Petizione popolare contro il disegno di legge Amato per la
concessione
della cittadinanza
dopo solo 5 anni di permanenza in Italia
22 luglio 2006 Il ministro invita allo sciopero anche
contro il suo governo
«Oh, che disciplina è codesta, che i
soldati esortino il generale ad aver paura?». Il cardinale Federigo
Borromeo, sapientemente descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi,
respingeva così gli ammonimenti del suo cappellano a non dare
udienza all’Innominato.
Allo stesso modo, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, sta
ricevendo numerosi suggerimenti dei suoi alleati allo scopo di
ammorbidirne, o per meglio dire addolcirne, la prossima Finanziaria
che si preannuncia avara di soddisfazioni anche per le classi
medio-basse. La minaccia degli scioperi, agitata dal ministro della
Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri sulle pagine del Riformista,
è solo l’ultimo «avvertimento» in ordine di tempo. I soldati della
composita e variopinta armata dell’Unione hanno ammonito il
generalissimo che la sua qualifica è temporanea. E se non farà altre
marce indietro come Bersani sui taxi alle proteste della piazza farà
seguito il «rompete le righe».
«Non so quanto reggerà ancora il governo - ha detto Ferrero - ma se
devo dire dove sta il rischio vero, allora dico che sta nella
Finanziaria e non nelle missioni militari all’estero». Considerato
che anche sulla manovrina (alias decreto Bersani) è molto probabile
il ricorso alla fiducia, la tenuta della maggioranza è a rischio.
Ferrero ha poi rincarato la dose. «Bisogna fare una grande
discussione popolare e di massa sulla manovra economica», ha
aggiunto. L’invito è chiaro: le misure di contenimento della spesa,
promesse ma ancora non argomentate dal ministro dell’Economia
Padoa-Schioppa, non devono nemmeno lambire il bacino elettorale
dell’estrema sinistra. «Se la manovra - ha concluso il ministro -
dovesse toccare la spesa sociale, pensioni in testa, e peggiorare le
condizioni di vita dei lavoratori, la difesa degli strati sociali è
auspicabile». Il più classico dei via libera a Cgil, Cisl e Uil a
ricorrere alle manifestazioni di piazza per bloccare eventualmente
nuove sortite su pubblica amministrazione, spesa previdenziale e
sanità. Con buona pace degli auspici del governatore di Bankitalia
Mario Draghi e dei mercati internazionali. Al di là della
singolarità e dell’esuberanza di un ministro che incita lo sciopero
contro il governo del quale fa parte, resta un dato politico più
rilevante. La maggioranza è ben conscia che sulla legge di bilancio
ne va della sua stessa sopravvivenza. Il segretario dei Ds, Piero
Fassino, aveva già chiaramente individuato nella manovra il tallone
di Achille dell’Unione. «Sappiamo di avere un problema di numeri -
aveva dichiarato - ed è chiaro che siamo interessati a consolidare
la maggioranza. Ma non vedo perché il centrodestra dovrebbe
immaginare cambiamenti prima della Finanziaria. Noi abbiamo l’onere
di farla approvare, loro quello di vedere se ce la facciamo».
Il prossimo passaggio di maggior rilevanza è la votazione della
manovra-bis, prevista per martedì prossimo al Senato. Il senatore
del Südtiroler Volkspartei, Manfred Pinzger, si è già defilato.
«Potrei non esprimere la fiducia al governo», ha detto aggiungendo
che «in via di principio non ho alcuna paura delle elezioni».
Un voto in meno a Palazzo Madama metterebbe la maggioranza a
rischio. Ma anche se questo esame fosse superato, resterebbe da
individuare una strategia per assicurare quei 20 miliardi di euro
necessari alla correzione del rapporto deficit/pil nel 2007 senza
intervenire su quei capitoli di spesa (pensioni in primis) per i
quali estrema sinistra e sindacati sono già sul sentiero di guerra.
Prodi potrebbe accettare la sfida o fare come Don Abbondio. In
fondo, «il coraggio, uno non se lo può dare».
25 luglio 2006 Antonio Di Pietro si autosospende, ma
non dallo stipendio
Il ministro Antonio Di Pietro si
autosospende dall’attività istituzionale, ma non dallo stipendio.
Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha deciso di
«scioperare» contro l’indulto voluto dagli altri partiti dell’Unione
e da lunedì si occupa solo di quello, tralasciando grandi opere,
ponti, autostrade, ferrovie e appalti.
Ma mentre arringa i suoi con un megafono davanti a Montecitorio,
continua a percepire regolarmente la sua indennità.
Come ministro, Di Pietro guadagna ogni mese 5.300 euro lordi che
spettano a tutti i membri dell’esecutivo (parlamentari e non) più
11.200 euro lordi (è la cosiddetta indennità integrativa, che spetta
solo ai ministri non parlamentari). In tutto, dunque, 16.500 euro,
ai quali vanno aggiunti benefit quali auto blu con autista e
cellulare di servizio.
18 luglio 2006 Ieri si è chiuso il vertice G8 Prodi
non appare nella foto ricordo
Ieri si è chiuso il vertice G8 Prodi non
appare nella foto ricordo (stava telefonando) nessuno nota
l’assenza. Una telefonata allunga la vita, come dice lo spot, ma
cancella l’Italia. Prodi invece di farsi immortalare nel gruppo dei
grandi (per la foto di gruppo) ha preferito impiegare il tempo per
una conversazione telefonica magari con i suoi capetti
indisciplinati in patria. E le grandi firme del giornalismo italiano
che fanno? Restano in un assoluto silenzio, un silenzio assordante,
se soltanto proviamo ad immaginare quanti boxini o gramellini
sarebbero stati dedicati a Berlusconi per l’assenza dalla "foto di
classe".
Ma non basta. La situazione in Medioriente è in ebollizione ma
l’Italia di Prodi non trova di meglio che avanzare la proposta di
chiedere all’Iran un ruolo di mediazione. L’Iran è quello Stato che
tutti, tranne il professore (?) di Bologna, sanno essere il
fornitore di missili agli hezbollah. Allora, a carico di qualsiasi
premier (soprattutto per Berlusconi) sarebbe scattata la mannaia del
pubblico ludibrio. La stampa nostrana (campione di provincialismo),
invece, indulge fino a tal punto da assicurare a Prodi la smentita
prima che monti un caso internazionale ("E’ un’idiozia la storia
dell’Iran").
Su questo possiamo essere d’accordo con l’ex-presidente dell’Iri, a
patto che lui riconosca che anche le idiozie hanno un padre. Un
padre che, per la circostanza, alberga nell’entourage di Prodi…
Queste ricostruzioni-verità non interessano ai molti inviati al
seguito di Prodi, presi dal proprio ruolo di scrittori del principe.
Anche quando il G8 chiede all’Onu di inviare una forza di
interposizione nel Libano di chi è il merito per la Stampa? Di
Prodi. Infatti a pag. 3 il quotidiano di Torino scrive: "Annan segue
Blair e Prodi". Incredibile ma vero!
Nel frattempo la doppia gaffe prodiana resta lettera morta nel segno
dell’autocensura tanto cara alla sinistra.
17 luglio 2006 Prodi propone la mediazione dell’Iran
per risolvere
la crisi tra Israele e Libano
E’ imbarazzante vedere un Presidente del
Consiglio all’eterna ricerca di parole e appunti a sostegno di
farfugliamenti imbarazzanti per chi vede e per chi ascolta. Questo
avviene tanto che parli (anzi legga), retorici proclami ai
calciatori ’campioni del mondo’, quanto che, peggio ancora, si
esprima in conferenze stampa, anche ai piu’ alti livelli
internazionali.
’Quello che sgomenta e’ la ridicola proposta al Governo iraniano di
assumere il ruolo di mediatore nel conflitto tra lo stato d’Israele
e gli Hezbollah libanesi. Affidare all’Iran, il cui leader ogni
giorno proclama la distruzione dello stato d’Israele, il compito di
bonario compositore del conflitto in atto sarebbe come a chi appicca
gli incendi gli si attribuisse il ruolo di pompiere.
16 luglio 2006 In Lombardia azzerati i vertici della
Guardia di Finanza.
Avevano indagato sul caso Unipol
La notizia del trasferimento in blocco dei
vertici della Guardia di Finanza lombarda arrivata come un pugno
nello stomaco in una serata stravolta dalle notizie provenienti dal
Libano.
Si cercava forse di nascondere ciò che doveva apparire come un
normale avvicendamento nelle pieghe di una questione internazionale
capace di calamitare l’attenzione di molti. Ma non di tutti. E’ come
quando si aumentano le tasse la notte della vittoria dei mondiali,
con l’intera popolazione ubriaca di gioia e di festeggiamenti.
C’è però sempre qualcuno che non si distrae. Specie chi, non è dato
sapersi, ha soffiato ai quotidiani lo strettissimo legame tra il
cambio della guardia e la vicenda Unipol. Un legame evidente,
lampante, indiscutibile. Non è infatti cosa da tutti i giorni che un
intero vertice regionale delle Fiamme Gialle venga decapitato,
rimosso, trasferito, se non c’è un preciso input politico.
E guarda caso con un governo di sinistra dove il responsabile delle
Fiamme Gialle è un diessino doc. Neanche il Corriere della Sera, che
certo verso il governo è più che tenero e che del caso Unipol
detiene nei cassetti alcuni scottanti verbali, ha dubbi sulla
profonda connessione tra le due vicende.
Dunque, il viceministro Visco (esecutore materiale di un’operazione
che di certo è stata gestita dall’intero quartier generale della
Quercia) batte in faziosità e in spirito vendicativo Prodi, il che è
tutto dire.
Ovviamente lo stesso Visco smentisce qualsiasi collegamento. Una
smentita fatta solo per questioni di forma, nessuno ci crede. È
evidente che ogni killer che si rispetti o usa i guanti gialli
oppure cerca di cancellare le impronte digitali lasciate sul luogo
del delitto.
Visco non è così raffinato da usare i guanti, neanche quelli di
gomma o di lattice, e infatti le tracce del passaggio dei Ds
sull’operazione che ha portato al trasferimento del vertice delle
Fiamme Gialle lombarde sono più che evidenti. Ecco allora che arriva
la smentita.
È chiaro anche il segnale di intimidazione che ispira questo
provvedimento: in futuro la Guardia di Finanza dovrà occuparsi solo
di Berlusconi e tenersi lontana dalle cooperative rosse, dagli
affari dei Ds e dai loro eventuali tentativi di scalare qualche
banca.
È solo umoristico, ma è anche il segno dei tempi, che di fronte al
dilagare della pubblicazione sui giornali di intercettazioni di
tutti i tipi, l’unico caso del quale ci si occupa è quello che ha
riguardato l’On. Fassino. Il messaggio è chiaro. Restare in silenzio
di fronte a questo scandalo sarebbe un errore gravissimo.
15 luglio 2006 E Rifondazione non controlla più i
suoi ribelli
Dalla platea di via dei Frentani arriva un
allarme rosso per Franco Giordano, Rifondazione e tutto il governo:
sulla linea attuale, il partito «non tiene». Al punto che in serata
il segretario commenta: «In quella assemblea colgo una soggettività
politica che non è tanto legata alla vicenda del decreto legge
quanto al rapporto con il governo». In realtà è stato provato di
tutto: appelli alla responsabilità, lusinghe, proclami fatalisti,
velate minacce. Ma i parlamentari ribelli non mollano, si
radicalizzano sempre di più e la base li segue. I «ribelli» hanno
scelto una sala di media grandezza, per evitare il flop. Ebbene,
c’erano 200 posti a sedere in platea pieni, gente nei corridoi, per
le scale, in galleria, e persino per strada: 500-600, forse. E
soprattutto, come osservava Claudio Grassi: «Più della metà gente
nostra». Non solo: moltissimi giovani, militanti Ds, persone non
legate alla correnti interne del partito di Bertinotti.
Ed è questo risultato, ovviamente, a galvanizzare i dissidenti di
Rifondazione, come lo stesso Grassi, sommerso di applausi quando ha
praticamente annunciato che se il testo resta così voterà no: «Credo
che esista una cosa molto semplice, in politica, che è la dignità:
dopo aver votato per otto volte no, non capisco per quale motivo
dovremmo adesso dire sì alla missione in Afghanistan. Perché siamo
al governo? Mi dispiace, non ci sto». E ancora: «D’Alema continua ad
insultarci, come se fossimo dei ragazzini irresponsabili. Ma chi si
si crede di essere? Noi non accettiamo più il principio per cui c’è
qualcuno che dà ordini, lui, e qualcuno che li prende, noi». Ancora
più netto sull’ipotesi di sanzioni disciplinari: «Scherziamo? Non
posso credere - sorride Grassi - che in Rifondazione ci sia chi può
sanzionare qualcun altro perché vota no alla guerra». E poi,
ironico: «Anche perché il presidente della commissione di garanzia,
Guido Cappelloni è della nostra componente. Il vice è della
sinistra, quindi...».
Già, Cannavò: è uno dei vincitori. I leader della sinistra di
Rifondazione hanno tirato le fila dell’assemblea senza strafare,
facendo lievitare la pluralità delle voci. Un successo: una
strategia che erode il consenso dei «governisti» e dei «bertinottiani»
senza strappi, per salti progressivi. Cesare Salvi, con una
incredibile contorsione, ribadisce il suo dissenso, ma invoca la
«Fiducia», per essere «costretto» a votare sì al governo. Un
pensiero che, segretamente, è lo stesso dei dirigenti di
Rifondazione.
14 luglio 2006 Autogol di Visco che deve rimangiarsi
il provvedimento
sugli immobili
Visco, un’altra figuraccia
Una figuraccia planetaria, una marcia indietro dai risvolti comici:
il governo annuncia di voler apportare modifiche al provvedimento
che corregge il regime di imposizione Iva sugli immobili, contenuto
nel decreto Bersani. Costruito per far incassare all’Erario 450
milioni di euro, si è scoperto che sarebbe costato a società
immobiliari, imprenditori e cittadini la bellezza di 30 miliardi.
Che dire di un (vice)ministro dell’Economia che sbaglia i conti in
rapporto di uno a cento o giù di lì? Che dire dell’apprendista
stregone Visco, principe di questo autogol fiscale?
Basterebbe ricordare che non è il primo. Che proprio ieri il Tar ha
condannato l’Erario a restituire a Telecom la bellezza di 500
milioni di euro, giudicando illegittimo un suo provvedimento del
2000 che "tosava" le società telefoniche (che, in tutto,
riscuoteranno dal Fisco un credito di quasi un miliardo).
Ma questa vicenda le batte tutte. Perché il provvedimento ha nel
frattempo provocato il crollo delle azioni delle società immobiliari
in Borsa, ha penalizzato decine di migliaia di risparmiatori (1,5
miliardi), ha assestato un colpo letale, sui mercati internazionali,
al Paese: basti pensare a tutti quei fondi e quegli investitori
esteri che hanno "scoperto" che in Italia è possibile calpestare le
regole date, introducendo il principio della retroattività. Nessuna
certezza del diritto. Perché mai investire laddove è considerato
legittimo stravolgere i bilanci di società quotate in Borsa,
semplicemente cambiando le regole in corsa?
Non è stata una coalizione di lobbies a spingere Visco a una
precipitosa quanto indecorosa ritirata. Il comunicato con il quale,
ieri sera, il viceministro ha annunciato "modifiche", trasuda un
grande imbarazzo. Perfino Legacoop ha segnalato come "la
retroattività della misura determina effetti dannosi e ingiusti".
C’è una voce maligna che circola: l’ossatura di quel provvedimento
sarebbe stata costruita dal centro studi di Confindustria, per
"punire" i cosiddetti "furbetti del quartierino". Ci avrebbe pensato
Visco a gettare il cuore oltre l’ostacolo, allargandone la sfera di
applicazione fino a confezionare l’indecorosa "frittata".
Dunque, seconda marcia indietro dopo quella sui tassisti (Bersani:"Ci
basta che aumentino le licenze"). E chissà che non ne arrivino
altre. Fu Visco a introdurre una tassazione marginale sulle stock
options. E’ Visco oggi a cavalcare il passaggio dell’aliquota al
43%. Non conosce mediazioni la furia giacobina del viceministro, che
invece di colpire solo gli abusi ora disconosce del tutto lo scopo
sociale di quel provvedimento: far partecipare i manager al capitale
e alla creazione di ricchezza delle imprese. Altro provvedimento con
valenza retroattiva.
Lo informiamo che alla vigilia del decreto, con singolare
tempestività, l’industriale Diego della Valle ha provveduto a
convertire le sue corpose stock options (decine di milioni di euro),
usufruendo del vecchio regime fiscale al 12,5%. Non preoccupano i
"furbetti" in galera, ma i furboni in libertà.
12 luglio 2006 Il ministro Amato scopre che le
procure passano
le intercettazioni ai giornalisti
Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato,
si è finalmente accorto di un fatto scandaloso: le procure passano
verbali, notizie, intercettazioni e atti giudiziari ai giornalisti.
Succede da sempre, è accaduto perfino quando nel ’94 Berlusconi,
allora premier, venne "avvisato" dal Corriere della Sera di essere
indagato dalla Procura di Milano. Ma allora Amato si guardò bene dal
denunciare lo scandalo, e come lui se ne guardarono molti dei suoi
alleati che oggi si stracciano le vesti. Perché il responsabile del
Viminale si rendesse conto della piega che aveva preso il traffico
di verbali dagli uffici giudiziari a quelli di un quotidiano, c’è
stato bisogno di una Procura che avesse messo la tecnologia al
servizio della "soffiata".
Così, il pm di Potenza, Woodcock, invece di perder tempo a fare
fotocopie o copie di dischetti, ha pensato bene di fornire ai
giornalisti la password per accedere direttamente ai pc del suo
ufficio per scaricare tutti quei verbali che nelle ultime settimane
hanno invaso le pagine dei quotidiani sulle pruderie della Gregoraci.
Ovviamente, una password temporanea e dedicata. E, ovviamente, per
evitare di essere considerato l’autore della fuga di notizie, il pm
ha fatto in modo di dare la chiave d’accesso solo nel momento in cui
gli atti venivano dati agli avvocati difensori. Un trucco niente
male, che serve a confondere le acque. Una volta che i difensori
hanno i documenti, infatti, l’autore della soffiata può essere
chiunque e il magistrato è praticamente salvo da ogni genere di
sospetto.
Il "giochetto", però, è stato smascherato e adesso molti esponenti
"garantisti" del governo sono pronti a modificare la legge sulle
intercettazioni. Insomma, si chiude la stalla a buoi ormai scappati
da tempo. Prima della stretta, infatti, questa messe di
intercettazioni finite sui quotidiani ha consentito l’esplosione
dello scandalo delle banche, quella sui provini Rai, sul calcio e
altro ancora, parlando solo delle ultime settimane. E chissà come
mai, la stragrande maggioranza di questi verbali ha riguardato il
centrodestra. Adesso che Woodcok non serve più può essere
sacrificato sulla pubblica piazza.
11 luglio 2006 D'Alema minaccia le dimissioni sul
rifinanziamento
della missione in Afghanistan
Alla vigilia del dibattito sul
rifinanziamento delle missioni internazionali di pace, il ministro
degli esteri ha battuto un colpo. D’Alema sembra rendersi conto che,
accettando il ruolo prestigioso di ministro degli esteri, si è messo
personalmente in una posizione difficile. La politica estera è
infatti il terreno sul quale la maggioranza di governo è più divisa,
e questo indipendentemente dalle missioni internazionali nelle quali
l’Italia è impegnata. Questa situazione è destinata a prolungarsi
indefinitamente e D’Alema lo sa. E capisce quindi che anche il suo
ruolo politico è messo a dura prova, e di conseguenza anche la sua
credibilità nei confronti dei partner stranieri.
Per questo ha voluto pubblicamente lanciare un allarme e chiarire
che anche il suo ruolo è in discussione se continuano le
fibrillazioni della maggioranza sulla politica estera.
D’Alema invita a riflettere i "vari comparti della maggioranza" sul
rischio di mettere in difficoltà un governo sul piano
internazionale. Ma il suo affondo riguarda Prodi che, oltre a
chiedere disponibilità al dialogo - sostiene D’Alema - dovrebbe
anche avere "una certa fermezza nel rivendicare la coerenza con gli
impegni assunti davanti agli elettori".
La critica a Prodi è chiara: il suo compito non è quello di
assecondare le frange dell’estrema sinistra, ma anche quello di
richiamarle alla coerenza e alla responsabilità.
Non possiamo vivere pericolosamente, conclude D’Alema, abbiamo
bisogno di affrontare con serietà i problemi del Paese.
Come non essere d’accordo con lui?
14 giugno 2006 Fuoco amico su Prodi
Ecco un breve stralcio dalle colonne de Il
Riformista di oggi:
"....Come ammettono persino voci ufficiali da Palazzo Chigi, questo
governo non è nato pronto. E’ partito lento, ad andatura magari non
"sciancata" come vorrebbe Eugenio Scalfari, ma certo rigida,
legnosa, involuta.....
...Il punto è il merito. Cosa ha deliberato finora il governo? Su
quali materie c’è stato un intervento diretto, concreto
dell’esecutivo che non sia solo una linea di indirizzo, una cornice
di intervento, una parola d’ordine? Sull’Iraq è stato confermato un
ritiro di cui non si conoscono ancora i tempi certi e modalità.
"In economia, le verifica sullo stato dei conti pubblici ha
paralizzato per tre settimane ogni attività e, pure una volta
sciolto il dubbio sulla necessità della manovra bis, il mandato del
rigore ha mascherato il disordine di proposte e competenze...Un
esempio su tutti: a tutt’oggi del cuneo fiscale...Non si sa in che
misura e forme sarà tagliato in questo primo anno e la coniazione di
formule come "cuneo a rate", "cuneo selettivo"(e chi lo dice a
imprese e lavoratori che il taglio dei contributi non valeva per
tutti?) è spia di una confusione ingiustificabile...
"...La politica del governo continua a vivere di annunci...
"...E Prodi?...Non ha ancora trovato il modo di prendere per mano la
situazione... Quel che serve, e finora latita, è una leadership
politica che accompagni ed esalti ogni mossa. Prodi è un
decisionista sui generis... Ma un decisionismo senza leadership è
inutile. Perché è la leadership, a proposito anche delle critiche di
certi giornali amici, che fa la differenza tra un capo politico e un
semplice amministratore".
15 giugno 2006 L’esordio del Professore all’estero?
Disastroso.
Voleva e doveva essere un trionfale
«ritorno a casa», nella casa Ue di cui è stato capofamiglia, nei
cinque anni di presidenza della Commissione europea. Ma inghippi
procedurali, disfunzioni organizzative, ingorghi protocollari hanno
rovinato un po’ la scena: Romano Prodi è arrivato accompagnato da
Massimo D’Alema al Palazzo del Consiglio europeo, il primo cui
partecipa da capo del governo, con sorrisone televisivo e pronto a
esternare davanti alle telecamere nel luogo deputato, il cosiddetto
«Vip Corner». Solo che le telecamere (almeno quelle interessate a
lui, ossia le italiane) non c’erano, bloccate dalla sicurezza
all’esterno del palazzo a chiamarlo invano. Lui, sospinto dal
cerimoniale, si è guardato intorno smarrito ma ha dovuto accelerare
il passo per lasciare la scena a un altro leader europeo, più
fortunato.
È toccato poi al portavoce Silvio Sircana leggere ai giornalisti la
dichiarazione che il Professore avrebbe voluto fare sotto i
riflettori. Un grande empito di slancio europeista: «Abbiamo bisogno
di riportare l’Europa a svolgere il ruolo che le compete sulla scena
mondiale, mi attendo una forte e decisa ripresa del dibattito sulla
costruzione dell’Unione. Oggi finisce un periodo di lutto», dice il
premier italiano, a margine di un vertice Ue assai fiacco
nell’agenda e nello spirito. Nel frattempo a rubargli il
palcoscenico c’era all’altro capo di Bruxelles l’eterno competitor,
Silvio Berlusconi, presente per la riunione del Ppe. Così nei tg
della sera era l’ex premier ad aprire i servizi degli inviati a
Bruxelles, e non quello in carica.
Sircana la prende con spirito, e replica a nome di Prodi: «Un
autentico caso di controprogrammazione… D’altronde Berlusconi è uno
straordinario uomo di cultura televisiva, e per lui la politica è
una questione di palinsesto». Ma il colpo viene accusato, per il
sistema di comunicazione del Professore è una ulteriore défaillance.
Eppure i suoi si mostrano assai soddisfatti dei risultati del Gran
tour di capitali e di leader che il Professore si è sobbarcato
ultimamente per segnare il proprio ritorno: Barroso e Blair, poi la
Francia con Chirac e de Villepin, e la Germania di Angela Merkel. E
ieri il ritorno a Bruxelles tra abbracci e grandi pacche sulle
spalle con Solana e Junker e Rassmussen. E ancora oggi, a margine
del Consiglio, due incontri bilaterali col greco Karamanlis e lo
spagnolo Zapatero, e poi martedì a Mosca il russo Putin, e ancora a
luglio il G9 di San Pietroburgo, dove - il Professore tiene assai a
farlo sapere - ci sarà un incontro «a quattr’occhi con Bush». Che
non è solo amico di Berlusconi, nient’affatto: anche il Professore,
da presidente Ue, lo incontrava «due volte all’anno», e non lo
chiama Mr President ma - confidenzialmente - «George», proprio come
fa il Cavaliere.
In verità, i rapporti con gli Usa sono un terreno assai delicato (se
ne occuperà per primo D’Alema, oggi a Washington). E dal giro delle
capitali europee finora Prodi non ha portato a casa granché di
concreto (vedi caso Chirac: grandi baci a favor di telecamera, ma un
pranzo frettoloso e formale all’Eliseo e zero aperture sul caso
Enel-Suez, nonostante Prodi non sia Berlusconi). Ma al premier il
tour serviva soprattutto ai fini interni, per rilanciare la sua
immagine di leader che tratta da pari a pari coi «grandi della
terra», e per recuperare sui danni di immagine «sprecona» del
governo più affollato della storia italiana. E infatti le cronache
dei giornali «amici» si son dilungate minuziosamente sull’ammirevole
morigeratezza del nuovo corso prodiano, sugli aerei carichi di
truccatori e cameraman personali dell’ex premier e sul solitario
«angelo custode» del nuovo, che viaggia su un aereo di Stato deserto
per risparmiare sulle trasferte.
16 giugno 2006 Amato propone la ''cittadinanza
facile'' agli immigrati
Con i suoi annunci il Governo Prodi rischia
di trasformare l’Italia nel porto franco delle politiche europee per
l’immigrazione, rischiando di richiamare sul nostro territorio un
numero crescente di stranieri irregolari. Così, non pago di voler
cancellare i Centri di Permanenza Temporanea per i clandestini,
l’esecutivo - per bocca del ministro dell’Interno - ora ha messo in
cantiere anche l’introduzione della "cittadinanza facile", ossia la
cittadinanza per i figli degli immigrati regolari e per quelli dei
clandestini in attesa della sanatoria che il ministro Ferrero sta
già preparando.
Si tratta di un errore grave, e stupisce la superficialità con cui
Amato ha dato un annuncio del genere. Un conto, infatti, è ridurre
il tempo di permanenza nel nostro Paese, necessario agli stranieri
per l’acquisizione della cittadinanza, e un altro, invece, è
modificare l’impianto giuridico del diritto stesso di cittadinanza
italiana, perché questo stravolgerebbe non solo la normativa in
vigore, ma anche e soprattutto quei concetti di integrazione e di
identità nazionale che stanno alla base dell’idea e del valore della
cittadinanza. Certo, è nelle competenze del Parlamento avviare una
riflessione su questo tema delicatissimo, che tocca le corde più
profonde di una comunità nazionale. Solo che il ministro
dell’Interno, invece che porre la questione in Parlamento, ha
preferito rivolgersi alla Consulta dell’Islam italiano,
trasformandola così - surrettiziamente - in un soggetto titolare
dell’iniziativa legislativa. E’ un altro passo verso il caos
istituzionale frutto della confusione programmatica del
centrosinistra.
17 giugno 2006 Kabul, i comunisti italiani disarmano
l’esercito
In Afghanistan occorrono «uomini ed
elicotteri» e Parisi intende potenziare la presenza militare
italiana a Kabul. Un orientamento che provoca l’immediata reazione
dell’ala «pro ritirata» del governo. «Aumentare uomini e mezzi
sarebbe un errore», puntualizza subito l’europarlamentare comunista
Marco Rizzo. Si evitino regali alla destra e pericolosi autogol -
dice Rizzo -. L’Italia è e deve rimanere un Paese di pace».
Insomma, il voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan
promette di diventare uno scoglio sempre più ingombrante sul cammino
del governo di Romano Prodi. Anche perché la Casa delle libertà non
andrà in soccorso del Professore. «L’Italia - dice Maurizio Gasparri
di Alleanza nazionale - deve certamente mantenere i suoi impegni
internazionali, ma se Prodi non avrà i numeri prima si dimette, poi
si discute in un quadro completamente diverso. In Parlamento è certo
che noi deputati e senatori non consentiremo mai che i nostri voti
servano a mantenere in vita questo circo equestre guidato da Prodi».
Durante il suo secondo giorno di visita in Afghanistan, il ministro
della Difesa, Arturo Parisi, incontra ad Herat il generale Danilo
Errico, comandante per la Regione Ovest della missione militare
internazionale. Errico, che al momento ha una potenza di 400
soldati, chiede a Parisi «più uomini e più elicotteri» per sostenere
le operazioni nell’area e anche per «dare risposte credibili» alle
esigenze di quell’area martoriata. Parisi non dice no. «Valuteremo
la richiesta per quello che è: un sostegno ad un’azione di pace»,
dice il ministro, che garantisce l’impegno dell’Italia per dare «un
contributo alla fondazione di questo Stato».
Parisi parla di «una presenza militare che garantisce sicurezza e
che, al tempo stesso, si pone a supporto delle nuove amministrazioni
locali» realizzando «interventi e servizi di primaria importanza
sociale, con particolare riguardo ai settori delle opere pubbliche,
dell’istruzione e della sanità».
Proprio nel momento in cui la Nato chiede all’Italia uno sforzo
maggiore, il ministro sembra orientarsi in questa direzione. Alla
richiesta di invio di uomini e mezzi Parisi risponde «con attenzione
e disponibilità», confermando che l’orientamento del governo «è
utilizzare tutte le risorse a nostra disposizione per rafforzare il
nostro sostegno». Certamente, precisa, terminata la fase istruttoria
la decisione «dovrà essere affidata alla collegialità del governo in
funzione di una decisione del Parlamento».
Una decisione collegiale ovviamente, ma Parisi tiene pure a
specificare che la sua «personale valutazione sul cammino percorso
fino ad ora è positiva». Quello del ministro suona dunque come un sì
alla richiesta di potenziamento e anche come un no all’invito della
sinistra radicale a porre fine alla missione in Afghanistan. La
squadra di ricostruzione operante a Herat dunque potrebbe essere
rinforzata con una compagnia di sicurezza di 150-200 uomini e da una
o più aliquote di forze speciali. Riguardo ai mezzi, invece, non ci
sono certezze, a parte il fatto che il più utile in una regione dove
esiste solo una strada sarebbe l’elicottero. Su questo fronte il
contingente stanziato in Afghanistan potrebbe beneficiare del
progressivo disimpegno in Irak. Fino ad ora i soldati del Prt (il
gruppo di ricostruzione) hanno realizzato in due anni scuole,
ospedali e pozzi, investendo finora 5,5 milioni di euro su un totale
di 10 stanziati dalla Difesa.
18 giugno 2006 Intervista di Bertinotti a Repubblica
Sinistra radicale, Bertinotti fa il capo
L’emergenza democratica in cui si trova l’Italia è costituita anche
dal modo in cui Bertinotti interpreta e svolge il suo delicato ruolo
di Presidente della Camera dei Deputati, in cui il confine fra
responsabilità istituzionale e ruolo politico scompare quasi
totalmente.
L’intervista rilasciata a La Repubblica, infatti, conferma la
torsione politica a cui è soggetta la presidenza della Camera da
parte di Bertinotti, che non rinuncia a dettare dalla poltrona più
alta di Montecitorio la linea della cosiddetta sinistra radicale.
Nell’intervista, Bertinotti ricorda innanzitutto che gli elementi
positivi che possono essere iscritti all’attivo di questi primi
giorni di governo sono riconducibili alla presenza della sinistra
radicale: dal ritiro delle nostre truppe dall’Iraq alla riapertura
del dialogo con i sindacati.
Bertinotti denuncia inoltre il tentativo, da parte dei nostalgici
delle politiche liberiste degli anni novanta, di mettere in
discussione l’alleanza tra il centro, il centrosinistra e la
sinistra. Bertinotti cita alcuni settori della Confindustria che
vorrebbero ridurre la sinistra radicale ad un ruolo di intendenza
dopo averla utilizzata per sconfiggere la destra.
Seguono dei veri e propri sproloqui ideologici sul ruolo di governo,
istituzionale e di lotta della sinistra radicale; giudizi
inaccettabili sull’Iraq; sui diritti di cittadinanza e sul
referendum che delineano una politica che si serve delle istituzioni
per raggiungere più facilmente i propri obiettivi.
In questo modo è impossibile pensare che la metà del Parlamento e
più della metà dei cittadini italiani possano riconoscersi nella
figura del Presidente della Camera.
A questo punto è inevitabile che si apra in Parlamento un dibattito
su questo stravolgimento delle istituzioni che può condurre ad una
deriva autoritaria.
19 giugno 2006 Esplodono le donazioni: Prodi fa paura
In campagna elettorale, Prodi li aveva
bollati come "terrorismo economico". Erano gli avvertimenti della
Casa delle Libertà sulla reintroduzione della tassa di successione,
misura presente nel programma dell’Unione, e confermata dal
presidente del Consiglio, ma limitandola ai grandi patrimoni.
Il risultato ottenuto dalla sinistra è stato un aumento delle
donazioni per paura della tassa di successione. Aumento che su base
nazionale è pari al 30%, rispetto allo stesso periodo del 2005; con
punte del 50% nelle grandi città, come Milano, Roma, Bologna.
Segno evidente che gli italiani non si fidano delle rassicurazioni
della sinistra. E temono che la nuova tassa di successione non sia
limitata ai grandi patrimoni, ma estesa anche a valori prossimi a
quelli di un appartamento. E per evitare di pagare una nuova tassa
sull’eredità, cedono gratuitamente ai figli il frutto del risparmio
di una vita: la casa.
Il fenomeno è molto più preoccupante (non solo per le dimensioni
dell’aumento) se interpretato alla luce della politica economica del
governo Prodi. Gli italiani, di destra o di sinistra, non si fidano
delle garanzie date dal premier. La tradizione fiscale della
sinistra ha sempre prodotto danni nelle tasche dei cittadini. Ed i
contribuenti, come i rispamiatori, hanno la memoria di elefante e le
gambe di lepre, come diceva Einaudi: appena intravvedono qualche
difficoltà corrono ai ripari. Ed ai contribuenti tornano in mente le
operazioni introdotte da governi di centro sinistra. I riferimenti
continui fatti da Padoa Schioppa sulle condizioni dei conti
pubblici, analoghe a quelle del 92, fanno tornare in mente la
manovra finanziaria da 93 mila miliardi; tasse sulle case e sui
conti correnti; interventi drastici sulle spese sociali.
Oggi Tps parla di manovre per 45 miliardi di euro; valori non troppo
distanti dai 93 miliardi di Amato del ’92. Per questo i
contribuenti-risparmiatori corrono ai ripari. Ed esplodono le
donazioni, quale prima mossa per evitare stangate sulle successioni
ai figli di un appartamento.
20 giugno 2006 Mastella toglie la linea a Di Pietro:
«Si occupi solo delle infrastrutture»
Clemente Mastella e Antonio Di Pietro sono
ministri dello stesso governo, ma come si sfiorano fanno scintille.
È successo su decreto o ddl per sospendere la riforma Castelli, si
replica sul tema delle intercettazioni. Il botta e risposta è al
vetriolo.
Attacca il ministro alle Infrastrutture ed ex-magistrato, sempre
pronto a difendere la categoria. Il collega Guardasigilli vuole
regolamentare l’uso delle intercettazioni con un decreto legislativo
e chiede un aiuto alla Cdl? «Mi preoccupa non poco - commenta Di
Pietro al Gr3 -. Che cosa vuole dimagrire, visto che Mastella parla
di bulimia? Se l’abuso di pubblicazioni, allora senz’altro sì, se
l’uso delle intercettazioni per combattere il crimine, allora no.
Sarebbe come limitare l’uso di uno strumento diagnostico, la tac,
per paura di scoprire una malattia. Ma se c’è un tumore, meglio
saperlo per curarsi».
Il titolare della Giustizia non prende bene il commento: «Se Di
Pietro vuole fare il ministro al mio posto - replica da Napoli
Mastella - si accomodi. La smetta di fare il giudice in modo
permanente. Se ognuno interviene sulle responsabilità degli altri
diventa una babele. Mi sono un po’ rotto le scatole del fatto che
intervenga ogni volta che c’è una questione che mi riguarda. Il
ministro della Giustizia sono io!».
Il Guardasigilli ha già spiegato che le intercettazioni sono
«fondamentali» sul piano investigativo e nessuno vuole mettere in
discussione la loro utilità nella lotta alla criminalità
organizzata. Il problema è la divulgazione, precisa, di «quello che
trasuda al di là, che non c’entra nulla con gli elementi probatori e
con gli accertamenti che vengono fatti in fase investigativa».
Insomma, quello che interessa mediaticamente, ma non penalmente e
che nutre periodicamente i mass media, con uno scandalo dopo
l’altro.
Il partito di Mastella attacca Di Pietro. «Si occupi di Tav o
autostrade - scrive Il Campanile, quotidiano Udeur - non è
tollerabile che, da ministro, continui a indossare la toga».
21 giugno 2006 Mercoledì nero per Prodi
Governo. Poche idee e confuse
Le premesse si erano avute martedì, quando la sinistra estrema si è
scagliata violentemente contro il ministro della Difesa, Arturo
Parisi, "reo" di aver chiesto l’aumento del contingente italiano
impegnato in missione di pace in Afghanistan.
Ma oggi è stato il mercoledì nero del governo Prodi, se di governo
si può parlare visto che da quando si è insediato - un mese fa - non
ha ancora preso alcun provvedimento, salvo però promettere molto, e
che dopodomani sarà costretto a impiegare un intero Consiglio dei
ministri per conferire altre deleghe.
In tutto questo, il Senato non si è ancora riunito una sola volta
per lavori di ordinaria amministrazione perché la maggioranza sa di
andare sotto al primo voto.
Qualcuno potrebbe chiamarla situazione di stallo totale. Ma potrebbe
essere considerato un ottimista, perché nell’Unione non c’è solo la
paralisi, ci sono scontri su ogni fronte.
Prodi, incontrando la coordinatrice del progetto europeo "Corridoio
5" per conto della commissione europea, Loyola De Palacio, ha
assicurato che la Tav si farà. Immediata la replica del ministro
delle Politiche sociali, Paolo Ferrero (Rifondazione comunista):
"Non è nel programma dell’Unione". Cui sono seguite analoghe
reazioni da parte dell’estrema sinistra.
Per la nomina del direttore generale della Rai, sempre Prodi aveva
chiaramente espresso la volontà di Antonello Perricone, impallinato
da Ds e Margherita, insieme con il centrodestra, che hanno preferito
Cappon. Commento del premier: "Addio".
La fermezza dell’Unione nel confermare Sergio D’Elia come segretario
della commissione Giustizia della Camera ha provocato le risentite
dimissioni da Rifondazione comunista di Salvatore Berardi, figlio
del maresciallo Rosario, ucciso nel ’78 dalle Brigate Rosse.
Sul fronte giustizia è da registrare uno scontro durissimo tra il
ministro Mastella ed alcuni importanti esponenti dell’Unione. Agli
alleati del Guardasigilli non è piaciuta la sua proposta di stretta
sulle intercettazioni e la linea dura per chi pubblica notizie
coperte da segreto.
Altre tensioni arrivano dal fronte amnistia, della quale Mastella è
uno sponsor inviso soprattutto ai dipietristi, ma non solo. Al
termine della infuocata giornata il ministro della Giustizia è
sbottato: "Basta divisioni tra noi, se no la maggioranza rischia".
22 giugno 2006 Quanto costano le invenzioni
telefoniche di Visco
E’ convinzione generale, a destra e a
sinistra, che le politiche fiscali di Vincenzo Visco abbiano
contribuito, e non poco, alla vittoria elettorale della Cdl nel
2001. L’ex ministro è tornato, a cinque anni di distanza, sul luogo
del delitto e, per una strana legge del contrappasso, porta in
eredità al nuovo governo i danni delle sue passate decisioni. Nella
fattispecie, la bellezza di 800 milioni di euro che il Fisco dovrà
restituire ai gestori di telefonia per una legge da lui "inventata"
nel 1999 e giudicata ora illegittima dal Tar.
Il "buco Visco", con il quale dovrà fare i conti Padoa Schioppa in
occasione di una già difficile Finanziaria, riguarda un balzello sul
fatturato di quelle imprese, che venne introdotto in sostituzione
del canone di concessione. Ieri il Tar ha deliberato che a Vodafone
vadano restituiti 200 milioni. A giorni deciderà su analogo ricordo
di Telecom (500 milioni) e di Wind (55 milioni) ed è impensabile che
le due sentenze siano difformi dalla prima.
Insomma, nel giro di quattro mesi via XX Settembre dovrà sborsare
oltre 750 milioni e la decisione del Tar non lascia spazio ad alcuno
escamotage per non pagare: in caso di inottemperanza, è stabilito
che venga nominato un commissario ad acta per la restituzione dei
soldi.
Il provvedimento era stato già dichiarato illegittimo dalla Corte di
Giustizia europea. Al pari dell’Irap, altra invenzione di Visco
bocciata dall’Ue perché troppo simile all’Iva. Nella squadra di
governo, la conferma di un così roccioso terzino esperto in autogol
non può che far piacere. Quel che non si capisce bene è perché Visco
si affanni tanto a vituperare la "finanza creativa". Lui che
dimostra di esserne un maestro, sia pure nel creare buchi di
bilancio anziché nel tapparli.
23 giugno 2006 Quando gli indagati sono rossi,
procure e giornali
gareggiano in correttezza
Lo scandalo "rosso" è ignorato
Lontano dai riflettori, dal clamore, senza che intercettazioni e
verbali vengano infilati nei ventilatori per infangare l’onorabilità
delle persone, a Perugia è in corso un’inchiesta che coinvolge
politici e imprenditori. Il dato interessante è che, a parte il nome
degli arrestati, i quotidiani non hanno pubblicato - né sicuramente
ricevuto - verbali d’interrogatorio o intercettazioni di nessun
tipo. Il Corriere della Sera esulta: finalmente una Procura
corretta, finalmente magistrati che rispettano la riservatezza delle
indagini, finalmente gli inquirenti proteggono nomi che, magari
casualmente, sono stati anche solo sfiorati nel corso di una
conversazione. "A Perugia - scrive il Corriere della Sera - sono
prudenti. A Perugia non si mette in funzione il ventilatore. Bene.
Male che in Italia sia un po’ come la ruota della fortuna e si è
sventurati se non si vive nella città giusta, con la Procura giusta.
Ma non è mai solo un caso. Purtroppo, è il doppio standard della
giustizia italiana".
Tutto molto giusto, se l’inchiesta non riguardasse però la sinistra,
cioè la parte politica opposta a quella coinvolta e massacrata
mediaticamente a Potenza e Bari, dove si abusa di intercettazioni,
verbali e fughe di notizie.
A Perugia è finito in carcere un costruttore delle coop rosse,
sospettato di aver dato "fondi neri a politici". I magistrati
sospettano il pesantissimo coinvolgimento della Lorenzetti, la
presidente Ds della Regione Umbria, e non solo. Ed ecco spiegato
perché non escono nomi, verbali, intercettazioni e quant’altro.
Perché per i giornali di Perugia è periodo di magra, perché la
notizia è stata data ieri dal solo Indipendente e ripresa oggi dal
Corriere della Sera.
Sarebbe stato molto più logico che il quotidiano diretto da Mieli,
commentando la correttezza della Procura umbra, concludesse fino in
fondo il suo discorso, arrivasse al vero punto della questione.
Una parte politica viene letteralmente massacrata da una certa
magistratura, che diffonde a piene mani il materiale per infangare i
suoi esponenti, materiale anche penalmente non rilevante ma comunque
sufficiente a far esprimere un serio giudizio morale sugli
interessati.
Un’altra parte politica viene invece coccolata, protetta, salvata,
prima attraverso l’insabbiamento delle inchieste e poi, quando
questo non è possibile, con il bianchetto e un bell’omissis messo al
posto dei nomi "scottanti" dei politici coinvolti. E’ questo il
doppio standard della giustizia italiana: colpire il centrodestra,
proteggere la sinistra. E quando il Corsera cerca di farlo capire
senza denunciarlo chiaramente mostra di essere complice di quei
magistrati che fanno marciare le inchieste a due velocità
diametralmente opposte.
24 giugno 2006 Bertinotti soccorre il governo: meno
sedute, meno guai
Bertinotti e la Camera ad ore
Che fare, se la Camera è palestra di ginnastica rivoluzionaria per
le componenti lunatiche del centrosinistra, e al Senato la sorte del
governo è appesa al filo sottile della volontà e capacità di
partecipazione dei venerabili senatori a vita? Che fare, insomma, se
il Parlamento è d’impaccio al governo? Prodi non ha dubbi: si
estromette il Parlamento dal circuito della formazione delle
decisioni politiche.
Con questa soluzione spicciativa, Romano Prodi si candida ad entrare
nel club ristretto dei grandi autocrati.
Il Premier del centrosinistra con Bertinotti alla presidenza della
Camera dispone di un alleato prezioso, che ha a cuore la
sopravvivenza politica del governo, come se ne andasse della sua.
La soluzione escogitata da Bertinotti ha la semplicità del genio:
poiché le sedute parlamentari sono fonte di guai, meno se ne tengono
meglio è per il governo.
Donde la fraterna sollecitudine per il disagio logistico dei
rappresentanti degli italiani all’estero, che consiglia la massima
contrazione dei lavori parlamentari. Alla Camera come, e a maggior
ragione, al Senato. Una decina di giorni lavorativi al mese saranno
il giusto punto di equilibrio tra le ragioni della democrazia e
quelle della stabilità politica. In pratica, la sedicente
maggioranza sarà chiamata a dare prova di sé unicamente in occasione
delle votazioni gravate dalla questione di fiducia.
25 giugno 2006 La giravolta di Scalfari e la
Repubblica
dei giornalisti ''indipendenti''
Eugenio Scalfari, domenica 11 giugno: "Il
governo Prodi sta dando un’immagine di sé scomposta, sciancata,
mediocre. Temo che non supereranno il crinale che li sovrasta. Non
si è sentita una mano ferma e non si è percepito un pensiero
illuminato".
Agenzia Ansa, mercoledì 21 giugno: "Romano Prodi, dopo la lunga
giornata di lavoro a Palazzo Chigi, ha chiuso la giornata a cena con
Carlo De Benedetti. Il premier era accompagnato dal sottosegretario
Enrico Letta, che nel pomeriggio aveva incontrato l’imprenditore a
Palazzo Chigi".
Eugenio Scalfari, oggi domenica 25 giugno: "Prodi e la sua squadra
sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i
soli, oggi come oggi, che ce la possono fare".
Non solo noi, ma chissà quanti lettori di Repubblica, si saranno
chiesti: che cosa ha fatto cambiare radicalmente idea a Eugenio
Scalfari? Cosa mai sarà accaduto, in soli quindici giorni, per
convincerlo a promuovere a pieni voti Prodi, dopo averlo massacrato?
Quale insondabile evento lo ha portato a passare dal "fuoco amico"
dell’11 giugno alle tenere coccole del 25 giugno? Così abbiamo
scavato fra le notizie, fino a scovare quella breve nota di Palazzo
Chigi, che dava conto di una incontro e di una cena del suo editore
con il Professore e con Enrico Letta.
Che cosa si saranno detti l’imprenditore che ha già in tasca la
tessera "numero uno" del futuro partito riformista della sinistra e
l’inquilino di Palazzo Chigi? L’impressione è che, all’improvviso,
il Professore si sia guadagnato la promozione da "amministratore di
condominio" (parola di De Benedetti) a leader, scalzando così nel
cuore dell’imprenditore gli arrembanti, e fino a ieri preferiti,
Veltroni e Rutelli.
Scalfari e l’agguerrita pattuglia di Repubblica sembrano averne
preso atto. Subito, a stretto giro di posta, perché Carlo De
Benedetti non è tipo da chiedere qualcosa alla politica, Romano
Prodi non è tipo da scendere a patti con un imprenditore. Si saranno
limitati a rievocare i vecchi e gloriosi tempi della Sme...
26 giugno 2006 Livia Turco vuole innalzare il
quantitativo
di droghe leggere detenibili
Dopo la proposta delle «stanze del buco»,
il governo dell’Unione pensa ad un altro provvedimento in materia di
sostanze stupefacenti. Il ministro della Salute Livia Turco vuole
infatti innalzare il quantitativo massimo di cannabis detenibile
senza incorrere in provvedimenti punitivi.
Il messaggio lanciato da Livia Turco sull’aumento del quantitativo
minimo di droghe leggere che un singolo individuo può detenere senza
incorrere nel reato di spaccio è preoccupante e ambiguo. In primo
luogo, perché si sposa a una linea di permissivismo e di lassismo
dell’attuale governo che forse piacerà agli spacciatori o ai
consumatori abituali di droghe, ma che rappresenta un messaggio
fortemente diseducativo, destinato a mettere in allarme tutte le
famiglie.
L’ambiguità, poi, appare evidente quando la Turco parla di programmi
di prevenzione da destinare ai giovani, un programma di intenti che
appare in assoluto contrasto con la volontà di rendere più facile il
consumo di droghe leggere già diffuse in maniera preoccupante fra le
nuove generazioni. Manca inoltre, nell’analisi del ministro, un
riferimento ad altre sostanze, quali per esempio l’ecstasy, che
hanno sostituito nel corso degli anni altri tipi di droghe, e che
rappresentano un pericolo enorme per i ragazzi a causa della loro
reperibilità, del basso costo e della facilità d’uso.
In un momento in cui droghe leggere e chimiche rappresentano una
crescente minaccia per la salute e la crescita delle nuove
generazioni, quindi, l’atteggiamento della Turco e di altri membri
dell’esecutivo appare preoccupante e vergognoso. Questo governo
sembra andare d’accordo solo su quei provvedimenti che spaccano la
società e ne offendono i valori. Ma forse non dovremmo stupircene.
28 giugno 2006 «D’Elia si dimetta per il bene dello
Stato»
Sergio D’Elia «dovrebbe, per il bene
supremo dello Stato e delle sue istituzioni, che anche lui
rappresenta, dimettersi da ogni carica». Lo sottolinea
l’associazione «Memoria» che riunisce i familiari di poliziotti e
magistrati uccisi dai terroristi in una lettera inviata al
presidente della Camera Fausto Bertinotti, il quale in un incontro
con i rappresentanti dell’associazione aveva detto che «il voto del
popolo è sovrano». «Se davvero D’Elia - si legge nella lettera - ha
avuto un buon percorso morale e di buon cittadino, grazie a questo
dovrebbe, per il bene supremo dello Stato e delle sue istituzioni,
che anche lui rappresenta, dimettersi da ogni carica. Dimostrerebbe
così di aver davvero ben compreso e interiorizzato i valori morali
per cui i nostri cari si sono fatti uccidere dai terroristi:
libertà, legalità e democrazia».
27 giugno 2006 Al Senato il presidente Franco Marini
impedisce il voto su una pregiudiziale presentata
dall'opposizione
Al Senato violazione della prassi
parlamentare da parte dell’Unione. Il presidente Franco Marini
impedisce il voto su una pregiudiziale presentata dall’opposizione,
dando invece la parola al governo.
Protestano i gruppi parlamentari della Casa delle Libertà che
comunque ottengono un grande successo nella tutela dei diritti
dell’opposizione.
Non si è trattato di ’caos al Senato’ come ha titolato qualche
giornale, ma di una classica battaglia parlamentare contro un
sopruso inaccettabile.
Gli squadristi della parola e del pensiero come il sen. Zanda e come
l’Unità sono stati sconfitti sul campo ed hanno anche fatto una
brutta figura perchè sono risultati più realisti del re.
Per ciò che ci riguarda, come Forza Italia ringraziamo il sen.
Renato Schifani per aver guidato il nostro gruppo del Senato in
questa bella battaglia liberale e democratica".
Nessuno può certo criminalizzare il sen. Malan: egli si è andato a
rileggere gli atti parlamentari del passato e ha visto che i
fratelli Giancarlo e Giuliano Pajetta in aula facevano ben altro
della sua occupazione pacifica. Particolarmente istruttivo è ciò che
avvenne nel 1953 a conclusione della battaglia del Pci e del Psi
contro la cosiddetta legge truffa. Lo scontro parlamentare avvenuto
al Senato costituisce una conferma che con questo governo e questa
maggioranza va condotta una ferma e coerente battaglia di
opposizione che il paese e l’elettorato di centrodestra non solo
capiscono, ma richiedono.
29 giugno 2006 Prodi: «Senza la Tav siamo fuori dalla
Ue»
«Queste infrastrutture si devono fare anche
per onorare gli impegni presi a livello internazionale ed evitare
che l’Italia resti fuori dai corridoi europei». Il presidente del
Consiglio, Romano Prodi, ha riaperto con queste parole il tavolo
politico di Palazzo Chigi per affrontare il nodo Tav in Val di Susa.
«Per evitare il rischio di isolamento del nostro Paese - ha aggiunto
il premier - è indispensabile l’interconnessione ferroviaria».
Insomma, pur chiedendo spirito di cooperazione agli enti locali
piemontesi rappresentati dal presidente della Regione Piemonte,
Mercedes Bresso, dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e dal
presidente della Comunità montana Bassa Val di Susa, Antonio
Ferrentino, il presidente del Consiglio, ha sottolineato che
«bisogna prendere una decisione altrimenti si arriva alla paralisi».
In pratica, il governo intende seguire la stessa linea della
concertazione: si ascoltano le ragioni di tutti, ma alla fine decide
sempre Palazzo Chigi. E l’orientamento prevalente emerso dopo la
riunione, durata circa tre ore, è quello che conduce alla
realizzazione dell’opera, pur con mille distinguo per non irritare
troppo l’elettorato «No-Tav». Magari allungando un po’ i tempi di
realizzazione per far decantare tutte le polemiche.
D’altronde, l’Ance (Associazione nazionale dei costruttori edili) ha
rilanciato l’allarme sulle opere pubbliche. Se all’Anas non saranno
assegnati 1,1 miliardi di euro per completare i cantieri e i 3,5
miliardi programmati per il 2007, spiega l’Ance, sono a rischio
85mila posti di lavoro. Se a questi si aggiungono i tagli a Fs e Tav
si rischia una caduta dell’8% delle attività del settore delle
costruzioni con un contraccolpo sul Pil che si può quantificare
nello 0,2-0,3 per cento. E per un governo che vuole rilanciare la
crescita, dire «no» allo sviluppo significherebbe partire con il
piede sbagliato.
Al vertice, il secondo dopo quello dello scorso dicembre tenuto dal
precedente governo Berlusconi, hanno partecipato il sottosegretario
alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, i ministri delle
Infrastrutture e dei Trasporti, Di Pietro e Bianchi, dell’Interno
Amato, dello Sviluppo economico Bersani dell’Ambiente Pecoraro
Scanio e il sottosegretario all’Economia Tononi. Presenti anche i
vertici di Fs e Rfi rappresentati da Elio Catania e Mauro Moretti.
Letta, che ha guidato la riunione, ha precisato che il governo
intende rinunciare alle prerogative della Legge Obiettivo per le
grandi opere e procedere a una nuova valutazione di impatto
ambientale ordinaria e aprire poi una conferenza dei servizi.
Insomma, la parola d’ordine è «riannodare le fila del dialogo» dalle
università alle comunità locali.
Quello che a prima vista appare come una sorta di ecumenismo
buonistico, in realtà è la lucida espressione di una precisa volontà
di realizzare l’opera. «Il tracciato non è in discussione - ha
precisato Letta - come non sarebbe in discussione la logica degli
standard transeuropei». Il Corridoio 5 Lisbona-Kiev passerà quindi
per l’Italia seguendo la direttrice Torino-Trieste. Come ha spiegato
il governatore del Piemonte Bresso, «la Tav passerà in Val di Susa e
non ci sarà né il corridoio di Ventimiglia né quello di Stoccarda».
Il nodo rimane quello del tunnel di Venaus (teatro degli scontri
dello scorso dicembre), ha ribadito aggiungendo che «il termine
ipotizzato per l’avvio dei lavori è il 2010».
In sintesi, la politica è quella del paso doble
concertativo-decisionista. E il ministro delle Infrastrutture Di
Pietro ha tagliato corto. «Se quest’opera non si deve fare, lo si
dica subito», ha detto rimandando alla conferenza dei servizi il
dibattito. Il suo collega Bianchi ha sottolineato che si tratta di
«una grande occasione per arrivare a una progettazione esemplare di
una grande opera» addossando al precedente governo «forzature e
sbagli sulle compatibilità sociali per cui bisogna azzerare tutto e
ripartire». Bianchi si è inoltre dichiarato fermamente contrario a
una politica degli indennizzi per compensare le popolazioni che
ospiteranno il tracciato Tav.
Il prossimo appuntamento è il vertice italo-francese del 4 luglio a
Lione dove Letta ha assicurato che sarà ribadita «la volontà
italiana di stare dentro questo grande progetto, sapendo ovviamente
che l’Italia ha una sua autonomia di decisioni e di tempi». Ma la
Tav non era una bandiera del centrosinistra rilanciata dal governo
Berlusconi e criticata dall’attuale maggioranza?
30 giugno 2006 La Puglia copia Zapatero: stessi
diritti per coppie gay e famiglia tradizionale
La Puglia ora si sente un po’ come la
Spagna. Qualcuno dice che la legge sul welfare di Nichi Vendola
odora di zapaterismo. Qualcosa di vero in fondo c’è. Il nuovo testo,
approvato a maggioranza dopo scontri duri, ore d’ostruzionismo,
confronti aspri su matrimonio e convivenza, disciplina i servizi
sociali per le famiglie. E il problema è tutto qui: cos’è una
famiglia? Il governatore della Puglia ha un’idea di famiglia ampia,
che va oltre sacramenti e vincoli di legge. Il suo sistema di
welfare state, infatti, garantisce a pieno titolo anche le unioni di
fatto, comprese le coppie gay. Questo vuol dire che per Vendola e la
sua maggioranza le coppie di fatto, eterosessuali o meno, valgono
quanto le coppie riconosciute da Dio e dallo Stato. Nessuna
differenza giuridica. La famiglia non si basa solo sul matrimonio,
ma anche sulla convivenza. Non tutti, come si sa, sono d’accordo.
Non lo è Benedetto XVI, che ieri ha ribadito, senza ombre, la sua
idea di famiglia. Non lo è neppure una buona parte del centrodestra
e, almeno in teoria, i partiti di ispirazione cattolica. La
Costituzione, come ricorda Riccardo Pedrizzi di An, tutela la
famiglia tradizionale. Questa legge, quindi, è uno strappo alla
nostra carta fondamentale. È un pugno all’architrave della società.
Paola Binetti, senatrice dell’Ulivo, considera sbagliato inserire le
norme su famiglie e coppie di fatto in un unica legge: «Sono
situazioni diverse. Così facendo la Puglia ha tutelato male gli uni
e gli altri».
Vendola, a chi lo critica, risponde comunque che la sua non è una
rottura, uno strappo, ma un’apertura. Alla fine - dice - ha vinto il
compromesso. «Abbiamo chiuso una legge - sostiene - che diventa
d’avanguardia in tutta Italia. Questa legge difende fino in fondo la
famiglia, così come protetta dall’articolo 29 della Costituzione,
dall’altro estende i servizi sociali alle coppie di fatto, cioè vede
nella realtà quello che c’è e accetta il principio dell’eguaglianza
dei cittadini di fronte alla legge».
Non tutto però appare così limpido. «La Puglia - fa notare Rocco
Palese - capogruppo di Forza Italia nel Parlamento pugliese -
diventa la prima regione in Italia che ha legiferato sui Pacs. Il
carattere universalistico delle prestazioni sociali, che era già
presente con le leggi in vigore, non è per noi in discussione. Ciò
che non ci piace è che il centrosinistra ha voluto bluffare per
poter sancire l’equiparazione tra famiglia tradizionale, coppie di
fatto e convivenze tra gay». La legge sul welfare è diventata, in
pratica, il grimaldello per far passare un’idea di famiglia che non
piace a tutti. Luca Volonté, capogruppo Udc alla Camera, grida allo
scandalo: «Grazie al governatore Vendola è stato sferrato un colpo
mortale alla famiglia tradizionale, arrecandole tra l’altro un grave
pregiudizio economico. I leader dell’Unione, a partire da Rutelli,
non possono far finta di non vedere».
Ma per Vendola la sua legge è una evoluzione della famiglia fondata
sul patto d’amore. Un amore che spesso vive nelle coppie di fatto e
non in quelle di patto. La famiglia e il matrimonio non sono mummie
cristallizzate. Amore, famiglia, patto, fatto, matrimonio,
convivenza: quante cose ci sono sotto il cielo del welfare.
1° luglio 2006 I pacifisti si fanno la guerra
sull’Afghanistan
Più che «folcklore» - come disse
indimenticato Romano Prodi - stavolta si tratta di «furore». Divampa
ancora una volta la guerra tutta comunista fra Rifondazione e Pdci e
si infiamma, ovviamente, sul tasto dolentissimo della missione
afghana.
Tutto parte da una appassionata riunione romana, quella del partito
di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo. Malgrado il caldo e i Mondiali,
con l’unica eccezione di Armando Cossutta - malinconicamente assente
dopo le dimissioni dalla presidenza - i comunisti italiani avevano
riunito il vertice. Tutti compatti dietro il segretario, grandi
approvazioni, nella sala del Centro Congressi Cavour, per la linea
«dura» scelta dal leader, da Marco Rizzo e dalla capogruppo al
Senato Manuela Palermi e dall’ex sottosegretario Jacopo Venier
giovane emergente del nuovo gruppo dirigente. A metà mattina la
Palermi, (che è anche direttora di Rinascita) esce dalla riunione a
porte chiuse e si abbandona ad un sospiro eloquente: «Punto primo,
il decreto, così com’è non va. Punto secondo, i compagni sono
d’accordo al 100%. Morale della favola: Prodi ci deve dare qualcosa,
così non si va da nessuna parte».
Ovvero il Pdci non si accontenta. All’ora di Pranzo esce anche
Diliberto. Sorriso dei suoi, conferenza stampa gagliarda per
piantare i paletti che condizionano il sostegno del suo partito: «Io
non mi metto a fare giochini, e questo è il mio governo, Però...
Però «il Pdci non regala consensi a scatola vuota». Subito dopo il
segretario svuota il suo cahier de doleances. I voti centristi? Non
ne vuole nemmeno sentir parlare: «Se quelli vogliono darli lo stesso
sono cavoli loro. Ma Prodi non solo non li deve accettare. Li deve
esplicitamente rifiutare!». Per via del vostro ultimatum? (Sorriso
western): «Per il suo stesso bene». Diliberto continua: «Siamo a
metà dei lavori, ma credo di poter dire tranquillamente che c’è
quasi totale unanimità. Per noi la missione afghana è una missione
di guerra». Inutile chiedergli se si riferisca alla missione Aisaf o
allo spezzone italiano di Enduring freedom. (Altro sorriso): «Mi
riferisco a entrambe». E non solo a quelle: «Posso dire che trovo...
“gigantesco“ e incredibilmente sottovalutato quel che accade in
queste ore in Palestina? Come definiscono, questo governo e la Nato
uno stato che invade un altro stato arrestando mezzo governo?».
Dopo la grande offensiva, arriva l’affondo più delicato, quello su
Rifondazione e le altre formazioni della sinistra radicale,
volutamente non citate, ma chiaramente riconoscibili: «Mi risulta
bizzarro che forze politiche che per otto volte hanno votato contro
la missione in Afghanistan, ora la votino e si spingano a dire che è
una missione di pace».Il punto è fin troppo delicato perchè non
arrivi una replica, Diliberto lo sa benissimo, e per quanto stemperi
i toni («Ci sono anche altre forze, per la verità...»), la reazione
è immediata. Se ne incarica Giovanni Russo Spena, capogruppo del
partito bertinottiano a palazzo Madama, nonchè regista dell’accordo.
A lui la stoccata di Diliberto proprio non va giù: «Quando si dice
stupito per il voto del Prc e dei Verdi a favore della missione dopo
otto voti contrari, l’onorevole Diliberto - sottolinea Russo Spena -
finge di ignorare quel che sa benissimo e di non capire quel che
capisce perfettamente. Il Prc non si è schierato a favore della
missione in Afghanistan. Al contrario - spiega l’esponente di
Rifondazione - ha impedito che si realizzasse quel più massiccio
coinvolgimento dell’Italia nella missione richiesto fino all’ultimo
minuto dal comando Nato». Ovviamente anche l’ex segretario di
Democrazia Proletaria si toglie un sassolino dalla scarpa nei
confronti di Diliberto: «Fingere di non vedere i passi avanti
compiuti in tempi molto brevi e assumere posizioni che minacciano di
azzerare tutti i progressi fatti rivela solo un cinismo politico
tanto estremo quanto di piccolo cabotaggio».
In meno di mezz’ora le agenzie si incendiano di dichiarazioni
infuocate: «Russo Spena attacca per nascondere le contraddizioni di
Rifondazione», osserva Venier. E attacca ancora il responsabile
dell’organizzazione Severino Galante: «Capisco la disperazione di
Russo Spena: dopo aver affossato un governo di centrosinistra
(Prodi) per strappare le 35 ore e dopo aver calunniato i Comunisti
italiani come guerrafondai perchè stavano nel governo D’Alema che
partecipò alla guerra contro la Serbia, ora gli tocca sostenere il
governo Prodi e approvare la politica militare di D’Alema
sull’Afghanistan». Non meno duro lo scambio di accuse fra il
ministro Antonio Di Pietro e uno degli «otto» senatori della
sinistra radicale che rifiutano il compromesso, Claudio Grassi: «Il
loro è infantilismo politico»,dice il primo. «Cominci con far
dimettere il suo senatore De Gregorio, eletto alla testa della
commissione Difesa con i voti del centrodestra»; ha ribattuto il
secondo. Comunque vada, qualcuno resterà «ferito» in mezzo al campo
dell’Unione.
2 luglio 2006 Udeur contro Bersani: scelte populiste
Claudio Togna, notaio, responsabile dell’Udeur
per il settore delle professioni e consulente del ministro della
Giustizia Mastella per la riforma degli ordini professionali, quando
avete saputo del decreto Bersani?
«Venerdì mattina al Consiglio dei ministri. Anche Mastella è stato
tenuto all’oscuro fino alla fine».
Ma come, il ministro responsabile...
«Prodi e Bersani dicono che temevano fughe di notizie. Dal
Guardasigilli!».
E lei, consulente su questo tema?
«Evidentemente non ho fatto bene il mio lavoro. Se questi sono i
risultati...».
Il suo lavoro è solo all’inizio.
«Al ministero avevamo stabilito un calendario di consultazioni con
gli ordini professionali. Ora che c’è un decreto con che credibilità
li convochiamo?».
Che ne pensa del provvedimento?
«Sono rimasto sconcertato. Inaccettabile questa smania di
intervenire sulle professioni con un blitz. Addirittura un decreto
legge: e che urgenza c’era? Mica stavamo scappando».
Per tutelare i cittadini consumatori...
«... si considerano due milioni di lavoratori - cioè i
professionisti - selvaggina da cacciare. L’avesse fatto Berlusconi
con i lavoratori dipendenti, avremmo i sindacati in piazza tutti i
giorni».
L’eliminazione della tariffa minima dovrebbe abbassare i costi.
«E chi lo dice? Nessuno studio o esperienza straniera. Di certo
abbasserà la qualità dei servizi. È un modo per solleticare
populismo e invidia sociale». I mercati con più concorrenza sono più
favorevoli per i consumatori.
«Ma queste sono le idee ultraliberiste del professor Giavazzi, della
Rosa nel Pugno, la mitologia americana del mercato selvaggio... e
gli interessi di Confindustria».
Interessi degli industriali? E quali?
«Mettere le mani sulle professioni, trasformandoci in loro
dipendenti. Se fanno nelle professioni quello che hanno fatto con il
risparmio, stiamo freschi».
Almeno non si andrà più dal notaio per vendere un auto usata.
«Battaglia di retroguardia. Si baratta la certezza giuridica per 8
euro che vanno al notaio. Il resto sono imposte».
Non crede che nelle professioni ci siano sedimentazioni corporative?
«Ma noi notai siamo i più avanzati d’Europa! E il numero degli
avvocati è elevatissimo, altro che mercato chiuso. E poi voglio
capire: se il figlio di un professionista studia e supera un
concorso è nepotismo, se la figlia di un industriale entra in un Cda
o in Parlamento no?».
I notai adesso fanno le vittime? «Ci sentivamo classe dirigente. Ora
ci trattano come parassiti».
3 luglio 2006 Nell’Unione scoppia il caso Mastella
«Avanti così e usciamo dal governo»
Il «padre» del decreto liberalizzazioni,
Pierluigi Bersani promette che non ci saranno passi indietro, pur
«discutendo con tutti» e convocando per oggi un tavolo con i
rappresentanti dei tassisti. Il premier Romano Prodi condanna le
«reazioni insensate» delle corporazioni toccate che protestano e
proclamano scioperi selvaggi. Ma intanto nella maggioranza scoppia
la grana Udeur: se si va avanti così, avverte, «potremmo decidere di
limitarci a dare un appoggio esterno al governo». «Non ci possono
essere continue espropriazioni di titolarità che mi toccano una
volta con un ministro, una volta con un altro», insorge Clemente
Mastella. Il ministro della Giustizia si è assai irritato ieri
mattina leggendo i giornali. In particolare quel titolo di prima
pagina sul Corriere della Sera: «Bersani: ora cambiamo le
professioni». Quella è materia del mio dicastero, è insorto il
Guardasigilli: «È una mia competenza e se altri la pensano
diversamente si accomodino, possono prendere il mio posto». Perché
«un conto è toccare economicamente le competenze, come è capitato in
questo caso con le professioni, altro conto è annunciare in maniera
non sobria che si sovvertono le linee». Con Bersani il chiarimento è
stato immediato: il ministro dello Sviluppo economico ha subito
chiamato Mastella per rassicurarlo: «Clemente, non ho mai inteso
scavalcarti: la competenza sugli ordini è tua». Ma il problema di
Mastella non è certo il rapporto con Bersani, anzi tra i due c’è un
feeling da politici di razza.
Alla vigilia del Consiglio dei ministri che ha varato il decreto
liberalizzazioni, i due hanno avuto un colloquio a quattr’occhi: «Ho
già gli avvocati sul piede di guerra sull’ordinamento giudiziario,
ora si scateneranno anche i notai...», ha sospirato il leader Udeur,
«ma visto che te ne occupi tu, e che di te mi fido, andiamo avanti».
E Bersani non si stanca di lodare il Guardasigilli: «Lui è uno
leale, e ha molto più senso di responsabilità di altri». Ieri
Mastella ha riunito l’ufficio politico del suo partito per esprimere
il «disagio» dei centristi, che avvertono Prodi: «non possiamo
essere gli unici che danno quotidianamente prova di lealtà al
governo, mentre altri pensano solo al proprio orticello». Mastella è
inferocito per i tagli al suo dicastero, ce l’ha con Di Pietro, reo
di continui «sconfinamenti» sulla giustizia, e con la sinistra
radical dell’Unione, che detta condizioni sull’Afghanistan («Noi non
ci staremo», avvertono i mastelliani) e mette a rischio la
maggioranza. «Troppi distinguo in libertà di alcuni alleati, in
politica estera, bioetica e riforma delle professioni», protesta l’Udeur.
Intanto fuori dal Palazzo montano le proteste contro il decreto
Bersani, ma Prodi per il momento tiene il punto: «Sono reazioni che,
se pure comprensibili, non hanno un gran senso: spero che rientrino
al più presto», dice. E assicura: non c’è alcun intento «punitivo»,
ma solo il tentativo di togliere al Paese «qualche chilo di grasso,
per farlo ripartire». Il governo non ha voluto colpire nessuno, «tantomeno
categorie non vicine», aggiunge il premier. E presto, annuncia
Bersani, la lente si concentrerà su altri settori che «hanno
sfruttato il passaggio all’euro per ricaricare i costi: immobiliare,
energia, comunicazioni, banche, assicurazioni». Nessun arretramento,
insomma, anche se il ministro ha chiaro che il passaggio
parlamentare sarà «cruciale», visti i riflessi corporativi che
covano tra le centinaia di «professionisti» deputati e senatori. «La
nostra stella polare - promette - resta quella della difesa dei
consumatori. E mi pare che nell’opinione pubblica ci sia una
larghissima condivisione» per un’azione che vuole «aumentare la
competitività, ridurre i costi e aprire un po’ di porte ai giovani».
Peccato che a sera una nota stonata arrivi da un big dell’Ulivo come
il sindaco Veltroni, che invoca la «concertazione» e rassicura i
taxisti romani: «Facciano affidamento sul fatto che da parte del
Comune di Roma ci sarà sempre massima attenzione alle loro ragioni».
4 luglio 2006 Il governo tassa anche i malati
«Ticket ospedaliero per i ricchi»
«Non mi scandalizza che i redditi alti
possano compartecipare al costo di una degenza ospedaliera per gli
aspetti puramente alberghieri, come l’alloggio o il vitto». Il
ministro della Salute, Livia Turco, in un’intervista pubblicata dal
Sole 24 Ore ha rilanciato la proposta di istituire un ticket sulle
degenze per le fasce di reddito più elevato. Il termine utilizzato è
«compartecipazione», ma la sostanza resta sempre la stessa, ossia un
nuovo balzello per garantire i medesimi livelli di assistenza
sanitaria. Si tratta di una materia che la riforma del titolo V
della Costituzione approvata dal centrosinistra nel 2001 ha affidato
alla competenza delle Regioni. Ma considerata la stessa matrice
politica del governo e della maggioranza degli enti locali, il gioco
di sponda per tappare i buchi di gestioni dissennate è quantomai
opportuno. Il ministro Turco ha precisato che la sua proposta fa
parte di una più ampia «battaglia per l’universalismo e l’equità»
che consiste nell’avere «un Servizio sanitario nazionale e servizi
sociali di qualità per tutti». Equità per l’esponente della Quercia
significa «compartecipazione al costo dei servizi» e, quindi, il
ticket per i degenti ad alto reddito «non è un tabù».
Per questo motivo si sta inoltre pensando ad un’ampia applicazione
del ticket «anti-sprechi» che mira a colpire le negligenze dei
cittadini riguardanti, ad esempio, le prescrizioni mediche non
utilizzate e gli esami non ritirati. «Non dovrà più accadere», ha
tuonato Turco che sta immaginando un «New deal» di rooseveltiana
memoria in ambito sanitario. L’obiettivo, ha sottolineato, è
«generare fiducia nelle tante energie che credono nella difesa della
salute dei cittadini». E anche sulla liberalizzazione della vendita
dei farmaci il ministro ha rivisto le sue posizioni personali
affermando che si tratta di «misure di portata storica» e che per le
farmacie c’è la «volontà di costruire un’alleanza per valorizzarle».
Il mix di solidarismo ulivista, lotta agli sprechi e penalizzazione
dei redditi più elevati non poteva lasciare indifferente la Casa
delle Libertà.
«Non mi sembra una grande trovata perché in questo modo si
invogliano le persone ad avvalersi delle case di cura private», ha
dichiarato l’ex ministro della Salute, Francesco Storace.
Ma è Forza Italia a ribadire la possibilità di seguire percorsi
alternativi nella gestione della sanità pubblica. «Invece di
amministrare bene o di affidarsi a buoni amministratori - spiega al
Giornale il senatore azzurro Antonio Tomassini, componente della
commissione Sanità di Palazzo Madama - il centrosinistra preferisce
ancora una volta mettere le mani nelle tasche degli italiani per
garantire gli stessi livelli di assistenza». Il ticket degenza,
secondo Tomassini, non sembra avere quelle caratteristiche di equità
invocate da Turco. Anzi si potrebbe configurare anche in questo caso
la fattispecie della vendetta elettorale. «I cittadini - spiega il
senatore - già contribuiscono per un terzo alla spesa sanitaria
nazionale e tre milioni di persone usufruiscono delle mutue
integrative. Quindi considerato che i più ricchi già decidono di
curarsi come e dove vogliono, il più colpito potrebbe essere il ceto
medio, soprattutto se si pensa che il ticket non è destinato a cure
migliori ma ad arraffare soldi alle categorie che sono considerate
ostili». La soluzione, secondo Tomassini, c’è già. «In Lombardia e
in Veneto - conclude - le cure urgenti e indispensabili sono
garantite a tutti, mentre sull’opzionale è giusto che si paghi. Se
cinque Regioni su venti hanno sforato i tetti di spesa, si può
pensare a poteri sostitutivi per l’amministrazione centrale perché
se il deficit farmaceutico è prodotto per il 40% dalla Campania, è
lì che bisogna intervenire».
5 luglio 2006 TV. Melandri, velina dei mondiali
Ormai il ministro Melandri dorme a "casa
Italia", vive a strettissimo contatto con gli inviati della Rai che
seguono i mondiali, viene intervistata ogni tre per due. Ieri ha
goduto del microfono perfino durante l’intervallo fra il primo e il
secondo tempo della semifinale mondiale fra Italia e Germania.
Ovviamente, i giornalisti Rai non hanno esitato a mostrare tutta la
loro disponibilità e cedevolezza.
Così come numerose sono state le inquadrature per Prodi seduto in
tribuna d’onore a fianco della Merkel. Tutto questo senza che
nessuno del centrodestra abbia avuto alcun che da dire.
E’ davvero singolare che proprio qualche giorno fa ci fu una dura
polemica provocata da alcuni esponenti dell’Ulivo per
un’inquadratura fatta ad Ignazio La Russa nel corso della partita
Italia-Repubblica Ceca.
Potrebbe sembrare vittimismo, ma bisognerebbe chiedersi cosa sarebbe
avvenuto se questo presenzialismo esasperato avesse riguardato
Berlusconi o qualche suo ministro.
Lasciar passare anche questo significa considerare normale, lecito,
doveroso ciò che per l’Unione rappresentava un’occupazione
televisiva quando era al governo il centrodestra e le telecamere
inquadravano ministri e sottosegretari della CdL.
6 luglio 2006 Polverone sui conti Anas, Di Pietro
smentito dai fatti
Sui conti dell’Anas il governo e i fatti
smentiscono il ministro Antonio Di Pietro. Che «ha calpestato
l’impegno di tutti coloro che in questi anni hanno cercato di
ammodernare una delle principali aziende del Paese». Questa in
sintesi la denuncia del senatore Angelo Maria Cicolani, responsabile
di Forza Italia per i trasporti, che critica duramente il ministro
delle Infrastrutture per avere sollevato nei giorni scorsi «un
polverone che ha provocato le dimissioni dell’intero cda dell’Anas»
con le sue dichiarazioni sul buco da 3, 5 miliardi nel bilancio
dell’azienda che gestisce strade e autostrade. «È già emerso - si
legge nella nota diffusa ieri da Cicolani - che Di Pietro aveva
assunto le sue informazioni da tutti meno che da coloro che sono
deputati a dargliele come Ragioneria generale dello Stato, Corte dei
conti, Collegio sindacale dell’Anas eccetera». A parte questo,
continua Cicolani «l’ultimo rendiconto del cda dell’Anas fornisce
dati esaurienti sulle falsità del ministro» e «nella manovra il
governo ha sistemato la situazione finanziaria dell’Anas con un solo
miliardo» «spesa per la quale il precedente governo si era impegnato
a garantire con un provvedimento del tutto ordinario.
7 luglio 2006 «Questo è il governo delle tasse»
I dubbi di Giulio Tremonti: «Forse nemmeno
i ministri sanno bene che cosa hanno approvato». Le certezze di
Giuseppe Vegas, ex viceministro dell’Economia: «Le cifre del Dpef
dimostrano che questo è il governo delle tasse». Il sarcasmo di
Lucio Malan, senatore di Forza Italia: «Prodi nuoce gravemente
all’Italia. Dovrebbero mettergli un bollino addosso, come per le
sigarette. Prima con il decreto Bersani-Visco, poi con il documento
di programmazione economica vengono assestati colpi micidiali al
tessuto produttivo del Paese». Nel centrodestra, gli interventi
annunciati da Tommaso Padoa-Schioppa incontrano soltanto reazioni
negative. Il più conciliante sembra Michele Vietti, responsabile
economico dell’Udc, che lascia il beneficio del dubbio: «Un giudizio
completo sarà possibile solo dopo un esame dettagliato. Le
anticipazioni però lasciano perplessi sull’equilibrio tra tagli e
investimenti. Peraltro si è già scatenata la ridda di distinguo nel
centrosinistra. Prima di convincere noi sulla bontà della manovra,
il ministro dovrebbe convincere i suoi alleati». E Luca Volontè,
dopo la mancata firma di Ferrero, chiede che il Professore «venga in
Parlamento a dirci se ha ancora la maggioranza».
Secondo Vegas «nel governo non c’è una maggioranza in grado di
rivedere seriamente la spesa sociale e quindi, come al solito, si
mascherano per tagli veri e propri aumenti di imposte». Lo
dimostrano, spiega, alcuni dati: «Il Dpef prevede una manovra di 35
miliardi, con una stretta alla sanità, agli enti locali, eccetera.
Ma il decreto Visco prevede maggiori entrate di 3, 8 miliardi e
minori spese per 0,9, il che significa un rapporto quattro a uno a
favore degli inasprimenti fiscali. Se questa ripartizione venisse
applicata anche nella Finanziaria, ne conseguirebbero maggiori
imposte per 28 miliardi e minori spese per sette».
Per Maurizio Sacconi «dietro le buone intenzioni del ministro, che
ha la mano molto dolce con il pubblico impiego per non offendere la
sensibilità sindacale, emerge l’idea di un fisco da Stato di
polizia, come se, scontata l’incapacità di stimolare la crescita, si
volesse scaricare la responsabilità sulle categorie». Per Renato
Brunetta «si tratta di una manovra sul nulla: che si dovesse fare un
intervento di tre punti del Pil lo sapevano anche i sassi, però
Padoa-Schioppa dovrebbe dirci dove taglierà due punti di spesa
sociale». Per Roberto Calderoli, «se il buongiorno si vede dal
mattino, qui è notte fonda». «Il governo - sostiene il coordinatore
della Lega - vuole mettere le mani in tasca ai cittadini e incidere
proprio su quelli che dovrebbero essere i punti fermi della nostra
vita, la sanità, la pensione, i servizi dei comuni».
Un mix di tasse e tagli che non piace nemmeno ad An. Dice Maurizio
Gasparri: «L’esecutivo fa macelleria sociale, riducendo gli
stanziamenti per la sanità e intaccando i trattamenti previdenziali.
Prodi e compagni sono al servizio delle grandi lobby e si schierano
contro il popolo, colpendo ogni genere di categoria». Afferma Altero
Matteoli: «Realizzare una manovra da 35 miliardi di euro solo con i
tagli è irrealistico e ingannevole. Dietro il Dpef si nasconde
infatti un aumento delle tasse.
La sinistra non si smentisce, affronta i problemi nella maniera più
semplice, chiedendo sacrifici alle famiglie. E poi, nel suo
programma l’Unione non aveva forse promesso di non toccare lo Stato
sociale?». Incalza Gianni Alemanno: «Si tratta di un documento
fortemente orientato sul versante dell’aumento della pressione
fiscale che ha forti difficoltà a innescare lo sviluppo».
8 luglio 2006 Lo «sgarbo» del premier spacca la
sinistra
«Tutelare con ogni sforzo l’istituto
familiare, cellula fondamentale della società». Lo ha ricordato ieri
Papa Benedetto XVI in un telegramma inviato al presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano che gli risponde mentre Ratzinger è
ancora in volo per la Spagna, destinazione Valencia, dov’è prevista
la messa di chiusura del quinto Congresso internazionale delle
famiglie. «I frequenti e ispirati interventi di sua Santità per
sottolineare l’indispensabile contributo della famiglia alla
trasmissione dei valori di dignità umana, di pace e solidarietà -
scrive il presidente - trovano profonda risonanza nel mio animo e
richiamano a un impegno di rafforzamento della coesione sociale e
morale anche in Italia».
Ma se Benedetto XVI e il Presidente sembrano trovarsi d’accordo sui
valori fondamentali, al contrario la scelta del premier Zapatero di
non partecipare alla messa, oltre a non aiutare i già difficili
rapporti tra esecutivo e Chiesa spagnola, rinfocola la polemica
anche in Italia. Una decisione che peraltro non sembra cogliere di
sorpresa molta parte della della politica italiana: «Un atto di
coerenza morale e onestà politica», la definisce l’ex senatore a
vita Cossiga. «Infantilismo politico» commenta invece Sandro Bondi
di Fi. «Il primo ministro che non si genuflette mi pare vada molto
bene», dice Capezzone, segretario dei Radicali italiani. E se Rizzo,
Pdci, si richiama a Cavour al grido di «Libera chiesa in libero
Stato» e Vladimir Luxuria afferma «mi piace la coerenza e il
coraggio di non sentirsi ostaggio del Papa», Udeur e Udc non
risparmiano le critiche al premier spagnolo: «Zapatero si comporta
peggio di Ortega, Jaruselsky e Castro: fugge via davanti al Papa.
Bell’esempio per il compagno Rizzo!», esclama per l’Udc un deciso
Luca Volontè mentre per Mauro Fabris «si tratta di un esempio da non
imitare».
E mentre il Papa ancora a bordo dell’aereo consacra «l’uomo e la
donna ordinati per dare futuro all’umanità» e chiosa sulla necessità
di aiuto e rispetto della persona, il diessino e presidente onorario
Arcigay Franco Grillini se la prende con quella che definisce «la
riunione a Valencia di un’internazionale dell’odio e della
discriminazione come mai avevamo visto negli ultimi decenni». Ben
diverso e dagli effetti distensivi il messaggio che da ministro
delle Politiche per la Famiglia, rivolge a Papa Ratzinger Rosy Bindi
che si dichiara invece pronta a lavorare per «la centralità della
famiglia nelle politiche di sviluppo e crescita del Paese».
Una differenza sottolineata dal portavoce di An, Andrea Ronchi: «Il
governo di centrosinistra ogni giorno che passa assomiglia sempre
più a una vera e propria Torre di Babele. Sono divisi su tutto. Come
possono per esempio conciliarsi le posizioni del ministro Bindi da
un lato e quelle di Grillini e Capezzone dall’altro, che anche in
queste ore osannano l’anticlericalismo di un capo di governo come
Zapatero? E che cosa pensano i cattolici del centrosinistra delle
dichiarazioni offensive e anticlericali, con frasi del tipo
“internazionale dell’odio e della discriminazione” riferite al
raduno cattolico di Valencia? Interrogativi - conclude Ronchi - che
rimarranno puntualmente senza risposte».
E alle condanne del «malcostume politico» si aggiunge anche la voce
del capogruppo di Fi al Senato, Renato Schifani. Per lui si tratta
del consueto vergognoso attacco della sinistra radicale alla figura
del Santo Padre, alla Chiesa cattolica e ai valori che incarna».
Gli fanno eco il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro
Bondi e Francesco Giro, responsabile nazionale dei rapporti con il
mondo cattolico. «La famiglia è un valore costituzionale verso il
quale non è possibile alcuna deroga né principio di legge», dicono i
due esponenti di Forza Italia mentre Roberto Calderoli, Lega Nord,
rilancia addirittura una proposta di modifica costituzionale.
«Specificare - spiega - che il matrimonio su cui si basa la famiglia
deve essere quello tra uomo e donna». Per l’Udc parla più da ex
presidente della Camera che da uomo di partito, Ferdinando Casini:
«Che la famiglia sia in crisi e che le parole del pontefice possano
sembrare ruvide e contrastino le difficoltà del momento, non fa che
accrescerne il valore».
9 luglio 2006 Soru costretto alla ritirata sulla
supertassa
Dice di non sentirsi sconfitto, ma per il
governatore sardo Renato Soru si tratta nei fatti di una retromarcia
sulla «tassa sul lusso». Lui stesso ammette di essere andato troppo
oltre per quanto riguarda le esenzioni agli emigranti e ai loro
famigliari. Nei prossimi giorni cercherà di modellare la legge ad
altri provvedimenti che hanno fatto distinzione tra residenti e non
residenti senza però incorrere in rischi di incostituzionalità. E
tenterà anche di ridefinire la compartecipazione sui redditi
prodotti sull’isola. Viene così incontro alle modifiche imposte da
Roma, per rendere meno marcata la differenziazione fiscale tra
residenti e turisti. Dopo settimane di polemiche cambia il balzello
che aveva suscitato le proteste delle associazioni dei consumatori,
degli imprenditori del turismo e dell’opposizione di centrodestra
nel consiglio regionale. Il provvedimento, in vigore da giugno,
stabilisce un surplus di imposte per i proprietari di case, aerei e
yacht, nel caso non siano residenti in Sardegna, e dovrebbe portare
nella casse dell’amministrazione isolana tra i 140 e i 150 milioni
di euro. Secondo la Regione la sovrattassa è basata «sul presupposto
dell’uso per fini privati dell’ambiente». Il governo però, dopo un
incontro avvenuto il 6 luglio, in cui sono stati convocati a Roma
sia Soru sia l’assessore al Bilancio Pigliaru, ha deciso di
impugnare di fronte alla Corte Costituzionale alcune parti del
testo. A essere considerata potenzialmente incostituzionale,
contraria quindi al principio di eguaglianza tra i cittadini,
sarebbe quella parte del dettato legislativo che concede esenzioni a
chiunque sia nato in Sardegna, anche se non ha un domicilio fiscale
sull’isola.
Data la delicatezza del tema Soru è stato accolto da una nutrita
rappresentanza governativa che ha garantito a Soru, nonostante il
ricorso, che sugli altri punti di contrasto tra Stato e regione si
arriverà entro breve all’accordo con l’abbattimento di oltre il 60
per cento del contenzioso relativo alle entrate regionali. Si è
pensato poi anche alla creazione di una commissione mista, che si
insedierà a Cagliari a partire dal 24 luglio e sarà coordinata dal
sottosegretario Enrico Letta. Dovrebbe portare alla formalizzazione
di una nuova intesa Stato-Regione. Dopo l’incontro di Roma, Soru ha
dichiarato: «Si procederà rapidamente. I nostri mutamenti dovrebbero
evitare la pronuncia della Corte Costituzionale e portare al ritiro
del ricorso governativo». Quel che è certo è che Mister Tiscali sarà
costretto a ritocchi pesanti.
Nel frattempo sono proseguite le critiche dell’opposizione: «Un
provvedimento molto arrogante la cui legge dovrà essere rivista
almeno in parte. Neppure Roma può sostenere un presidente che ha
fatto solo del populismo». Viene anche criticato l’atteggiamento di
Soru sulle altre questioni relative all’isola. Secondo il deputato
Giovanni Marras: «Soru è ritornato dal viaggio della speranza a mani
vuote. Nel Dpef approvato dal governo non c’è niente per la
Sardegna».
10 luglio 2006 Il governo Prodi riesce a speculare
anche sul campionato mondiale di calcio
E’ qui la festa? La sinistra al potere si è
impossessata anche del campionato mondiale di calcio. E, con l’aiuto
dei media, sembra quasi che la vittoria degli undici azzurri sia
merito dei 102 ministri e sottosegretari, più l’uomo del Colle.
Il presidente Napolitano, con la complicità di Rossi e l’invito di
Abete, dice che non poteva non esserci a Berlino e per far sì che ci
fosse anche chi era a Roma chiede a Prodi un augurio: "A Berlino sei
tutti noi!". Accontentato.
La Melandri per l’occasione si veste da ministro del calcio, gli
altri sport sono meno popolari, e sembra il disturbatore Paolini,
quello che impazza dietro le telecamere: non ha perso una partita e
neppure un microfono per una battuta. Esultando e obiettando come se
lei fosse il coach.
Prodi, presenti i giornalisti, festeggia in casa con il tricolore
italiano e lo champagne francese (noblesse obblige!) e fa il
parallelo tra la vittoria sofferta ma meritata degli azzurri con
quella meno certa e meno meritata dell’Unione. "Nessuno può
contestare questo risultato", dice a chi vuole intendere. E in un
affollato cortile di Palazzo Chigi, alla presenza di tutto
l’esecutivo che cerca di toccare la coppa con un rito quasi
scaramantico, il premier lancia due messaggi. Ringrazia la squadra
azzurra per aver saputo "unire" un paese che troppo spesso è
spaccato con un chiaro riferimento all’opposizione che, però, in
questo momento di festa non è stata coinvolta e inneggia al gioco di
squadra, alla compattezza che è alla base di una vittoria con un
occhio agli alleati più riottosi.
Prodi si sente un campione tra i campioni, ma anche se tenta di
indossare gli abiti di Buffon, fiero difensore della nostra porta,
lui per l’Italia rimane un pugno allo stomaco. Come la testata di
Zidane.
Rossi, commissario della Figc, alla domanda se non ritenga più
opportuno che il calcio sia governato da tecnici e non da politici,
risponde appellandosi alla indipendenza delle persone, tecnico o
politico. Come i magistrati. E come i togati mostra di non voler
mollare l’osso.
Una considerazione: a parti invertite, se tutto questo can can
mediatico l’avesse fatto Berlusconi e il centrodestra, la sinistra
avrebbe rimproverato il governo di fannulloneria rispetto ai
problemi più gravi del Paese e avrebbe accusato l’esecutivo di
"invasione di campo" e di "intervento a gamba tesa".
Per non dire dell’utilizzo delle Frecce tricolori, con grande pace
della Menapace e del rigore sulle spese di Tps.
Una consolazione e un’amarezza: all’urlo unanime delle piazze "Forza
Italia", avere la conferma che l’Italia degli azzurri è campione del
mondo, ma che l’Italia della politica è nel pallone più totale.
11 luglio 2006 D'Alema minaccia le dimissioni sul
rifinanziamento
della missione in Afghanistan
Alla vigilia del dibattito sul
rifinanziamento delle missioni internazionali di pace, il ministro
degli esteri ha battuto un colpo. D’Alema sembra rendersi conto che,
accettando il ruolo prestigioso di ministro degli esteri, si è messo
personalmente in una posizione difficile. La politica estera è
infatti il terreno sul quale la maggioranza di governo è più divisa,
e questo indipendentemente dalle missioni internazionali nelle quali
l’Italia è impegnata. Questa situazione è destinata a prolungarsi
indefinitamente e D’Alema lo sa. E capisce quindi che anche il suo
ruolo politico è messo a dura prova, e di conseguenza anche la sua
credibilità nei confronti dei partner stranieri.
Per questo ha voluto pubblicamente lanciare un allarme e chiarire
che anche il suo ruolo è in discussione se continuano le
fibrillazioni della maggioranza sulla politica estera.
D’Alema invita a riflettere i "vari comparti della maggioranza" sul
rischio di mettere in difficoltà un governo sul piano
internazionale. Ma il suo affondo riguarda Prodi che, oltre a
chiedere disponibilità al dialogo - sostiene D’Alema - dovrebbe
anche avere "una certa fermezza nel rivendicare la coerenza con gli
impegni assunti davanti agli elettori".
La critica a Prodi è chiara: il suo compito non è quello di
assecondare le frange dell’estrema sinistra, ma anche quello di
richiamarle alla coerenza e alla responsabilità.
Non possiamo vivere pericolosamente, conclude D’Alema, abbiamo
bisogno di affrontare con serietà i problemi del Paese.
Come non essere d’accordo con lui?
13 luglio 2006 Nazioni Unite, un mito a targhe
alterne:
benvenute a Beirut, cacciate da Kabul
In Afghanistan è nata la sovranità
internazionale «a targhe alterne». Quando si parla dell’Afghanistan,
la sinistra radicale si fa ipercritica, pone mille dubbi, mille
questioni, ci spiega che l’Onu non è abbastanza forte, non è
abbastanza sicura, tende all’impotenza. Quando si parla di Israele,
invece, l’Onu improvvisamente cambia faccia, diventa l’unico arbitro
possibile, l’ultima speranza di pace, il mediatore a cui tutto il
mondo dovrebbe chiedere un intervento per rimettere le cose a posto.
Chi ieri si fosse divertito a scorrere le agenzie, nascondendo la
data, avrebbe avuto un’impressione di schizofrenia. Per Verdi, Pdci
e soprattutto Rifondazione la collisione fra le responsabilità del
governo e la drammaticità delle ultime crisi internazionali, ha
prodotto un effetto elettroshock, una sorta di tilt che ha una
mirabile rappresentazione nella proposta di Salvatore Cannavò, abile
leader della minoranza trotzkista del partito di Franco Giordano,
uno che ha la sensibilità giornalistica per le proposte ad effetto e
che solo una settimana fa diceva con una mirabile sintesi: «Le
fregate italiane di Enduring Freedom nel mare arabico? Dovrebbero
andare a pattugliare le coste di Israele pronte a intervenire per
fermare il governo di Olmert».
E anche Oliviero Diliberto, che pure in queste ore sta conquistando
la ribalta mediatica per la sua opposizione all’intervento in
Afghanistan, ieri diceva: «Io la guerra in Libano l’ho vista con i
miei occhi, bisogna dire sì all’Onu perché assuma il ruolo di forza
di interposizione di pace». Sempre Diliberto, però, due giorni fa,
stigmatizzava il viaggio del segretario generale dell’Onu in Italia,
per perorare la causa della missione afghana: «Non sono d’accordo
con Kofi Annan, non doveva dire quel che ha detto». E non è certo
un’eccezione, quella del leader del Pdci, perché anche Giovanni
Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, sempre due giorni
fa, sospirava: «Annan sbaglia, le operazioni militari non aiutano la
stabilità». Bene, ieri una parlamentare di Rifondazione esperta di
questioni internazionali come Elettra Deiana, vicepresidente della
commissione Difesa, sosteneva: «L’Onu assuma la responsabilità della
crisi, occorre ora più che mai una forza politica super partes».
Mentre basterebbe citare la senatrice di Rifondazione Lidia Menapace,
che quando invece parlava di Afghanistan spiegava: «Il dubbio che ho
su quella missione è proprio nelle modalità in cui l’Onu è
intervenuta dopo l’intervento americano». Ed era lo stesso dubbio
del segretario Giordano, che non vedeva chiarezza nella staffetta
tra americani e Onu in Afghanistan, ma che ieri non solo chiedeva un
intervento dell’Onu, ma anche dell’Italia: «La situazione sta
diventando esplosiva, serve un intervento dell’Onu ed è possibile
una partecipazione italiana».
Insomma, c’è un’Onu buona e un’Onu cattiva, una imbelle e una che
funziona. Ed è curioso che questa richiesta di intervento arrivi
dalla sinistra che insorse furibonda contro il generale Morillon e i
suoi caschi blu, che come è noto vennero definiti «imbelli», per
avere abbandonato la difesa delle città nella ex Jugoslavia.
Se c’è stata una critica lucida, feroce e costante
all’organizzazione di Kofi Annan, piuttosto, era nata nella «destra»
neocon, tra i «falchi» americani. A non pagare le quote di sostegno
all’Onu era l’America «buona» di Bill Clinton, che ritirò il suo
famoso 25 per cento di finanziamento.
Come si vede, dunque, la realtà è complessa e le contraddizioni
della sinistra radicale, che fino a ieri aveva esercitato
liberamente il suo diritto di critica, sono dovute al fatto che la
camicia di forza delle maggioranze parlamentari adesso chiede voti
di responsabilità, impegni per garantire la fiducia al governo Prodi
e quindi necessità di alibi esterni. E quindi, presa da questa
schizofrenia della sinistra ulivista, non si rende conto che i
motivi di questo gradimento «a targhe alterne» sono dovuti al fatto
che anche l’Onu è «schizofrenica», soprattutto nei confronti di
Israele. Israele è l’unico Stato che nacque per una risoluzione
dell’Onu (1947), è l’unico Stato che non ha avuto e non avrà mai un
rappresentante nel Consiglio di sicurezza, è l’unico Stato che ha
risvegliato una condanna «democratica» (10 novembre 1975) dell’Onu
quando il dittatore ugandese Idi Amin riuscì a far passare una
risoluzione in cui si equiparava il sionismo al razzismo. Così,
finito il tempo delle angelicazioni e delle demonizzazioni, forse
Diliberto, Fausto e Alfonso dovranno rassegnarsi all’idea che serve
quello che Franco Battiato definiva un «centro di gravità
permanente»: decidere, cioè, che l’Onu non è buona o cattiva solo
quando dice quello che fa comodo a loro.
14 luglio 2006 Autogol di Visco che deve rimagiarsi
il provvedimento
sugli immobili
Visco, un’altra figuraccia
Una figuraccia planetaria, una marcia indietro dai risvolti comici:
il governo annuncia di voler apportare modifiche al provvedimento
che corregge il regime di imposizione Iva sugli immobili, contenuto
nel decreto Bersani. Costruito per far incassare all’Erario 450
milioni di euro, si è scoperto che sarebbe costato a società
immobiliari, imprenditori e cittadini la bellezza di 30 miliardi.
Che dire di un (vice)ministro dell’Economia che sbaglia i conti in
rapporto di uno a cento o giù di lì? Che dire dell’apprendista
stregone Visco, principe di questo autogol fiscale?
Basterebbe ricordare che non è il primo. Che proprio ieri il Tar ha
condannato l’Erario a restituire a Telecom la bellezza di 500
milioni di euro, giudicando illegittimo un suo provvedimento del
2000 che "tosava" le società telefoniche (che, in tutto,
riscuoteranno dal Fisco un credito di quasi un miliardo).
Ma questa vicenda le batte tutte. Perché il provvedimento ha nel
frattempo provocato il crollo delle azioni delle società immobiliari
in Borsa, ha penalizzato decine di migliaia di risparmiatori (1,5
miliardi), ha assestato un colpo letale, sui mercati internazionali,
al Paese: basti pensare a tutti quei fondi e quegli investitori
esteri che hanno "scoperto" che in Italia è possibile calpestare le
regole date, introducendo il principio della retroattività. Nessuna
certezza del diritto. Perché mai investire laddove è considerato
legittimo stravolgere i bilanci di società quotate in Borsa,
semplicemente cambiando le regole in corsa?
Non è stata una coalizione di lobbies a spingere Visco a una
precipitosa quanto indecorosa ritirata. Il comunicato con il quale,
ieri sera, il viceministro ha annunciato "modifiche", trasuda un
grande imbarazzo. Perfino Legacoop ha segnalato come "la
retroattività della misura determina effetti dannosi e ingiusti".
C’è una voce maligna che circola: l’ossatura di quel provvedimento
sarebbe stata costruita dal centro studi di Confindustria, per
"punire" i cosiddetti "furbetti del quartierino". Ci avrebbe pensato
Visco a gettare il cuore oltre l’ostacolo, allargandone la sfera di
applicazione fino a confezionare l’indecorosa "frittata".
Dunque, seconda marcia indietro dopo quella sui tassisti (Bersani:"Ci
basta che aumentino le licenze"). E chissà che non ne arrivino
altre. Fu Visco a introdurre una tassazione marginale sulle stock
options. E’ Visco oggi a cavalcare il passaggio dell’aliquota al
43%. Non conosce mediazioni la furia giacobina del viceministro, che
invece di colpire solo gli abusi ora disconosce del tutto lo scopo
sociale di quel provvedimento: far partecipare i manager al capitale
e alla creazione di ricchezza delle imprese. Altro provvedimento con
valenza retroattiva.
Lo informiamo che alla vigilia del decreto, con singolare
tempestività, l’industriale Diego della Valle ha provveduto a
convertire le sue corpose stock options (decine di milioni di euro),
usufruendo del vecchio regime fiscale al 12,5%. Non preoccupano i
"furbetti" in galera, ma i furboni in libertà.
15 luglio 2006 E Rifondazione non controlla più i
suoi ribelli
Dalla platea di via dei Frentani arriva un
allarme rosso per Franco Giordano, Rifondazione e tutto il governo:
sulla linea attuale, il partito «non tiene». Al punto che in serata
il segretario commenta: «In quella assemblea colgo una soggettività
politica che non è tanto legata alla vicenda del decreto legge
quanto al rapporto con il governo». In realtà è stato provato di
tutto: appelli alla responsabilità, lusinghe, proclami fatalisti,
velate minacce. Ma i parlamentari ribelli non mollano, si
radicalizzano sempre di più e la base li segue. I «ribelli» hanno
scelto una sala di media grandezza, per evitare il flop. Ebbene,
c’erano 200 posti a sedere in platea pieni, gente nei corridoi, per
le scale, in galleria, e persino per strada: 500-600, forse. E
soprattutto, come osservava Claudio Grassi: «Più della metà gente
nostra». Non solo: moltissimi giovani, militanti Ds, persone non
legate alla correnti interne del partito di Bertinotti.
Ed è questo risultato, ovviamente, a galvanizzare i dissidenti di
Rifondazione, come lo stesso Grassi, sommerso di applausi quando ha
praticamente annunciato che se il testo resta così voterà no: «Credo
che esista una cosa molto semplice, in politica, che è la dignità:
dopo aver votato per otto volte no, non capisco per quale motivo
dovremmo adesso dire sì alla missione in Afghanistan. Perché siamo
al governo? Mi dispiace, non ci sto». E ancora: «D’Alema continua ad
insultarci, come se fossimo dei ragazzini irresponsabili. Ma chi si
si crede di essere? Noi non accettiamo più il principio per cui c’è
qualcuno che dà ordini, lui, e qualcuno che li prende, noi». Ancora
più netto sull’ipotesi di sanzioni disciplinari: «Scherziamo? Non
posso credere - sorride Grassi - che in Rifondazione ci sia chi può
sanzionare qualcun altro perché vota no alla guerra». E poi,
ironico: «Anche perché il presidente della commissione di garanzia,
Guido Cappelloni è della nostra componente. Il vice è della
sinistra, quindi...».
Già, Cannavò: è uno dei vincitori. I leader della sinistra di
Rifondazione hanno tirato le fila dell’assemblea senza strafare,
facendo lievitare la pluralità delle voci. Un successo: una
strategia che erode il consenso dei «governisti» e dei «bertinottiani»
senza strappi, per salti progressivi. Cesare Salvi, con una
incredibile contorsione, ribadisce il suo dissenso, ma invoca la
«Fiducia», per essere «costretto» a votare sì al governo. Un
pensiero che, segretamente, è lo stesso dei dirigenti di
Rifondazione.
19 luglio 2006 Lacrime e dimissioni, Rifondazione nel
caos
Lacrime & stampelle. E imprecazioni, e
denti stretti, e dissociazioni, e rabbia, e voti in dissenso. Che
altro? Alla Camera è andato in onda uno psicodramma collettivo.
Rifondazione ha perso pezzi, convinzione, unità registrando fra le
sue file quattro voti contrari, una astensione politica e cinque
interventi di altrettanti «ribelli» che non si sono assoggettati
alla disciplina di partito. Al Senato hanno respinto le dimissioni
di Gigi Malabarba, un altro che voterà sicuramente no. Insomma, un
massacro: per tutta la giornata i deputati del gruppo si aggiravano
per il Transatlantico senza riuscire a nascondere una sofferenza
vera e devastante. Una pagina di passione autentica, certo, ma anche
un cortocircuito politico che può avere ripercussioni enormi sulla
coalizione e sul partito. Un travaglio che colpiva chi sceglieva di
votare no al decreto del governo sulla missione in Afghanistan,
ovviamente, ma anche e soprattutto chi sceglieva il sì, con mal di
pancia indicibili. Paolo Cacciari che lascia la tessere in Aula, di
prima mattina, e annuncia le dimissioni dal gruppo parlamentare è il
fulmine che apre la giornata, lo strappo che fa sussultare i vertici
del partito, il primo campanello di allarme.
Ma anche, per citare l’immagine che ti resta sul taccuino a fine
serata, la deputata di colore Mercedes Frias, una delle più
simpatiche della «legione straniera» di Rifondazione (è nata nella
Repubblica dominicana) che dopo un brutto infortunio si presenta a
votare in stampelle, per spirito di lealtà, e - subito dopo - quasi
se ne pente. Se vi foste affacciati in Transatlantico alle otto di
sera avreste potuto assistere a un colloquio quasi commovente,
quello in cui lei e la collega calabrese Donatella Mungo, sedute su
di un divanetto in disparte, si consolavano l’un l’altra, con le
lacrime agli occhi. Lacrime silenziose, trattenute con i denti. Per
che cosa? Per aver votato sì! È stata una giornata di paradossi
rovesciati, in cui chi violava la disciplina di partito sembrava
colto da catartica soddisfazione, e chi diceva sì alla missione si
portava appresso macigni di disagio indicibile. Sentite la Frias:
«Avevo deciso di votare sì, malgrado tutte le ragioni che avevo per
dire no, perché non mi andava di fare la bella animella. Non volevo,
cioè, trincerarmi dietro il fatto che sono un’indipendente e
lasciare che gli altri compagni portassero la croce da soli...».
Però.... «Però quando ho ascoltato l’intervento di Fassino sulla
crisi in Medio Oriente, ho sentito lo stomaco che mi si rivoltava,
ero incredula, mi sono indignata per quelle parole di
giustificazione totale per Israele e di sostanziale indifferenza per
le sofferenze dei civili in Palestina e Libano». Una pausa, un
respiro: «Mi son detta: ma come faccio io a votare insieme a questa
gente qua? Cosa c’entro io con questi? Che razza di sinistra
sarebbero? Stavolta ho detto sì, ma è l’ultima volta... Perchè
piuttosto che mandar giù questi rospi, lo giuro adesso, io fra sei
mesi faccio come Paolo, io piuttosto che ritrovarmi in questa
situazione mi dimetto».
Gli interventi in dissenso erano cinque. Uno, quello di Matilde
Provera, era un sì «a tempo», come una cambiale a stretto giro di
posta, girata al governo di Prodi senza fiducia: «Non sono convinta.
Dico sì. Ma solo per questa volta». E fra sei mesi, quando si dovrà
ritornare in Aula per il rinnovo è già pronta al no. Il no lo hanno
già detto ieri, invece, Salvatore Cannavò, Gian Luigi Pegolo e
Alberto Burgio (delle due minoranze antibertinottiane), e l’ex
disobbediente Francesco Caruso (su cui pure fino a ieri contava la
segreteria). E che invece spiegava: «Non capisco lo stupore. La mia
elezione la considero un servizio ai movimenti da cui provengo. Non
potevo votare sì».
Sì, hanno contato molto, in queste ore, le pressioni dei pacifisti.
L’altra immagine che ti resta nel taccuino è quella di Pegolo che
punta sulla buvette con il sorriso radioso di uno che si è appena
tolto un molare cariato: «Io con la mia coscienza sto a posto, loro
facciano quel che vogliono. Ci espelleranno? Sono curioso di capire
come lo spiegano alla base, tutti quelli che ho sentito sono
d’accordo con me. Non ho fatto altro che votare quello che il
partito ha votato per otto volte».
Già, i provvedimenti, le espulsioni. Franco Giordano per ora non ne
vuole minacciare. Esce con una nuvola sul volto, un borsone immenso
in mano, ma resta rispettoso di tutti, anche di Cacciari: «Un gesto
che mi stupisce, perché nessuno glielo chiedeva». È ancora più
corrucciato il capogruppo, Gennaro Migliore: «Cosa avrà da ridere
Cannavò? Questi cinque interventi, politicamente pianifiati contro
la maggioranza, hanno danneggiato il partito». Ma adesso indietro
non si torna: il segnale di ieri è che o al Senato si mette la
fiducia, o il governo va sotto.
20 luglio 2006 Bersani entra nel mirino degli alleati
No al carbone e agli inceneritori, nì ai
rigassificatori. Oltre ai tanti grattacapo arrivati insieme al
provvedimento sulle liberalizzazioni, sul ministro allo Sviluppo
Economico Pierluigi Bersani è piovuta la grana energia. Il ministro
dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio è tornato a chiarire la sua
posizione sulle centrali. Di quelle a carbone neanche a parlarne.
Anzi, le aperture fatte settimane fa dallo stesso Bersani vanno
respinte. Pensare agli inceneritori e alle centrali a carbone, ha
spiegato il leader dei Verdi, significa «non essere coerenti con il
protocollo di Kyoto», e questo - ha sottolineato Pecoraro Scanio -
«andrebbe spiegato anche a qualche mio collega ministro. Non è
positivo pensare al carbone che, capisco, è più economico, ma con
Kyoto non c’entra niente». A proposito del programma di governo, il
ministro ha ricordato che nell’ultimo Dpef è stata inserita una
frase dove, per la prima volta, si punta a ridurre la domanda di
energia. Il richiamo alle posizioni dell’Unione si fa un po’ più
sfumato sui rigassificatori. Cioè sugli impianti che sono in grado
di trasformare gas liquido e allevierebbero la dipendenza
dell’Italia dai gasdotti. Un loro potenziamento è previsto nel
programma di governo della sinistra, ma diverse regioni guidate
dalla stessa Unione si sono opposte alla loro costruzione. E il
ministro è con loro. «Prima sarebbe utile un piano energetico
nazionale, e poi i rigassificatori in giro per l’Italia», ha
spiegato sposando la strategia dei rinvii già adottata con successo
per Tav e ponte di Messina.
Le grane di Bersani sono comunque bipartisan. E se i bastoni tra le
ruote sul versante energia vengono dai Verdi, su quello delle
liberalizzazioni l’attrito è con l’ala «destra» della coalizione.
Espliciti i dubbi e la delusione di Francesco Rutelli
sull’annacquamento della liberalizzazione dei taxi. Sotto traccia,
ma concreti, quelli del premier Romano Prodi che avrebbe preferito
una riforma più radicale. Anche ieri Bersani ha difeso il
compromesso raggiunto con i tassisti. Non è stata «una vittoria a
cazzotti», ha spiegato, «ho sentito tanti commenti, forse anche da
chi non poteva valutare bene, ma noi abbiamo presidiato il punto
essenziale, dando lo strumento ai Comuni per avere più taxi». Ma le
difficoltà incontrate dal ministro sembrano anche di carattere
politico, come dimostra la levata di scudi dopo le critiche a
Bersani piovute dall’Unione. Ieri in sua difesa si è speso il
sindaco di Bologna Sergio Cofferati che si è detto «sconcertato» del
fuoco amico. «Bersani - secondo l’ex leader della Cgil - ha fatto
una cosa buona, portando a casa un provvedimento delicatissimo per
il governo che contiene molte novità importanti. E invece, in un
colpo solo, il governo riesce con un’operazione suicida a cancellare
questo risultato inseguito da anni, a dare l’impressione di una
divisione dell’esecutivo e nella maggioranza e - conclude Cofferati
- a dimostrare che non c’è neanche un po’ di solidarietà nel
governo. Roba da matti: gli chiedono di fare concertazione, lui la
fa e lo attaccano. Allora a settembre, quando il ministro
dell’Economia presenterà gli annunciati tagli a sanità e pensioni
che faranno? È autolesionismo allo stato puro». Parole, forse,
dettate dall’amarezza di un sindaco che ha avuto molte difficoltà a
trovare la solidarietà della sua parte politica.
Contro il ministro c’è anche un bel pezzo di parti sociali. Dall’Abi
a Federfarma, per citare quelli che ieri hanno fatto sentire la loro
contrarietà alla manovra. Forse per questo la Cgil ha deciso di
spendere un comunicato ufficiale per difendere l’esponente emiliano
dei Ds dagli attacchi. Il sindacato guidato da Guglielmo Epifani si
dice preoccupato per l’azione delle lobby in Parlamento. Il
pacchetto di liberalizzazioni, invece, per Corso d’Italia va «difeso
e rafforzato».
21 luglio 2007 Per la ''grande'' stampa italiana il
diritto allo sciopero
non è uguale per tutti
Lo sciopero non è uguale per tutti
Pietro Ichino è un autorevole giuslavorista con un passato di
parlamentare del Pci e di dirigente della Cgil. E’ balzato agli
onori della cronaca lo scorso anno, con un libro ("A che cosa serve
il sindacato?) che ha lucidamente messo a nudo le colpe dei
massimalisti della Cgil nell’arretratezza del sistema delle
relazioni industriali in Italia. Apriti cielo.
Oggi, fresco editorialista del Corriere della Sera sotto il regno
del governo della sinistra, sembra anche lui colto dalla sindrome
conformista che invita a non disturbare il manovratore. Così il
fondo di oggi sul quotidiano di via Solferino esprime un concetto
condivisibile sugli "scioperi senza regola", ma evita di portare a
compimento il suo ragionamento. Scrive un libro giallo, ma non ci
dice chi è l’assassino.
Lo spunto è quello della protesta dei tassisti, la conclusione è che
nelle vertenze sindacali "alla Repubblica Italiana oggi è inibito di
scegliere sovranamente la soluzione più ragionevole per ragioni di
ordine pubblico". Si ricordano correttamente anche gli scioperi
dell’Alitalia, i tranvieri, i metalmeccanici, le proteste contro gli
inceneritori e le nuove opere.
Quel che Ichino evita accuratamente di annotare è che a tenere alto
il vessillo di queste proteste senza regole e, spesso, degenerate
nella violenza (tale è anche un blocco stradale) c’è sempre stata la
sinistra. I Cobas dei trasporti, la Fiom-Cgil dei metalmeccanici, i
no-Tav, i no-Mose, i sindaci "rossi" e "verdi" contro
rigassificatori e discariche.
E’ vero, come dice Ichino, che "sembra essersi diffusa l’idea
secondo cui, quando una vertenza collettiva non si sblocca con le
buone, è ‘inevitabile’ fare ricorso alle maniere forti: dalla
violazione della legge sugli scioperi pubblici ai blocchi stradali e
ferroviari, fino alla violenza fisica sulle persone". Ma allora si
abbia il coraggio di ricordare che, in queste occasioni, a
sventolare sono sempre le bandiere rosse.
Se la Fiom-Cgil si schiera con i teppisti di Milano contro la
magistratura; se una delegazione di parlamentari di Rifondazione
intende attribuire un incarico di consulenza sull’emergenza
abitativa a Nunzio D’Erme, al solo fine di strapparlo agli arresti
domiciliari; se verdi e no-global vanno in barca all’arrembaggio dei
lavori del Mose; se accade tutto questo impunemente, troppo facile
prendersela con i tassisti, che si inseriscono in una deriva di
decine di "cattivi esempi" sostenuti con compiacenza dalla sinistra
durante tutta la legislatura del governo Berlusconi.
Ichino, un po’ di coraggio, un passo in più. Ci dica: chi è
l’assassino?
22 luglio 2006 Il ministro invita allo sciopero anche
contro il suo governo
«Oh, che disciplina è codesta, che i
soldati esortino il generale ad aver paura?». Il cardinale Federigo
Borromeo, sapientemente descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi,
respingeva così gli ammonimenti del suo cappellano a non dare
udienza all’Innominato.
Allo stesso modo, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, sta
ricevendo numerosi suggerimenti dei suoi alleati allo scopo di
ammorbidirne, o per meglio dire addolcirne, la prossima Finanziaria
che si preannuncia avara di soddisfazioni anche per le classi
medio-basse. La minaccia degli scioperi, agitata dal ministro della
Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri sulle pagine del Riformista,
è solo l’ultimo «avvertimento» in ordine di tempo. I soldati della
composita e variopinta armata dell’Unione hanno ammonito il
generalissimo che la sua qualifica è temporanea. E se non farà altre
marce indietro come Bersani sui taxi alle proteste della piazza farà
seguito il «rompete le righe».
«Non so quanto reggerà ancora il governo - ha detto Ferrero - ma se
devo dire dove sta il rischio vero, allora dico che sta nella
Finanziaria e non nelle missioni militari all’estero». Considerato
che anche sulla manovrina (alias decreto Bersani) è molto probabile
il ricorso alla fiducia, la tenuta della maggioranza è a rischio.
Ferrero ha poi rincarato la dose. «Bisogna fare una grande
discussione popolare e di massa sulla manovra economica», ha
aggiunto. L’invito è chiaro: le misure di contenimento della spesa,
promesse ma ancora non argomentate dal ministro dell’Economia
Padoa-Schioppa, non devono nemmeno lambire il bacino elettorale
dell’estrema sinistra. «Se la manovra - ha concluso il ministro -
dovesse toccare la spesa sociale, pensioni in testa, e peggiorare le
condizioni di vita dei lavoratori, la difesa degli strati sociali è
auspicabile». Il più classico dei via libera a Cgil, Cisl e Uil a
ricorrere alle manifestazioni di piazza per bloccare eventualmente
nuove sortite su pubblica amministrazione, spesa previdenziale e
sanità. Con buona pace degli auspici del governatore di Bankitalia
Mario Draghi e dei mercati internazionali. Al di là della
singolarità e dell’esuberanza di un ministro che incita lo sciopero
contro il governo del quale fa parte, resta un dato politico più
rilevante. La maggioranza è ben conscia che sulla legge di bilancio
ne va della sua stessa sopravvivenza. Il segretario dei Ds, Piero
Fassino, aveva già chiaramente individuato nella manovra il tallone
di Achille dell’Unione. «Sappiamo di avere un problema di numeri -
aveva dichiarato - ed è chiaro che siamo interessati a consolidare
la maggioranza. Ma non vedo perché il centrodestra dovrebbe
immaginare cambiamenti prima della Finanziaria. Noi abbiamo l’onere
di farla approvare, loro quello di vedere se ce la facciamo».
Il prossimo passaggio di maggior rilevanza è la votazione della
manovra-bis, prevista per martedì prossimo al Senato. Il senatore
del Südtiroler Volkspartei, Manfred Pinzger, si è già defilato.
«Potrei non esprimere la fiducia al governo», ha detto aggiungendo
che «in via di principio non ho alcuna paura delle elezioni».
Un voto in meno a Palazzo Madama metterebbe la maggioranza a
rischio. Ma anche se questo esame fosse superato, resterebbe da
individuare una strategia per assicurare quei 20 miliardi di euro
necessari alla correzione del rapporto deficit/pil nel 2007 senza
intervenire su quei capitoli di spesa (pensioni in primis) per i
quali estrema sinistra e sindacati sono già sul sentiero di guerra.
Prodi potrebbe accettare la sfida o fare come Don Abbondio. In
fondo, «il coraggio, uno non se lo può dare».
23 luglio 2006 Prodi si sente Mennea e blocca la
statale
che va da Positano a Praiano
Se Berlusconi balla, Prodi corre. Il primo
si copre con un caftano e si traveste da berbero, il secondo in
tenuta da footing scopre il suo bel faccione e si sente Mennea. Il
primo affitta un locale per una festa privata, rende felice la
moglie e fa divertire i suoi ospiti, il secondo occupa una strada
pubblica, quella statale che va da Positano a Praiano e per il suo
sollazzo fa imbestialire tutti coloro che in macchina sono costretti
ad una sosta forzata di due ore: motivi di sicurezza hanno imposto
la chiusura al traffico di quel tratto di strada.
La festa che il Cavaliere ha voluto organizzare per il compleanno
della moglie ha avuto un grande risalto sui media: titoli in prima
pagina su tutte le testate, ad eccezione di Repubblica. Articoli che
vorrebbero essere di "colore" ottenendo però un effetto sbiadito. O
peggio ancora un effetto triste come la cronaca di Oscar Giannino
per Libero: il titolo riconosce che "c’è qualcosa di grande nel
Silvio marocchino", ma l’articolo chiude con un invito
intellettualmente piccino. "Quando smetterà con la politica,
diamogli un teatro in mano, al Cavaliere. Facciamolo ballare e
suonare. Sarà sempre tutto esaurito". Si può anche tentare di
pensare alle buone intenzioni, ma francamente si fa fatica a
condividere o a sorridere di un’immagine giullare del proprio
leader.
Forse avremmo voluto che Giannino insieme ai suoi colleghi dedicasse
la stessa attenzione, la stessa morbosa curiosità, la stessa ironia
puntuta anche alle "prodezze" prodiane. E invece nulla. Una breve in
cronaca per esaltare le capacità podistiche del premier ma nulla
sulle conseguenze provocate: due ore di traffico in tilt in un
tratto stradale che non ha alternative. Se l’avesse fatto un
qualsiasi cittadino si sarebbe parlato di occupazione di suolo
pubblico e, forse, di abuso di potere. Se poi a farlo fosse stato
Berlusconi, apriti cielo: lo avrebbero accusato di avviare le grandi
opere per interesse personale.
24 luglio 2006 Per un giudice di Bologna ''Attaccare
i militari in Afghanistan non è reato''
«Attaccare i militari in Afghanistan non è
terrorismo».
Così un giudice di Bologna ha respinto la richiesta di custodia
cautelare per 18 sospetti terroristi islamici, legittimando il
martirio islamico dei kamikaze anche in Afghanistan, dove la
missione di pace ha ottenuto il via libera dell’Onu. Mentre il
Parlamento si accinge a votare il rifinanziamento della missione,
con grandi difficoltà, visto che la maggioranza è spaccata e rischia
di non avere i numeri per essere autosufficiente in Senato, la
magistratura interviene con il suo consueto modo di incendiare gli
animi. E stravolge le uniche certezze che avevamo: in Afghanistan i
militari sono in missione di pace, chi si fa saltare in aria
provocando morti e feriti, sangue e disperazione, è un terrorista,
chi si prepara ad uccidere, chi addestra altri a farlo, è un
terrorista.
Ovviamente, da sinistra, non una voce si leva contro il giudice del
riesame di Bologna che ha partorito simile "illuminata" ordinanza.
No, nessuno dice una sola parola. D’altra parte non ci si può certo
aspettare una critica da Diliberto, Rizzo, Pecoraro Scanio o
Giordano, visto che loro descrivono come "aggressori" ed "occupanti"
i nostri militari e "resistenti" i terroristi.
Neanche Antonio Di Pietro e la sua corte di inguaribili forcaioli e
giustizialisti dice una sola parola. Lui, come Monaco, come altri
accoliti che fanno politica solo ed esclusivamente contro Berlusconi
e contro Previti, non pensano ad altro. Possono pure uscire dal
carcere terroristi sanguinari, l’importante è che non ci siano
sconti per Previti, ancorché condannato da un processo ingiusto e da
un giudice di Cassazione che ha manifestato la sua ostilità al
governo da scrivere una durissima lettera contro Berlusconi e la
Moratti. No, per Previti niente sconti. Lui deve pagare fino in
fondo. Stupratori, assassini, rapinatori e quanto di peggio è
rinchiuso in carcere (che una volta fuori hanno più probabilità di
tornare a delinquere del deputato azzurro) possono pure essere
scarcerati. E’ questa l’ipocrisia, è questo lo scandalo. E’
scandaloso che una parte della sinistra – per quanto piccola –
insista nel pretendere che si varino provvedimenti contra personam.
E la persona è sempre la stessa: Cesare Previti, che agli occhi di
Di Pietro è più pericoloso dei kamikaze.