questo battibecco,
mentre stava lasciando San Paolo, è stato affiancato da una volante
della polizia. Gli agenti sono scesi e gli hanno detto: «Bravo
generale, magari tutti i generali fossero come lei».
Non si è trattenuto di fronte a Bertinotti, spiega, perché «si è
presentato con la spilletta della pace alla rivista militare del 2
giugno. Certamente non ha rispetto per i militari. Si è permesso di
candidare e poi far eleggere una senatrice che, per fortuna, non è
stata eletta presidente della commissione Difesa (Lidia Menapace,
ndr.) secondo cui la vita militare è una vita di m... Di fronte alla
bandiera non sta sull’attenti, a differenza di quelle personalità
specchiate come Giorgio Napolitano e in passato Nilde Iotti e Pietro
Ingrao. Vederlo in chiesa non ha senso. La sera frequenta i salotti
romani, gli stessi dove vado anch’io, ma quando lo incontro me ne
vado immediatamente. Fa tanto l’uomo di mondo ma non si può
scherzare sul sangue dei nostri soldati».
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11 giugno 2006
Prodi contestato da Scalfari nel fondo
domenicale di Repubblica |
Il governo Prodi è appena nato e già "si
scopre in oro", come si dice a Roma del cavallo di Marc’Aurelio, sul
Campidoglio. A torto, è stato scambiato per un’aurea promessa quel
certo luccichio intravisto sotto la patina del burocrate avviato a
più alti destini dal gioco delle combinazioni politiche. La
delusione è grande. Il suo sponsor Eugenio Scalfari, considerandosi
truffato, lo ha contestato del fondo domenicale per Repubblica.
Sorprende la sorpresa. Lo sapevano tutti che un’accozzaglia di una
dozzina di partiti e partitini, esagitati e divisi su tutto, poteva
anche vincere (a stento...) le elezioni, ma in nessun caso avrebbe
potuto reggere alla prova del governo. Questo centrosinistra non è
una maggioranza parlamentare, ma una voliera fatta di tante specie
di uccelli che nulla hanno in comune tra loro tranne il chiasso che
fanno. Bisognava pensarci prima di accreditare presso gli elettori
questo imbroglio politico. Non averlo fatto è stata, per gli incauti
opinion leaders e i rispettivi gruppi d’interesse, una cattiva
azione nei confronti degli italiani.
Se lo scopo di Prodi è quello, da lui conclamato, di "stupire gli
italiani", non deve preoccuparsi: ci sta riuscendo benissimo. Il più
stupito di tutti è il povero Padoa Schioppa. Aveva preso sul serio,
l’ingenuo, il ruolo di decisore supremo delle misure di rilancio
dell’economia, e ha messo subito in crisi il rapporto con i
sindacati. Recuperato in extremis dal presidente del Consiglio con
una girandola di promesse che, vincolando il governo ad astenersi da
scelte prive del placet preventivo dei sindacati dei lavoratori, lo
mettono fatalmente in rotta di collisione con gli imprenditori.
Nessuno dubita più che il governo aspetti solo la celebrazione del
referendum di fine giugno per dare la stura alla sua vocazione
demagogica nella raccolta dei mezzi finanziari necessari per
alimentare, col pretesto dei conti pubblici, la spesa clientelare
improduttiva. Chi può, mette a frutto il poco tempo che gli resta
per portare al sicuro il proprio peculio. Nel frattempo, Prodi
moltiplica gli appelli ai 102 membri del suo governo perché mettano
il silenziatore alla voglia di "stupire" in proprio, a colpi di
grancassa ideologica.
I risultati sono scarsi. Il ministro Mussi rilancia la campagna per
la manipolazione delle cellule staminali, tutta l’agguerrita ala
sinistra della coalizione è mobilitata per far passare il "ripudio
della guerra" di cui all’art. 11 della Costituzione, come un divieto
giuridico all’uso delle armi. Alla faccia degli impegni presi in
sede internazionale e delle norme che vincolano l’Italia ad
assumersi la sua parte di responsabilità nello sforzo collettivo di
assicurare "la pace e la giustizia tra le Nazioni".
Il voluminoso programma del governo è un libro dei sogni che
svanisce nell’ora dell’azione e degli interessi dissociativi
sostenuti dai soggetti politici. Anche questo era prevedibile. Il
centro-sinistra è un ibrido che non regge alla prova dei fatti. Una
spinta irrefrenabile porta la sinistra a fagocitare il luogo
centrale della moderazione e del senso comune. Continuerà a crescere
fino all’implosione di questa sciagurata formula di governo.
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12 giugno 2006
Il ministro Ferrero propone le stanze
del buco |
Droga, disposti a tutto
Tra le molte esternazioni del ministro Ferrero nella lunga
intervista di oggi a Radio Radicale, la più geniale è senza dubbio
quella che riguarda il via libera alle cosiddette "stanze del buco"
per i tossicodipendenti, verso le quali il titolare della
Solidarietà sociale non ha "elementi di contrarietà preconcetta", in
quanto "è necessario, in un ambito di politiche di riduzione del
danno, avere la possibilità di sperimentazioni". E l’approccio
spagnolo al problema della droga, che include il ricorso alle "shotting-room",
è "assolutamente da provare". Non si tratta però di un "modello",
osserva Ferrero: bisogna invece "evitare che questa storia del
consumo delle sostanze venga letta come una mera questione di ordine
pubblico e di repressione".
Siamo di fronte all’affossamento totale della legge Fini e vicini
alla legalizzazione della droga. La deriva zapateriana dell’Unione
sta dunque prendendo forma, e la parte cattolica della coalizione è
già messa all’angolo, in grande difficoltà e costretta a smentire
quotidianamente le sortite sempre più temerarie della sinistra
radicale, come ha fatto ieri Rosy Bindi affermando che le "stanze
del buco" non fanno parte del programma di governo. La proposta di
Ferrero, peraltro, ricalca quella presentata l’estate scorsa dei
Verdi della Toscana, che puntava a istituire una Self injection
room, una stanza dove drogarsi, in ognuna delle undici Asl della
Regione. Una proposta condivisa anche da una parte dei Ds.
Si tratta di un progetto vergognoso e inaccettabile, che finirebbe
per creare dei ghetti e che è completamente al di fuori dalla logica
del pieno recupero dei tossicodipendenti.
La proposta di Ferrero si inserisce in una logica di sconfitta, è
una presa d’atto del fallimento di ogni opera di prevenzione e di
cura.
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13 giugno 2006
Prodi tenta la strategia del silenzio
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"Dobbiamo avere il coraggio di stupire gli
italiani" ha sancito il premier durante il buen ritiro umbro. Ci
sono riusciti con una tempestività degna di miglior causa e con una
comicità pari e opposta a quella "serietà al governo" che dominava
la campagna elettorale.
Fa, infatti, molto sorridere la riunione voluta da Sircana con i
portavoce dell’esecutivo per chiedere loro di misurare le loro
parole, di verificare le dichiarazioni del ministro prima di
renderle pubbliche, di confrontarle con quanto detto dal collega
della porta accanto, di evitare parole in libertà, di rispettare il
più severo riserbo sulle decisioni dell’esecutivo. Sembra quasi
chiedere di mettere alle parole un filtro capace di nascondere le
contraddizioni delle varie anime ministeriali, di ridurre il rischio
di apparire - come direbbe Flaiano - con poche idee e tutte confuse.
Insomma, il fondo di Scalfari su Repubblica di domenica scorsa e
l’intervista di Prodi al Die Zeit costringono ad una correzione
strategica ma invece di coinvolgere le "idee", Prodi colpisce le
"voci", confermando la sua difficoltà a gestire un esecutivo
esigente, ribelle, chiacchierone e pasticcione. Che, per nulla al
mondo, rinuncia ad una comparsata televisiva, ad una dichiarazione
che parla al cuore del partito e non a quello degli italiani. E se
qualcosa non andava detta, be’ in quel caso la colpa è del
giornalista che ha frainteso o del suo portavoce che non ha saputo
evitare il fraintendimento.
Insomma, la nave affonda prima ancora di lasciare la banchina e
siccome il "comandante" non può perdere quell’immagine di "serietà
al governo" falsa quanto propagandata, la responsabilità cade sui
mozzi. Non sui ministri - troppo permalosi e troppo pronti alla
verifica - e sulle idee ma sui portavoce e sui comunicati. E si
chiede loro l’ardua impresa di mettere il silenziatore alla voce del
governo, o meglio il "bip" alle cose sconvenienti: una via di mezzo
tra il dire le menzogne e tacere la verità.
E, davanti all’evidente perplessità degli interlocutori, Prodi ha
invitato tutti a fare come lui, a sorridere di più. Ma finora a
sorridere di lui, anche a ridere di lui sono gli italiani!
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