Potere Sinistro 2


       
Forza Italia - Petizione
       

Petizione popolare contro il disegno di legge Amato per la concessione della cittadinanza
dopo solo 5 anni di permanenza in Italia



 

22 luglio 2006
Il ministro invita allo sciopero anche contro il suo governo

«Oh, che disciplina è codesta, che i soldati esortino il generale ad aver paura?». Il cardinale Federigo Borromeo, sapientemente descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, respingeva così gli ammonimenti del suo cappellano a non dare udienza all’Innominato.
Allo stesso modo, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, sta ricevendo numerosi suggerimenti dei suoi alleati allo scopo di ammorbidirne, o per meglio dire addolcirne, la prossima Finanziaria che si preannuncia avara di soddisfazioni anche per le classi medio-basse. La minaccia degli scioperi, agitata dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri sulle pagine del Riformista, è solo l’ultimo «avvertimento» in ordine di tempo. I soldati della composita e variopinta armata dell’Unione hanno ammonito il generalissimo che la sua qualifica è temporanea. E se non farà altre marce indietro come Bersani sui taxi alle proteste della piazza farà seguito il «rompete le righe».

«Non so quanto reggerà ancora il governo - ha detto Ferrero - ma se devo dire dove sta il rischio vero, allora dico che sta nella Finanziaria e non nelle missioni militari all’estero». Considerato che anche sulla manovrina (alias decreto Bersani) è molto probabile il ricorso alla fiducia, la tenuta della maggioranza è a rischio.

Ferrero ha poi rincarato la dose. «Bisogna fare una grande discussione popolare e di massa sulla manovra economica», ha aggiunto. L’invito è chiaro: le misure di contenimento della spesa, promesse ma ancora non argomentate dal ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, non devono nemmeno lambire il bacino elettorale dell’estrema sinistra. «Se la manovra - ha concluso il ministro - dovesse toccare la spesa sociale, pensioni in testa, e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori, la difesa degli strati sociali è auspicabile». Il più classico dei via libera a Cgil, Cisl e Uil a ricorrere alle manifestazioni di piazza per bloccare eventualmente nuove sortite su pubblica amministrazione, spesa previdenziale e sanità. Con buona pace degli auspici del governatore di Bankitalia Mario Draghi e dei mercati internazionali. Al di là della singolarità e dell’esuberanza di un ministro che incita lo sciopero contro il governo del quale fa parte, resta un dato politico più rilevante. La maggioranza è ben conscia che sulla legge di bilancio ne va della sua stessa sopravvivenza. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, aveva già chiaramente individuato nella manovra il tallone di Achille dell’Unione. «Sappiamo di avere un problema di numeri - aveva dichiarato - ed è chiaro che siamo interessati a consolidare la maggioranza. Ma non vedo perché il centrodestra dovrebbe immaginare cambiamenti prima della Finanziaria. Noi abbiamo l’onere di farla approvare, loro quello di vedere se ce la facciamo».
Il prossimo passaggio di maggior rilevanza è la votazione della manovra-bis, prevista per martedì prossimo al Senato. Il senatore del Südtiroler Volkspartei, Manfred Pinzger, si è già defilato. «Potrei non esprimere la fiducia al governo», ha detto aggiungendo che «in via di principio non ho alcuna paura delle elezioni».

Un voto in meno a Palazzo Madama metterebbe la maggioranza a rischio. Ma anche se questo esame fosse superato, resterebbe da individuare una strategia per assicurare quei 20 miliardi di euro necessari alla correzione del rapporto deficit/pil nel 2007 senza intervenire su quei capitoli di spesa (pensioni in primis) per i quali estrema sinistra e sindacati sono già sul sentiero di guerra.
Prodi potrebbe accettare la sfida o fare come Don Abbondio. In fondo, «il coraggio, uno non se lo può dare».

 

25 luglio 2006
Antonio Di Pietro si autosospende, ma non dallo stipendio

Il ministro Antonio Di Pietro si autosospende dall’attività istituzionale, ma non dallo stipendio.

Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha deciso di «scioperare» contro l’indulto voluto dagli altri partiti dell’Unione e da lunedì si occupa solo di quello, tralasciando grandi opere, ponti, autostrade, ferrovie e appalti.

Ma mentre arringa i suoi con un megafono davanti a Montecitorio, continua a percepire regolarmente la sua indennità.

Come ministro, Di Pietro guadagna ogni mese 5.300 euro lordi che spettano a tutti i membri dell’esecutivo (parlamentari e non) più 11.200 euro lordi (è la cosiddetta indennità integrativa, che spetta solo ai ministri non parlamentari). In tutto, dunque, 16.500 euro, ai quali vanno aggiunti benefit quali auto blu con autista e cellulare di servizio.

 

18 luglio 2006
Ieri si è chiuso il vertice G8 Prodi non appare nella foto ricordo

Ieri si è chiuso il vertice G8 Prodi non appare nella foto ricordo (stava telefonando) nessuno nota l’assenza. Una telefonata allunga la vita, come dice lo spot, ma cancella l’Italia. Prodi invece di farsi immortalare nel gruppo dei grandi (per la foto di gruppo) ha preferito impiegare il tempo per una conversazione telefonica magari con i suoi capetti indisciplinati in patria. E le grandi firme del giornalismo italiano che fanno? Restano in un assoluto silenzio, un silenzio assordante, se soltanto proviamo ad immaginare quanti boxini o gramellini sarebbero stati dedicati a Berlusconi per l’assenza dalla "foto di classe".

Ma non basta. La situazione in Medioriente è in ebollizione ma l’Italia di Prodi non trova di meglio che avanzare la proposta di chiedere all’Iran un ruolo di mediazione. L’Iran è quello Stato che tutti, tranne il professore (?) di Bologna, sanno essere il fornitore di missili agli hezbollah. Allora, a carico di qualsiasi premier (soprattutto per Berlusconi) sarebbe scattata la mannaia del pubblico ludibrio. La stampa nostrana (campione di provincialismo), invece, indulge fino a tal punto da assicurare a Prodi la smentita prima che monti un caso internazionale ("E’ un’idiozia la storia dell’Iran").

Su questo possiamo essere d’accordo con l’ex-presidente dell’Iri, a patto che lui riconosca che anche le idiozie hanno un padre. Un padre che, per la circostanza, alberga nell’entourage di Prodi…

Queste ricostruzioni-verità non interessano ai molti inviati al seguito di Prodi, presi dal proprio ruolo di scrittori del principe. Anche quando il G8 chiede all’Onu di inviare una forza di interposizione nel Libano di chi è il merito per la Stampa? Di Prodi. Infatti a pag. 3 il quotidiano di Torino scrive: "Annan segue Blair e Prodi". Incredibile ma vero!

Nel frattempo la doppia gaffe prodiana resta lettera morta nel segno dell’autocensura tanto cara alla sinistra.

 

17 luglio 2006
Prodi propone la mediazione dell’Iran per risolvere la crisi tra Israele e Libano

E’ imbarazzante vedere un Presidente del Consiglio all’eterna ricerca di parole e appunti a sostegno di farfugliamenti imbarazzanti per chi vede e per chi ascolta. Questo avviene tanto che parli (anzi legga), retorici proclami ai calciatori ’campioni del mondo’, quanto che, peggio ancora, si esprima in conferenze stampa, anche ai piu’ alti livelli internazionali.

’Quello che sgomenta e’ la ridicola proposta al Governo iraniano di assumere il ruolo di mediatore nel conflitto tra lo stato d’Israele e gli Hezbollah libanesi. Affidare all’Iran, il cui leader ogni giorno proclama la distruzione dello stato d’Israele, il compito di bonario compositore del conflitto in atto sarebbe come a chi appicca gli incendi gli si attribuisse il ruolo di pompiere.

 

16 luglio 2006
In Lombardia azzerati i vertici della Guardia di Finanza.
Avevano indagato sul caso Unipol

La notizia del trasferimento in blocco dei vertici della Guardia di Finanza lombarda arrivata come un pugno nello stomaco in una serata stravolta dalle notizie provenienti dal Libano.

Si cercava forse di nascondere ciò che doveva apparire come un normale avvicendamento nelle pieghe di una questione internazionale capace di calamitare l’attenzione di molti. Ma non di tutti. E’ come quando si aumentano le tasse la notte della vittoria dei mondiali, con l’intera popolazione ubriaca di gioia e di festeggiamenti.

C’è però sempre qualcuno che non si distrae. Specie chi, non è dato sapersi, ha soffiato ai quotidiani lo strettissimo legame tra il cambio della guardia e la vicenda Unipol. Un legame evidente, lampante, indiscutibile. Non è infatti cosa da tutti i giorni che un intero vertice regionale delle Fiamme Gialle venga decapitato, rimosso, trasferito, se non c’è un preciso input politico.

E guarda caso con un governo di sinistra dove il responsabile delle Fiamme Gialle è un diessino doc. Neanche il Corriere della Sera, che certo verso il governo è più che tenero e che del caso Unipol detiene nei cassetti alcuni scottanti verbali, ha dubbi sulla profonda connessione tra le due vicende.

Dunque, il viceministro Visco (esecutore materiale di un’operazione che di certo è stata gestita dall’intero quartier generale della Quercia) batte in faziosità e in spirito vendicativo Prodi, il che è tutto dire.

Ovviamente lo stesso Visco smentisce qualsiasi collegamento. Una smentita fatta solo per questioni di forma, nessuno ci crede. È evidente che ogni killer che si rispetti o usa i guanti gialli oppure cerca di cancellare le impronte digitali lasciate sul luogo del delitto.

Visco non è così raffinato da usare i guanti, neanche quelli di gomma o di lattice, e infatti le tracce del passaggio dei Ds sull’operazione che ha portato al trasferimento del vertice delle Fiamme Gialle lombarde sono più che evidenti. Ecco allora che arriva la smentita.

È chiaro anche il segnale di intimidazione che ispira questo provvedimento: in futuro la Guardia di Finanza dovrà occuparsi solo di Berlusconi e tenersi lontana dalle cooperative rosse, dagli affari dei Ds e dai loro eventuali tentativi di scalare qualche banca.

È solo umoristico, ma è anche il segno dei tempi, che di fronte al dilagare della pubblicazione sui giornali di intercettazioni di tutti i tipi, l’unico caso del quale ci si occupa è quello che ha riguardato l’On. Fassino. Il messaggio è chiaro. Restare in silenzio di fronte a questo scandalo sarebbe un errore gravissimo.

 

15 luglio 2006
E Rifondazione non controlla più i suoi ribelli

Dalla platea di via dei Frentani arriva un allarme rosso per Franco Giordano, Rifondazione e tutto il governo: sulla linea attuale, il partito «non tiene». Al punto che in serata il segretario commenta: «In quella assemblea colgo una soggettività politica che non è tanto legata alla vicenda del decreto legge quanto al rapporto con il governo». In realtà è stato provato di tutto: appelli alla responsabilità, lusinghe, proclami fatalisti, velate minacce. Ma i parlamentari ribelli non mollano, si radicalizzano sempre di più e la base li segue. I «ribelli» hanno scelto una sala di media grandezza, per evitare il flop. Ebbene, c’erano 200 posti a sedere in platea pieni, gente nei corridoi, per le scale, in galleria, e persino per strada: 500-600, forse. E soprattutto, come osservava Claudio Grassi: «Più della metà gente nostra». Non solo: moltissimi giovani, militanti Ds, persone non legate alla correnti interne del partito di Bertinotti.

Ed è questo risultato, ovviamente, a galvanizzare i dissidenti di Rifondazione, come lo stesso Grassi, sommerso di applausi quando ha praticamente annunciato che se il testo resta così voterà no: «Credo che esista una cosa molto semplice, in politica, che è la dignità: dopo aver votato per otto volte no, non capisco per quale motivo dovremmo adesso dire sì alla missione in Afghanistan. Perché siamo al governo? Mi dispiace, non ci sto». E ancora: «D’Alema continua ad insultarci, come se fossimo dei ragazzini irresponsabili. Ma chi si si crede di essere? Noi non accettiamo più il principio per cui c’è qualcuno che dà ordini, lui, e qualcuno che li prende, noi». Ancora più netto sull’ipotesi di sanzioni disciplinari: «Scherziamo? Non posso credere - sorride Grassi - che in Rifondazione ci sia chi può sanzionare qualcun altro perché vota no alla guerra». E poi, ironico: «Anche perché il presidente della commissione di garanzia, Guido Cappelloni è della nostra componente. Il vice è della sinistra, quindi...».

Già, Cannavò: è uno dei vincitori. I leader della sinistra di Rifondazione hanno tirato le fila dell’assemblea senza strafare, facendo lievitare la pluralità delle voci. Un successo: una strategia che erode il consenso dei «governisti» e dei «bertinottiani» senza strappi, per salti progressivi. Cesare Salvi, con una incredibile contorsione, ribadisce il suo dissenso, ma invoca la «Fiducia», per essere «costretto» a votare sì al governo. Un pensiero che, segretamente, è lo stesso dei dirigenti di Rifondazione.

 

14 luglio 2006
Autogol di Visco che deve rimangiarsi il provvedimento sugli immobili

Visco, un’altra figuraccia
Una figuraccia planetaria, una marcia indietro dai risvolti comici: il governo annuncia di voler apportare modifiche al provvedimento che corregge il regime di imposizione Iva sugli immobili, contenuto nel decreto Bersani. Costruito per far incassare all’Erario 450 milioni di euro, si è scoperto che sarebbe costato a società immobiliari, imprenditori e cittadini la bellezza di 30 miliardi. Che dire di un (vice)ministro dell’Economia che sbaglia i conti in rapporto di uno a cento o giù di lì? Che dire dell’apprendista stregone Visco, principe di questo autogol fiscale?

Basterebbe ricordare che non è il primo. Che proprio ieri il Tar ha condannato l’Erario a restituire a Telecom la bellezza di 500 milioni di euro, giudicando illegittimo un suo provvedimento del 2000 che "tosava" le società telefoniche (che, in tutto, riscuoteranno dal Fisco un credito di quasi un miliardo).

Ma questa vicenda le batte tutte. Perché il provvedimento ha nel frattempo provocato il crollo delle azioni delle società immobiliari in Borsa, ha penalizzato decine di migliaia di risparmiatori (1,5 miliardi), ha assestato un colpo letale, sui mercati internazionali, al Paese: basti pensare a tutti quei fondi e quegli investitori esteri che hanno "scoperto" che in Italia è possibile calpestare le regole date, introducendo il principio della retroattività. Nessuna certezza del diritto. Perché mai investire laddove è considerato legittimo stravolgere i bilanci di società quotate in Borsa, semplicemente cambiando le regole in corsa?

Non è stata una coalizione di lobbies a spingere Visco a una precipitosa quanto indecorosa ritirata. Il comunicato con il quale, ieri sera, il viceministro ha annunciato "modifiche", trasuda un grande imbarazzo. Perfino Legacoop ha segnalato come "la retroattività della misura determina effetti dannosi e ingiusti".

C’è una voce maligna che circola: l’ossatura di quel provvedimento sarebbe stata costruita dal centro studi di Confindustria, per "punire" i cosiddetti "furbetti del quartierino". Ci avrebbe pensato Visco a gettare il cuore oltre l’ostacolo, allargandone la sfera di applicazione fino a confezionare l’indecorosa "frittata".

Dunque, seconda marcia indietro dopo quella sui tassisti (Bersani:"Ci basta che aumentino le licenze"). E chissà che non ne arrivino altre. Fu Visco a introdurre una tassazione marginale sulle stock options. E’ Visco oggi a cavalcare il passaggio dell’aliquota al 43%. Non conosce mediazioni la furia giacobina del viceministro, che invece di colpire solo gli abusi ora disconosce del tutto lo scopo sociale di quel provvedimento: far partecipare i manager al capitale e alla creazione di ricchezza delle imprese. Altro provvedimento con valenza retroattiva.

Lo informiamo che alla vigilia del decreto, con singolare tempestività, l’industriale Diego della Valle ha provveduto a convertire le sue corpose stock options (decine di milioni di euro), usufruendo del vecchio regime fiscale al 12,5%. Non preoccupano i "furbetti" in galera, ma i furboni in libertà.

 

12 luglio 2006
Il ministro Amato scopre che le procure passano le intercettazioni ai giornalisti

Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, si è finalmente accorto di un fatto scandaloso: le procure passano verbali, notizie, intercettazioni e atti giudiziari ai giornalisti. Succede da sempre, è accaduto perfino quando nel ’94 Berlusconi, allora premier, venne "avvisato" dal Corriere della Sera di essere indagato dalla Procura di Milano. Ma allora Amato si guardò bene dal denunciare lo scandalo, e come lui se ne guardarono molti dei suoi alleati che oggi si stracciano le vesti. Perché il responsabile del Viminale si rendesse conto della piega che aveva preso il traffico di verbali dagli uffici giudiziari a quelli di un quotidiano, c’è stato bisogno di una Procura che avesse messo la tecnologia al servizio della "soffiata".

Così, il pm di Potenza, Woodcock, invece di perder tempo a fare fotocopie o copie di dischetti, ha pensato bene di fornire ai giornalisti la password per accedere direttamente ai pc del suo ufficio per scaricare tutti quei verbali che nelle ultime settimane hanno invaso le pagine dei quotidiani sulle pruderie della Gregoraci. Ovviamente, una password temporanea e dedicata. E, ovviamente, per evitare di essere considerato l’autore della fuga di notizie, il pm ha fatto in modo di dare la chiave d’accesso solo nel momento in cui gli atti venivano dati agli avvocati difensori. Un trucco niente male, che serve a confondere le acque. Una volta che i difensori hanno i documenti, infatti, l’autore della soffiata può essere chiunque e il magistrato è praticamente salvo da ogni genere di sospetto.

Il "giochetto", però, è stato smascherato e adesso molti esponenti "garantisti" del governo sono pronti a modificare la legge sulle intercettazioni. Insomma, si chiude la stalla a buoi ormai scappati da tempo. Prima della stretta, infatti, questa messe di intercettazioni finite sui quotidiani ha consentito l’esplosione dello scandalo delle banche, quella sui provini Rai, sul calcio e altro ancora, parlando solo delle ultime settimane. E chissà come mai, la stragrande maggioranza di questi verbali ha riguardato il centrodestra. Adesso che Woodcok non serve più può essere sacrificato sulla pubblica piazza.

 

11 luglio 2006
D'Alema minaccia le dimissioni sul rifinanziamento della missione in Afghanistan

Alla vigilia del dibattito sul rifinanziamento delle missioni internazionali di pace, il ministro degli esteri ha battuto un colpo. D’Alema sembra rendersi conto che, accettando il ruolo prestigioso di ministro degli esteri, si è messo personalmente in una posizione difficile. La politica estera è infatti il terreno sul quale la maggioranza di governo è più divisa, e questo indipendentemente dalle missioni internazionali nelle quali l’Italia è impegnata. Questa situazione è destinata a prolungarsi indefinitamente e D’Alema lo sa. E capisce quindi che anche il suo ruolo politico è messo a dura prova, e di conseguenza anche la sua credibilità nei confronti dei partner stranieri.

Per questo ha voluto pubblicamente lanciare un allarme e chiarire che anche il suo ruolo è in discussione se continuano le fibrillazioni della maggioranza sulla politica estera.

D’Alema invita a riflettere i "vari comparti della maggioranza" sul rischio di mettere in difficoltà un governo sul piano internazionale. Ma il suo affondo riguarda Prodi che, oltre a chiedere disponibilità al dialogo - sostiene D’Alema - dovrebbe anche avere "una certa fermezza nel rivendicare la coerenza con gli impegni assunti davanti agli elettori".

La critica a Prodi è chiara: il suo compito non è quello di assecondare le frange dell’estrema sinistra, ma anche quello di richiamarle alla coerenza e alla responsabilità.

Non possiamo vivere pericolosamente, conclude D’Alema, abbiamo bisogno di affrontare con serietà i problemi del Paese.

Come non essere d’accordo con lui?

 

14 giugno 2006
Fuoco amico su Prodi

Ecco un breve stralcio dalle colonne de Il Riformista di oggi:

"....Come ammettono persino voci ufficiali da Palazzo Chigi, questo governo non è nato pronto. E’ partito lento, ad andatura magari non "sciancata" come vorrebbe Eugenio Scalfari, ma certo rigida, legnosa, involuta.....

...Il punto è il merito. Cosa ha deliberato finora il governo? Su quali materie c’è stato un intervento diretto, concreto dell’esecutivo che non sia solo una linea di indirizzo, una cornice di intervento, una parola d’ordine? Sull’Iraq è stato confermato un ritiro di cui non si conoscono ancora i tempi certi e modalità.

"In economia, le verifica sullo stato dei conti pubblici ha paralizzato per tre settimane ogni attività e, pure una volta sciolto il dubbio sulla necessità della manovra bis, il mandato del rigore ha mascherato il disordine di proposte e competenze...Un esempio su tutti: a tutt’oggi del cuneo fiscale...Non si sa in che misura e forme sarà tagliato in questo primo anno e la coniazione di formule come "cuneo a rate", "cuneo selettivo"(e chi lo dice a imprese e lavoratori che il taglio dei contributi non valeva per tutti?) è spia di una confusione ingiustificabile...

"...La politica del governo continua a vivere di annunci...

"...E Prodi?...Non ha ancora trovato il modo di prendere per mano la situazione... Quel che serve, e finora latita, è una leadership politica che accompagni ed esalti ogni mossa. Prodi è un decisionista sui generis... Ma un decisionismo senza leadership è inutile. Perché è la leadership, a proposito anche delle critiche di certi giornali amici, che fa la differenza tra un capo politico e un semplice amministratore".

 

15 giugno 2006
L’esordio del Professore all’estero? Disastroso.

Voleva e doveva essere un trionfale «ritorno a casa», nella casa Ue di cui è stato capofamiglia, nei cinque anni di presidenza della Commissione europea. Ma inghippi procedurali, disfunzioni organizzative, ingorghi protocollari hanno rovinato un po’ la scena: Romano Prodi è arrivato accompagnato da Massimo D’Alema al Palazzo del Consiglio europeo, il primo cui partecipa da capo del governo, con sorrisone televisivo e pronto a esternare davanti alle telecamere nel luogo deputato, il cosiddetto «Vip Corner». Solo che le telecamere (almeno quelle interessate a lui, ossia le italiane) non c’erano, bloccate dalla sicurezza all’esterno del palazzo a chiamarlo invano. Lui, sospinto dal cerimoniale, si è guardato intorno smarrito ma ha dovuto accelerare il passo per lasciare la scena a un altro leader europeo, più fortunato.

È toccato poi al portavoce Silvio Sircana leggere ai giornalisti la dichiarazione che il Professore avrebbe voluto fare sotto i riflettori. Un grande empito di slancio europeista: «Abbiamo bisogno di riportare l’Europa a svolgere il ruolo che le compete sulla scena mondiale, mi attendo una forte e decisa ripresa del dibattito sulla costruzione dell’Unione. Oggi finisce un periodo di lutto», dice il premier italiano, a margine di un vertice Ue assai fiacco nell’agenda e nello spirito. Nel frattempo a rubargli il palcoscenico c’era all’altro capo di Bruxelles l’eterno competitor, Silvio Berlusconi, presente per la riunione del Ppe. Così nei tg della sera era l’ex premier ad aprire i servizi degli inviati a Bruxelles, e non quello in carica.

Sircana la prende con spirito, e replica a nome di Prodi: «Un autentico caso di controprogrammazione… D’altronde Berlusconi è uno straordinario uomo di cultura televisiva, e per lui la politica è una questione di palinsesto». Ma il colpo viene accusato, per il sistema di comunicazione del Professore è una ulteriore défaillance. Eppure i suoi si mostrano assai soddisfatti dei risultati del Gran tour di capitali e di leader che il Professore si è sobbarcato ultimamente per segnare il proprio ritorno: Barroso e Blair, poi la Francia con Chirac e de Villepin, e la Germania di Angela Merkel. E ieri il ritorno a Bruxelles tra abbracci e grandi pacche sulle spalle con Solana e Junker e Rassmussen. E ancora oggi, a margine del Consiglio, due incontri bilaterali col greco Karamanlis e lo spagnolo Zapatero, e poi martedì a Mosca il russo Putin, e ancora a luglio il G9 di San Pietroburgo, dove - il Professore tiene assai a farlo sapere - ci sarà un incontro «a quattr’occhi con Bush». Che non è solo amico di Berlusconi, nient’affatto: anche il Professore, da presidente Ue, lo incontrava «due volte all’anno», e non lo chiama Mr President ma - confidenzialmente - «George», proprio come fa il Cavaliere.

In verità, i rapporti con gli Usa sono un terreno assai delicato (se ne occuperà per primo D’Alema, oggi a Washington). E dal giro delle capitali europee finora Prodi non ha portato a casa granché di concreto (vedi caso Chirac: grandi baci a favor di telecamera, ma un pranzo frettoloso e formale all’Eliseo e zero aperture sul caso Enel-Suez, nonostante Prodi non sia Berlusconi). Ma al premier il tour serviva soprattutto ai fini interni, per rilanciare la sua immagine di leader che tratta da pari a pari coi «grandi della terra», e per recuperare sui danni di immagine «sprecona» del governo più affollato della storia italiana. E infatti le cronache dei giornali «amici» si son dilungate minuziosamente sull’ammirevole morigeratezza del nuovo corso prodiano, sugli aerei carichi di truccatori e cameraman personali dell’ex premier e sul solitario «angelo custode» del nuovo, che viaggia su un aereo di Stato deserto per risparmiare sulle trasferte.

 

16 giugno 2006
Amato propone la ''cittadinanza facile'' agli immigrati

Con i suoi annunci il Governo Prodi rischia di trasformare l’Italia nel porto franco delle politiche europee per l’immigrazione, rischiando di richiamare sul nostro territorio un numero crescente di stranieri irregolari. Così, non pago di voler cancellare i Centri di Permanenza Temporanea per i clandestini, l’esecutivo - per bocca del ministro dell’Interno - ora ha messo in cantiere anche l’introduzione della "cittadinanza facile", ossia la cittadinanza per i figli degli immigrati regolari e per quelli dei clandestini in attesa della sanatoria che il ministro Ferrero sta già preparando.

Si tratta di un errore grave, e stupisce la superficialità con cui Amato ha dato un annuncio del genere. Un conto, infatti, è ridurre il tempo di permanenza nel nostro Paese, necessario agli stranieri per l’acquisizione della cittadinanza, e un altro, invece, è modificare l’impianto giuridico del diritto stesso di cittadinanza italiana, perché questo stravolgerebbe non solo la normativa in vigore, ma anche e soprattutto quei concetti di integrazione e di identità nazionale che stanno alla base dell’idea e del valore della cittadinanza. Certo, è nelle competenze del Parlamento avviare una riflessione su questo tema delicatissimo, che tocca le corde più profonde di una comunità nazionale. Solo che il ministro dell’Interno, invece che porre la questione in Parlamento, ha preferito rivolgersi alla Consulta dell’Islam italiano, trasformandola così - surrettiziamente - in un soggetto titolare dell’iniziativa legislativa. E’ un altro passo verso il caos istituzionale frutto della confusione programmatica del centrosinistra.

 

17 giugno 2006
Kabul, i comunisti italiani disarmano l’esercito

In Afghanistan occorrono «uomini ed elicotteri» e Parisi intende potenziare la presenza militare italiana a Kabul. Un orientamento che provoca l’immediata reazione dell’ala «pro ritirata» del governo. «Aumentare uomini e mezzi sarebbe un errore», puntualizza subito l’europarlamentare comunista Marco Rizzo. Si evitino regali alla destra e pericolosi autogol - dice Rizzo -. L’Italia è e deve rimanere un Paese di pace».

Insomma, il voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan promette di diventare uno scoglio sempre più ingombrante sul cammino del governo di Romano Prodi. Anche perché la Casa delle libertà non andrà in soccorso del Professore. «L’Italia - dice Maurizio Gasparri di Alleanza nazionale - deve certamente mantenere i suoi impegni internazionali, ma se Prodi non avrà i numeri prima si dimette, poi si discute in un quadro completamente diverso. In Parlamento è certo che noi deputati e senatori non consentiremo mai che i nostri voti servano a mantenere in vita questo circo equestre guidato da Prodi».

Durante il suo secondo giorno di visita in Afghanistan, il ministro della Difesa, Arturo Parisi, incontra ad Herat il generale Danilo Errico, comandante per la Regione Ovest della missione militare internazionale. Errico, che al momento ha una potenza di 400 soldati, chiede a Parisi «più uomini e più elicotteri» per sostenere le operazioni nell’area e anche per «dare risposte credibili» alle esigenze di quell’area martoriata. Parisi non dice no. «Valuteremo la richiesta per quello che è: un sostegno ad un’azione di pace», dice il ministro, che garantisce l’impegno dell’Italia per dare «un contributo alla fondazione di questo Stato».

Parisi parla di «una presenza militare che garantisce sicurezza e che, al tempo stesso, si pone a supporto delle nuove amministrazioni locali» realizzando «interventi e servizi di primaria importanza sociale, con particolare riguardo ai settori delle opere pubbliche, dell’istruzione e della sanità».

Proprio nel momento in cui la Nato chiede all’Italia uno sforzo maggiore, il ministro sembra orientarsi in questa direzione. Alla richiesta di invio di uomini e mezzi Parisi risponde «con attenzione e disponibilità», confermando che l’orientamento del governo «è utilizzare tutte le risorse a nostra disposizione per rafforzare il nostro sostegno». Certamente, precisa, terminata la fase istruttoria la decisione «dovrà essere affidata alla collegialità del governo in funzione di una decisione del Parlamento».

Una decisione collegiale ovviamente, ma Parisi tiene pure a specificare che la sua «personale valutazione sul cammino percorso fino ad ora è positiva». Quello del ministro suona dunque come un sì alla richiesta di potenziamento e anche come un no all’invito della sinistra radicale a porre fine alla missione in Afghanistan. La squadra di ricostruzione operante a Herat dunque potrebbe essere rinforzata con una compagnia di sicurezza di 150-200 uomini e da una o più aliquote di forze speciali. Riguardo ai mezzi, invece, non ci sono certezze, a parte il fatto che il più utile in una regione dove esiste solo una strada sarebbe l’elicottero. Su questo fronte il contingente stanziato in Afghanistan potrebbe beneficiare del progressivo disimpegno in Irak. Fino ad ora i soldati del Prt (il gruppo di ricostruzione) hanno realizzato in due anni scuole, ospedali e pozzi, investendo finora 5,5 milioni di euro su un totale di 10 stanziati dalla Difesa.

 

18 giugno 2006
Intervista di Bertinotti a Repubblica

Sinistra radicale, Bertinotti fa il capo

L’emergenza democratica in cui si trova l’Italia è costituita anche dal modo in cui Bertinotti interpreta e svolge il suo delicato ruolo di Presidente della Camera dei Deputati, in cui il confine fra responsabilità istituzionale e ruolo politico scompare quasi totalmente.

L’intervista rilasciata a La Repubblica, infatti, conferma la torsione politica a cui è soggetta la presidenza della Camera da parte di Bertinotti, che non rinuncia a dettare dalla poltrona più alta di Montecitorio la linea della cosiddetta sinistra radicale.

Nell’intervista, Bertinotti ricorda innanzitutto che gli elementi positivi che possono essere iscritti all’attivo di questi primi giorni di governo sono riconducibili alla presenza della sinistra radicale: dal ritiro delle nostre truppe dall’Iraq alla riapertura del dialogo con i sindacati.

Bertinotti denuncia inoltre il tentativo, da parte dei nostalgici delle politiche liberiste degli anni novanta, di mettere in discussione l’alleanza tra il centro, il centrosinistra e la sinistra. Bertinotti cita alcuni settori della Confindustria che vorrebbero ridurre la sinistra radicale ad un ruolo di intendenza dopo averla utilizzata per sconfiggere la destra.

Seguono dei veri e propri sproloqui ideologici sul ruolo di governo, istituzionale e di lotta della sinistra radicale; giudizi inaccettabili sull’Iraq; sui diritti di cittadinanza e sul referendum che delineano una politica che si serve delle istituzioni per raggiungere più facilmente i propri obiettivi.

In questo modo è impossibile pensare che la metà del Parlamento e più della metà dei cittadini italiani possano riconoscersi nella figura del Presidente della Camera.

A questo punto è inevitabile che si apra in Parlamento un dibattito su questo stravolgimento delle istituzioni che può condurre ad una deriva autoritaria.

 

19 giugno 2006
Esplodono le donazioni: Prodi fa paura

In campagna elettorale, Prodi li aveva bollati come "terrorismo economico". Erano gli avvertimenti della Casa delle Libertà sulla reintroduzione della tassa di successione, misura presente nel programma dell’Unione, e confermata dal presidente del Consiglio, ma limitandola ai grandi patrimoni.

Il risultato ottenuto dalla sinistra è stato un aumento delle donazioni per paura della tassa di successione. Aumento che su base nazionale è pari al 30%, rispetto allo stesso periodo del 2005; con punte del 50% nelle grandi città, come Milano, Roma, Bologna.

Segno evidente che gli italiani non si fidano delle rassicurazioni della sinistra. E temono che la nuova tassa di successione non sia limitata ai grandi patrimoni, ma estesa anche a valori prossimi a quelli di un appartamento. E per evitare di pagare una nuova tassa sull’eredità, cedono gratuitamente ai figli il frutto del risparmio di una vita: la casa.

Il fenomeno è molto più preoccupante (non solo per le dimensioni dell’aumento) se interpretato alla luce della politica economica del governo Prodi. Gli italiani, di destra o di sinistra, non si fidano delle garanzie date dal premier. La tradizione fiscale della sinistra ha sempre prodotto danni nelle tasche dei cittadini. Ed i contribuenti, come i rispamiatori, hanno la memoria di elefante e le gambe di lepre, come diceva Einaudi: appena intravvedono qualche difficoltà corrono ai ripari. Ed ai contribuenti tornano in mente le operazioni introdotte da governi di centro sinistra. I riferimenti continui fatti da Padoa Schioppa sulle condizioni dei conti pubblici, analoghe a quelle del 92, fanno tornare in mente la manovra finanziaria da 93 mila miliardi; tasse sulle case e sui conti correnti; interventi drastici sulle spese sociali.

Oggi Tps parla di manovre per 45 miliardi di euro; valori non troppo distanti dai 93 miliardi di Amato del ’92. Per questo i contribuenti-risparmiatori corrono ai ripari. Ed esplodono le donazioni, quale prima mossa per evitare stangate sulle successioni ai figli di un appartamento.

 

20 giugno 2006
Mastella toglie la linea a Di Pietro: «Si occupi solo delle infrastrutture»

Clemente Mastella e Antonio Di Pietro sono ministri dello stesso governo, ma come si sfiorano fanno scintille. È successo su decreto o ddl per sospendere la riforma Castelli, si replica sul tema delle intercettazioni. Il botta e risposta è al vetriolo.

Attacca il ministro alle Infrastrutture ed ex-magistrato, sempre pronto a difendere la categoria. Il collega Guardasigilli vuole regolamentare l’uso delle intercettazioni con un decreto legislativo e chiede un aiuto alla Cdl? «Mi preoccupa non poco - commenta Di Pietro al Gr3 -. Che cosa vuole dimagrire, visto che Mastella parla di bulimia? Se l’abuso di pubblicazioni, allora senz’altro sì, se l’uso delle intercettazioni per combattere il crimine, allora no. Sarebbe come limitare l’uso di uno strumento diagnostico, la tac, per paura di scoprire una malattia. Ma se c’è un tumore, meglio saperlo per curarsi».

Il titolare della Giustizia non prende bene il commento: «Se Di Pietro vuole fare il ministro al mio posto - replica da Napoli Mastella - si accomodi. La smetta di fare il giudice in modo permanente. Se ognuno interviene sulle responsabilità degli altri diventa una babele. Mi sono un po’ rotto le scatole del fatto che intervenga ogni volta che c’è una questione che mi riguarda. Il ministro della Giustizia sono io!».
Il Guardasigilli ha già spiegato che le intercettazioni sono «fondamentali» sul piano investigativo e nessuno vuole mettere in discussione la loro utilità nella lotta alla criminalità organizzata. Il problema è la divulgazione, precisa, di «quello che trasuda al di là, che non c’entra nulla con gli elementi probatori e con gli accertamenti che vengono fatti in fase investigativa». Insomma, quello che interessa mediaticamente, ma non penalmente e che nutre periodicamente i mass media, con uno scandalo dopo l’altro.

Il partito di Mastella attacca Di Pietro. «Si occupi di Tav o autostrade - scrive Il Campanile, quotidiano Udeur - non è tollerabile che, da ministro, continui a indossare la toga».

 

21 giugno 2006
Mercoledì nero per Prodi

Governo. Poche idee e confuse

Le premesse si erano avute martedì, quando la sinistra estrema si è scagliata violentemente contro il ministro della Difesa, Arturo Parisi, "reo" di aver chiesto l’aumento del contingente italiano impegnato in missione di pace in Afghanistan.

Ma oggi è stato il mercoledì nero del governo Prodi, se di governo si può parlare visto che da quando si è insediato - un mese fa - non ha ancora preso alcun provvedimento, salvo però promettere molto, e che dopodomani sarà costretto a impiegare un intero Consiglio dei ministri per conferire altre deleghe.

In tutto questo, il Senato non si è ancora riunito una sola volta per lavori di ordinaria amministrazione perché la maggioranza sa di andare sotto al primo voto.

Qualcuno potrebbe chiamarla situazione di stallo totale. Ma potrebbe essere considerato un ottimista, perché nell’Unione non c’è solo la paralisi, ci sono scontri su ogni fronte.

Prodi, incontrando la coordinatrice del progetto europeo "Corridoio 5" per conto della commissione europea, Loyola De Palacio, ha assicurato che la Tav si farà. Immediata la replica del ministro delle Politiche sociali, Paolo Ferrero (Rifondazione comunista): "Non è nel programma dell’Unione". Cui sono seguite analoghe reazioni da parte dell’estrema sinistra.
Per la nomina del direttore generale della Rai, sempre Prodi aveva chiaramente espresso la volontà di Antonello Perricone, impallinato da Ds e Margherita, insieme con il centrodestra, che hanno preferito Cappon. Commento del premier: "Addio".
La fermezza dell’Unione nel confermare Sergio D’Elia come segretario della commissione Giustizia della Camera ha provocato le risentite dimissioni da Rifondazione comunista di Salvatore Berardi, figlio del maresciallo Rosario, ucciso nel ’78 dalle Brigate Rosse.
Sul fronte giustizia è da registrare uno scontro durissimo tra il ministro Mastella ed alcuni importanti esponenti dell’Unione. Agli alleati del Guardasigilli non è piaciuta la sua proposta di stretta sulle intercettazioni e la linea dura per chi pubblica notizie coperte da segreto.
Altre tensioni arrivano dal fronte amnistia, della quale Mastella è uno sponsor inviso soprattutto ai dipietristi, ma non solo. Al termine della infuocata giornata il ministro della Giustizia è sbottato: "Basta divisioni tra noi, se no la maggioranza rischia".

 

22 giugno 2006
Quanto costano le invenzioni telefoniche di Visco

E’ convinzione generale, a destra e a sinistra, che le politiche fiscali di Vincenzo Visco abbiano contribuito, e non poco, alla vittoria elettorale della Cdl nel 2001. L’ex ministro è tornato, a cinque anni di distanza, sul luogo del delitto e, per una strana legge del contrappasso, porta in eredità al nuovo governo i danni delle sue passate decisioni. Nella fattispecie, la bellezza di 800 milioni di euro che il Fisco dovrà restituire ai gestori di telefonia per una legge da lui "inventata" nel 1999 e giudicata ora illegittima dal Tar.

Il "buco Visco", con il quale dovrà fare i conti Padoa Schioppa in occasione di una già difficile Finanziaria, riguarda un balzello sul fatturato di quelle imprese, che venne introdotto in sostituzione del canone di concessione. Ieri il Tar ha deliberato che a Vodafone vadano restituiti 200 milioni. A giorni deciderà su analogo ricordo di Telecom (500 milioni) e di Wind (55 milioni) ed è impensabile che le due sentenze siano difformi dalla prima.

Insomma, nel giro di quattro mesi via XX Settembre dovrà sborsare oltre 750 milioni e la decisione del Tar non lascia spazio ad alcuno escamotage per non pagare: in caso di inottemperanza, è stabilito che venga nominato un commissario ad acta per la restituzione dei soldi.

Il provvedimento era stato già dichiarato illegittimo dalla Corte di Giustizia europea. Al pari dell’Irap, altra invenzione di Visco bocciata dall’Ue perché troppo simile all’Iva. Nella squadra di governo, la conferma di un così roccioso terzino esperto in autogol non può che far piacere. Quel che non si capisce bene è perché Visco si affanni tanto a vituperare la "finanza creativa". Lui che dimostra di esserne un maestro, sia pure nel creare buchi di bilancio anziché nel tapparli.

 

23 giugno 2006
Quando gli indagati sono rossi, procure e giornali gareggiano in correttezza

Lo scandalo "rosso" è ignorato

Lontano dai riflettori, dal clamore, senza che intercettazioni e verbali vengano infilati nei ventilatori per infangare l’onorabilità delle persone, a Perugia è in corso un’inchiesta che coinvolge politici e imprenditori. Il dato interessante è che, a parte il nome degli arrestati, i quotidiani non hanno pubblicato - né sicuramente ricevuto - verbali d’interrogatorio o intercettazioni di nessun tipo. Il Corriere della Sera esulta: finalmente una Procura corretta, finalmente magistrati che rispettano la riservatezza delle indagini, finalmente gli inquirenti proteggono nomi che, magari casualmente, sono stati anche solo sfiorati nel corso di una conversazione. "A Perugia - scrive il Corriere della Sera - sono prudenti. A Perugia non si mette in funzione il ventilatore. Bene. Male che in Italia sia un po’ come la ruota della fortuna e si è sventurati se non si vive nella città giusta, con la Procura giusta. Ma non è mai solo un caso. Purtroppo, è il doppio standard della giustizia italiana".

Tutto molto giusto, se l’inchiesta non riguardasse però la sinistra, cioè la parte politica opposta a quella coinvolta e massacrata mediaticamente a Potenza e Bari, dove si abusa di intercettazioni, verbali e fughe di notizie.

A Perugia è finito in carcere un costruttore delle coop rosse, sospettato di aver dato "fondi neri a politici". I magistrati sospettano il pesantissimo coinvolgimento della Lorenzetti, la presidente Ds della Regione Umbria, e non solo. Ed ecco spiegato perché non escono nomi, verbali, intercettazioni e quant’altro. Perché per i giornali di Perugia è periodo di magra, perché la notizia è stata data ieri dal solo Indipendente e ripresa oggi dal Corriere della Sera.

Sarebbe stato molto più logico che il quotidiano diretto da Mieli, commentando la correttezza della Procura umbra, concludesse fino in fondo il suo discorso, arrivasse al vero punto della questione.

Una parte politica viene letteralmente massacrata da una certa magistratura, che diffonde a piene mani il materiale per infangare i suoi esponenti, materiale anche penalmente non rilevante ma comunque sufficiente a far esprimere un serio giudizio morale sugli interessati.

Un’altra parte politica viene invece coccolata, protetta, salvata, prima attraverso l’insabbiamento delle inchieste e poi, quando questo non è possibile, con il bianchetto e un bell’omissis messo al posto dei nomi "scottanti" dei politici coinvolti. E’ questo il doppio standard della giustizia italiana: colpire il centrodestra, proteggere la sinistra. E quando il Corsera cerca di farlo capire senza denunciarlo chiaramente mostra di essere complice di quei magistrati che fanno marciare le inchieste a due velocità diametralmente opposte.

 

24 giugno 2006
Bertinotti soccorre il governo: meno sedute, meno guai

Bertinotti e la Camera ad ore

Che fare, se la Camera è palestra di ginnastica rivoluzionaria per le componenti lunatiche del centrosinistra, e al Senato la sorte del governo è appesa al filo sottile della volontà e capacità di partecipazione dei venerabili senatori a vita? Che fare, insomma, se il Parlamento è d’impaccio al governo? Prodi non ha dubbi: si estromette il Parlamento dal circuito della formazione delle decisioni politiche.

Con questa soluzione spicciativa, Romano Prodi si candida ad entrare nel club ristretto dei grandi autocrati.

Il Premier del centrosinistra con Bertinotti alla presidenza della Camera dispone di un alleato prezioso, che ha a cuore la sopravvivenza politica del governo, come se ne andasse della sua.

La soluzione escogitata da Bertinotti ha la semplicità del genio: poiché le sedute parlamentari sono fonte di guai, meno se ne tengono meglio è per il governo.

Donde la fraterna sollecitudine per il disagio logistico dei rappresentanti degli italiani all’estero, che consiglia la massima contrazione dei lavori parlamentari. Alla Camera come, e a maggior ragione, al Senato. Una decina di giorni lavorativi al mese saranno il giusto punto di equilibrio tra le ragioni della democrazia e quelle della stabilità politica. In pratica, la sedicente maggioranza sarà chiamata a dare prova di sé unicamente in occasione delle votazioni gravate dalla questione di fiducia.

 

25 giugno 2006
La giravolta di Scalfari e la Repubblica dei giornalisti ''indipendenti''

Eugenio Scalfari, domenica 11 giugno: "Il governo Prodi sta dando un’immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre. Temo che non supereranno il crinale che li sovrasta. Non si è sentita una mano ferma e non si è percepito un pensiero illuminato".

Agenzia Ansa, mercoledì 21 giugno: "Romano Prodi, dopo la lunga giornata di lavoro a Palazzo Chigi, ha chiuso la giornata a cena con Carlo De Benedetti. Il premier era accompagnato dal sottosegretario Enrico Letta, che nel pomeriggio aveva incontrato l’imprenditore a Palazzo Chigi".

Eugenio Scalfari, oggi domenica 25 giugno: "Prodi e la sua squadra sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i soli, oggi come oggi, che ce la possono fare".

Non solo noi, ma chissà quanti lettori di Repubblica, si saranno chiesti: che cosa ha fatto cambiare radicalmente idea a Eugenio Scalfari? Cosa mai sarà accaduto, in soli quindici giorni, per convincerlo a promuovere a pieni voti Prodi, dopo averlo massacrato? Quale insondabile evento lo ha portato a passare dal "fuoco amico" dell’11 giugno alle tenere coccole del 25 giugno? Così abbiamo scavato fra le notizie, fino a scovare quella breve nota di Palazzo Chigi, che dava conto di una incontro e di una cena del suo editore con il Professore e con Enrico Letta.

Che cosa si saranno detti l’imprenditore che ha già in tasca la tessera "numero uno" del futuro partito riformista della sinistra e l’inquilino di Palazzo Chigi? L’impressione è che, all’improvviso, il Professore si sia guadagnato la promozione da "amministratore di condominio" (parola di De Benedetti) a leader, scalzando così nel cuore dell’imprenditore gli arrembanti, e fino a ieri preferiti, Veltroni e Rutelli.

Scalfari e l’agguerrita pattuglia di Repubblica sembrano averne preso atto. Subito, a stretto giro di posta, perché Carlo De Benedetti non è tipo da chiedere qualcosa alla politica, Romano Prodi non è tipo da scendere a patti con un imprenditore. Si saranno limitati a rievocare i vecchi e gloriosi tempi della Sme...

 

26 giugno 2006
Livia Turco vuole innalzare il quantitativo di droghe leggere detenibili

Dopo la proposta delle «stanze del buco», il governo dell’Unione pensa ad un altro provvedimento in materia di sostanze stupefacenti. Il ministro della Salute Livia Turco vuole infatti innalzare il quantitativo massimo di cannabis detenibile senza incorrere in provvedimenti punitivi.

Il messaggio lanciato da Livia Turco sull’aumento del quantitativo minimo di droghe leggere che un singolo individuo può detenere senza incorrere nel reato di spaccio è preoccupante e ambiguo. In primo luogo, perché si sposa a una linea di permissivismo e di lassismo dell’attuale governo che forse piacerà agli spacciatori o ai consumatori abituali di droghe, ma che rappresenta un messaggio fortemente diseducativo, destinato a mettere in allarme tutte le famiglie.

L’ambiguità, poi, appare evidente quando la Turco parla di programmi di prevenzione da destinare ai giovani, un programma di intenti che appare in assoluto contrasto con la volontà di rendere più facile il consumo di droghe leggere già diffuse in maniera preoccupante fra le nuove generazioni. Manca inoltre, nell’analisi del ministro, un riferimento ad altre sostanze, quali per esempio l’ecstasy, che hanno sostituito nel corso degli anni altri tipi di droghe, e che rappresentano un pericolo enorme per i ragazzi a causa della loro reperibilità, del basso costo e della facilità d’uso.

In un momento in cui droghe leggere e chimiche rappresentano una crescente minaccia per la salute e la crescita delle nuove generazioni, quindi, l’atteggiamento della Turco e di altri membri dell’esecutivo appare preoccupante e vergognoso. Questo governo sembra andare d’accordo solo su quei provvedimenti che spaccano la società e ne offendono i valori. Ma forse non dovremmo stupircene.

 

28 giugno 2006
«D’Elia si dimetta per il bene dello Stato»

Sergio D’Elia «dovrebbe, per il bene supremo dello Stato e delle sue istituzioni, che anche lui rappresenta, dimettersi da ogni carica». Lo sottolinea l’associazione «Memoria» che riunisce i familiari di poliziotti e magistrati uccisi dai terroristi in una lettera inviata al presidente della Camera Fausto Bertinotti, il quale in un incontro con i rappresentanti dell’associazione aveva detto che «il voto del popolo è sovrano». «Se davvero D’Elia - si legge nella lettera - ha avuto un buon percorso morale e di buon cittadino, grazie a questo dovrebbe, per il bene supremo dello Stato e delle sue istituzioni, che anche lui rappresenta, dimettersi da ogni carica. Dimostrerebbe così di aver davvero ben compreso e interiorizzato i valori morali per cui i nostri cari si sono fatti uccidere dai terroristi: libertà, legalità e democrazia».

 

27 giugno 2006
Al Senato il presidente Franco Marini impedisce il voto su una pregiudiziale presentata dall'opposizione

Al Senato violazione della prassi parlamentare da parte dell’Unione. Il presidente Franco Marini impedisce il voto su una pregiudiziale presentata dall’opposizione, dando invece la parola al governo.

Protestano i gruppi parlamentari della Casa delle Libertà che comunque ottengono un grande successo nella tutela dei diritti dell’opposizione.

Non si è trattato di ’caos al Senato’ come ha titolato qualche giornale, ma di una classica battaglia parlamentare contro un sopruso inaccettabile.

Gli squadristi della parola e del pensiero come il sen. Zanda e come l’Unità sono stati sconfitti sul campo ed hanno anche fatto una brutta figura perchè sono risultati più realisti del re.

Per ciò che ci riguarda, come Forza Italia ringraziamo il sen. Renato Schifani per aver guidato il nostro gruppo del Senato in questa bella battaglia liberale e democratica".

Nessuno può certo criminalizzare il sen. Malan: egli si è andato a rileggere gli atti parlamentari del passato e ha visto che i fratelli Giancarlo e Giuliano Pajetta in aula facevano ben altro della sua occupazione pacifica. Particolarmente istruttivo è ciò che avvenne nel 1953 a conclusione della battaglia del Pci e del Psi contro la cosiddetta legge truffa. Lo scontro parlamentare avvenuto al Senato costituisce una conferma che con questo governo e questa maggioranza va condotta una ferma e coerente battaglia di opposizione che il paese e l’elettorato di centrodestra non solo capiscono, ma richiedono.

 

29 giugno 2006
Prodi: «Senza la Tav siamo fuori dalla Ue»

«Queste infrastrutture si devono fare anche per onorare gli impegni presi a livello internazionale ed evitare che l’Italia resti fuori dai corridoi europei». Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha riaperto con queste parole il tavolo politico di Palazzo Chigi per affrontare il nodo Tav in Val di Susa. «Per evitare il rischio di isolamento del nostro Paese - ha aggiunto il premier - è indispensabile l’interconnessione ferroviaria».

Insomma, pur chiedendo spirito di cooperazione agli enti locali piemontesi rappresentati dal presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e dal presidente della Comunità montana Bassa Val di Susa, Antonio Ferrentino, il presidente del Consiglio, ha sottolineato che «bisogna prendere una decisione altrimenti si arriva alla paralisi». In pratica, il governo intende seguire la stessa linea della concertazione: si ascoltano le ragioni di tutti, ma alla fine decide sempre Palazzo Chigi. E l’orientamento prevalente emerso dopo la riunione, durata circa tre ore, è quello che conduce alla realizzazione dell’opera, pur con mille distinguo per non irritare troppo l’elettorato «No-Tav». Magari allungando un po’ i tempi di realizzazione per far decantare tutte le polemiche.

D’altronde, l’Ance (Associazione nazionale dei costruttori edili) ha rilanciato l’allarme sulle opere pubbliche. Se all’Anas non saranno assegnati 1,1 miliardi di euro per completare i cantieri e i 3,5 miliardi programmati per il 2007, spiega l’Ance, sono a rischio 85mila posti di lavoro. Se a questi si aggiungono i tagli a Fs e Tav si rischia una caduta dell’8% delle attività del settore delle costruzioni con un contraccolpo sul Pil che si può quantificare nello 0,2-0,3 per cento. E per un governo che vuole rilanciare la crescita, dire «no» allo sviluppo significherebbe partire con il piede sbagliato.

Al vertice, il secondo dopo quello dello scorso dicembre tenuto dal precedente governo Berlusconi, hanno partecipato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, i ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti, Di Pietro e Bianchi, dell’Interno Amato, dello Sviluppo economico Bersani dell’Ambiente Pecoraro Scanio e il sottosegretario all’Economia Tononi. Presenti anche i vertici di Fs e Rfi rappresentati da Elio Catania e Mauro Moretti. Letta, che ha guidato la riunione, ha precisato che il governo intende rinunciare alle prerogative della Legge Obiettivo per le grandi opere e procedere a una nuova valutazione di impatto ambientale ordinaria e aprire poi una conferenza dei servizi. Insomma, la parola d’ordine è «riannodare le fila del dialogo» dalle università alle comunità locali.
Quello che a prima vista appare come una sorta di ecumenismo buonistico, in realtà è la lucida espressione di una precisa volontà di realizzare l’opera. «Il tracciato non è in discussione - ha precisato Letta - come non sarebbe in discussione la logica degli standard transeuropei». Il Corridoio 5 Lisbona-Kiev passerà quindi per l’Italia seguendo la direttrice Torino-Trieste. Come ha spiegato il governatore del Piemonte Bresso, «la Tav passerà in Val di Susa e non ci sarà né il corridoio di Ventimiglia né quello di Stoccarda». Il nodo rimane quello del tunnel di Venaus (teatro degli scontri dello scorso dicembre), ha ribadito aggiungendo che «il termine ipotizzato per l’avvio dei lavori è il 2010».

In sintesi, la politica è quella del paso doble concertativo-decisionista. E il ministro delle Infrastrutture Di Pietro ha tagliato corto. «Se quest’opera non si deve fare, lo si dica subito», ha detto rimandando alla conferenza dei servizi il dibattito. Il suo collega Bianchi ha sottolineato che si tratta di «una grande occasione per arrivare a una progettazione esemplare di una grande opera» addossando al precedente governo «forzature e sbagli sulle compatibilità sociali per cui bisogna azzerare tutto e ripartire». Bianchi si è inoltre dichiarato fermamente contrario a una politica degli indennizzi per compensare le popolazioni che ospiteranno il tracciato Tav.
Il prossimo appuntamento è il vertice italo-francese del 4 luglio a Lione dove Letta ha assicurato che sarà ribadita «la volontà italiana di stare dentro questo grande progetto, sapendo ovviamente che l’Italia ha una sua autonomia di decisioni e di tempi». Ma la Tav non era una bandiera del centrosinistra rilanciata dal governo Berlusconi e criticata dall’attuale maggioranza?

 

30 giugno 2006
La Puglia copia Zapatero: stessi diritti per coppie gay e famiglia tradizionale

La Puglia ora si sente un po’ come la Spagna. Qualcuno dice che la legge sul welfare di Nichi Vendola odora di zapaterismo. Qualcosa di vero in fondo c’è. Il nuovo testo, approvato a maggioranza dopo scontri duri, ore d’ostruzionismo, confronti aspri su matrimonio e convivenza, disciplina i servizi sociali per le famiglie. E il problema è tutto qui: cos’è una famiglia? Il governatore della Puglia ha un’idea di famiglia ampia, che va oltre sacramenti e vincoli di legge. Il suo sistema di welfare state, infatti, garantisce a pieno titolo anche le unioni di fatto, comprese le coppie gay. Questo vuol dire che per Vendola e la sua maggioranza le coppie di fatto, eterosessuali o meno, valgono quanto le coppie riconosciute da Dio e dallo Stato. Nessuna differenza giuridica. La famiglia non si basa solo sul matrimonio, ma anche sulla convivenza. Non tutti, come si sa, sono d’accordo. Non lo è Benedetto XVI, che ieri ha ribadito, senza ombre, la sua idea di famiglia. Non lo è neppure una buona parte del centrodestra e, almeno in teoria, i partiti di ispirazione cattolica. La Costituzione, come ricorda Riccardo Pedrizzi di An, tutela la famiglia tradizionale. Questa legge, quindi, è uno strappo alla nostra carta fondamentale. È un pugno all’architrave della società. Paola Binetti, senatrice dell’Ulivo, considera sbagliato inserire le norme su famiglie e coppie di fatto in un unica legge: «Sono situazioni diverse. Così facendo la Puglia ha tutelato male gli uni e gli altri».

Vendola, a chi lo critica, risponde comunque che la sua non è una rottura, uno strappo, ma un’apertura. Alla fine - dice - ha vinto il compromesso. «Abbiamo chiuso una legge - sostiene - che diventa d’avanguardia in tutta Italia. Questa legge difende fino in fondo la famiglia, così come protetta dall’articolo 29 della Costituzione, dall’altro estende i servizi sociali alle coppie di fatto, cioè vede nella realtà quello che c’è e accetta il principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge».

Non tutto però appare così limpido. «La Puglia - fa notare Rocco Palese - capogruppo di Forza Italia nel Parlamento pugliese - diventa la prima regione in Italia che ha legiferato sui Pacs. Il carattere universalistico delle prestazioni sociali, che era già presente con le leggi in vigore, non è per noi in discussione. Ciò che non ci piace è che il centrosinistra ha voluto bluffare per poter sancire l’equiparazione tra famiglia tradizionale, coppie di fatto e convivenze tra gay». La legge sul welfare è diventata, in pratica, il grimaldello per far passare un’idea di famiglia che non piace a tutti. Luca Volonté, capogruppo Udc alla Camera, grida allo scandalo: «Grazie al governatore Vendola è stato sferrato un colpo mortale alla famiglia tradizionale, arrecandole tra l’altro un grave pregiudizio economico. I leader dell’Unione, a partire da Rutelli, non possono far finta di non vedere».

Ma per Vendola la sua legge è una evoluzione della famiglia fondata sul patto d’amore. Un amore che spesso vive nelle coppie di fatto e non in quelle di patto. La famiglia e il matrimonio non sono mummie cristallizzate. Amore, famiglia, patto, fatto, matrimonio, convivenza: quante cose ci sono sotto il cielo del welfare.

 

1° luglio 2006
I pacifisti si fanno la guerra sull’Afghanistan

Più che «folcklore» - come disse indimenticato Romano Prodi - stavolta si tratta di «furore». Divampa ancora una volta la guerra tutta comunista fra Rifondazione e Pdci e si infiamma, ovviamente, sul tasto dolentissimo della missione afghana.

Tutto parte da una appassionata riunione romana, quella del partito di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo. Malgrado il caldo e i Mondiali, con l’unica eccezione di Armando Cossutta - malinconicamente assente dopo le dimissioni dalla presidenza - i comunisti italiani avevano riunito il vertice. Tutti compatti dietro il segretario, grandi approvazioni, nella sala del Centro Congressi Cavour, per la linea «dura» scelta dal leader, da Marco Rizzo e dalla capogruppo al Senato Manuela Palermi e dall’ex sottosegretario Jacopo Venier giovane emergente del nuovo gruppo dirigente. A metà mattina la Palermi, (che è anche direttora di Rinascita) esce dalla riunione a porte chiuse e si abbandona ad un sospiro eloquente: «Punto primo, il decreto, così com’è non va. Punto secondo, i compagni sono d’accordo al 100%. Morale della favola: Prodi ci deve dare qualcosa, così non si va da nessuna parte».

Ovvero il Pdci non si accontenta. All’ora di Pranzo esce anche Diliberto. Sorriso dei suoi, conferenza stampa gagliarda per piantare i paletti che condizionano il sostegno del suo partito: «Io non mi metto a fare giochini, e questo è il mio governo, Però... Però «il Pdci non regala consensi a scatola vuota». Subito dopo il segretario svuota il suo cahier de doleances. I voti centristi? Non ne vuole nemmeno sentir parlare: «Se quelli vogliono darli lo stesso sono cavoli loro. Ma Prodi non solo non li deve accettare. Li deve esplicitamente rifiutare!». Per via del vostro ultimatum? (Sorriso western): «Per il suo stesso bene». Diliberto continua: «Siamo a metà dei lavori, ma credo di poter dire tranquillamente che c’è quasi totale unanimità. Per noi la missione afghana è una missione di guerra». Inutile chiedergli se si riferisca alla missione Aisaf o allo spezzone italiano di Enduring freedom. (Altro sorriso): «Mi riferisco a entrambe». E non solo a quelle: «Posso dire che trovo... “gigantesco“ e incredibilmente sottovalutato quel che accade in queste ore in Palestina? Come definiscono, questo governo e la Nato uno stato che invade un altro stato arrestando mezzo governo?».

Dopo la grande offensiva, arriva l’affondo più delicato, quello su Rifondazione e le altre formazioni della sinistra radicale, volutamente non citate, ma chiaramente riconoscibili: «Mi risulta bizzarro che forze politiche che per otto volte hanno votato contro la missione in Afghanistan, ora la votino e si spingano a dire che è una missione di pace».Il punto è fin troppo delicato perchè non arrivi una replica, Diliberto lo sa benissimo, e per quanto stemperi i toni («Ci sono anche altre forze, per la verità...»), la reazione è immediata. Se ne incarica Giovanni Russo Spena, capogruppo del partito bertinottiano a palazzo Madama, nonchè regista dell’accordo. A lui la stoccata di Diliberto proprio non va giù: «Quando si dice stupito per il voto del Prc e dei Verdi a favore della missione dopo otto voti contrari, l’onorevole Diliberto - sottolinea Russo Spena - finge di ignorare quel che sa benissimo e di non capire quel che capisce perfettamente. Il Prc non si è schierato a favore della missione in Afghanistan. Al contrario - spiega l’esponente di Rifondazione - ha impedito che si realizzasse quel più massiccio coinvolgimento dell’Italia nella missione richiesto fino all’ultimo minuto dal comando Nato». Ovviamente anche l’ex segretario di Democrazia Proletaria si toglie un sassolino dalla scarpa nei confronti di Diliberto: «Fingere di non vedere i passi avanti compiuti in tempi molto brevi e assumere posizioni che minacciano di azzerare tutti i progressi fatti rivela solo un cinismo politico tanto estremo quanto di piccolo cabotaggio».

In meno di mezz’ora le agenzie si incendiano di dichiarazioni infuocate: «Russo Spena attacca per nascondere le contraddizioni di Rifondazione», osserva Venier. E attacca ancora il responsabile dell’organizzazione Severino Galante: «Capisco la disperazione di Russo Spena: dopo aver affossato un governo di centrosinistra (Prodi) per strappare le 35 ore e dopo aver calunniato i Comunisti italiani come guerrafondai perchè stavano nel governo D’Alema che partecipò alla guerra contro la Serbia, ora gli tocca sostenere il governo Prodi e approvare la politica militare di D’Alema sull’Afghanistan». Non meno duro lo scambio di accuse fra il ministro Antonio Di Pietro e uno degli «otto» senatori della sinistra radicale che rifiutano il compromesso, Claudio Grassi: «Il loro è infantilismo politico»,dice il primo. «Cominci con far dimettere il suo senatore De Gregorio, eletto alla testa della commissione Difesa con i voti del centrodestra»; ha ribattuto il secondo. Comunque vada, qualcuno resterà «ferito» in mezzo al campo dell’Unione.

 

2 luglio 2006
Udeur contro Bersani: scelte populiste

Claudio Togna, notaio, responsabile dell’Udeur per il settore delle professioni e consulente del ministro della Giustizia Mastella per la riforma degli ordini professionali, quando avete saputo del decreto Bersani?

«Venerdì mattina al Consiglio dei ministri. Anche Mastella è stato tenuto all’oscuro fino alla fine».

Ma come, il ministro responsabile...

«Prodi e Bersani dicono che temevano fughe di notizie. Dal Guardasigilli!».

E lei, consulente su questo tema?

«Evidentemente non ho fatto bene il mio lavoro. Se questi sono i risultati...».

Il suo lavoro è solo all’inizio.

«Al ministero avevamo stabilito un calendario di consultazioni con gli ordini professionali. Ora che c’è un decreto con che credibilità li convochiamo?».

Che ne pensa del provvedimento?

«Sono rimasto sconcertato. Inaccettabile questa smania di intervenire sulle professioni con un blitz. Addirittura un decreto legge: e che urgenza c’era? Mica stavamo scappando».

Per tutelare i cittadini consumatori...

«... si considerano due milioni di lavoratori - cioè i professionisti - selvaggina da cacciare. L’avesse fatto Berlusconi con i lavoratori dipendenti, avremmo i sindacati in piazza tutti i giorni».

L’eliminazione della tariffa minima dovrebbe abbassare i costi.

«E chi lo dice? Nessuno studio o esperienza straniera. Di certo abbasserà la qualità dei servizi. È un modo per solleticare populismo e invidia sociale». I mercati con più concorrenza sono più favorevoli per i consumatori.

«Ma queste sono le idee ultraliberiste del professor Giavazzi, della Rosa nel Pugno, la mitologia americana del mercato selvaggio... e gli interessi di Confindustria».

Interessi degli industriali? E quali?

«Mettere le mani sulle professioni, trasformandoci in loro dipendenti. Se fanno nelle professioni quello che hanno fatto con il risparmio, stiamo freschi».

Almeno non si andrà più dal notaio per vendere un auto usata. «Battaglia di retroguardia. Si baratta la certezza giuridica per 8 euro che vanno al notaio. Il resto sono imposte».

Non crede che nelle professioni ci siano sedimentazioni corporative?

«Ma noi notai siamo i più avanzati d’Europa! E il numero degli avvocati è elevatissimo, altro che mercato chiuso. E poi voglio capire: se il figlio di un professionista studia e supera un concorso è nepotismo, se la figlia di un industriale entra in un Cda o in Parlamento no?».
I notai adesso fanno le vittime? «Ci sentivamo classe dirigente. Ora ci trattano come parassiti».

 

3 luglio 2006
Nell’Unione scoppia il caso Mastella «Avanti così e usciamo dal governo»

Il «padre» del decreto liberalizzazioni, Pierluigi Bersani promette che non ci saranno passi indietro, pur «discutendo con tutti» e convocando per oggi un tavolo con i rappresentanti dei tassisti. Il premier Romano Prodi condanna le «reazioni insensate» delle corporazioni toccate che protestano e proclamano scioperi selvaggi. Ma intanto nella maggioranza scoppia la grana Udeur: se si va avanti così, avverte, «potremmo decidere di limitarci a dare un appoggio esterno al governo». «Non ci possono essere continue espropriazioni di titolarità che mi toccano una volta con un ministro, una volta con un altro», insorge Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia si è assai irritato ieri mattina leggendo i giornali. In particolare quel titolo di prima pagina sul Corriere della Sera: «Bersani: ora cambiamo le professioni». Quella è materia del mio dicastero, è insorto il Guardasigilli: «È una mia competenza e se altri la pensano diversamente si accomodino, possono prendere il mio posto». Perché «un conto è toccare economicamente le competenze, come è capitato in questo caso con le professioni, altro conto è annunciare in maniera non sobria che si sovvertono le linee». Con Bersani il chiarimento è stato immediato: il ministro dello Sviluppo economico ha subito chiamato Mastella per rassicurarlo: «Clemente, non ho mai inteso scavalcarti: la competenza sugli ordini è tua». Ma il problema di Mastella non è certo il rapporto con Bersani, anzi tra i due c’è un feeling da politici di razza.

Alla vigilia del Consiglio dei ministri che ha varato il decreto liberalizzazioni, i due hanno avuto un colloquio a quattr’occhi: «Ho già gli avvocati sul piede di guerra sull’ordinamento giudiziario, ora si scateneranno anche i notai...», ha sospirato il leader Udeur, «ma visto che te ne occupi tu, e che di te mi fido, andiamo avanti». E Bersani non si stanca di lodare il Guardasigilli: «Lui è uno leale, e ha molto più senso di responsabilità di altri». Ieri Mastella ha riunito l’ufficio politico del suo partito per esprimere il «disagio» dei centristi, che avvertono Prodi: «non possiamo essere gli unici che danno quotidianamente prova di lealtà al governo, mentre altri pensano solo al proprio orticello». Mastella è inferocito per i tagli al suo dicastero, ce l’ha con Di Pietro, reo di continui «sconfinamenti» sulla giustizia, e con la sinistra radical dell’Unione, che detta condizioni sull’Afghanistan («Noi non ci staremo», avvertono i mastelliani) e mette a rischio la maggioranza. «Troppi distinguo in libertà di alcuni alleati, in politica estera, bioetica e riforma delle professioni», protesta l’Udeur.
Intanto fuori dal Palazzo montano le proteste contro il decreto Bersani, ma Prodi per il momento tiene il punto: «Sono reazioni che, se pure comprensibili, non hanno un gran senso: spero che rientrino al più presto», dice. E assicura: non c’è alcun intento «punitivo», ma solo il tentativo di togliere al Paese «qualche chilo di grasso, per farlo ripartire». Il governo non ha voluto colpire nessuno, «tantomeno categorie non vicine», aggiunge il premier. E presto, annuncia Bersani, la lente si concentrerà su altri settori che «hanno sfruttato il passaggio all’euro per ricaricare i costi: immobiliare, energia, comunicazioni, banche, assicurazioni». Nessun arretramento, insomma, anche se il ministro ha chiaro che il passaggio parlamentare sarà «cruciale», visti i riflessi corporativi che covano tra le centinaia di «professionisti» deputati e senatori. «La nostra stella polare - promette - resta quella della difesa dei consumatori. E mi pare che nell’opinione pubblica ci sia una larghissima condivisione» per un’azione che vuole «aumentare la competitività, ridurre i costi e aprire un po’ di porte ai giovani». Peccato che a sera una nota stonata arrivi da un big dell’Ulivo come il sindaco Veltroni, che invoca la «concertazione» e rassicura i taxisti romani: «Facciano affidamento sul fatto che da parte del Comune di Roma ci sarà sempre massima attenzione alle loro ragioni».

 

4 luglio 2006
Il governo tassa anche i malati «Ticket ospedaliero per i ricchi»

«Non mi scandalizza che i redditi alti possano compartecipare al costo di una degenza ospedaliera per gli aspetti puramente alberghieri, come l’alloggio o il vitto». Il ministro della Salute, Livia Turco, in un’intervista pubblicata dal Sole 24 Ore ha rilanciato la proposta di istituire un ticket sulle degenze per le fasce di reddito più elevato. Il termine utilizzato è «compartecipazione», ma la sostanza resta sempre la stessa, ossia un nuovo balzello per garantire i medesimi livelli di assistenza sanitaria. Si tratta di una materia che la riforma del titolo V della Costituzione approvata dal centrosinistra nel 2001 ha affidato alla competenza delle Regioni. Ma considerata la stessa matrice politica del governo e della maggioranza degli enti locali, il gioco di sponda per tappare i buchi di gestioni dissennate è quantomai opportuno. Il ministro Turco ha precisato che la sua proposta fa parte di una più ampia «battaglia per l’universalismo e l’equità» che consiste nell’avere «un Servizio sanitario nazionale e servizi sociali di qualità per tutti». Equità per l’esponente della Quercia significa «compartecipazione al costo dei servizi» e, quindi, il ticket per i degenti ad alto reddito «non è un tabù».

Per questo motivo si sta inoltre pensando ad un’ampia applicazione del ticket «anti-sprechi» che mira a colpire le negligenze dei cittadini riguardanti, ad esempio, le prescrizioni mediche non utilizzate e gli esami non ritirati. «Non dovrà più accadere», ha tuonato Turco che sta immaginando un «New deal» di rooseveltiana memoria in ambito sanitario. L’obiettivo, ha sottolineato, è «generare fiducia nelle tante energie che credono nella difesa della salute dei cittadini». E anche sulla liberalizzazione della vendita dei farmaci il ministro ha rivisto le sue posizioni personali affermando che si tratta di «misure di portata storica» e che per le farmacie c’è la «volontà di costruire un’alleanza per valorizzarle».

Il mix di solidarismo ulivista, lotta agli sprechi e penalizzazione dei redditi più elevati non poteva lasciare indifferente la Casa delle Libertà.

«Non mi sembra una grande trovata perché in questo modo si invogliano le persone ad avvalersi delle case di cura private», ha dichiarato l’ex ministro della Salute, Francesco Storace.

Ma è Forza Italia a ribadire la possibilità di seguire percorsi alternativi nella gestione della sanità pubblica. «Invece di amministrare bene o di affidarsi a buoni amministratori - spiega al Giornale il senatore azzurro Antonio Tomassini, componente della commissione Sanità di Palazzo Madama - il centrosinistra preferisce ancora una volta mettere le mani nelle tasche degli italiani per garantire gli stessi livelli di assistenza». Il ticket degenza, secondo Tomassini, non sembra avere quelle caratteristiche di equità invocate da Turco. Anzi si potrebbe configurare anche in questo caso la fattispecie della vendetta elettorale. «I cittadini - spiega il senatore - già contribuiscono per un terzo alla spesa sanitaria nazionale e tre milioni di persone usufruiscono delle mutue integrative. Quindi considerato che i più ricchi già decidono di curarsi come e dove vogliono, il più colpito potrebbe essere il ceto medio, soprattutto se si pensa che il ticket non è destinato a cure migliori ma ad arraffare soldi alle categorie che sono considerate ostili». La soluzione, secondo Tomassini, c’è già. «In Lombardia e in Veneto - conclude - le cure urgenti e indispensabili sono garantite a tutti, mentre sull’opzionale è giusto che si paghi. Se cinque Regioni su venti hanno sforato i tetti di spesa, si può pensare a poteri sostitutivi per l’amministrazione centrale perché se il deficit farmaceutico è prodotto per il 40% dalla Campania, è lì che bisogna intervenire».

 

5 luglio 2006
TV. Melandri, velina dei mondiali

Ormai il ministro Melandri dorme a "casa Italia", vive a strettissimo contatto con gli inviati della Rai che seguono i mondiali, viene intervistata ogni tre per due. Ieri ha goduto del microfono perfino durante l’intervallo fra il primo e il secondo tempo della semifinale mondiale fra Italia e Germania. Ovviamente, i giornalisti Rai non hanno esitato a mostrare tutta la loro disponibilità e cedevolezza.

Così come numerose sono state le inquadrature per Prodi seduto in tribuna d’onore a fianco della Merkel. Tutto questo senza che nessuno del centrodestra abbia avuto alcun che da dire.

E’ davvero singolare che proprio qualche giorno fa ci fu una dura polemica provocata da alcuni esponenti dell’Ulivo per un’inquadratura fatta ad Ignazio La Russa nel corso della partita Italia-Repubblica Ceca.

Potrebbe sembrare vittimismo, ma bisognerebbe chiedersi cosa sarebbe avvenuto se questo presenzialismo esasperato avesse riguardato Berlusconi o qualche suo ministro.

Lasciar passare anche questo significa considerare normale, lecito, doveroso ciò che per l’Unione rappresentava un’occupazione televisiva quando era al governo il centrodestra e le telecamere inquadravano ministri e sottosegretari della CdL.

 

6 luglio 2006
Polverone sui conti Anas, Di Pietro smentito dai fatti

Sui conti dell’Anas il governo e i fatti smentiscono il ministro Antonio Di Pietro. Che «ha calpestato l’impegno di tutti coloro che in questi anni hanno cercato di ammodernare una delle principali aziende del Paese». Questa in sintesi la denuncia del senatore Angelo Maria Cicolani, responsabile di Forza Italia per i trasporti, che critica duramente il ministro delle Infrastrutture per avere sollevato nei giorni scorsi «un polverone che ha provocato le dimissioni dell’intero cda dell’Anas» con le sue dichiarazioni sul buco da 3, 5 miliardi nel bilancio dell’azienda che gestisce strade e autostrade. «È già emerso - si legge nella nota diffusa ieri da Cicolani - che Di Pietro aveva assunto le sue informazioni da tutti meno che da coloro che sono deputati a dargliele come Ragioneria generale dello Stato, Corte dei conti, Collegio sindacale dell’Anas eccetera». A parte questo, continua Cicolani «l’ultimo rendiconto del cda dell’Anas fornisce dati esaurienti sulle falsità del ministro» e «nella manovra il governo ha sistemato la situazione finanziaria dell’Anas con un solo miliardo» «spesa per la quale il precedente governo si era impegnato a garantire con un provvedimento del tutto ordinario.

 

7 luglio 2006
«Questo è il governo delle tasse»

I dubbi di Giulio Tremonti: «Forse nemmeno i ministri sanno bene che cosa hanno approvato». Le certezze di Giuseppe Vegas, ex viceministro dell’Economia: «Le cifre del Dpef dimostrano che questo è il governo delle tasse». Il sarcasmo di Lucio Malan, senatore di Forza Italia: «Prodi nuoce gravemente all’Italia. Dovrebbero mettergli un bollino addosso, come per le sigarette. Prima con il decreto Bersani-Visco, poi con il documento di programmazione economica vengono assestati colpi micidiali al tessuto produttivo del Paese». Nel centrodestra, gli interventi annunciati da Tommaso Padoa-Schioppa incontrano soltanto reazioni negative. Il più conciliante sembra Michele Vietti, responsabile economico dell’Udc, che lascia il beneficio del dubbio: «Un giudizio completo sarà possibile solo dopo un esame dettagliato. Le anticipazioni però lasciano perplessi sull’equilibrio tra tagli e investimenti. Peraltro si è già scatenata la ridda di distinguo nel centrosinistra. Prima di convincere noi sulla bontà della manovra, il ministro dovrebbe convincere i suoi alleati». E Luca Volontè, dopo la mancata firma di Ferrero, chiede che il Professore «venga in Parlamento a dirci se ha ancora la maggioranza».
Secondo Vegas «nel governo non c’è una maggioranza in grado di rivedere seriamente la spesa sociale e quindi, come al solito, si mascherano per tagli veri e propri aumenti di imposte». Lo dimostrano, spiega, alcuni dati: «Il Dpef prevede una manovra di 35 miliardi, con una stretta alla sanità, agli enti locali, eccetera. Ma il decreto Visco prevede maggiori entrate di 3, 8 miliardi e minori spese per 0,9, il che significa un rapporto quattro a uno a favore degli inasprimenti fiscali. Se questa ripartizione venisse applicata anche nella Finanziaria, ne conseguirebbero maggiori imposte per 28 miliardi e minori spese per sette».

Per Maurizio Sacconi «dietro le buone intenzioni del ministro, che ha la mano molto dolce con il pubblico impiego per non offendere la sensibilità sindacale, emerge l’idea di un fisco da Stato di polizia, come se, scontata l’incapacità di stimolare la crescita, si volesse scaricare la responsabilità sulle categorie». Per Renato Brunetta «si tratta di una manovra sul nulla: che si dovesse fare un intervento di tre punti del Pil lo sapevano anche i sassi, però Padoa-Schioppa dovrebbe dirci dove taglierà due punti di spesa sociale». Per Roberto Calderoli, «se il buongiorno si vede dal mattino, qui è notte fonda». «Il governo - sostiene il coordinatore della Lega - vuole mettere le mani in tasca ai cittadini e incidere proprio su quelli che dovrebbero essere i punti fermi della nostra vita, la sanità, la pensione, i servizi dei comuni».

Un mix di tasse e tagli che non piace nemmeno ad An. Dice Maurizio Gasparri: «L’esecutivo fa macelleria sociale, riducendo gli stanziamenti per la sanità e intaccando i trattamenti previdenziali. Prodi e compagni sono al servizio delle grandi lobby e si schierano contro il popolo, colpendo ogni genere di categoria». Afferma Altero Matteoli: «Realizzare una manovra da 35 miliardi di euro solo con i tagli è irrealistico e ingannevole. Dietro il Dpef si nasconde infatti un aumento delle tasse.
La sinistra non si smentisce, affronta i problemi nella maniera più semplice, chiedendo sacrifici alle famiglie. E poi, nel suo programma l’Unione non aveva forse promesso di non toccare lo Stato sociale?». Incalza Gianni Alemanno: «Si tratta di un documento fortemente orientato sul versante dell’aumento della pressione fiscale che ha forti difficoltà a innescare lo sviluppo».

 

8 luglio 2006
Lo «sgarbo» del premier spacca la sinistra

«Tutelare con ogni sforzo l’istituto familiare, cellula fondamentale della società». Lo ha ricordato ieri Papa Benedetto XVI in un telegramma inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che gli risponde mentre Ratzinger è ancora in volo per la Spagna, destinazione Valencia, dov’è prevista la messa di chiusura del quinto Congresso internazionale delle famiglie. «I frequenti e ispirati interventi di sua Santità per sottolineare l’indispensabile contributo della famiglia alla trasmissione dei valori di dignità umana, di pace e solidarietà - scrive il presidente - trovano profonda risonanza nel mio animo e richiamano a un impegno di rafforzamento della coesione sociale e morale anche in Italia».

Ma se Benedetto XVI e il Presidente sembrano trovarsi d’accordo sui valori fondamentali, al contrario la scelta del premier Zapatero di non partecipare alla messa, oltre a non aiutare i già difficili rapporti tra esecutivo e Chiesa spagnola, rinfocola la polemica anche in Italia. Una decisione che peraltro non sembra cogliere di sorpresa molta parte della della politica italiana: «Un atto di coerenza morale e onestà politica», la definisce l’ex senatore a vita Cossiga. «Infantilismo politico» commenta invece Sandro Bondi di Fi. «Il primo ministro che non si genuflette mi pare vada molto bene», dice Capezzone, segretario dei Radicali italiani. E se Rizzo, Pdci, si richiama a Cavour al grido di «Libera chiesa in libero Stato» e Vladimir Luxuria afferma «mi piace la coerenza e il coraggio di non sentirsi ostaggio del Papa», Udeur e Udc non risparmiano le critiche al premier spagnolo: «Zapatero si comporta peggio di Ortega, Jaruselsky e Castro: fugge via davanti al Papa. Bell’esempio per il compagno Rizzo!», esclama per l’Udc un deciso Luca Volontè mentre per Mauro Fabris «si tratta di un esempio da non imitare».

E mentre il Papa ancora a bordo dell’aereo consacra «l’uomo e la donna ordinati per dare futuro all’umanità» e chiosa sulla necessità di aiuto e rispetto della persona, il diessino e presidente onorario Arcigay Franco Grillini se la prende con quella che definisce «la riunione a Valencia di un’internazionale dell’odio e della discriminazione come mai avevamo visto negli ultimi decenni». Ben diverso e dagli effetti distensivi il messaggio che da ministro delle Politiche per la Famiglia, rivolge a Papa Ratzinger Rosy Bindi che si dichiara invece pronta a lavorare per «la centralità della famiglia nelle politiche di sviluppo e crescita del Paese».

Una differenza sottolineata dal portavoce di An, Andrea Ronchi: «Il governo di centrosinistra ogni giorno che passa assomiglia sempre più a una vera e propria Torre di Babele. Sono divisi su tutto. Come possono per esempio conciliarsi le posizioni del ministro Bindi da un lato e quelle di Grillini e Capezzone dall’altro, che anche in queste ore osannano l’anticlericalismo di un capo di governo come Zapatero? E che cosa pensano i cattolici del centrosinistra delle dichiarazioni offensive e anticlericali, con frasi del tipo “internazionale dell’odio e della discriminazione” riferite al raduno cattolico di Valencia? Interrogativi - conclude Ronchi - che rimarranno puntualmente senza risposte».
E alle condanne del «malcostume politico» si aggiunge anche la voce del capogruppo di Fi al Senato, Renato Schifani. Per lui si tratta del consueto vergognoso attacco della sinistra radicale alla figura del Santo Padre, alla Chiesa cattolica e ai valori che incarna».

Gli fanno eco il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi e Francesco Giro, responsabile nazionale dei rapporti con il mondo cattolico. «La famiglia è un valore costituzionale verso il quale non è possibile alcuna deroga né principio di legge», dicono i due esponenti di Forza Italia mentre Roberto Calderoli, Lega Nord, rilancia addirittura una proposta di modifica costituzionale. «Specificare - spiega - che il matrimonio su cui si basa la famiglia deve essere quello tra uomo e donna». Per l’Udc parla più da ex presidente della Camera che da uomo di partito, Ferdinando Casini: «Che la famiglia sia in crisi e che le parole del pontefice possano sembrare ruvide e contrastino le difficoltà del momento, non fa che accrescerne il valore».

 

9 luglio 2006
Soru costretto alla ritirata sulla supertassa

Dice di non sentirsi sconfitto, ma per il governatore sardo Renato Soru si tratta nei fatti di una retromarcia sulla «tassa sul lusso». Lui stesso ammette di essere andato troppo oltre per quanto riguarda le esenzioni agli emigranti e ai loro famigliari. Nei prossimi giorni cercherà di modellare la legge ad altri provvedimenti che hanno fatto distinzione tra residenti e non residenti senza però incorrere in rischi di incostituzionalità. E tenterà anche di ridefinire la compartecipazione sui redditi prodotti sull’isola. Viene così incontro alle modifiche imposte da Roma, per rendere meno marcata la differenziazione fiscale tra residenti e turisti. Dopo settimane di polemiche cambia il balzello che aveva suscitato le proteste delle associazioni dei consumatori, degli imprenditori del turismo e dell’opposizione di centrodestra nel consiglio regionale. Il provvedimento, in vigore da giugno, stabilisce un surplus di imposte per i proprietari di case, aerei e yacht, nel caso non siano residenti in Sardegna, e dovrebbe portare nella casse dell’amministrazione isolana tra i 140 e i 150 milioni di euro. Secondo la Regione la sovrattassa è basata «sul presupposto dell’uso per fini privati dell’ambiente». Il governo però, dopo un incontro avvenuto il 6 luglio, in cui sono stati convocati a Roma sia Soru sia l’assessore al Bilancio Pigliaru, ha deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale alcune parti del testo. A essere considerata potenzialmente incostituzionale, contraria quindi al principio di eguaglianza tra i cittadini, sarebbe quella parte del dettato legislativo che concede esenzioni a chiunque sia nato in Sardegna, anche se non ha un domicilio fiscale sull’isola.

Data la delicatezza del tema Soru è stato accolto da una nutrita rappresentanza governativa che ha garantito a Soru, nonostante il ricorso, che sugli altri punti di contrasto tra Stato e regione si arriverà entro breve all’accordo con l’abbattimento di oltre il 60 per cento del contenzioso relativo alle entrate regionali. Si è pensato poi anche alla creazione di una commissione mista, che si insedierà a Cagliari a partire dal 24 luglio e sarà coordinata dal sottosegretario Enrico Letta. Dovrebbe portare alla formalizzazione di una nuova intesa Stato-Regione. Dopo l’incontro di Roma, Soru ha dichiarato: «Si procederà rapidamente. I nostri mutamenti dovrebbero evitare la pronuncia della Corte Costituzionale e portare al ritiro del ricorso governativo». Quel che è certo è che Mister Tiscali sarà costretto a ritocchi pesanti.
Nel frattempo sono proseguite le critiche dell’opposizione: «Un provvedimento molto arrogante la cui legge dovrà essere rivista almeno in parte. Neppure Roma può sostenere un presidente che ha fatto solo del populismo». Viene anche criticato l’atteggiamento di Soru sulle altre questioni relative all’isola. Secondo il deputato Giovanni Marras: «Soru è ritornato dal viaggio della speranza a mani vuote. Nel Dpef approvato dal governo non c’è niente per la Sardegna».

 

10 luglio 2006
Il governo Prodi riesce a speculare anche sul campionato mondiale di calcio

E’ qui la festa? La sinistra al potere si è impossessata anche del campionato mondiale di calcio. E, con l’aiuto dei media, sembra quasi che la vittoria degli undici azzurri sia merito dei 102 ministri e sottosegretari, più l’uomo del Colle.

Il presidente Napolitano, con la complicità di Rossi e l’invito di Abete, dice che non poteva non esserci a Berlino e per far sì che ci fosse anche chi era a Roma chiede a Prodi un augurio: "A Berlino sei tutti noi!". Accontentato.

La Melandri per l’occasione si veste da ministro del calcio, gli altri sport sono meno popolari, e sembra il disturbatore Paolini, quello che impazza dietro le telecamere: non ha perso una partita e neppure un microfono per una battuta. Esultando e obiettando come se lei fosse il coach.

Prodi, presenti i giornalisti, festeggia in casa con il tricolore italiano e lo champagne francese (noblesse obblige!) e fa il parallelo tra la vittoria sofferta ma meritata degli azzurri con quella meno certa e meno meritata dell’Unione. "Nessuno può contestare questo risultato", dice a chi vuole intendere. E in un affollato cortile di Palazzo Chigi, alla presenza di tutto l’esecutivo che cerca di toccare la coppa con un rito quasi scaramantico, il premier lancia due messaggi. Ringrazia la squadra azzurra per aver saputo "unire" un paese che troppo spesso è spaccato con un chiaro riferimento all’opposizione che, però, in questo momento di festa non è stata coinvolta e inneggia al gioco di squadra, alla compattezza che è alla base di una vittoria con un occhio agli alleati più riottosi.

Prodi si sente un campione tra i campioni, ma anche se tenta di indossare gli abiti di Buffon, fiero difensore della nostra porta, lui per l’Italia rimane un pugno allo stomaco. Come la testata di Zidane.

Rossi, commissario della Figc, alla domanda se non ritenga più opportuno che il calcio sia governato da tecnici e non da politici, risponde appellandosi alla indipendenza delle persone, tecnico o politico. Come i magistrati. E come i togati mostra di non voler mollare l’osso.

Una considerazione: a parti invertite, se tutto questo can can mediatico l’avesse fatto Berlusconi e il centrodestra, la sinistra avrebbe rimproverato il governo di fannulloneria rispetto ai problemi più gravi del Paese e avrebbe accusato l’esecutivo di "invasione di campo" e di "intervento a gamba tesa".

Per non dire dell’utilizzo delle Frecce tricolori, con grande pace della Menapace e del rigore sulle spese di Tps.

Una consolazione e un’amarezza: all’urlo unanime delle piazze "Forza Italia", avere la conferma che l’Italia degli azzurri è campione del mondo, ma che l’Italia della politica è nel pallone più totale.

 

11 luglio 2006
D'Alema minaccia le dimissioni sul rifinanziamento della missione in Afghanistan

Alla vigilia del dibattito sul rifinanziamento delle missioni internazionali di pace, il ministro degli esteri ha battuto un colpo. D’Alema sembra rendersi conto che, accettando il ruolo prestigioso di ministro degli esteri, si è messo personalmente in una posizione difficile. La politica estera è infatti il terreno sul quale la maggioranza di governo è più divisa, e questo indipendentemente dalle missioni internazionali nelle quali l’Italia è impegnata. Questa situazione è destinata a prolungarsi indefinitamente e D’Alema lo sa. E capisce quindi che anche il suo ruolo politico è messo a dura prova, e di conseguenza anche la sua credibilità nei confronti dei partner stranieri.

Per questo ha voluto pubblicamente lanciare un allarme e chiarire che anche il suo ruolo è in discussione se continuano le fibrillazioni della maggioranza sulla politica estera.

D’Alema invita a riflettere i "vari comparti della maggioranza" sul rischio di mettere in difficoltà un governo sul piano internazionale. Ma il suo affondo riguarda Prodi che, oltre a chiedere disponibilità al dialogo - sostiene D’Alema - dovrebbe anche avere "una certa fermezza nel rivendicare la coerenza con gli impegni assunti davanti agli elettori".

La critica a Prodi è chiara: il suo compito non è quello di assecondare le frange dell’estrema sinistra, ma anche quello di richiamarle alla coerenza e alla responsabilità.

Non possiamo vivere pericolosamente, conclude D’Alema, abbiamo bisogno di affrontare con serietà i problemi del Paese.

Come non essere d’accordo con lui?

 

13 luglio 2006
Nazioni Unite, un mito a targhe alterne: benvenute a Beirut, cacciate da Kabul

In Afghanistan è nata la sovranità internazionale «a targhe alterne». Quando si parla dell’Afghanistan, la sinistra radicale si fa ipercritica, pone mille dubbi, mille questioni, ci spiega che l’Onu non è abbastanza forte, non è abbastanza sicura, tende all’impotenza. Quando si parla di Israele, invece, l’Onu improvvisamente cambia faccia, diventa l’unico arbitro possibile, l’ultima speranza di pace, il mediatore a cui tutto il mondo dovrebbe chiedere un intervento per rimettere le cose a posto. Chi ieri si fosse divertito a scorrere le agenzie, nascondendo la data, avrebbe avuto un’impressione di schizofrenia. Per Verdi, Pdci e soprattutto Rifondazione la collisione fra le responsabilità del governo e la drammaticità delle ultime crisi internazionali, ha prodotto un effetto elettroshock, una sorta di tilt che ha una mirabile rappresentazione nella proposta di Salvatore Cannavò, abile leader della minoranza trotzkista del partito di Franco Giordano, uno che ha la sensibilità giornalistica per le proposte ad effetto e che solo una settimana fa diceva con una mirabile sintesi: «Le fregate italiane di Enduring Freedom nel mare arabico? Dovrebbero andare a pattugliare le coste di Israele pronte a intervenire per fermare il governo di Olmert».

E anche Oliviero Diliberto, che pure in queste ore sta conquistando la ribalta mediatica per la sua opposizione all’intervento in Afghanistan, ieri diceva: «Io la guerra in Libano l’ho vista con i miei occhi, bisogna dire sì all’Onu perché assuma il ruolo di forza di interposizione di pace». Sempre Diliberto, però, due giorni fa, stigmatizzava il viaggio del segretario generale dell’Onu in Italia, per perorare la causa della missione afghana: «Non sono d’accordo con Kofi Annan, non doveva dire quel che ha detto». E non è certo un’eccezione, quella del leader del Pdci, perché anche Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, sempre due giorni fa, sospirava: «Annan sbaglia, le operazioni militari non aiutano la stabilità». Bene, ieri una parlamentare di Rifondazione esperta di questioni internazionali come Elettra Deiana, vicepresidente della commissione Difesa, sosteneva: «L’Onu assuma la responsabilità della crisi, occorre ora più che mai una forza politica super partes». Mentre basterebbe citare la senatrice di Rifondazione Lidia Menapace, che quando invece parlava di Afghanistan spiegava: «Il dubbio che ho su quella missione è proprio nelle modalità in cui l’Onu è intervenuta dopo l’intervento americano». Ed era lo stesso dubbio del segretario Giordano, che non vedeva chiarezza nella staffetta tra americani e Onu in Afghanistan, ma che ieri non solo chiedeva un intervento dell’Onu, ma anche dell’Italia: «La situazione sta diventando esplosiva, serve un intervento dell’Onu ed è possibile una partecipazione italiana».

Insomma, c’è un’Onu buona e un’Onu cattiva, una imbelle e una che funziona. Ed è curioso che questa richiesta di intervento arrivi dalla sinistra che insorse furibonda contro il generale Morillon e i suoi caschi blu, che come è noto vennero definiti «imbelli», per avere abbandonato la difesa delle città nella ex Jugoslavia.

Se c’è stata una critica lucida, feroce e costante all’organizzazione di Kofi Annan, piuttosto, era nata nella «destra» neocon, tra i «falchi» americani. A non pagare le quote di sostegno all’Onu era l’America «buona» di Bill Clinton, che ritirò il suo famoso 25 per cento di finanziamento.

Come si vede, dunque, la realtà è complessa e le contraddizioni della sinistra radicale, che fino a ieri aveva esercitato liberamente il suo diritto di critica, sono dovute al fatto che la camicia di forza delle maggioranze parlamentari adesso chiede voti di responsabilità, impegni per garantire la fiducia al governo Prodi e quindi necessità di alibi esterni. E quindi, presa da questa schizofrenia della sinistra ulivista, non si rende conto che i motivi di questo gradimento «a targhe alterne» sono dovuti al fatto che anche l’Onu è «schizofrenica», soprattutto nei confronti di Israele. Israele è l’unico Stato che nacque per una risoluzione dell’Onu (1947), è l’unico Stato che non ha avuto e non avrà mai un rappresentante nel Consiglio di sicurezza, è l’unico Stato che ha risvegliato una condanna «democratica» (10 novembre 1975) dell’Onu quando il dittatore ugandese Idi Amin riuscì a far passare una risoluzione in cui si equiparava il sionismo al razzismo. Così, finito il tempo delle angelicazioni e delle demonizzazioni, forse Diliberto, Fausto e Alfonso dovranno rassegnarsi all’idea che serve quello che Franco Battiato definiva un «centro di gravità permanente»: decidere, cioè, che l’Onu non è buona o cattiva solo quando dice quello che fa comodo a loro.

 

14 luglio 2006
Autogol di Visco che deve rimagiarsi il provvedimento sugli immobili

Visco, un’altra figuraccia

Una figuraccia planetaria, una marcia indietro dai risvolti comici: il governo annuncia di voler apportare modifiche al provvedimento che corregge il regime di imposizione Iva sugli immobili, contenuto nel decreto Bersani. Costruito per far incassare all’Erario 450 milioni di euro, si è scoperto che sarebbe costato a società immobiliari, imprenditori e cittadini la bellezza di 30 miliardi. Che dire di un (vice)ministro dell’Economia che sbaglia i conti in rapporto di uno a cento o giù di lì? Che dire dell’apprendista stregone Visco, principe di questo autogol fiscale?

Basterebbe ricordare che non è il primo. Che proprio ieri il Tar ha condannato l’Erario a restituire a Telecom la bellezza di 500 milioni di euro, giudicando illegittimo un suo provvedimento del 2000 che "tosava" le società telefoniche (che, in tutto, riscuoteranno dal Fisco un credito di quasi un miliardo).

Ma questa vicenda le batte tutte. Perché il provvedimento ha nel frattempo provocato il crollo delle azioni delle società immobiliari in Borsa, ha penalizzato decine di migliaia di risparmiatori (1,5 miliardi), ha assestato un colpo letale, sui mercati internazionali, al Paese: basti pensare a tutti quei fondi e quegli investitori esteri che hanno "scoperto" che in Italia è possibile calpestare le regole date, introducendo il principio della retroattività. Nessuna certezza del diritto. Perché mai investire laddove è considerato legittimo stravolgere i bilanci di società quotate in Borsa, semplicemente cambiando le regole in corsa?

Non è stata una coalizione di lobbies a spingere Visco a una precipitosa quanto indecorosa ritirata. Il comunicato con il quale, ieri sera, il viceministro ha annunciato "modifiche", trasuda un grande imbarazzo. Perfino Legacoop ha segnalato come "la retroattività della misura determina effetti dannosi e ingiusti".

C’è una voce maligna che circola: l’ossatura di quel provvedimento sarebbe stata costruita dal centro studi di Confindustria, per "punire" i cosiddetti "furbetti del quartierino". Ci avrebbe pensato Visco a gettare il cuore oltre l’ostacolo, allargandone la sfera di applicazione fino a confezionare l’indecorosa "frittata".

Dunque, seconda marcia indietro dopo quella sui tassisti (Bersani:"Ci basta che aumentino le licenze"). E chissà che non ne arrivino altre. Fu Visco a introdurre una tassazione marginale sulle stock options. E’ Visco oggi a cavalcare il passaggio dell’aliquota al 43%. Non conosce mediazioni la furia giacobina del viceministro, che invece di colpire solo gli abusi ora disconosce del tutto lo scopo sociale di quel provvedimento: far partecipare i manager al capitale e alla creazione di ricchezza delle imprese. Altro provvedimento con valenza retroattiva.

Lo informiamo che alla vigilia del decreto, con singolare tempestività, l’industriale Diego della Valle ha provveduto a convertire le sue corpose stock options (decine di milioni di euro), usufruendo del vecchio regime fiscale al 12,5%. Non preoccupano i "furbetti" in galera, ma i furboni in libertà.

 

15 luglio 2006
E Rifondazione non controlla più i suoi ribelli

Dalla platea di via dei Frentani arriva un allarme rosso per Franco Giordano, Rifondazione e tutto il governo: sulla linea attuale, il partito «non tiene». Al punto che in serata il segretario commenta: «In quella assemblea colgo una soggettività politica che non è tanto legata alla vicenda del decreto legge quanto al rapporto con il governo». In realtà è stato provato di tutto: appelli alla responsabilità, lusinghe, proclami fatalisti, velate minacce. Ma i parlamentari ribelli non mollano, si radicalizzano sempre di più e la base li segue. I «ribelli» hanno scelto una sala di media grandezza, per evitare il flop. Ebbene, c’erano 200 posti a sedere in platea pieni, gente nei corridoi, per le scale, in galleria, e persino per strada: 500-600, forse. E soprattutto, come osservava Claudio Grassi: «Più della metà gente nostra». Non solo: moltissimi giovani, militanti Ds, persone non legate alla correnti interne del partito di Bertinotti.

Ed è questo risultato, ovviamente, a galvanizzare i dissidenti di Rifondazione, come lo stesso Grassi, sommerso di applausi quando ha praticamente annunciato che se il testo resta così voterà no: «Credo che esista una cosa molto semplice, in politica, che è la dignità: dopo aver votato per otto volte no, non capisco per quale motivo dovremmo adesso dire sì alla missione in Afghanistan. Perché siamo al governo? Mi dispiace, non ci sto». E ancora: «D’Alema continua ad insultarci, come se fossimo dei ragazzini irresponsabili. Ma chi si si crede di essere? Noi non accettiamo più il principio per cui c’è qualcuno che dà ordini, lui, e qualcuno che li prende, noi». Ancora più netto sull’ipotesi di sanzioni disciplinari: «Scherziamo? Non posso credere - sorride Grassi - che in Rifondazione ci sia chi può sanzionare qualcun altro perché vota no alla guerra». E poi, ironico: «Anche perché il presidente della commissione di garanzia, Guido Cappelloni è della nostra componente. Il vice è della sinistra, quindi...».

Già, Cannavò: è uno dei vincitori. I leader della sinistra di Rifondazione hanno tirato le fila dell’assemblea senza strafare, facendo lievitare la pluralità delle voci. Un successo: una strategia che erode il consenso dei «governisti» e dei «bertinottiani» senza strappi, per salti progressivi. Cesare Salvi, con una incredibile contorsione, ribadisce il suo dissenso, ma invoca la «Fiducia», per essere «costretto» a votare sì al governo. Un pensiero che, segretamente, è lo stesso dei dirigenti di Rifondazione.

 

19 luglio 2006
Lacrime e dimissioni, Rifondazione nel caos

Lacrime & stampelle. E imprecazioni, e denti stretti, e dissociazioni, e rabbia, e voti in dissenso. Che altro? Alla Camera è andato in onda uno psicodramma collettivo. Rifondazione ha perso pezzi, convinzione, unità registrando fra le sue file quattro voti contrari, una astensione politica e cinque interventi di altrettanti «ribelli» che non si sono assoggettati alla disciplina di partito. Al Senato hanno respinto le dimissioni di Gigi Malabarba, un altro che voterà sicuramente no. Insomma, un massacro: per tutta la giornata i deputati del gruppo si aggiravano per il Transatlantico senza riuscire a nascondere una sofferenza vera e devastante. Una pagina di passione autentica, certo, ma anche un cortocircuito politico che può avere ripercussioni enormi sulla coalizione e sul partito. Un travaglio che colpiva chi sceglieva di votare no al decreto del governo sulla missione in Afghanistan, ovviamente, ma anche e soprattutto chi sceglieva il sì, con mal di pancia indicibili. Paolo Cacciari che lascia la tessere in Aula, di prima mattina, e annuncia le dimissioni dal gruppo parlamentare è il fulmine che apre la giornata, lo strappo che fa sussultare i vertici del partito, il primo campanello di allarme.

Ma anche, per citare l’immagine che ti resta sul taccuino a fine serata, la deputata di colore Mercedes Frias, una delle più simpatiche della «legione straniera» di Rifondazione (è nata nella Repubblica dominicana) che dopo un brutto infortunio si presenta a votare in stampelle, per spirito di lealtà, e - subito dopo - quasi se ne pente. Se vi foste affacciati in Transatlantico alle otto di sera avreste potuto assistere a un colloquio quasi commovente, quello in cui lei e la collega calabrese Donatella Mungo, sedute su di un divanetto in disparte, si consolavano l’un l’altra, con le lacrime agli occhi. Lacrime silenziose, trattenute con i denti. Per che cosa? Per aver votato sì! È stata una giornata di paradossi rovesciati, in cui chi violava la disciplina di partito sembrava colto da catartica soddisfazione, e chi diceva sì alla missione si portava appresso macigni di disagio indicibile. Sentite la Frias: «Avevo deciso di votare sì, malgrado tutte le ragioni che avevo per dire no, perché non mi andava di fare la bella animella. Non volevo, cioè, trincerarmi dietro il fatto che sono un’indipendente e lasciare che gli altri compagni portassero la croce da soli...». Però.... «Però quando ho ascoltato l’intervento di Fassino sulla crisi in Medio Oriente, ho sentito lo stomaco che mi si rivoltava, ero incredula, mi sono indignata per quelle parole di giustificazione totale per Israele e di sostanziale indifferenza per le sofferenze dei civili in Palestina e Libano». Una pausa, un respiro: «Mi son detta: ma come faccio io a votare insieme a questa gente qua? Cosa c’entro io con questi? Che razza di sinistra sarebbero? Stavolta ho detto sì, ma è l’ultima volta... Perchè piuttosto che mandar giù questi rospi, lo giuro adesso, io fra sei mesi faccio come Paolo, io piuttosto che ritrovarmi in questa situazione mi dimetto».

Gli interventi in dissenso erano cinque. Uno, quello di Matilde Provera, era un sì «a tempo», come una cambiale a stretto giro di posta, girata al governo di Prodi senza fiducia: «Non sono convinta. Dico sì. Ma solo per questa volta». E fra sei mesi, quando si dovrà ritornare in Aula per il rinnovo è già pronta al no. Il no lo hanno già detto ieri, invece, Salvatore Cannavò, Gian Luigi Pegolo e Alberto Burgio (delle due minoranze antibertinottiane), e l’ex disobbediente Francesco Caruso (su cui pure fino a ieri contava la segreteria). E che invece spiegava: «Non capisco lo stupore. La mia elezione la considero un servizio ai movimenti da cui provengo. Non potevo votare sì».
Sì, hanno contato molto, in queste ore, le pressioni dei pacifisti. L’altra immagine che ti resta nel taccuino è quella di Pegolo che punta sulla buvette con il sorriso radioso di uno che si è appena tolto un molare cariato: «Io con la mia coscienza sto a posto, loro facciano quel che vogliono. Ci espelleranno? Sono curioso di capire come lo spiegano alla base, tutti quelli che ho sentito sono d’accordo con me. Non ho fatto altro che votare quello che il partito ha votato per otto volte».

Già, i provvedimenti, le espulsioni. Franco Giordano per ora non ne vuole minacciare. Esce con una nuvola sul volto, un borsone immenso in mano, ma resta rispettoso di tutti, anche di Cacciari: «Un gesto che mi stupisce, perché nessuno glielo chiedeva». È ancora più corrucciato il capogruppo, Gennaro Migliore: «Cosa avrà da ridere Cannavò? Questi cinque interventi, politicamente pianifiati contro la maggioranza, hanno danneggiato il partito». Ma adesso indietro non si torna: il segnale di ieri è che o al Senato si mette la fiducia, o il governo va sotto.

 

20 luglio 2006
Bersani entra nel mirino degli alleati

No al carbone e agli inceneritori, nì ai rigassificatori. Oltre ai tanti grattacapo arrivati insieme al provvedimento sulle liberalizzazioni, sul ministro allo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani è piovuta la grana energia. Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio è tornato a chiarire la sua posizione sulle centrali. Di quelle a carbone neanche a parlarne. Anzi, le aperture fatte settimane fa dallo stesso Bersani vanno respinte. Pensare agli inceneritori e alle centrali a carbone, ha spiegato il leader dei Verdi, significa «non essere coerenti con il protocollo di Kyoto», e questo - ha sottolineato Pecoraro Scanio - «andrebbe spiegato anche a qualche mio collega ministro. Non è positivo pensare al carbone che, capisco, è più economico, ma con Kyoto non c’entra niente». A proposito del programma di governo, il ministro ha ricordato che nell’ultimo Dpef è stata inserita una frase dove, per la prima volta, si punta a ridurre la domanda di energia. Il richiamo alle posizioni dell’Unione si fa un po’ più sfumato sui rigassificatori. Cioè sugli impianti che sono in grado di trasformare gas liquido e allevierebbero la dipendenza dell’Italia dai gasdotti. Un loro potenziamento è previsto nel programma di governo della sinistra, ma diverse regioni guidate dalla stessa Unione si sono opposte alla loro costruzione. E il ministro è con loro. «Prima sarebbe utile un piano energetico nazionale, e poi i rigassificatori in giro per l’Italia», ha spiegato sposando la strategia dei rinvii già adottata con successo per Tav e ponte di Messina.

Le grane di Bersani sono comunque bipartisan. E se i bastoni tra le ruote sul versante energia vengono dai Verdi, su quello delle liberalizzazioni l’attrito è con l’ala «destra» della coalizione. Espliciti i dubbi e la delusione di Francesco Rutelli sull’annacquamento della liberalizzazione dei taxi. Sotto traccia, ma concreti, quelli del premier Romano Prodi che avrebbe preferito una riforma più radicale. Anche ieri Bersani ha difeso il compromesso raggiunto con i tassisti. Non è stata «una vittoria a cazzotti», ha spiegato, «ho sentito tanti commenti, forse anche da chi non poteva valutare bene, ma noi abbiamo presidiato il punto essenziale, dando lo strumento ai Comuni per avere più taxi». Ma le difficoltà incontrate dal ministro sembrano anche di carattere politico, come dimostra la levata di scudi dopo le critiche a Bersani piovute dall’Unione. Ieri in sua difesa si è speso il sindaco di Bologna Sergio Cofferati che si è detto «sconcertato» del fuoco amico. «Bersani - secondo l’ex leader della Cgil - ha fatto una cosa buona, portando a casa un provvedimento delicatissimo per il governo che contiene molte novità importanti. E invece, in un colpo solo, il governo riesce con un’operazione suicida a cancellare questo risultato inseguito da anni, a dare l’impressione di una divisione dell’esecutivo e nella maggioranza e - conclude Cofferati - a dimostrare che non c’è neanche un po’ di solidarietà nel governo. Roba da matti: gli chiedono di fare concertazione, lui la fa e lo attaccano. Allora a settembre, quando il ministro dell’Economia presenterà gli annunciati tagli a sanità e pensioni che faranno? È autolesionismo allo stato puro». Parole, forse, dettate dall’amarezza di un sindaco che ha avuto molte difficoltà a trovare la solidarietà della sua parte politica.
Contro il ministro c’è anche un bel pezzo di parti sociali. Dall’Abi a Federfarma, per citare quelli che ieri hanno fatto sentire la loro contrarietà alla manovra. Forse per questo la Cgil ha deciso di spendere un comunicato ufficiale per difendere l’esponente emiliano dei Ds dagli attacchi. Il sindacato guidato da Guglielmo Epifani si dice preoccupato per l’azione delle lobby in Parlamento. Il pacchetto di liberalizzazioni, invece, per Corso d’Italia va «difeso e rafforzato».

 

21 luglio 2007
Per la ''grande'' stampa italiana il diritto allo sciopero non è uguale per tutti

Lo sciopero non è uguale per tutti

Pietro Ichino è un autorevole giuslavorista con un passato di parlamentare del Pci e di dirigente della Cgil. E’ balzato agli onori della cronaca lo scorso anno, con un libro ("A che cosa serve il sindacato?) che ha lucidamente messo a nudo le colpe dei massimalisti della Cgil nell’arretratezza del sistema delle relazioni industriali in Italia. Apriti cielo.

Oggi, fresco editorialista del Corriere della Sera sotto il regno del governo della sinistra, sembra anche lui colto dalla sindrome conformista che invita a non disturbare il manovratore. Così il fondo di oggi sul quotidiano di via Solferino esprime un concetto condivisibile sugli "scioperi senza regola", ma evita di portare a compimento il suo ragionamento. Scrive un libro giallo, ma non ci dice chi è l’assassino.

Lo spunto è quello della protesta dei tassisti, la conclusione è che nelle vertenze sindacali "alla Repubblica Italiana oggi è inibito di scegliere sovranamente la soluzione più ragionevole per ragioni di ordine pubblico". Si ricordano correttamente anche gli scioperi dell’Alitalia, i tranvieri, i metalmeccanici, le proteste contro gli inceneritori e le nuove opere.

Quel che Ichino evita accuratamente di annotare è che a tenere alto il vessillo di queste proteste senza regole e, spesso, degenerate nella violenza (tale è anche un blocco stradale) c’è sempre stata la sinistra. I Cobas dei trasporti, la Fiom-Cgil dei metalmeccanici, i no-Tav, i no-Mose, i sindaci "rossi" e "verdi" contro rigassificatori e discariche.

E’ vero, come dice Ichino, che "sembra essersi diffusa l’idea secondo cui, quando una vertenza collettiva non si sblocca con le buone, è ‘inevitabile’ fare ricorso alle maniere forti: dalla violazione della legge sugli scioperi pubblici ai blocchi stradali e ferroviari, fino alla violenza fisica sulle persone". Ma allora si abbia il coraggio di ricordare che, in queste occasioni, a sventolare sono sempre le bandiere rosse.

Se la Fiom-Cgil si schiera con i teppisti di Milano contro la magistratura; se una delegazione di parlamentari di Rifondazione intende attribuire un incarico di consulenza sull’emergenza abitativa a Nunzio D’Erme, al solo fine di strapparlo agli arresti domiciliari; se verdi e no-global vanno in barca all’arrembaggio dei lavori del Mose; se accade tutto questo impunemente, troppo facile prendersela con i tassisti, che si inseriscono in una deriva di decine di "cattivi esempi" sostenuti con compiacenza dalla sinistra durante tutta la legislatura del governo Berlusconi.

Ichino, un po’ di coraggio, un passo in più. Ci dica: chi è l’assassino?

 

22 luglio 2006
Il ministro invita allo sciopero anche contro il suo governo

«Oh, che disciplina è codesta, che i soldati esortino il generale ad aver paura?». Il cardinale Federigo Borromeo, sapientemente descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, respingeva così gli ammonimenti del suo cappellano a non dare udienza all’Innominato.
Allo stesso modo, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, sta ricevendo numerosi suggerimenti dei suoi alleati allo scopo di ammorbidirne, o per meglio dire addolcirne, la prossima Finanziaria che si preannuncia avara di soddisfazioni anche per le classi medio-basse. La minaccia degli scioperi, agitata dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri sulle pagine del Riformista, è solo l’ultimo «avvertimento» in ordine di tempo. I soldati della composita e variopinta armata dell’Unione hanno ammonito il generalissimo che la sua qualifica è temporanea. E se non farà altre marce indietro come Bersani sui taxi alle proteste della piazza farà seguito il «rompete le righe».

«Non so quanto reggerà ancora il governo - ha detto Ferrero - ma se devo dire dove sta il rischio vero, allora dico che sta nella Finanziaria e non nelle missioni militari all’estero». Considerato che anche sulla manovrina (alias decreto Bersani) è molto probabile il ricorso alla fiducia, la tenuta della maggioranza è a rischio.

Ferrero ha poi rincarato la dose. «Bisogna fare una grande discussione popolare e di massa sulla manovra economica», ha aggiunto. L’invito è chiaro: le misure di contenimento della spesa, promesse ma ancora non argomentate dal ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, non devono nemmeno lambire il bacino elettorale dell’estrema sinistra. «Se la manovra - ha concluso il ministro - dovesse toccare la spesa sociale, pensioni in testa, e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori, la difesa degli strati sociali è auspicabile». Il più classico dei via libera a Cgil, Cisl e Uil a ricorrere alle manifestazioni di piazza per bloccare eventualmente nuove sortite su pubblica amministrazione, spesa previdenziale e sanità. Con buona pace degli auspici del governatore di Bankitalia Mario Draghi e dei mercati internazionali. Al di là della singolarità e dell’esuberanza di un ministro che incita lo sciopero contro il governo del quale fa parte, resta un dato politico più rilevante. La maggioranza è ben conscia che sulla legge di bilancio ne va della sua stessa sopravvivenza. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, aveva già chiaramente individuato nella manovra il tallone di Achille dell’Unione. «Sappiamo di avere un problema di numeri - aveva dichiarato - ed è chiaro che siamo interessati a consolidare la maggioranza. Ma non vedo perché il centrodestra dovrebbe immaginare cambiamenti prima della Finanziaria. Noi abbiamo l’onere di farla approvare, loro quello di vedere se ce la facciamo».
Il prossimo passaggio di maggior rilevanza è la votazione della manovra-bis, prevista per martedì prossimo al Senato. Il senatore del Südtiroler Volkspartei, Manfred Pinzger, si è già defilato. «Potrei non esprimere la fiducia al governo», ha detto aggiungendo che «in via di principio non ho alcuna paura delle elezioni».

Un voto in meno a Palazzo Madama metterebbe la maggioranza a rischio. Ma anche se questo esame fosse superato, resterebbe da individuare una strategia per assicurare quei 20 miliardi di euro necessari alla correzione del rapporto deficit/pil nel 2007 senza intervenire su quei capitoli di spesa (pensioni in primis) per i quali estrema sinistra e sindacati sono già sul sentiero di guerra.
Prodi potrebbe accettare la sfida o fare come Don Abbondio. In fondo, «il coraggio, uno non se lo può dare».

 

23 luglio 2006
Prodi si sente Mennea e blocca la statale che va da Positano a Praiano

Se Berlusconi balla, Prodi corre. Il primo si copre con un caftano e si traveste da berbero, il secondo in tenuta da footing scopre il suo bel faccione e si sente Mennea. Il primo affitta un locale per una festa privata, rende felice la moglie e fa divertire i suoi ospiti, il secondo occupa una strada pubblica, quella statale che va da Positano a Praiano e per il suo sollazzo fa imbestialire tutti coloro che in macchina sono costretti ad una sosta forzata di due ore: motivi di sicurezza hanno imposto la chiusura al traffico di quel tratto di strada.

La festa che il Cavaliere ha voluto organizzare per il compleanno della moglie ha avuto un grande risalto sui media: titoli in prima pagina su tutte le testate, ad eccezione di Repubblica. Articoli che vorrebbero essere di "colore" ottenendo però un effetto sbiadito. O peggio ancora un effetto triste come la cronaca di Oscar Giannino per Libero: il titolo riconosce che "c’è qualcosa di grande nel Silvio marocchino", ma l’articolo chiude con un invito intellettualmente piccino. "Quando smetterà con la politica, diamogli un teatro in mano, al Cavaliere. Facciamolo ballare e suonare. Sarà sempre tutto esaurito". Si può anche tentare di pensare alle buone intenzioni, ma francamente si fa fatica a condividere o a sorridere di un’immagine giullare del proprio leader.

Forse avremmo voluto che Giannino insieme ai suoi colleghi dedicasse la stessa attenzione, la stessa morbosa curiosità, la stessa ironia puntuta anche alle "prodezze" prodiane. E invece nulla. Una breve in cronaca per esaltare le capacità podistiche del premier ma nulla sulle conseguenze provocate: due ore di traffico in tilt in un tratto stradale che non ha alternative. Se l’avesse fatto un qualsiasi cittadino si sarebbe parlato di occupazione di suolo pubblico e, forse, di abuso di potere. Se poi a farlo fosse stato Berlusconi, apriti cielo: lo avrebbero accusato di avviare le grandi opere per interesse personale.

 

24 luglio 2006
Per un giudice di Bologna ''Attaccare i militari in Afghanistan non è reato''

«Attaccare i militari in Afghanistan non è terrorismo».

Così un giudice di Bologna ha respinto la richiesta di custodia cautelare per 18 sospetti terroristi islamici, legittimando il martirio islamico dei kamikaze anche in Afghanistan, dove la missione di pace ha ottenuto il via libera dell’Onu. Mentre il Parlamento si accinge a votare il rifinanziamento della missione, con grandi difficoltà, visto che la maggioranza è spaccata e rischia di non avere i numeri per essere autosufficiente in Senato, la magistratura interviene con il suo consueto modo di incendiare gli animi. E stravolge le uniche certezze che avevamo: in Afghanistan i militari sono in missione di pace, chi si fa saltare in aria provocando morti e feriti, sangue e disperazione, è un terrorista, chi si prepara ad uccidere, chi addestra altri a farlo, è un terrorista.

Ovviamente, da sinistra, non una voce si leva contro il giudice del riesame di Bologna che ha partorito simile "illuminata" ordinanza. No, nessuno dice una sola parola. D’altra parte non ci si può certo aspettare una critica da Diliberto, Rizzo, Pecoraro Scanio o Giordano, visto che loro descrivono come "aggressori" ed "occupanti" i nostri militari e "resistenti" i terroristi.

Neanche Antonio Di Pietro e la sua corte di inguaribili forcaioli e giustizialisti dice una sola parola. Lui, come Monaco, come altri accoliti che fanno politica solo ed esclusivamente contro Berlusconi e contro Previti, non pensano ad altro. Possono pure uscire dal carcere terroristi sanguinari, l’importante è che non ci siano sconti per Previti, ancorché condannato da un processo ingiusto e da un giudice di Cassazione che ha manifestato la sua ostilità al governo da scrivere una durissima lettera contro Berlusconi e la Moratti. No, per Previti niente sconti. Lui deve pagare fino in fondo. Stupratori, assassini, rapinatori e quanto di peggio è rinchiuso in carcere (che una volta fuori hanno più probabilità di tornare a delinquere del deputato azzurro) possono pure essere scarcerati. E’ questa l’ipocrisia, è questo lo scandalo. E’ scandaloso che una parte della sinistra – per quanto piccola – insista nel pretendere che si varino provvedimenti contra personam. E la persona è sempre la stessa: Cesare Previti, che agli occhi di Di Pietro è più pericoloso dei kamikaze.
 


 

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