26 luglio 2006 Prodi porrà la fiducia
sull'Afghanistan. Quanti parlamentari voteranno contro
le proprie convinzioni?
Quella di porre la questione di fiducia
sull’Afghanistan è una scelta vergognosa. Lo è per diversi motivi,
primo fra tutti perchè Prodi dimostra di non tenere in nessun conto
neanche il monito del Capo dello Stato. Non si può pensare di
governare a colpi di fiducia, oltretutto all’inizio della
legislatura.
Porre la fiducia dimostra che a Prodi e ai suoi non importa nulla
dell’Afghanistan, delle missioni di pace, dell’ONU, del Medio
Oriente: gli interessa solo tutelare la sua già traballante
maggioranza. Il rifinanziamento delle missioni di pace al Senato
sarebbe passato a larghissima maggioranza, grazie al voto della Casa
della Libertà, che mai avrebbe votato contro i nostri soldati
all’estero, contro la difesa della pace, contro la responsabilità
internazionale del nostro Paese.
Ma tutto questo per la sinistra non ha importanza. Per una sinistra
che non va d’accordo su nulla, e che deve ricorrere a questi
espedienti per trovare una finta compattezza. E’ patetico lo
spettacolo di parlamentari che votano contro le proprie convinzioni,
dichiaratamente, pur di "non correre il rischio di un ritorno di
Berlusconi". Ma dai comunisti non ci aspettiamo altro. La cosa
paradossale, invece, è la totale mancanza di senso dello Stato delle
altre forze di governo, che si prestano a queste manovre quando è in
gioco l’interesse della nazione, e la difesa della libertà nel
mondo.
Non abbiamo posto la fiducia, in passato, solo quando - di fronte
all’ostruzionismo dell’opposizione, dovevamo garantire che
provvedimenti importanti passassero in tempi certi.
Non abbiamo MAI avuto bisogno della fiducia per costringere un
alleato recalcitrante.
Chiedere la fiducia su un provvedimento votato anche
dall’opposizione, è non soltanto paradossale ma anche provocatorio.
Da molte parte si è ascoltato in questi giorni l’appello a
privilegiare l’unità del paese sulle grandi scelte di fondo. Fra gli
altri si sono espressi in questo senso il Capo dello Stato e il
Presidente del Senato, figure stimate e rispettate da tutti, ma
scelte proprio dal centro-sinistra. La risposta di Prodi è stata
quella di rompere anche quando c’è convergenza.
27 luglio 2006 In un solo giorno ben tre ministri
minacciano le dimissioni
Potrebbe essere l’inizio della fine. Di un
incubo, secondo la definizione che la capogruppo Ds al Senato ha
dato a questa maggioranza.
Perché la ribellione di tre ministri, appartenenti a tre partiti
diversi, fa davvero pensare che anche le previsioni più
pessimistiche sulla tenuta del governo Prodi possano essere smentite
dalla realtà.
Di Pietro, Mastella e Mussi, con la minaccia delle dimissioni, sono
le "faglie" che provocano questo terremoto.
Che tra i primi due non ci fosse feeling si era capito sin
dall’insediamento dell’esecutivo e sin dalle prime dichiarazioni
fatte in libertà. Il ministro delle Infrastrutture -
autoleggitimandosi con la sua vecchia e dimessa toga da magistrato -
è sempre intervenuto sulle questioni di giustizia con azioni a gamba
tesa da cartellino rosso. Mastella dal canto suo ha sempre mostrato
di non gradire, ancor meno sulla questione dell’indulto, dove
l’intervento di Di Pietro è stato come una capocciata di Zidane: è
sceso in piazza a protestare contro il provvedimento e, forse, anche
contro Mastella che - impassibile - commenta "l’indulto è un atto
del Parlamento".
Chi avrà ragione? Il sanguigno abruzzese o il serafico campano?
Altre minacce di dimissioni vengono da Fabio Mussi che, reduce del
successo sulle cellule staminali, non si adegua ai tagli dei
finanziamenti per la ricerca previsti dal governo.
E non si può dare torto al ministro: la sinistra negli ultimi cinque
anni ha rimproverato il governo Berlusconi di sacrificare
l’università e la ricerca privandole dei fondi necessari. Se ora la
sinistra di governo porta dei tagli a quelle voci può voler dire due
cose: l’accusa all’esecutivo di centrodestra era falsa e nei fatti
l’Unione conferma di non avere a cuore l’università e la ricerca.
Tre dimissioni e una sfida: potrebbe essere il titolo di questa
giornata politica.
E la sfida viene dai sindacati che si oppongono decisamente ai
correttivi ipotizzati per le pensioni: non è accettabile il fatto
che si possa andare a "riposo" da giovani ma con una "busta"
dimezzata, secondo quanto preannuncia il governo. Molto meglio per i
sindacati riprendere la proposta dell’ex ministro Maroni e magari
trovare un valido correttivo.
E qui nasce spontanea una domanda: perché questa seria proposta di
serio confronto non è stata fatta al precedente governo? Forse
perché più che la difesa dei diritti dei lavoratori i sindacati
avevano a cuore la guerra contro Berlusconi e c.
28 luglio 2006 Prodi apre le porte ai nonni degli
immigrati
I ricongiungimenti familiari per gli
immigrati sono l’ultima perla del governo Prodi. Anzi, del dottor
Sottile che alloggia al Viminale e che, in tema di immigrazione, si
sta comportando peggio di un ministro bertinottiano.
La decisione di consentire ai nonni degli immigrati di venire in
Italia "se non dispongono di un adeguato sostegno familiare nel
Paese d’origine" apre infatti le porte a centinaia di migliaia di
anziani che non hanno mai versato un contributo e sono destinati, in
un periodo relativamente breve, a gravare pesantemente sul nostro
sistema sanitario ed assistenziale.
Si tratta di un provvedimento demagogico, irresponsabile e dai
possibili profili di incostituzionalità, che rischia di far saltare
definitivamente il nostro sistema di protezione sociale, elevando in
modo esponenziale i costi dell’assistenza sanitaria. Emerge, da
questo provvedimento del governo, un’evidente disparità di
trattamento, perché si prospettano agli stranieri, che non hanno
versato né tasse né contributi, benefici che invece, tra ticket e
tagli alle pensioni, vengono negati agli italiani. Una sorta,
insomma, di razzismo alla rovescia.
Purtroppo la politica di Prodi, pesantemente condizionata dai
partiti comunisti, incoraggia il dilagare della criminalità con le
sanatorie e i riconoscimenti che non fanno che alimentare gli
sbarchi dei clandestini. Ed è inutile, poi, che lo stesso Amato
chieda aiuto all’Europa per pattugliare il Mediterraneo. Comunque,
sia chiaro, la sinistra non fa mai nulla a caso: conscia della
fragilità endemica del governo Prodi, in tre mesi si è cautelata
occupando governo, sottogoverno e istituzioni, oltre a controllare
già magistratura, burocrazia e corpi dello Stato, e ora si appresta
a riempire l’Italia di immigrati per dare loro il voto e vincere
così anche le prossime elezioni.
29 luglio 2006 Di Pietro sconfitto: «Ma l’Unione la
pagherà»
Dimissioni da ministro, ora che il «patto
scellerato» sull’indulto è passato trionfalmente anche al Senato?
Non se ne parla neppure.
La spiegazione di Antonio Di Pietro è complessa, ma il senso è
chiaro: «Sull’indulto il centrosinistra ha ceduto a un ricatto di
Forza Italia, ma che da questo ricatto la Cdl voglia ottenere il
vantaggio di una coalizione che si sfascia a me pare una furbata che
non si può consentire». E lui non lo consentirà, ça va sans dire.
Però reclama un vertice dell’Unione, «prima delle vacanze», per
«ridefinire il programma giudiziario: il centrosinistra la smetta di
fare provvedimenti per assicurare l’impunità ad alcuni potenti e
cominci a farne per far funzionare la giustizia», dichiara. Clemente
Mastella, titolare della Giustizia e grande vincitore della
giornata, se la ride: «Di Pietro? Credo che sia a occuparsi dei suoi
cantieri», ironizza. Giusto l’altro giorno l’aveva per l’appunto
invitato a risolvere i problemi della Salerno-Reggio Calabria, che
alla politica giudiziaria ci pensa lui.
E infatti ieri il ministro delle Infrastrutture non si è proprio
visto, dalle parti di Palazzo Madama: era a Milano («forse in
Procura... », motteggiava Mastella) a parlare di autostrada
pedemontana. Fuori dal Senato è rimasto un manipolo di suoi
fedelissimi, una ventina più le bandiere di Italia dei valori, a
strillare «vergogna» e «vogliamo un dittatore» ai senatori. Dentro,
l’opposizione del suo partito all’indulto si è afflosciata come un
soufflé mal riuscito: i cinque esponenti di Idv si sono divisi e in
due (De Gregorio e Franca Rame) hanno ritirato le firme dai 1.500
emendamenti presentati. De Gregorio, presidente della Commissione
difesa di Palazzo Madama, si è anche alzato in aula per annunciare
che non avrebbe seguito le indicazioni del suo leader: «Mi regolo
con un personale atto di codardia: mi asterrò, per questo primo atto
di cristiana umiltà che Giovanni Paolo II chiese al Parlamento». La
«codardia», evidentemente, è stata quella di non spingersi fino a
votare a favore. E così, il paventato ostruzionismo dell’Italia dei
valori non c’è stato: «Si sono dissolti, lasciando qui davanti quei
poveri quattro gatti», sorride sollevato dopo il voto Giovanni Russo
Spena, capo dei senatori di Rifondazione. «Non hanno nemmeno usato
tutto il tempo che avevano a disposizione, altro che grande
battaglia», infierisce il ds Gavino Angius.
Lui, Di Pietro, dice di «prendere atto» della sconfitta «con la
serenità di chi ha fatto tutto il proprio dovere», e avverte: «è una
scelta sbagliata di cui la maggioranza pagherà le conseguenze». E in
verità la sua è un’opinione condivisa da una parte dell’Unione. Sono
soprattutto i Ds, che ben conoscono gli umori forcaioli della
propria base, a essere preoccupati: «Per questa cosa verremo
massacrati, vedrete», gemeva a pochi minuti dal voto finale Massimo
Villone, rivolto alla capogruppo Anna Finocchiaro. Cui ieri è
toccato presiedere un’agitata riunione del gruppo dell’Ulivo, nella
quale si sono manifestati molti dissensi e paure. Per l’impopolarità
del provvedimento, per il metodo delle «larghe intese» che ai
prodiani fa temere inquietanti sviluppi futuri, per la rottura
dell’idillio con la magistratura militante. «Purtroppo c’è una larga
fetta di opinione pubblica di sinistra che ama le manette», constata
la bertinottiana Rina Gagliardi. In molti, a cominciare dal
presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi, hanno fatto
sapere che avrebbero votato sì solo per disciplina di gruppo. «Solo
per il bene dell’Ulivo, visto che a maggioranza si è deciso di
approvare la legge», dice la prodianissima Magistrelli. E anche
Willer Bordon storce il naso: «Non sono un fan del carcere, ma non
mi piace il patto di convenienza tra una parte del centrosinistra e
la Cdl che sta dietro a quest’indulto», confida. Pensando ai Ds.
30 luglio 2006 Montezemolo ci ripensa e scarica Prodi
Intervista di Montezemolo a pagina due del
Wall Street Journal, in un articolo che dà conto della delusione
degli industriali nei confronti del governo.
Un’intervista al quotidiano della comunità d’affari internazionale
nella quale Montezemolo boccia i primi mesi di governo della
sinistra ed esprime dubbi sulla sua reale capacità di fare qualcosa
in futuro. Nell’intervista le frasi virgolettate del leader degli
industriali sono poche. Ma l’attacco è netto e supera d’intensità
tutte le critiche che lo stesso Montezemolo ha riservato al
precedente esecutivo di centrodestra.
«In questi due mesi, non ho visto un solo sforzo reale di riduzione
della spesa. Alle stesso tempo le tasse sulle imprese sono
aumentate». Colpa di una coalizione di governo formata da nove
partiti la cui «coesione politica è debole», ha osservato
mostrandosi pessimista sulle capacità di recupero dell’esecutivo su
quelle che dovrebbero essere le priorità: promuovere la crescita e
tagliare le spese.
Il primo giudizio degli industriali su quello che ha fatto il
governo e su quello che potrebbe fare in futuro è «deprimente»,
osserva l’autore dell’articolo. Anche perché questo governo - e
queste sono parole di Montezemolo - «sembra avere poco rispetto per
il mercato e pochi riguardi per il ruolo delle imprese».
La delusione per i primi giorni di governo c’è. C’è anche l’attesa
per la legge Finanziaria, ma l’entusiasmo è frenato dal giudizio sui
primi passi. Come quello «timido» delle liberalizzazioni, qualcosa,
quindi, «che è essenziale per la crescita futura del Paese. Io penso
- ha aggiunto - che sarà molto difficile per il governo far
progredire le liberalizzazioni più pesanti a causa delle divisioni
interne» alla maggioranza.
1° agosto 2006 Csm. Rognoni folgorato sulla via di
casa
E all’improvviso Virginio Rognoni trovò il
coraggio che non ha mai avuto in quattro anni di vicepresidenza del
Csm. E’ davvero strana la sindrome che prende quanti arrivano a
sedere sulla poltrona di numero 2 dell’organo di autogoverno dei
giudici. Bravi, coraggiosi, equilibrati prima di arrivare a palazzo
dei Marescialli, poi, di colpo, asserviti ai magistrati, schierati
acriticamente al loro fianco, con l’obiettivo di ottenere la
vicepresidenza prima, e di poter sopravvivere serenamente nel corso
dei quattro anni di Csm, poi.
Fa davvero impressione come Rognoni abbia sempre ed esclusivamente
difeso i magistrati, quasi non avesse dubbi sul loro comportamento e
su quello dell’organo di autogoverno, per ritrovare un certo spirito
critico - e che spirito critico… - proprio l’ultimo giorno del suo
mandato.
E così, Rognoni-cuor di leone, prima di fare armi e bagagli, dice no
alla deriva correntizia e denuncia esplicitamente le «difficoltà ed
ostacoli all’espletamento spedito dei compiti» del Csm derivanti da
«remore e incrostazioni, molte volte riconducibili al gioco
correntizio tra le varie posizioni culturali che si manifestano
nell’area dell’associazionismo dei magistrati». E il quasi ex
vicepresidente del Csm entra anche nel particolare, sottolineando
come il problema riguardi da vicino le nomine dei magistrati ad
incarichi direttivi.
Insomma, molti uffici di spicco (compresa la Procura di Palermo,
fino a poco tempo fa) sono rimasti senza una guida per il cinico
gioco correntizio in voga a palazzo dei Marescialli. Un gioco che a
Rognoni è stato bene fino all’altro ieri, al punto che ha ritrovato
la voce per denunciarlo solo quando aveva le valigie sull’uscio
della porta.
31 luglio 2006 Il governo da il colpo di grazia alla
TAV
La Tav e’ morta. Il corridoio 5, cioe’ il
collegamento dell’Italia con i Paesi dell’Europa del Sud e dell’Est,
sara’ solo un sogno. Prodi e il centrosinistra ancora una volta
tradiscono la loro parola, ma cosa piu’ grave tradiscono gli
interessi del Paese’’.
Il Ministro Di Pietro ha comunicato infatti che la Torino-Lione e’
stata esclusa dall’elenco delle leggi obiettivo ed e’ stata inserita
tra le opere da realizzare con procedura ordinaria. Per chi non
capisce il linguaggio burocratico, questo significa che il piu’
piccolo dei Comuni o delle associazioni ambientali puo’ impedire la
realizzazione di un’opera prioritaria per il Paese.
Berlusconi in persona aveva ottenuto, nei sei mesi di Presidenza
Europea, il finanziamento di quest’opera che rappresentava da sola,
come indotto, centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma che
soprattutto permetteva all’Italia di restare un Paese centrale in
Europa.
Con questo atto irresponsabile, invece, il Governo Prodi butta via
anni di lavoro e taglia fuori il Paese, per i prossimi 50 anni, dal
circuito delle merci.
Il governo Prodi ha scelto di percorrere una strada tortuosa per
cercare di conseguire l’obiettivo Tav. In pratica, si è
concretizzato il rimando alla nuova Valutazione di impatto
ambientale (Via) e alla Conferenza dei servizi che sceglie di fare a
meno dello snellimento procedurale consentito dalla legge Obiettivo.
Ma come funziona la Conferenza dei servizi? Si tratta di uno
strumento concertativo che riassume in un unico contesto i pareri,
le autorizzazioni e i nulla osta delle amministrazioni pubbliche
coinvolte in un procedimento (in questo caso la Tav in Val di Susa).
Le fasi del processo saranno laboriose: la Conferenza dovrà
pronunciarsi in primo luogo sulla fase iniziale della Via, poi sul
progetto preliminare e infine su quello definitivo. Tenuto conto che
anche i privati possono formulare osservazioni sul progetto
definitivo e che si possono verificare situazioni di disaccordo tra
le amministrazioni (a loro volta rimandate alla Conferenza
Stato-Regioni o al Consiglio dei ministri, ndr), il rischio-caos non
è solo un’ipotesi di scuola. Piccoli Comuni e associazioni
ambientaliste avranno voce in capitolo.
2 agosto 2006 Fuori dalla galera anche i terroristi
islamici
Al ministero degli Interni tentano di
minimizzare. Sostengono che non si tratta di un’allarme ma di un
«normale controllo necessario dopo l’indulto». Ma la circolare del
capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che invita le questure
d’Italia a monitorare gli immigrati che usciranno dal carcere prima
del previsto dopo la legge approvata dal Parlamento, preoccupa non
poco il Viminale. Il quale fa sua la circolare di De Gennaro e
rivolge la stessa raccomandazione alle prefetture. Si tratta di un
centinaio di persone, non di più, dicono alla sede del ministero
dell’Interno. Ma di sicuro c’è che sono almeno un centinaio gli
immigrati che sono stati condannati per falsificazione di documenti,
favoreggiamento di immigrazione clandestina, e che secondo le accuse
dei procuratori e secondo le indagini di polizia, erano in realtà
dei terminali delle associazioni terroristiche dell’estremismo
islamico. Fiancheggiatori di cellule. Non essendo stati condannati
per terrorismo, adesso andranno fuori dal carcere e il capo delle
Polizia ha subito disposto che, quelli che rimangono in Italia, non
vengano persi di vista.
Non è facile sapere quanti sono e soprattutto per quali reati sono
stati spediti in prigione i sospettati di terrorismo. Ma si sa che
l’anno scorso, con l’operazione Tazir, almeno 90 marocchini sono
finiti in galera con l’accusa di traffico di essere umani (reato
escluso dall’indulto), ma che sono molti di più quelli finiti dentro
per avere organizzato veri e propri centri di produzione di permessi
falsi (500 sono stati sequestrati lo scorso novembre).
E chi è dentro per questo reato può rientrare nelle misure di
indulto. È successo a Yossef Abdoui e Mohamedd Loubiri, due
nordafricani condannati in appello lo scorso settembre a quattro
anni e un mese per associazione per delinquere finalizzata al
favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla ricettazione di
documenti falsi. Condannati in primo grado per associazione con
finalità di terrorismo, in appello invece i giudici hanno escluso
nel dispositivo della sentenza la sussistenza di contatti degli
imputati con il terrorismo islamico. Visto che nessuno dei due ha
presentato ricorso in Cassazione, sono rimasti in galera
definitivamente. Sarebbero usciti tra un mese, ma con la legge
sull’indulto hanno anticipato la libertà. Adesso sono destinati
all’espulsione, visto che le pene accessorie sono rimaste valide. A
febbraio del 2005 invece è stato arrestato a Napoli l’estremista
islamico di origine algerina Arioua Abdelmajid. Era accusato di
essere rientrato clandestinamente in Italia dopo l’espulsione.
L’uomo era stato arrestato nell’ottobre del 2003 dalla Digos di
Frosinone in esecuzione di un ordine di fermo dell’autorità
giudiziaria di Cassino per i reati di agevolazione dell’immigrazione
clandestina, contraffazione e ricettazione di documenti falsi, in
concorso con altri. Nessuna imputazione di terrorismo, mentre per il
Sismi si trattava di «un estremista islamico». È questo il dato che
più preoccupa il Viminale. Sono molti gli immigrati accusati di
rapporti border line con il terrorismo islamico ma che alla fine
sono stati condannati per i reati di agevolazione all’immigrazione
clandestina e ricettazione di documenti falsi.
Su di questi è puntata adesso l’attenzione del Ministero, che ha già
ha dato seguito alla «preoccupazione» del capo della Polizia.
Verranno confrontati i nomi di quanti escono dal carcere con i dati
raccolti dal Sismi e dal Sisde che solo lo scorso anno hanno visto
raddoppiare le segnalazioni messe a punto dal Comitato di analisi
strategica antiterrorismo. In particolare le indagini del Sisde
hanno evidenziato il ruolo centrale per diffondere l’ideologia
terrorista di una serie di esercizi commerciali, come i Phone
center, le macellerie halal, e altri luoghi di ritrovo diversi dalle
moschee. In questi posti le forze di polizia hanno spesso arrestato
personaggi sospettati, ma i processi si sono conclusi con la
condanna per reati fuori dal terrorismo. È su questi che De Gennaro
punta l’obiettivo.
4
agosto 2006 Prodi si
inventa un milione di italiani pronti a votarlo alle
prossime elezioni
Il disegno di legge approvato dal consiglio
dei ministri consente agli extracomunitari in regola da cinque anni
di di ottenere la cittadinanza.
Tempi dimezzati rispetto alla legislazione precedente, che prevedeva
un limite di dieci anni per diventare «italiani». Ma il ddl
presentato dal ministro dell’Interno Giuliano Amato modifica anche
il carattere giuridico del diritto di cittadinanza: ora si può
ottenere per «ius soli», ossia è un dato acquisito per ogni piccolo
nato extracomunitario in territorio italiano, purché uno dei due
genitori sia in regola da cinque anni.
Può diventare italiano anche il ragazzino minore che va a scuola nel
nostro Paese, e sempre da un quinquiennio. Amato ha spiegato ieri
che verrà verificato, caso per caso, anche il livello di
integrazione della famiglia e la cittadinanza sarà festeggiata con
una «cerimonia di conferimento».
Il risultato politico è che la sinistra radicale è entusiasta: è «un
ottimo segnale di partenza» per il vicecapogruppo di Rifondazione,
Graziella Mascia; mentre la Lega grida al «colpo di Stato» e
Maurizio Ronconi (Udc) avverte: ora l’Italia è considerata
«l’Eldorado per tutti gli immigrati». Il ministro della Solidarietà
sociale di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha fatto invece un annuncio
plateale: durante un comizio in uno stabile occupato a Roma ha
invitato tutti «a scendere in piazza contro la legge Bossi-Fini»,
per sostenere «quelle politiche che migliorino la situazione degli
immigrati».
Amato ha chiarito che i numeri dei nuovi cittadini non saranno
esorbitanti, e che «l’unica cifra certa» è che ogni anno richiedono
la cittadinanza circa 10mila immigrati. Il governo prevede un
leggero rialzo con l’abbassamento da 10 a 5 anni, a 18mila domande.
A questi si aggiungeranno comunque «circa 50mila bambini», che sono
i piccoli stranieri che nascono ogni anno nel nostro Paese.
Cifre che sono in netta contraddizione, però, con i dati sui decreti
flussi. Prendiamo in considerazione il quinquennio 1997-2001. Cinque
anni fa l’allora governo di centrosinistra permise l’entrata in
Italia per motivi di lavoro di 63mila extracomunitari. Stessa cifra
dell’anno precedente, il 2000. Nel biennio ’98-99 scattò invece la
grande regolarizzazione-sanatoria di 250mila stranieri. Solo così ci
si avvicina alle 400mila possibili richieste, tutti immigrati che
dall’entrata in vigore della legge possono immediatamente diventare
italiani, senza contare però i bambini in Italia da almeno cinque
anni e i nuovi nati. La cifra verosimile dunque sarà di circa 500
mila nuovi italiani nell’immediato. Naturalmente, a questi
potrebbero aggiungersi altri 500 mila stranieri che saranno
regolarizzati quest’anno e che dunque nel 2011 potranno aspirare ad
avere il passaporto italiano e, nel prossimo quadriennio, gli
stranieri che si sono messi in regola durante il precedente governo.
Anche per questo, probabilmente, la Caritas indica in 900 mila i
potenziali nuovi italiani.
Il ddl pone una sola norma più restrittiva rispetto al passato, ed è
quella sui matrimoni: la cittadinanza viene assegnata «dopo due anni
o tre se all’estero», rispetto ai sei mesi di adesso.
La cittadinanza in tempi più rapidi è solo il primo passo di un
allargamento dell’Italia agli stranieri, già avviato dal decreto dei
giorni scorsi sul ricongiungimento e che, nelle intenzioni del
governo, sarà completato dal diritto di voto agli immigrati,
fortemente voluto dai ds. Il progetto di legge è stato presentato al
Senato da Manuela Palermi (Verdi) lo scorso 30 maggio, è stato già
assegnato alla commissione Affari Costituzionali e prevede la
modifica dell’articolo 48 della Costituzione.
Maurizio Gasparri (An) annuncia una «dura battaglia parlamentare»
contro tutte le iniziative in materia di immigrazione:
«L’introduzione dello ius soli è una scelta assurda ed esclusa da
tutti i Paesi europei. Non va condannato solo il razzismo, ma anche
la demagogia di chi vuol far arrivare in Italia milioni di
clandestini». Il presidente di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini si
dice convinto che, con la discussione in parlamento, il limite «si
possa alzare da cinque a sette-otto anni». Per il senatore di Forza
Italia ed ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi le nuove
misure in materia di immigrazione del governo «sono esplosive».
Ad Amato sono arrivati invece gli applausi delle comunità islamiche:
è la «giusta direzione», approva il presidente dei Giovani Musulmani
italiani, Osama Al Saghir e anche l’Ucoii, l’Unione delle comunità
islamiche, esprime pubblicamente «apprezzamento».
5 agosto 2006 Prodi: «L’Italia ora gira». La Cdl:
«Sì, a vuoto»
Ora andiamo in vacanza, «ne abbiamo bisogno
e ce le siamo meritate». Romano Prodi saluta così gli italiani
tramite dei giornalisti che affollano la sala stampa di Palazzo
Chigi. E ne approfitta per fare un bilancio dell’attività di
governo. «In ottanta giorni - parafrasa Julius Verne - non abbiamo
fatto il giro del mondo, ma l’Italia ha ripreso a girare».
Immediate le reazioni dell’opposizione. Forza Italia con Antonio
Leone risponde che «l’Italia sta girando. Ma a vuoto. Prodi e
compagni in 80 giorni non sono riusciti a fare neanche il giro di
Palazzo Chigi». Colorita la replica di Roberto Calderoli(Lega):
«l’unica cosa che Prodi ha fatto girare sono le balle ai cittadini.
Dopo 80 giorni di governo ci sono più immigrati, più tasse, più
delinquenti in circolazione». Per Sandro Bondi (Forza Italia),
invece, «Prodi ha una sfacciataggine degna della propaganda
mussoliniana».
6 agosto 2006 Intercettazioni e fughe di notizie,
pagano soltanto i giornalisti
Alla fine i due ministri-coltelli hanno
trovato l’accordo e il Guardasigilli Mastella ha incassato prima
delle ferie anche il disegno di legge sulle intercettazioni, sul
quale il collega Antonio Di Pietro, tra un ponte e un’autostrada, ha
trovato modo e tempo di imporre una serie di variazioni.
Ciò sta a significare che, a ripresa dei lavori d’aula, la
commissione giustizia dovrà mettere al primo posto l’esame del
testo. Ed è probabile che, per evitare di rimanere schiacciato dalla
sessione bilancio che alla Camera inizia il primo ottobre, verrà
discusso e forse approvato al Senato, la cui commissione Giustizia
ha già fatto numerose audizioni proprio su questo tema.
Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri non è il
solo sulle intercettazioni, perché anche la Cdl ha depositato il
suo, che si differenzia da quello del governo soprattutto perché
indica un rafforzamento delle pene per la violazione del segreto di
indagine, definisce la responsabilità per la pubblicazione delle
intercettazioni, e chiede la creazione di un archivio riservato.
8 agosto 2006 È già guerra nel governo sulla
Finanziaria
Il buon andamento delle entrate fiscali,
cresciute di 19 miliardi in sei mesi (+12,3%), non cambierà l’entità
della manovra per il 2007. «Magari», dice Romano Prodi. «Ma una
rondine non fa primavera. Le buone notizie, comunque, danno maggior
coraggio e meno depressione, come la vittoria ai Mondiali». E nella
maggioranza scoppia l’ennesima polemica. Rifondazione comunista e
Comunisti italiani non condividono l’impostazione del presidente del
Consiglio. Vogliono che il ministero dell’Economia allenti i cordoni
della borsa. Dalla loro parte, anche Clemente Mastella. Il ministro
della Giustizia affida un messaggio ai giornalisti: fate sapere a
Padoa-Schioppa che i miei fondi sono stati tagliati del 52%. Come a
dire: ho bisogno di maggiori risorse.
Insomma, la prevedibile corsa al bottino fiscale si è già scatenata;
ed ha innescato un vero e proprio assedio a Via XX Settembre. Al
momento, dalle parti del ministero, si tiene duro. Perfino il
sottosegretario verde Paolo Cento ha sposato la linea del rigore di
Padoa-Schioppa. «Gli obbiettivi da perseguire - dice Cento - sono il
rigore nei tagli agli sprechi ed alle spese inutili, oltre alla
lotta all’evasione fiscale». Sulla stessa stessa linea l’Italia dei
valori e la Margherita. La Finanziaria, quindi, resta da 35 miliardi
di euro: 20 miliardi di correzione del deficit (il deficit
tendenziale previsto per il 2007 è il 4,1% del pil) e 15 miliardi
per lo sviluppo: in massima parte assorbiti (10 miliardi) dal taglio
del cuneo fiscale.
Se al 4,1% di deficit previsto per il prossimo anno si toglie la
correzione netta indicata dal governo (e pari allo 0,8% del pil), si
arriva ad un deficit del 3,3%. Il governo però conta di ridurlo
sotto il 3%, in quanto il prossimo anno si dovrebbero manifestare
gli effetti della manovra correttiva pari a mezzo punto di pil,
recentemente approvata dal Parlamento. E si arriva così al 2,8%.
Il problema, per l’estrema sinistra della maggioranza, è che per
recuperare i 20 miliardi di correzione e «coprire» i 15 miliardi
destinati allo sviluppo, Padoa-Schioppa vuole intervenire in modo
strutturale su pensioni, (alzare l’età pensionabile di un anno, con
eventuali penalizzazioni per chi anticipa l’uscita dal lavoro);
congelare una tornata di rinnovi contrattuali; frenare la spesa
sanitaria di 5 miliardi; ridurre i trasferimenti agli enti locali di
altri 5 miliardi di euro.
Contro questa linea si scagliano esponenti e ministri di
Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani. Dalla loro parte
c’è la coincidenza più o meno perfetta fra le maggiori entrate
affluite nelle casse dello Stato nei primi sei mesi dell’anno, pari
a 19,7 miliardi) e l’entità della correzione netta del deficit, 20
miliardi. Per Gennaro Migliore, capogruppo di Prc alla Camera, «ora
la manovra potrebbe essere ben al di sotto dei 35 miliardi di euro».
Gli fa eco il ministro Prc alla Solidarietà sociale, Paolo Ferrero:
«Si devono far pagare gli strati più ricchi della società, a partire
dagli introiti dell’evasione fiscale, senza toccare i fondi per
pensioni e sanità». Ed esclude ogni ipotesi di riduzione della
pressione fiscale, come chiesto dai commercianti. «Si tratta di
un’ipotesi non percorribile - dice - perché i bisogni sociali non si
sono ridotti». Non è della stessa idea Enrico Morando, presidente
diessino della commissione Bilancio del Senato. «La lotta
all’evasione fiscale porta ad una riduzione delle imposte».
Pino Sgobio dei Comunisti italiani non vuol più sentir parlare «di
tagli a pensioni e sanità». Il maggior gettito - dice - si utilizzi
per migliorare le condizioni di vita di pensionati e lavoratori.
Alfonso Pecoraro Scanio, ministro «verde» dell’Ambiente, chiede un
«piano per decidere le politiche da fare, così da evitare che la
Finanziaria diventi un mercato». Lo è già diventata.
9 agosto 2006 Quando i muri li alza la sinistra
Dopo gli scontri in via Anelli il sindaco
fa costruire una barriera per proteggere i residenti da spaccio e
violenze.
Sessantacinque metri di acciaio speciale e bulloni che diventeranno
ottantacinque. Una barriera anti sfondamento spessa 4 millimetri che
sale fino a tre metri e scende ad un metro e venti di profondità
sotto il livello del suolo, in modo che non ci si possa scavare
sotto e che non si possa piegarla. È il muro di via Anelli che il
sindaco di Padova ha fatto costruire per proteggere i residenti dal
ghetto teatro di scontri tra immigrati, inseguimenti a colpi di asce
e coltelli. Il primo cittadino, il diessino Flavio Zanonato, si
difende: «È un fenomeno che va capito». La Cdl attacca: «È il
fallimento della politica di sinistra».
C’è il tempo delle favole, dell’accoglienza universale, delle frasi
alte e rotonde sull’Eldorado multietnico, della cittadinanza
prêt-à-porter, della legge Bossi-Fini da smantellare perché rea di
erigere un «muro invisibile» contro l’afflusso degli immigrati alla
ricerca di una vita migliore. E poi c’è il tempo della quotidianità:
quello in cui una amministrazione di centrosinistra erige un muro,
non invisibile ma di acciaio, di 65 metri per 3 per isolare un
quartiere - la Serenissima a Padova - dove gli scontri tra opposte
etnie si ripetono come un rito sullo sfondo del narcotraffico. Il
tutto mentre la platea dei benpensanti fa finta di non vedere e
volge lo sguardo da un’altra parte.
Sono i miracoli e le contraddizioni della sinistra di governo,
prigioniera di un’ideologia da applicare alla realtà, ma costretta
talvolta a fare i conti con la realtà al netto delle ideologie. E
così, mentre al culmine del paradosso, è il centrodestra a
indignarsi per il rimedio draconiano scelto dal sindaco Flavio
Zanonato - con il presidente del Veneto, Giancarlo Galan, che
definisce la barriera «una magra imitazione del muro di Berlino che
darà presumibilmente magrissimi risultati» - gli esponenti
dell’Unione nicchiano, glissano e talvolta addirittura applaudono.
10 agosto 2006 La Turco e i farmaci alle coop
Anche se lei è il ministro della Salute in
carica e sullo schiacciasassi che l’ha spianata sedevano i suoi
colleghi di governo.
Sembra un’eternità ma sono passati poco più di due mesi da quel
fatidico 28 maggio 2006 quando Livia Turco si sbilanciò: «Cosa
vorrebbero fare? Vendere le medicine nelle Coop? No, no,
assolutamente , tuteleremo le nostre farmacie». E siccome l’idea era
sostenuta dalle associazioni dei consumatori e da 173mila firme
raccolte dalle Coop, il ministro diessino aveva rincarato la dose:
«Continuo a essere contraria ai farmaci nei supermercati perché le
farmacie devono diventare sempre più un presidio per la salute dei
cittadini». Poi Prodi ha deciso altrimenti e la Turco ha perso la
voce.
A poco più di una settimana dall’approvazione della legge
Bersani-Visco, la Coop è già pronta ad aprire i primi tre «corner»
della salute, gli angoli del supermercato dove si potranno vendere
farmaci da banco. Sabato è annunciato un tris di inaugurazioni per
il «Belgioioso di Carpi (Modena), «Le mura» di Ferrara e il «Santa
Caterina» di Bari, tutte sedi dirette dalla Coop Estense e che tra
due giorni saranno pronte ad aggiungere ai prodotti presenti sugli
scaffali le medicine senza prescrizione medica. La Coop Adriatica,
invece, ha già avviato la ricerca di 50 farmacisti laureati per
l’apertura dei suoi corner, i primi a fine settembre.
Gli affari inizieranno a girare dunque già prima della fine
dell’estate per le cooperative della grande distribuzione, nelle cui
casse arriveranno, grazie al decreto Bersani-Visco, circa 45 milioni
di euro solo nel 2007.
È stato infatti calcolato che ogni «corner» di medicine produrrà un
fatturato di 250.000-300.000 euro l’anno, cifra tutta da verificare
a seconda delle dimensioni e della posizione del supermercato, ma
che dà già l’idea del giro di affari che la legge appena approvata
porterà alle cooperative.
I corner che le Coop intendono inaugurare entro l’autunno sono 26,
mentre nel 2007 si arriverà in totale a 150 aperture.
Il provvedimento è in realtà potenzialmente ancora più fruttuoso per
le cooperative, che contano su 1300 punti vendita, anche se per ora
solo 150 sono idonei a ospitare l’angolo della salute. Ma c’è tempo
per lavorare alla messa in regola degli altri, con un fatturato che,
ipoteticamente, potrebbe quasi decuplicare nel giro di pochi anni.
Nei primi «corner» annunciati dalla Coop estense sono stati assunti
in totale 9 farmacisti. Ma le domande, come hanno spiegato nei
giorni scorsi i vertici delle cooperative della grande
distribuzione, sono arrivate a 600 e sono previste complessivamente,
per la prima parte dell’avvio, 300 assunzioni.
Sul sito della Coop c’è un annuncio indirizzato proprio ai
farmacisti: «Sei un farmacista? Vuoi lavorare con Coop? Clicca
qui!». L’interessato deve poi indicare la provincia di riferimento e
compilare un modulo: «Coop - recita l’annuncio - sta selezionando
farmacisti laureati e abilitati all’esercizio della professione, da
inserire nei propri negozi, come responsabili di corner dedicati
alla vendita di prodotti farmaceutici».
In ogni angolo della salute ci saranno da uno a tre farmacisti che
gestiranno circa 300 medicine tra farmaci Otc, ossia «da banco» o di
automedicazione e Sop, senza obbligo di prescrizione medica, con
sconti anche superiori al 25 per cento. Il design è curato nel
dettaglio: ogni «corner» sarà di colore verde-turchese e sarà
segnalato da un’insegna luminosa.
Particolari studiati con anticipo. Le cooperative erano già pronte
al lancio dell’angolo dei farmaci. Dall’autunno del 2005 le Coop
avevano infatti lanciato la campagna «Farmaci più liberi, prezzi più
bassi», in cui furono raccolte 800mila firme. Contemporaneamente, le
cooperative avevano depositato a febbraio alla Camera una proposta
di legge popolare con 173mila firme per introdurre nei supermercati,
appunto, l’angolo delle medicine.
La legge Bersani-Visco ha accolto pienamente dunque quella campagna
e quella proposta di legge. Anzi, in qualche modo, l’ha incorporata.
Non a caso i quattro articoli da cui era formata quella proposta di
legge contenevano gli stessi concetti delle norme appena varate.
«Il governo - commentava infatti nei giorni scorsi Aldo Soldi,
presidente Coop-Ancc, l’associazione nazionale cooperative dei
consumatori - ha interpretato appieno il volere degli 800mila
cittadini che hanno sostenuto la nostra campagna “Farmaci più
liberi, prezzi più bassi” sottoscrivendo dapprima la proposta di
legge presentata lo scorso febbraio e successivamente la petizione».
11 agosto 2006 Pdci e Prc, un calcio al rigore di
Padoa-Schioppa
Finanziaria lacrime e sangue? Tagli alla
spesa corrente? La sinistra radicale da quest’orecchio non vuol
proprio sentir nulla. Il ministro dell’Economia, Tommaso
Padoa-Schioppa, ha confermato ieri a Cortina che nella prossima
legge di bilancio ci saranno «economie di spesa» sui quattro
capitoli già accennati dal Documento di programmazione economica e
finanziaria (Dpef): pensioni, sanità, enti locali e pubblica
amministrazione.
Nonostante tutte le cautele adottate nel dibattito pubblico con il
presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, dal
responsabile di via XX Settembre per non irritare gli alleati di
estrema sinistra (l’aver evitato accuratamente la parola «tagli» e
la promessa di una nuova verifica dei conti pubblici a settembre,
ndr), tanto i Comunisti Italiani quanto Rifondazione ieri hanno
ribadito l’indisponibilità nei confronti di una Finanziaria
impostata sulla linea del rigore.
Il capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, ha aperto le danze
criticando politicamente gli accorgimenti semantici di
Padoa-Schioppa. «No a tagli, anche mascherati. In Finanziaria - ha
sottolineato - ci devono essere misure chiare di equità e rilancio
sociale». Secondo l’esponente comunista, «la via giusta per creare
sviluppo» non è la «compressione» delle spese sociali, ma la lotta
all’evasione. È inoltre necessaria «una seria politica di sostegno e
riqualificazione di sanità e scuola». Una dichiarazione di principi
diametralmente opposta a quella del ministro dell’Economia.
«Dopo cinque anni di macelleria sociale, di condoni indiscriminati e
di “finanze creative” - ha aggiunto Sgobio - bisogna inaugurare una
svolta, capace di guardare ai lavoratori e pensionati, adeguando tra
l’altro stipendi e pensioni al costo reale della vita». Una nuova
«scala mobile», il cavallo di battaglia dei Comunisti Italiani,
rappresenta la vera strada da seguire.
La sortita del Pdci non poteva lasciare indifferente Rifondazione,
preoccupata di un possibile «sorpasso a sinistra». L’andamento
favorevole delle entrate fiscali nel primo semestre e la
progressione superiore alle attese del Pil nel secondo trimestre
hanno incoraggiato le esternazioni di Gennaro Migliore, presidente
dei deputati del Prc. «Lo sviluppo - ha detto - deve essere una
priorità della manovra economica. Non cogliere questa congiuntura
favorevole sarebbe un inutile omaggio all’ortodossia del risanamento
e del pareggio di bilancio». Secondo Migliore, la prossima
Finanziaria deve essere impostata «sulla leva dell’equità fiscale»
senza tagliare i servizi sociali. Seppur con sfumature differenti,
la sostanza dei discorsi di Pdci e Rifondazione è la stessa: «Padoa-Schioppa
non si azzardi a fare nessun taglio». Se a tutto questo si
aggiungono i richiami di Cgil, Cisl, Uil e Ugl alla clemenza nei
confronti del settore pubblico, appare evidente che il ministro
dell’Economia avrà non poche difficoltà a operare le misure di
contenimento da 20 miliardi previste dal Dpef. Misure richieste da
Confindustria: Montezemolo ha più volte evidenziato che «chi ha
l’onore e l’onere di governare deve avere anche il coraggio di
scelte impopolari». Il dilemma si prospetta di difficile soluzione:
accontentare l’ala sindacalista o propendere per le posizioni
imprenditoriali?
Al di là dei continui rinvii alla verifica delle finanze pubbliche,
il governo Prodi prima o poi dovrà decidere. E il vertice con i
capigruppo della maggioranza, convocato per il prossimo 4 settembre,
si preannuncia movimentato. «La ripresa c’è ed è diffusa - ha detto
Mauro Fabris dell’Udeur - ma la Finanziaria deve rimanere rigorosa».
La tenuta della coalizione sarà messa alla prova. Per il
vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, «nella
maggioranza esiste un problema grande come un grattacielo». E tocca
al premier porvi rimedio.
12 agosto 2006 Cento avvisa il premier:
«Il sì alla missione non è affatto scontato»
«Non è per nulla scontato il nostro assenso
alla missione militare in Libano», avverte il Verde Paolo Cento. Il
presidente del Consiglio Prodi annuncia che l’Italia «è pronta» a
mandare i suoi militari con la forza di interposizione Onu che
dovrebbe essere dispiegata nel Sud del Libano, ma deve ottenere
prima il via libera della sua maggioranza e del Parlamento. E
secondo il sottosegretario all’Economia Cento, che parla a nome
dell’ala pacifista dell’Unione, non sarà una passeggiata, perché
dare il via libera alla spedizione nel Paese dei cedri può diventare
per il centrosinistra «più complicato» del pur defatigante
tormentone sull’Afghanistan, perché rispetto al Medioriente c’è «una
fortissima sensibilità del movimento pacifista, e anche del mondo
cattolico: la discussione attraverserà trasversalmente tutta la
sinistra».
Onorevole Cento, il governo dice di esser pronto a partecipare alla
missione militare. Siete pronti anche voi?
«Prodi e D’Alema mi sembrano intenzionati ad accelerare. Ma per far
partire i soldati è indispensabile un mandato del Parlamento, e
prima bisognerà chiarire molti problemi: i tempi, i modi, i costi
della missione, le regole d’ingaggio dei soldati».
La risoluzione approvata dall’Onu non spiana la strada?
«Certo il pronunciamento delle Nazioni Unite fa sì che non ci sia
una posizione pregiudizialmente contraria ad un nuovo impegno
militare dell’Italia. Ma da qui ad assicurare che saremo favorevoli
ce ne corre, non c’è nessuna adesione scontata. Prima ci vuole
un’approfondita discussione dentro il governo e dentro l’Unione».
Dunque porrete condizioni per dare il vostro assenso in Parlamento?
«Certo che le porremo. Uno dei primi paletti che avevamo posto,
ossia che non si dovesse in nessun caso trattare di una missione
Nato, è rispettato dalla risoluzione. Ora occorre fare chiarezza su
altri punti fondamentali: dovrà essere una missione di pace,
equidistante tra le parti in causa, e che non dovrà assolutamente
avere compiti offensivi. Deve servire esclusivamente a sostenere il
dispiego dei 15mila soldati libanesi che dovranno riaffermare la
sovranità del governo di Beirut sul sud del Paese».
Insomma, i militari della missione Onu non dovranno sparare un
colpo?
«No: solo i libanesi dovranno poter usare le armi. Gli italiani non
dovranno partecipare ad alcuna azione combattente, salvo ovviamente
il diritto di difendersi in caso di attacco».
E il compito di disarmare Hezbollah, come chiedeva una precedente
risoluzione Onu mai attuata, e di garantire la sicurezza di Israele
a chi spetta?
«Il disarmo di Hezbollah è e deve restare, come dice lo stesso testo
approvato dall’Onu, un problema esclusivo del governo libanese. E la
sicurezza di Israele va garantita ristabilendo la piena sovranità di
quel governo anche sul sud del Libano».
Peccato che i terroristi di Hezbollah facciano parte proprio di quel
governo...
«Quando in una democrazia parlamentare come quella di Beirut si crea
una rappresentanza istituzionale di movimenti come Hezbollah, o come
Hamas in Palestina, occorre interrogarsi sulle cause. Non si può
pensare di eliminarla con un editto, bisogna chiedersi se proprio
chi ha adottato la strategia della risposta bellica, ossia Israele,
non abbia causato il loro rafforzamento».
Dunque il contenuto della risoluzione del Palazzo di Vetro vi
soddisfa?
«Purtroppo è stata tardiva, e su questo va dato un giudizio politico
severo: di fatto si è consentito al governo israeliano di completare
la sua azione militare contro il Libano. È gravissimo che Olmert
abbia dato l’ordine dell’offensiva proprio mentre il Consiglio di
sicurezza discuteva la risoluzione sul cessate il fuoco».
Per il capogruppo di Rifondazione, Gennaro Migliore, Israele si è
«messa fuori dalla comunità internazionale». Condivide
un’affermazione del genere?
«Non c’è dubbio che il governo di Tel Aviv abbia condotto una vera e
propria strage di civili, proseguita nonostante la discussione dell’Onu.
Non c’è nessuna proporzione tra l’attacco pur condannabile di
Hezbollah e la reazione militare israeliana. Ora la priorità è
accelerare il ritiro israeliano dal territorio libanese e aprire
corridoi umanitari per affrontare l’emergenza».
14 agosto 2006 Comunisti italiani vs Rifondazione.
Guerra tra ex compagni
Tra i comunisti del Pdci e quelli di
Rifondazione si passa dalle accuse agli insulti. Liberazione scrive
in prima pagina che la manifestazione antifascista promossa da Marco
Rizzo contro Fausto Bertinotti fa «girare i c...» ai suoi compagni
di partito.
L’eurodeputato Rizzo si era scagliato contro Bertinotti reo di aver
accettato l’invito di Gianfranco Fini alla Festa nazionale di An per
il 16 settembre. Un invito che Bertinotti aveva ritenuto di non
poter rifiutare proprio perché ricopre la carica, in teoria super
partes, di presidente della Camera. Ma dato che a sinistra c’è
sempre qualcuno più uguale degli altri, la scelta di Bertinotti ha
scatenato il solito dibattito interno tra i presunti alleati. Ognuno
a sinistra ha la sua particolare opinione sulla partecipazione di
Bertinotti alla Festa di An e la rende nota al mondo.
E così Gennaro Migliore scrive su Liberazione di avere tentennato un
po’ prima di infilarsi in questo scontro perché, «le polemiche a
sinistra sembrano piccole e strumentali». Poi però attacca a testa
bassa il Pdci e Rizzo in particolare del quale si chiede se non sia
lo stesso «superpresenzialista che frequenta ogni tipo di
trasmissione televisiva con i La Russa e i Gasparri e fa sempre a
gara con loro a chi la spara più grossa». E non solo. Liberazione si
chiede «quale purezza si intestino quelli del Pdci? Quella del
simbolo elettorale sbiancato il giusto per confondersi con
Rifondazione?» Migliore ci va giù pesante definendo Rizzo e i suoi
«comunisti da buco della serratura, guardoni della nostra iniziativa
politica». In sostanza accusa il Pdci di non avere alcuna politica
se non quella di criticare le scelte di Rifondazione. Si ha gioco
facile, prosegue Migliore «a svelare quella che gli astuti
“piddiccini” hanno eletto a vera e propria linea politica. Appostare
Rifondazione Comunista, come farebbe l’ispettore Derrick, in attesa
dell’inevitabile passo falso. Oppure interpretare le intenzioni dei
dirigenti di Rifondazione e agire secondo l’adagio “calunniate,
calunniate, qualcosa resterà”».
Curioso che nello stesso giorno (ieri) in cui Liberazione pubblica
questo durissimo attacco a Rizzo, il Corriere della Sera pubblichi
una lettera proprio di Rizzo che suona quasi come una risposta alle
critiche di Migliore. Telepatia comunista?
Nella lettera al Corriere, Rizzo riconosce che «chi fa politica a
sinistra come a destra», si deve inevitabilmente confrontare pure
davanti alle telecamere «con gli avversari, anche con quelli più
lontani». E dunque, prosegue, «non si capirebbe perché il leader di
Rifondazione nonché presidente della Camera» non possa andare
all’appuntamento con Fini. Ma confrontarsi con l’avversario in tv e
andare alla Festa di An non è la stessa cosa, aggiunge Rizzo. Se si
va al dibattito invitati da An, scrive, «si azzera il valore
fondante della nostra identità: l’antifascismo». Insomma Rizzo non
cambia idea.
15 agosto 2006 D’Alema a braccetto con il
rappresentante dei guerriglieri Hezbollah
Passi per l’«equivicinanza», concetto
politico inusuale ma ugualmente peloso. Passi il suo proverbiale,
seppur inconfessato, antisionismo. Passi pure che da sempre, dai
tempi di Arafat e del suo Nemer Hammad a Roma, è un difensore
ineccepibile della causa palestinese. Ma hezbollah no, sarà anche un
«partito di dio» però alleva terroristi, lo sa l’universo mondo
civile ma non Massimo D’Alema, ministro degli Esteri della
Repubblica italiana? Vederlo a braccetto con un deputato hezbollah,
Hussein Haji Hassan, in una foto da Beirut, e ascoltare le
dichiarazioni non proprio "equidistanti" ha lasciato perplessi molti
osservatori.
L’esponente diessino persegue una strategia i cui obiettivi sono
impliciti nella mancanza di condanna degli hezbollah e nella
altrettanto insistente critica allo Stato di Israele per avere
reagito in maniera «sproporzionata» all’attacco terrorista. D’Alema
si propone come leader unificatore di tutta la sinistra italiana,
dai riformisti timidamente presenti all’interno dei Democratici di
sinistra, alle frange estreme rappresentate non solo dai fratelli
separati bertinottiani e dilibertiani, ma anche dai no-global, dai
disobbedienti e altri variegati gruppi dallo spiccato spirito
anti-americano ed anti-israeliano.
Per perseguire quest’obiettivo che ha poco a che fare con la
politica estera italiana, D’Alema deve esprimere in maniera
comprensiva tutte le pulsioni anti-occidentali e pseudopacifiste
fino a sollecitare gli stessi spiriti anti-sionisti di cui il popolo
di sinistra si è nutrito negli anni. Infatti, se una parte
responsabile della sinistra sembra allinearsi al riformismo europeo
che contempla la difesa dello Stato di Israele, nel popolo della
sinistra si sono sviluppati i germi di ciò che la vulgata chiama
anti-capitalismo, anti-imperialismo e anti-sionismo contro quella
che è considerata la punta avanzata dell’Occidente nel cuore del
Medio Oriente.
Massimo D’Alema è sufficientemente avvertito per sapere che il
sentimento anti-sionista ed anti-yankee diffuso a sinistra è un
cascame ideologico. Ma è anche abbastanza cinico per calcolare che
se vuole porsi come leader della sinistra non può che percorrere una
strada pavimentata dalla demagogia terzomondista e dalla retorica
populista estesa a scala internazionale.
16 agosto 2006 Ingrao dà lezione a Bertinotti:
«Un errore gli auguri a Castro»
“No, il dibattito no”, si potrebbe dire
citando il giovane Moretti di “Io sono un autarchico”. Dopo i mal di
pancia causati dal rifinanziamento della missione in Afghanistan e
quelli, attesi a breve, per l’invio delle nostre truppe in Libano,
Rifondazione comunista è scossa da un’altra querelle. E stavolta si
tratta di Fidel Castro, non proprio un personaggio di secondo piano
nell’immaginario del popolo rosso.
Pietro Ingrao, uno dei padri nobili della sinistra nonché primo
comunista a presiedere l’assemblea di Montecitorio, ha inviato ieri
l’altro una lettera al quotidiano del Prc, Liberazione, con la quale
prende nettamente le distanze dagli auguri commossi mandati al
leader caraibico dal suo successore alla presidenza della Camera,
Fausto Bertinotti, e da Franco Giordano, in occasione dei suoi
ottant’anni. «Come militante di Rifondazione comunista sento il
bisogno - scrive Ingrao - di esprimere il mio dissenso dal messaggio
che in questi giorni il presidente Bertinotti e anche il compagno
Giordano hanno inviato a Fidel Castro. Da tempo penso che a Cuba sia
in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti
di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione,
instaurando nell’isola un clima di dura illibertà. Può darsi che io
mi sbagli - conclude - ma ritengo giusto si sappia che sulla
situazione in atto a Cuba ci sono in Rifondazione rilevanti
differenze di opinione».
Una posizione che non stupisce, per la verità. Basti pensare al
giudizio poco lusinghiero che il decano del comunismo italiano
regalò ad Aldo Cazzullo sul líder máximo: «Quando (Fidel, ndr) prese
il potere passai un mese a Cuba. E Castro non mi piacque per nulla.
Parlava per ore, senza ascoltare mai».
La lettera di Ingrao rischia di aprire una ferita nell’animo di
tanti compañeros nostrani laddove parla delle diverse idee presenti
nel Prc su Fidel e il suo regime. Il direttore di Liberazione,
infatti, non lo smentisce. Premettendo nella sua replica che
«l’opinione di Pietro Ingrao conta sempre molto. Specialmente su
questioni così grandi e generali: come l’idea di libertà, di Stato,
di dittatura, di regime», Piero Sansonetti ribadisce che il
messaggio di auguri a Castro di Bertinotti e Giordano è coerente con
la linea politica che da sempre Rifondazione ha espresso su Cuba.
«Una linea di grande rispetto, naturalmente, per la rivoluzione e
per molti dei suoi valori e per la lotta che Cuba ha dovuto
sostenere, in questi quasi 50 anni, contro il continuo attacco degli
Stati Uniti - prosegue Sansonetti -, ma insieme di critica severa
per i limiti fortissimi alla libertà e allo svolgimento democratico
della politica e per ogni singolo atto di repressione e di punizione
del dissenso, o di violazione dei diritti umani. Questa critica
Rifondazione l’ha espressa anche solennemente nelle aule
parlamentari».
Né con Fidel né contro di lui, parrebbe di capire. Poi il direttore
di Liberazione conclude: «Naturalmente Ingrao ha ragione: in
Rifondazione convivono giudizi abbastanza diversi su Cuba e sul
castrismo. Bertinotti e Giordano, per esempio, hanno detto molte
volte di non essere convinti che l’esperienza castrista possa essere
liquidata in toto, come fosse il regime sovietico o la storia del
partito comunista bulgaro».
E l’impressione che Ingrao abbia detto la verità è confortata da
Elettra Deiana, vice presidente della commissione Difesa della
Camera. La deputata trotzkista di Rifondazione ricorda di aver
criticato da sempre le «esperienze autoritarie legate alla
statualità sovietica». Il problema vero, dice Deiana, investe la
natura del regime cubano, che lei non considera né democratico né
«partecipato». Pur trovando eccessiva la carica polemica della
lettera di Ingrao, la deputata ammette di essere d’accordo con
quest’ultimo. Anche se è fisiologico che il dibattito resti aperto,
poiché il castrismo è «un’esperienza che ha attraversato la storia
della sinistra». In ogni caso, Deiana è convinta che la società
cubana sia vitale e che possa trovare da sola la forza di evolversi,
e si dichiara perciò «ostile a qualunque trasmissione eterodiretta
(dagli Stati Uniti, ndr) di democrazia». Almeno su questo,
all’interno di Rifondazione sono tutti d’accordo.
17 agosto 2006 Reggio Calabria. Truffa Ue,
operai fantasma assunti nella sede Ds
Maxitruffa da 8 milioni e 200mila euro. Due
società, la Printec e la Sensitec, aziende che avrebbero dovuto
fabbricare oggetti di cancelleria e contatori per gas liquido a
Corigliano, in provincia di Cosenza, ma che non hanno mai iniziato
la produzione.
In mezzo ci sono 52 operai, assunti a tempo indeterminato, ai quali
sono state regolarmente pagate solo le prime mensilità per dare una
parvenza di regolarità ed evitare i controlli.
La sede dei Ds di Corigliano, si legge nel rapporto delle Fiamme
Gialle, sarebbe stata teatro di «finti colloqui selettivi
preliminari», e «senza i prescritti requisiti previsti dal bando
pubblico di ammissione». Alcuni di loro, secondo gli inquirenti,
avrebbero partecipato a «corsi di formazione professionali,
appositamente organizzati e finanziati dalla Regione Calabria» da
due società, la Eurocal Dorm Srl di Corigliano e la De Lorenzo
Formazioni Srl di Roma. L’inchiesta potrebbe ora estendersi alle due
società di formazione, alla Regione Calabria e a Sviluppo Italia
Calabria, che avrebbero omesso di verificare «il rispetto dei
parametri assicurati in sede di contratto di finanziamento pubblico
da parte delle aziende».
18 agosto 2006 Da Bonino e Rutelli bacchettata al
ministro ds
L’imbarazzo per la scelta del vicepremier
Massimo D’Alema di passeggiare a braccetto con un rappresentante di
Hezbollah, arriva anche in Consiglio dei ministri.
Dopo le pesanti critiche della Comunità ebraica romana,oggi sono
arrivate anche quelle (più diplomatiche) di due esponenti della
coalizione di governo. Secondo l’agenzia Agi, il vicepremier
Francesco Rutelli e il ministro per le Politiche comunitarie, Emma
Bonino, avrebbero «rimarcato alcune differenze di analisi sulla
crisi mediorientale». Il faccia a faccia tra Rutelli e D’Alema
sarebbe stato caratterizzato da una «semplice puntualizzazione delle
rispettive e diverse posizioni», mentre quello con la Bonino avrebbe
avuto un sapore più aspro. Secondo il deputato della Rosa nel pugno,
sarebbe stato «meglio riflettere qualche giorno in più» sulla
partecipazione italiana alla missione Onu. O comunque comportarsi
«come sta facendo la Francia». Traduzione: aspettare che dalle
Nazione Unite arrivino chiarimenti sulle modalità dell’intervento.
Rutelli ha precisato di «non aver criticato nessuno» e sulla foto ha
specificato: «Io in Libano non ci sono stato, quindi non posso
rispondere». Clemente Mastella ha invece glissato con un battuta:
«Io di foto al Consiglio dei ministri non ne ho viste...». Tra gli
insoddisfatti per il gesto di D’Alema c’è Gianfranco Fini (An). «Ci
si deve assume la responsabilità di dialogare con Hezbollah. La
posizione del ministro è forse quella dell’Europa?». Da Beirut,
Hussein Haji Hassan, il deputato di Hezbollah ritratto con il
vicepremier, liquida così la questione: «Se D’Alema si è sbilanciato
a favore della solidarietà umana - dichiara all’Ansa - la cosa gli
fa onore. Non abbiamo tempo per le polemiche e stiamo pagando un
anno di affitto a chi ha perso la casa». Hassan si è però rifiutato
di dire da dove arrivano i fondi.
19 agosto 2006 Coop fa il pieno coi farmaci: una
manna il decreto Bersani
Gli ipermarket Coop vendono più medicine
che spaghetti. A una settimana dall’apertura dei primi tre corner
shop di medicinali da banco e senza obbligo di ricetta, gli effetti
delle liberalizzazioni introdotte dal decreto Bersani a fine luglio
si sono rivelati una manna per i fatturati dei tre ipermercati
sperimentali del gruppo «Coop Estense» di Carpi (Modena), Ferrara e
Bari.
Il boom di vendite di analgesici e antidolorifici come Moment,
Tachipirina, Maalox e Aspirina potrebbe anche essere la conseguenza
di improvvisi attacchi di mal di testa, febbre alta e acidità di
stomaco, ma Federfarma (l’associazione nazionale dei titolari di
farmacie) ritiene che sia soltanto «un trionfo commerciale». Ovvero,
un risultato che ha permesso a Coop Estense di superare le vendite
di pasta, riso e farina messi insieme per un fatturato (quello dei
soli farmaci da banco e senza obbligo di ricetta) che raggiunge
l’1,90% dell’intero volume di vendita. I tre corner shop hanno
registrato una presenza media di 400-500 clienti al giorno pronti ad
acquistare analgesici e antidolorifici scontati del 20, 25 e 30%
rispetto alle farmacie. Nonostante i numeri si riferiscano a un
periodo così breve, il direttore commerciale del gruppo, Eddy
Gambetti, sottolinea che «questa prima risposta dei consumatori è
andata oltre le nostre previsioni».
In base alla percentuale totale delle vendite dell’ipermercato di
Bari, i farmaci occupano 1,90%, mentre quelli di Carpi e Ferrara
l’1, 50 per cento. La spiegazione sulla disparità di incassi è di
natura sociale: «Chi abita al Sud ha un minor reddito e un bisogno
di maggiori tutele - spiega Gambetti - e comunque nelle farmacie
meridionali gli sconti sono meno frequenti rispetto al Nord».
L’entusiasmo delle cooperative per gli effetti delle
liberalizzazioni era stato covato con largo anticipo rispetto
all’approvazione in Parlamento del decreto del ministro dello
Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Il via libera era arrivato
con l’accordo tra il ministro della Salute, Livia Turco, e i vertici
di Federfarma. Oggi, stravolte le regole che regolamentavano la
vendita dei farmaci, «Coop Italia» ha annunciato l’intenzione di
voler bollare con il proprio marchio integratori vitaminici e
medicinali come l’Aspirina per poi metterli in commercio con sconti
del 50% rispetto ai prezzi del mercato. Il gruppo commerciale
specifica che a partire dal prossimo anno aprirà altri 150 punti
vendita per un totale di circa 500 nuove assunzioni di farmacisti.
«Ma faremo di più - aggiunge il vicepresidente di Coop Italia,
Riccardo Bagni - perché abbiamo intenzione di abbinare alla vendita
dei medicinali anche altri servizi come la misurazione della
pressione e la possibilità di prenotare esami attraverso accordi con
le Asl». Entro la fine di settembre, Coop Estense aprirà altri sette
banchi per la vendita in Puglia e sei in Emilia Romagna.
Dall’altra parte della barricata, Federfarma (si era fortemente
opposta ai progetti del governo con slogan del tipo «contro il
capitalista Bersani che vuole affidare la salute alle Coop» e «Bersani
trasforma i farmaci in pesci e pani»), osserva l’evolversi della
situazione e non sembra sorpresa dal primo bilancio sulle vendite.
«Questo boom conferma le nostre teorie - spiega al Giornale il
segretario nazionale dell’associazione, Franco Caprino -: fino a
ieri si andava in farmacia quando se ne aveva bisogno, oggi si
compra un farmaco per un semplice impulso all’acquisto. Oltre a
essere un’abitudine pericolosa, non va neanche a vantaggio del
consumatore perché, se da una parte il cliente acquista una
confezione di Aspirina a prezzo scontato, dall’altra spende comunque
dei soldi senza che ci sia la necessità. Tutti andiamo a fare la
spesa e sappiamo come la grande distribuzione riesca a convincerci a
farci mettere nel carrello quello che vogliono».
Secondo Caprino i risultati diffusi da Coop Estense sono la prova
provata di un «trionfo commerciale». E aggiunge: «Da oltre un anno
la grande distribuzione premeva per la realizzazione di questo
sistema - conclude - e stanno procedendo spediti verso la nascita di
grossi monopoli. Purtroppo la situazione politica attuale non fa
nulla per impedirlo».
Supermercati a gonfie vele e farmacie deserte? «Ancora non lo
sappiamo, è troppo presto per fare i conti».
20 agosto 2006 Pavia. Festival da 1 milione di euro
al «pierre» del sindaco ds
Quando si iniziò a parlarne, un anno fa, la
città era entusiasta. Era da tempo che Pavia aspettava un rilancio
culturale (e turistico) che la riportasse ai fasti cui l’aveva
abituata lo storico ruolo - da tempo appannato - di città «del
sapere». Così l’idea di un Festival capace di mettere a confronto
mondo scientifico e mondo umanistico era piaciuta a tutti.
L’esperienza recente, del resto, insegna che grandi manifestazioni a
base di letteratura, scienza o filosofia contribuiscono
brillantemente a «riposizionare» l’immagine di una città.
Piera Capitelli, diessina e parlamentare dell’Ulivo, è stata eletta
sindaco di Pavia nell’aprile 2005 e una delle prime proposte è stata
appunto quella di un grande Festival dei Saperi in calendario nel
settembre del 2006. Stanziamento previsto: 600mila euro del Comune
più altrettanti che sarebbero arrivati dagli sponsor. Questo un anno
fa, poi un lungo silenzio. Fino alla conferenza stampa di luglio. Il
programma del festival in quel momento non c’è ancora (è stato
comunicato a inizio agosto), non vengono indicati né costi né
sponsor, ma si preannunciano per i cinque giorni della
manifestazione 250mila presenze che - come sa chi bazzica l’ambiente
- è una cifra decisamente ottimistica. E iniziano le polemiche, con
tanto di lettere «avvelenate» che compaiono sulla stampa locale.
E così si viene a sapere che: a poche settimane dall’inizio del
festival esiste una sola sponsorizzazione, di 100mila euro (contro i
600mila previsti); che il Comune è dovuto intervenire con altri
400mila euro che, sommati ai 600mila già deliberati, portano la
cifra complessiva a un milione di euro; che, come risulta da una
delibera comunale del 7 marzo, si attribuisce per tre anni alla
società Wam&co la direzione del festival e l’incarico relativo al
coordinamento organizzativo e all’ufficio stampa «per un totale di
euro 150mila»; e che il marchio Festival dei Saperi, inizialmente di
proprietà della Wam&co, viene improvvisamente registrato dal comune
dopo le prime polemiche. Nulla di grave (a parte forse la cifra
piuttosto alta), se non fosse che la Wam&co è una società che ha
come titolare unico Stefano Francesca, ovvero la stessa persona che
ha curato la campagna elettorale del sindaco Capitelli; il quale
attualmente dirige l’Ufficio marketing e comunicazione del Comune
(per 70mila euro annui); il quale è diventato direttore del Festival
dei Saperi; il quale come responsabile della gestione dell’evento
può contare per il suo «pacchetto comunicazione» su un compenso di
435mila euro.
Come hanno sottolineato anche con interventi sulla stampa locale
noti intellettuali della città (lo storico Giorgio Boatti così come
l’editore Giovanni Giovannetti), il problema è da una parte una
strategia di comunicazione del Comune «molto dirigista e ideologica»
(perché ad esempio non dire subito di chi era la società che avrebbe
gestito l’evento?) dall’altra un percorso legittimo ma certamente
contorto. Non solo. Di solito - evidenzia qualcuno - prima di
affidare la gestione di un evento del genere, con budget di queste
dimensioni, si fa un bando. E poi - sottolinea qualcun altro - è
buona cosa produrre un curriculum: quali eventi ha organizzato la
società Wam&co? Perché non ha dipendenti, perché non esiste un suo
sito internet, e perché è così difficile trovare informazioni sulle
sue attività?
Genovese, tra i giovani ds rampanti saliti sul «treno» del
presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, stile «alla D’Alema»,
misurato e prudente, Stefano Francesca contattato dal Giornale
spiega la propria posizione: «La nostra manifestazione è al suo
primo anno ed è difficilissimo entrare in un mercato come quello dei
grandi festival. Ma si tratta di costruire un nuovo profilo
culturale di Pavia. Sono direttore dell’ufficio che cura i servizi
di marketing e comunicazione del Comune e ho semplicemente costruito
un piano triennale di eventi su una proposta già presente nel
programma presentato in campagna elettorale dal sindaco». E i
contributi degli sponsor? «Avevamo fatto tre ipotesi, e quella
massima era 600mila. Quanto è stato raccolto a tutt’oggi? Circa
300mila euro». Le previsioni di pubblico? «Noi puntiamo a 10mila
presenze per i giorni di mercoledì-giovedì e a 100mila per il
weekend. E la cifra di 250mila che qualcuno ci ha rinfacciato, è
pensata per tutto l’anno, tenendo conto anche delle mostre e degli
altri eventi culturali».
Sembrerà strano ma il Festival dei Saperi (deciso un anno fa) è in
programma dal 6 al 10 settembre. Esattamente gli stessi giorni del
Festivaletteratura di Mantova, distante un’ora e mezzo di macchina.
Come organizzare un quadrangolare di squadre di club nelle stesse
settimane dei campionati mondiali di calcio. E pretendere di
riempire lo stadio.
21 agosto 2006 Dodici anni di sinistra al potere.
Esercito e leggi speciali per Napoli?
Questa è una storia istruttiva. Il celebre Rinascimento Napoletano
di Antonio Bassolino detto Il Magnifico è diventato il Disastro
Napoletano. Il ministro all’Innovazione Luigi Nicolais ha annunciato
una legge speciale per Napoli e dintorni. Il presidente della
commissione Difesa del Senato De Gregorio ha chiesto l’intervento
dell’Esercito per contrastare la criminalità. Sotto il Vesuvio la
vita è invivibile.
Lo sa bene Giorgio Napolitano, che si sta muovendo personalmente e
sempre a Napoli, a Villa Rosebery, ha incontrato Bassolino per
discutere di tre piccole priorità e vedere il da farsi: rifiuti,
sicurezza, lavoro. Perché è una storia istruttiva? Perché gli oltre
dodici anni di potere assoluto della sinistra hanno portato a questa
conclusione: si stava meglio quando si stava peggio. Le priorità del
presidente Napolitano sono il fallimento di Bassolino che in nessuno
dei tre «settori» (rifiuti, criminalità, lavoro) ha combinato niente
di buono.
Per l’estate 2006 Antonio Il Magnifico si è inventato l’orologio
antiscippo per i turisti, ma in oltre dieci anni di strapotere non è
stato capace di dare a Napoli e alla Campania un moderno sistema di
raccolta e smaltimento dei rifiuti. Così accade che i tedeschi, i
francesi, gli americani si mettano sì l’orologio al polso, ma anche
una molletta al naso. E scappano. A Paestum ormai è crisi dichiarata
con un calo del 40% delle presenze turistiche. In risposta, il
viceré fa sapere di dedicarsi all’arte contemporanea e di essere
orgoglioso di aver fatto incontrare a Napoli Paladino e Kounellis.
Non c’è da meravigliarsi. La politica di Bassolino è tutta fatta di
parole e invenzioni: il Rinascimento, l’America’s Cup, la montagna
di sale. Risultati? Il trionfo della spazzatura è l’immagine stessa
del fallimento della politica della sinistra. Davvero non ci sono
alibi e attenuanti. Bassolino è stato per due volte sindaco,
contemporaneamente ministro del Lavoro, ora è per la seconda volta
presidente della Campania. Il suo potere è pari dei viceré spagnoli.
Non solo. La sinistra occupa tutto: Comune, Provincia, Regione.
Amministra tutte le Provincie e le città campane. E può confidare
almeno su due ministri come il beneventano Mastella e il napoletano
Pecoraro Scanio che, guarda caso, è il titolare dell’Ambiente.
Situazione ideale per amministrare al meglio. Invece, l’aria in
Campania è irrespirabile.
Bisognerebbe costruire almeno un termovalorizzatore che bruciando la
spazzatura la trasforma in energia. In Campania, però, non solo non
si sa dove collocare l’impianto, non c’è neanche il presupposto
necessario: la raccolta differenziata. Così quella dozzina e passa
di enti che si occupano inutilmente dell’emergenza rifiuti non sa
fare di meglio che riaprire le discariche. Per la camorra è un vero
affare. E questo è un altro tasto dolente per Bassolino che, prima
di arrivare al potere, raccontava questa storiella: la camorra è al
potere, per sconfiggerla basta che la sinistra vada al potere. La
sinistra è andata al potere, ma la criminalità è ancora padrona del
campo. Tanto che un consigliere di Bassolino, l’ex deputato diessino
Isaia Sales, ha scritto un libro (Le strade della violenza) per dire
che la camorra non dà segni di debolezza, non è un fenomeno
occasionale e i suoi numeri rappresentano per Napoli e dintorni una
guerra civile. Poi è arrivato Roberto Saviano che con il suo libro
di successo Gomorra ha raccontato come la camorra sia una macchina
spietata che non vuole il potere, ma vuole fare «buoni affari».
Bassolino si è arrabbiato e ha ripetuto la sua storiella: con una
«buona politica» la camorra si vince.
Il Disastro Napoletano è annunciato da tempo. Finalmente cominciano
ad accorgersene anche i giornali. Il Sole 24 Ore e la Gazzetta dello
Sport hanno dedicato due ampi servizi a Napoli e hanno scoperto che
«il mare non bagna più Napoli». Il giornale diretto da Ferruccio de
Bortoli ha titolato senza enfasi: «La Napoli dei cantieri fermi». Il
giornale sportivo è stato, forse, poco sportivo, ma di certo non
scorretto: «Area ex Italsider. L’occasione persa di Napoli. Dalla
Coppa all’immondizia». Il Disastro Napoletano è tutto della sinistra
e non lo si può attribuire a Berlusconi. Anche Alfonso Pecoraro
Scanio ci prova. Secondo il ministro dell’Ambiente il fallimento
della riconversione dell’area di Bagnoli è opera del governo
Berlusconi. Dieci anni fa lì c’era ancora l’Italsider. Oggi c’è solo
confusione. L’accordo di programma è stato firmato da tempo col
governo, ma i lavori per la sistemazione e la bonifica dell’area
sono partiti a rilento. Ma partiti per andare dove? A questa domanda
la sinistra di governo della Campania non ha mai risposto.
Bagnoli è sempre lì con tutte le sue contraddizioni e Napoli ha
perso ancora una volta la possibilità di prendere il vento in poppa.
I luoghi dell’ex Italsider sono stati anche centro di deposito
rifiuti in un periodo della solita emergenza. Così, se oggi Napoli è
«un inferno», come scrive Giorgio Bocca nel suo ultimo libro, chi ha
governato da oltre dieci anni i napoletani e i campani non può
puntare il dito contro il governo Berlusconi. Il Disastro Napoletano
è figlio della sinistra.
22 agosto 2006 La stizza di Padoa Schioppa allergico
alle critiche
Tommaso Padoa-Schioppa è uomo poco abituato
alle critiche. Un curriculum di tutto rispetto (Banca d’Italia,
Consob, Bce) lo ha sempre messo al riparo dai rilievi. Così, se
invece di parlare di tagli alle spese, preferisce il termine più
nobile di «razionalizzazione» delle spese, nessuno può criticarlo.
Nemmeno se si chiama Francesco Giavazzi, un prof. della Bocconi
prestato al giornalismo.
All’origine della disfida, un fondo di Giavazzi sul Corriere. Scrive
che la scelta del ministro dell’Economia di non procedere a tagli di
spesa, ma a razionalizzazioni della stessa è una mancanza di
coraggio. Da notare che Giavazzi e Padoa-Schioppa fanno parte dello
stesso ambiente, vengono dallo stesso mondo.
Quell’accusa di mancanza di coraggio brucia al ministro; non può
restare impunita.
Il dilemma: come rispondere al fondo di Giavazzi. Scrivere una
lettera al Corriere? Troppo grossier, deve aver pensato il ministro.
Così, opta per una mail. Dal suo indirizzo privato (e non quella del
dominio “tesoro.it”), Padoa-Schioppa scrive una risposta piccata.
Con un particolare. Per farla conoscere la invia anche ai 92 amici
in comune. Ministri, banchieri, uomini d’impresa. Risultato: finisce
sui giornali.
Nella prima mail il ministro accusa Giavazzi di «due falli gravi:
hai alterato i fatti e presentato un’analisi superficiale». Non
sazio di tale offesa, il ministro aggiunge: «Capisco il bisogno del
Corriere di riconquistare le copie perdute a favore del Giornale e
di Libero, ma non che, nell’essere - forse involontariamente -
partecipe di questa operazione, tu metta a repentaglio la tua
reputazione di onestà intellettuale e di buon economista».
La risposta di Giavazzi è algida e tagliente. Innanzitutto non
risponde al “tu” confidenziale del ministro; ma gli dà del “lei”.
Paragona il linguaggio del ministro a quello in voga nell’Unione
Sovietica degli anni Trenta. Gli ricorda che scrive sul Corriere da
12 anni, indipendentemente dai ministri dell’Economia, dai
Presidenti del Consiglio e dagli stessi direttori del giornale. E
gli dice: «Per Lei il problema del controllo della spesa pubblica si
riduce a varare ampie riforme». Come a dire: le riforme non fanno
cassa, quindi niente risparmi.
L’altra sera, il ministro si rimette alla tastiera: «Caro Francesco
(insiste con il “tu”)...in materia di risanamento dei conti pubblici
hai dato, e me ne sono dispiaciuto, una rappresentazione non
veritiera... La critica che ora aggiungi, che nulla è stato fatto
dal lato della spesa, mi pare anch’essa non veritiera».
E ricorda il provvedimento del 31 maggio, il decreto della manovrina
e «le cifre ed i campi di intervento indicati dal Dpef sono impegni
del governo approvati dal Parlamento, non parole senza peso. Riforme
vere della spesa sono cose nuove, vanno preparate e discusse; il
mese della finanziaria è settembre». E chiude: «se non avessi stima
di te e non ti conoscessi da 30 anni come persona scrupolosa non
avrei nemmeno preso la penna. Tommaso».
Questo scambio di mail è diventato argomento di gossip e commenti
nell’establishment. Sia fra chi le ha ricevute, sia fra chi le ha
lette sui giornali.
Guido Crosetto, di Forza Italia, sostiene che Padoa-Schioppa «è un
ministro politicamente irrilevante. Non ha il coraggio di affrontare
il problema della spesa pubblica e la parte fiscale è in mano a
Visco».
Infatti, sarebbe proprio il ruolo “tracimante” del vice ministro a
creare problemi al ministro. La rassegna stampa dell’Economia di
ieri aveva quattro segnalazioni su Padoa-Schioppa e 16 riguardanti
Visco. E c’è chi intravvede in questo dualismo subito dal ministro
la chiave d’interpretazione della scivolata della mail.
23 agosto 2006 Visco vuole inserire i Bot nel modello
Unico
Dal primo gennaio prossimo, chi vorrà
continuare a pagare una tassa del 12,5% sulle rendite finanziarie
dovrà denunciare il proprio investimento in titoli pubblici od in
azioni nella dichiarazione dei redditi. Ma ad una condizione: il
patrimonio in questione non deve eccedere i 25 mila euro. Chi lo
supera dovrà comunque pagare un’aliquota del 20% sui guadagni
ottenuti dall’intero stock di azioni o titoli pubblici detenuti.
Non a caso, Francesco Rutelli dice di essere contrario a «mettere
imposte con aliquote differenziate sui Bot».
È questo l’orientamento sul quale si sono concentrati gli studi
degli esperti del ministero dell’Economia; e - seppure
indirettamente - sarà questa la conclusione a cui arriverà la
commissione di esperti costituita ad hoc dal ministero. La
commissione, che tornerà a riunirsi i primi giorni di settembre
(forse il 6), non indicherà un’unica soluzione; ma elaborerà una
serie di analisi e di consigli al ministro. È quindi assai probabile
che il governo Prodi sia destinato ad infrangere il tabù del «Bot
nel 740».
Prima di arrivare a questa conclusione (sulla quale si stanno
orientando, pur fra mille cautele, gli uomini del ministero) sono
state perlustrate altre ipotesi; tutte, però, poi giudicate
impraticabili.
Quella realmente alternativa all’introduzione dei «Bot nel 740»
prevedeva un diretto coinvolgimento delle banche. Avrebbero dovuto
estendere il proprio raggio di azione di sostituti d’imposta al
nuovo meccanismo fiscale. E fin qui, nessun problema: la forte
integrazione informatica fra le banche dati del sistema bancario e
l’anagrafe tributaria (voluta con la legge finanziaria del 2005),
avrebbe permesso quest’aumento dei compiti. Le complicazioni sono
arrivate quando dal governo è partito l’input che, per difendere i
piccoli patrimoni (quantificati nel tetto di 25mila euro), le banche
avrebbero dovuto controllare tutti i conti correnti eccedenti tale
importo; verificare quali erano i risparmiatori che investivano in
titoli pubblici od azioni; quantificare le plusvalenze ed agire come
sostituti d’imposta.
Gli esperti del ministero sapevano che il sistema bancario non era
nelle condizioni di reggere a queste nuove incombenze. E così è
stato. Da fine luglio a oggi sono stati numerosi i contatti fra il
mondo bancario e il governo per risolvere il problema. La risposta
ricevuta dagli uomini del ministero dell’Economia è stata sempre la
stessa: si tratta di soluzioni materialmente impraticabili.
Così, il governo ha dovuto ripiegare sull’altra soluzione,
decisamente meno popolare: far denunciare ai risparmiatori i
rispettivi patrimoni nella dichiarazione dei redditi. L’obbiettivo
del ministero è subdolo. Introducendo il tetto di 25mila euro di
patrimonio di esenzione dall’aumento del 50% della tassazione sulle
rendite (il passaggio dal 12,5 al 20% fa un aumento del 50%), è
convinto che saranno pochi i risparmiatori che utilizzeranno la
franchigia. Ne consegue che la stragrande maggioranza pagherà
l’aliquota del 20%; indipendentemente abbia più o meno di 25 mila
euro investiti. E questo per conservare l’anonimato fiscale.
Dal nuovo regime fiscale sulle rendite aumenteranno le incombenze
fiscali. Soprattutto per i risparmiatori più anziani. Costoro, se
hanno investimenti in titoli pubblici ed azioni inferiori ai 25mila
euro, dovranno andare dal commercialista per compilare Unico. Ma le
difficoltà non saranno solo per loro. Al ministero dell’Economia
stanno cercando di perfezionare un sistema in grado di non
penalizzare i risparmiatori qualificati (il cui reddito da attività
finanziarie entra nella base imponibile e contribuisce alla
determinazione della no tax area) dai non qualificati. Analogamente
si sta cercando di differenziare il trattamento fiscale fra
dividendi e plusvalenze.
Viste le difficoltà, al ministero dell’Economia iniziano a pensare a
una riduzione del gettito previsto. Stime preliminari parlavano di 3
miliardi di euro, ora destinati a scendere.
24 agosto 2006 Per Paolo Cento gli studenti devono
essere
liberi di occupare la scuola
Il governo dell’Unione si era appena
insediato e il sottosegretario all’Economia Paolo Cento depositava
alla Camera la sua proposta di legge.
Un solo articolo ma dirompente: depenalizzare il reato di
«interruzione di pubblico servizio» nel caso di «occupazione di
edifici scolastici o universitari da parte degli studenti».
Oggi il reato prevede fino a un anno di reclusione; domani, qualora
la proposta che ora giace in commissione Giustizia della Camera
diventasse legge, ci sarebbe il via libera a picchetti e «okkupazioni»
senza limiti. Salvo uno: quello che gli studenti non fracassino le
aule.
Ovvero: le rivolte in collegi e atenei siano benvenute a patto che
non si rompa nulla. Il verde Cento ha motivato il suo progetto: «È
la conseguenza del lavoro effettuato da un ampio gruppo di studenti
delle scuole superiori, che in questi ultimi anni hanno subìto
l’avvio di molteplici procedimenti penali, che hanno determinato non
pochi problemi per le famiglie dei destinatari degli avvisi di
garanzia».
Insomma, in Italia si vuole togliere ogni rilevanza penale a forme
radicali di protesta .
25 agosto 2006 Pecoraro in vacanza con l’elicottero
di Stato
Dal punto di vista del costume potrebbe
sembrare l’ultima frontiera degli status symbol; l’esclusività
portata al limite estremo. Oppure una di quelle trovate da isola dei
vip che servono a riempire le pagine del gossip estivo.
Un elicottero a propria disposizione per scorrazzare tra le isole
dell’arcipelago di La Maddalena è già un qualcosa che al mondo si
possono permettere solo pochissimi Paperoni. Se poi il velivolo in
questione è praticamente l’unico a disposizione della Guardia
costiera sarda, si sconfina nell’area del privilegio. E, visto che
siamo in democrazia, si cominciano a sentire i campanelli di
allarme, come quello che ha fatto suonare Ignazio Artizzu,
consigliere regionale di Alleanza nazionale.
A lui la ricostruzione dei fatti. Il ministro dell’Ambiente Alfonso
Pecoraro Scanio si è recato in Sardegna, dove è stato accolto dalle
autorità locali. Ha preso posizione a favore di quello che
l’esponente politico locale ha definito «il cadavere del Parco del
Gennargentu», bocciato nell’ottobre scorso dai cittadini dell’isola
e dai comuni della zona. Poi, insieme al presidente della regione
Renato Soru, ha effettuato un giro di ricognizione «per ammirare le
zone minerarie che il Monarca (Soru, ndr.) vorrebbe svendere a
gruppi imprenditoriali continentali e stranieri». E fin qui niente
di strano. È normale che un governatore mostri un territorio oggetto
di progetti di riqualificazione al ministro competente. Peccato che
dopo, aggiunge Artizzu, «sempre a bordo dell’elicottero, a spese dei
contribuenti, Pecoraro Scanio si sia fatto trasportare
nell’Arcipelago di La Maddalena, ove si tratterrà in vacanza alcuni
giorni». Destinazione, l’isola di Santa Maria, dove il ministro del
Sole che ride sta passando le ferie, ospite di un imprenditore
amico.
Uno stile molto lontano da quello dei politici europei; anni luce
rispetto a quello del premier Britannico Tony Blair che per una sua
recente vacanza in Italia scelse una compagnia di volo low cost. Noi
italiani, è noto, siamo diversi. Chi ha il potere non ama passare
inosservato e i nostri cittadini sono indulgenti verso certe cadute
di stile. Ma il ministro verde, sostiene il consigliere di An,
questa volta ha esagerato. Ha «chiesto che l’elicottero resti a sua
disposizione per qualunque spostamento durante la vacanza; e queste
sono infatti le disposizioni di servizio comunicate all’equipaggio.
È un utilizzo picaresco del denaro e dei mezzi pubblici», conclude
Artizzu. E, cosa più grave, si sottrae ai turisti che in questi
giorni affollano l’isola un servizio indispensabile. Il velivolo
della Guardia costiera «serve a salvare la pelle a chi è in
difficoltà in mare, non a spupazzare un ministro e i suoi amici».
Un modo (per la verità molto inquinante) di risolvere il problema
degli spostamenti in vacanza? Un legittimo diritto di chi ha la
responsabilità di guidare il Paese e non può perdere tempo tra
traghetti e voli di linea? L’esponente sardo della Casa delle
libertà non ha dubbi: è solo un uso «illegittimo» di un bene dello
Stato, del quale, assicura, il ministro dell’Ambiente dovrà dare
conto ai cittadini.
26 agosto 2006 La marcia per la pace diventa una
marcetta per Prodi
Non tutti i pacifisti vogliono la stessa
pace. Ecco perché alla manifestazione per la Pace in Medio Oriente
ad Assisi sfila ad esempio il segretario di Rifondazione comunista,
Franco Giordano, ma non i suoi compagni di partito Gigi Malabarba,
Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto mentre il ministro della
Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, se l’è cavata diplomaticamente
con una lettera.
Si sono tirati indietro pure Gino Strada di Emergency, il padre
comboniano Alex Zanotelli e Giulietto Chiesa. Perché? Il fatto è che
in testa al corteo di Assisi c’è uno striscione con la scritta
«Forza Onu» riferito alla missione in Libano dei caschi blu, cui
prende parte anche l’Italia. Missione che moltissimi rappresentanti
del pacifismo nostrano vedono come il fumo negli occhi prima di
tutto perché diffidano comunque di un intervento militare e poi
perché a loro appare troppo sbilanciata a favore di Israele. La
marcia di Assisi, indetta prima che la risoluzione dell’Onu facesse
breccia nel conflitto ottenendo il cessate il fuoco, adesso che
anche l’Europa ha dato la sua disponibilità appare agli occhi della
sinistra radicale come uno spot a sostegno dell’intervento delle
Nazioni Unite.
Comunque, anche fra il migliaio di persone che ha deciso di sfilare
ad Assisi i distinguo non mancano. Se è vero che c’è lo striscione
«Forza Onu» (dietro al quale sfilano tra l’altro i genitori del
giovane pacifista Angelo Frammartino, ucciso a Gerusalemme perché
scambiato per un ebreo) seguito dal vicepresidente della Camera,
Pierluigi Castagnetti (Margherita) è pure vero che alla
manifestazione ha preso parte Mohamed Nour Dachan, il presidente
dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane. Proprio
l’organizzazione indagata dalla Procura di Roma per l’accusa di
istigazione all’odio razziale dopo la pubblicazione di un’inserzione
a pagamento nella quale l’Ucoii paragonava le stragi naziste a
quelle israeliane. Nessun commento da parte di Dachan se non quello
di «non aver mai mancato a una manifestazione per la pace».
Insomma da Assisi arriva un messaggio di pace quanto meno
contraddittorio. Il portavoce della Tavola per la pace, Flavio
Lotti, chiede un incontro con il governo Prodi. «Perché vogliamo
capire, essere rassicurati - spiega Lotti -. Pensare che l’Italia
davvero stia provando a costruire una missione di pace e che non
stiamo partendo per un altro Afghanistan, per un altro Irak». E tra
le proposte politiche per la pace lanciate dal Tavolo, se la prima è
«inviare in Libano la forza di pace e gestirla bene» la seconda
invece chiede di «affrontare subito la questione di Gaza: va
riaperto il processo di pace con il popolo palestinese». Anche se
poi Lotti conclude dicendo che «Israele e la Palestina sono figli
dell’Onu, sono nati da risoluzione dell’Onu e i due popoli hanno
diritto di vivere in pace e in sicurezza». La forza di
interposizione, conclude Lotti, «è un primo passo poi forse potremo
anche decidere di trasferire la sede delle Nazioni Unite a
Gerusalemme».
Al centrodestra non piacciono i toni e i distinguo dei pacifisti di
Assisi. «La marcia della pace di Assisi si riconferma antiamericana
e antisraeliana, caratterizzata da un unilateralismo dannoso e
soprattutto pericoloso per i militari italiani che stanno per
partire per la missione in Libano», accusa il vicepresidente del
gruppo Udc alla Camera Maurizio Ronconi. Ancor più duro il giudizio
dell’azzurra Isabella Bertolini. «Ma quale dialogo fra i popoli -
accusa la parlamentare di Forza Italia -. La marcia della pace di
Assisi è non solo una presa in giro per chi crede in buona fede che
basti partecipare a una manifestazione perché tutte le questioni del
mondo vadano a posto, ma è diventata una vera e propria pagliacciata
nel momento in cui si è consentito all’Ucoii di marciare tra i
pacifisti».
27 agosto 2006 Bersani vuole la stangata da 35
miliardi
È una doccia fredda da 35 miliardi di euro
quella che Pierluigi Bersani fa cadere sulle speranze di coloro che
sponsorizzavano l’ipotesi di una Finanziaria soft.
«Sarà una Finanziaria da 35 miliardi» annuncia Bersani in una
conferenza stampa, confermando le indiscrezioni circolate nelle
ultime ore in vista del Consiglio dei ministri che presenterà le
linee-guida della manovra economica. «I 35 miliardi non saranno
spalmati in più anni. Noi siamo fermi a quel che scrive il Dpef -
dichiara - e quindi ragioniamo solo su un anno. Naturalmente
sappiamo che più profonde saranno le riforme strutturali che
bisognerà introdurre in Finanziaria e più potremo vedere come queste
potranno essere messe a frutto nel tempo».
Bersani non entra nel merito dell’altro tema caldo: i tagli che
dovrebbero interessare quattro grandi comparti della pubblica
amministrazione. Preferisce spostare il tiro verso nuove
liberalizzazioni da mettere in cantiere. «Andremo avanti», conferma
il ministro, senza entrare nel merito. Qualche accenno generale
arriva solo sui settori che saranno interessati dalle ipotetiche
riforme: «Sono tanti, come l’energia, gli ordini professionali e le
telecomunicazioni». L’appuntamento riminese è, per il ministro,
anche un’occasione per togliersi «qualche sassolino dalla scarpa».
«Sono stupefatto», dichiara, di «come in un Paese come il nostro
qualsiasi limitato cambiamento provochi reazioni negative. Specie se
si tratta di liberalizzazioni». «Sono dovuto tornare ad avere la
scorta - ricorda - io non la voglio, voglio un Paese civile. Non
riusciamo a concepire che si possa fare una riforma senza pensare
che dietro ci siano dei microinteressi».
28 agosto 2006 Guerra di potere al vertice di Unipol
Per ora, tutti presi dallo scacchiere delle
cariche e dalle pedine che si stanno muovendo, nessuno parla della
vera posta in gioco che sta spaccando il mondo delle Coop rosse:
sono i 2 miliardi di euro con cui Unipol è uscita dall’avventura Bnl,
per la quale aveva anche chiamato gli azionisti ad aumentare il
capitale. È un bel gettone da piazzare sulla mappa del risiko
bancario: soprattutto pensando al fatto che con Bnl, grazie alla
benedizione dell’ex governatore Antonio Fazio, il gruppo emiliano ce
l’aveva quasi fatta. In programma c’era la fusione Unipol-Bnl,
colosso di bancassicurazione che avrebbe spinto a reazioni a catena,
come accade sempre in un settore dopo un’operazione tra soggetti
importanti. Quello che poi è accaduto fa ancora parte delle cronache
giudiziarie: lo scandalo Bpi, l’arresto di Gianpiero Fiorani, il
coinvolgimento di Fazio, le sue dimissioni, e, in parallelo, la
frettolosa (ma ricca di plusvalenze) vendita di Bnl ai francesi di
Bnp Paribas, l’uscita di scena di Giovanni Consorte e la nomina di
alcuni «traghettatori» verso un recupero di credibilità e
trasparenza.
Con questo preciso mandato a gennaio Turiddo Campaini, oggi
dimissionario, fu eletto presidente della Finsoe, la finanziaria che
controlla Unipol, a sua volta posseduta da Holmo, che appartiene a
30 cooperative (il grafico illustra bene il sistema di controllo).
L’incarico affidato a Campaini, storico presidente della Unicoop
Firenze, una delle più grandi cooperative di consumo in Italia, fu
subito visto come un punto a favore del mondo cooperativo toscano
rispetto a quello emiliano, tradizionalmente più forte,
rappresentato dal presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.
Campaini era stato fiero oppositore di Consorte alla scalata della
Bnl, e aveva sostenuto il disegno alternativo di un’integrazione tra
Unipol e Montepaschi, ideologicamente più congruo e facilitato dal
fatto che il sistema delle coop, sommando le singole quote, è il
secondo azionista della banca senese dopo la Fondazione; mentre Mps,
a sua volta, è il secondo socio di Finsoe.
Eppure a soli otto mesi dalla sua nomina, Campaini annuncia le sue
dimissioni (anticipate alla Lega addirittura a giugno), seguito dal
suo vice, Claudio Levorato. Il braccio di ferro sbilancia di nuovo
le strategie verso l’Emilia? Pare, per il momento, di sì. A Campaini
il «traghettatore» non è piaciuta la nomina di Carlo Salvatori ad
amministratore delegato di Unipol. Il banchiere (ex Unicredit) è
persona ineccepibile: ma il fatto che Consorte lo avesse già
designato a guidare il colosso mancato, agli occhi dei «toscani»
getta un’ombra. In altre parole, egli rappresenta, suo malgrado, una
sorta di scomoda continuità.
Le dimissioni - non ufficializzate e sulle quali ieri da esponenti
della Lega sono giunte precisazioni di rito - dovrebbero avere
effetto dal 15 settembre, in coincidenza con la presentazione del
piano industriale di Unipol.
Ma l’ultima parola non è ancora detta. Il braccio di ferro, infatti,
è ancora in corso: ed è sui metodi di comando e di gestione del
complesso mondo cooperativo. Da una parte c’è un modello «laico»,
che trova espressione in una gestione manageriale e in alleanze
esterne all’universo rosso. Dall’altra c’è il modello «ortodosso»,
d’impronta strettamente cooperativa, focalizzato sui soci e sui loro
alleati. Campaini è il sostenitore del secondo, e se fosse questo a
prevalere egli rientrerebbe automaticamente in gioco.
Giovedì ci sarà una prima verifica: Mps deve scegliere il proprio
partner assicurativo, e Unipol non è tra i candidati. Qualcuno si
spinge persino a ipotizzare, dopo le dimissioni di Campaini,
l’uscita dei senesi dal capitale di Finsoe.
Le dimissioni di Campaini e di Levorato finirebbero per agevolare un
altro disegno: quello di identificare i vertici di Holmo (il cui
consiglio si riunisce venerdì) e Finsoe, semplificando la filiera ed
evitando duplicazioni. Sforbiciando, in altre parole, delle frange
di potere, in un’ottica di indirizzo politico sempre più marcato.
29 agosto 2006 Regolamenti di conti sotto la Quercia
E così anche Turiddo Campaini, duro tra i
duri oppositori di Giovanni Consorte e della fusione Unipol-Bnl
lascia la presidenza della Finsoe, finanziaria di controllo di
Unipol assicurazioni. La vicenda degli oppositori alla fusione
assicurazione delle coop rosse-Banca nazionale del lavoro ricorda
sempre di più il giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani,
nel quale i protagonisti sono uccisi uno per volta.
Franco Bassanini, antifusionista doc e grande lobbista della
Fondazione Monte dei Paschi, non è stato riconfermato parlamentare.
Così Lanfranco Turci, doppio «traditore» perché anche ex presidente
della Lega coop. Vannino Chiti, già potente numero 2 ds, è ministro
dei Rapporti con il Parlamento. Nessuno si ricorda più di lui:
volete paragonare il suo potere con quello di Pierluigi Bersani o
con quello del viceministro Vincenzo Visco? In Toscana domina il
dalemiano Mario Filippeschi. Anche gli ufficiali milanesi della
Guardia di Finanza, che avevano indagato solertemente sull’Unipol,
hanno corso qualche rischio: approfittando della calda estate Visco
è parso volere fare piazza pulita.
E ora tocca a Campaini, presidente della potente Unicoop di Firenze,
perno dell’opposizione anti-Consorte contro le megacooperative
emiliane, che pur sconfitte sulla fusione hanno piazzato il loro
uomo di maggiore peso al posto di Consorte: Pierluigi Stefanini,
presidente di quella coop Adriatica che ha il cuore a Bologna e in
Romagna, ma estende il suo «impero» in Veneto e nelle Marche.
Ma - si dirà - Campaini se ne va per l’arrivo di Carlo Salvatori,
solido banchiere, già presidente di Unicredit: che cosa c’entra con
i regolamenti di conti in casa ds. La questione non è il tecnico né
qualche stupido pettegolezzo sulle passate sintonie tra Salvatori e
il dannato Antonio Fazio. Il problema sono coloro che «dentro» i ds
hanno fatto da sponda agli Abete, ai Della Valle e altri nemici
della «fusione». Poi, per quello che riguarda le forme, uno come
Stefanini, cresciuto nel potentissimo apparato del Pci bolognese, sa
bene come comportarsi. In questo è nettamente superiore all’irruento
Consorte che sfidava apertamente gli oppositori.
Insomma se si va a rileggere l’elenco dei ds anti-Consorte dello
scorso autunno, gli unici due sopravvissuti sono Giorgio Napolitano,
però più soggetto a uno sfogo di malumore che vero oppositore, e
Giuseppe Mussari, allora presidente della Fondazione oggi della
Banca Monte dei Paschi, quest’ultimo protetto dal formidabile potere
del municipalismo senese. Persino Antonio Polito, già direttore del
quotidiano già dalemiano Il riformista e intimamente legato a un
altro imprevisto «traditore», Claudio Velardi, ha dovuto lasciare i
ds per rifugiarsi nella Margherita.
È un caso che l’ultimo regolamento dei conti interdiessino avvenga
nel momento in cui la fusione tra Intesa e San Paolo di Torino viene
benedetta dai prodiani? Ma che c’entra la politica con quest’ultima
operazione? Come ha detto Sergio Chiamparino: i partiti sono
estranei alla fusione. Così ha giurato anche il presidente del San
Paolo, Enrico Salza: non si è parlato con i partiti - ha detto -, o
almeno, «lui» non ha parlato con i partiti. Certo fa una qualche
impressione leggere sul Corriere della Sera che prima Chiamparino e
poi Piero Fassino avrebbero telefonato perché nei nuovi organigramma
fosse garantito un posto di comando a Pietro Modiano. E, sempre
secondo il Corriere, in quarantotto ore il problema sarebbe stato
risolto in modo soddisfacente. Una forma di governance allargata o
solo spargimento di dispettucci e velenetti all’interno del piccolo
establishment?
30 agosto 2005 Per la Cassazione è reato accusare i
pm di indagini politiche
È diventata definitiva, con sentenza della
Cassazione, la condanna inflitta a Vittorio Sgarbi per avere
definito «indagini politiche», in una intervista del 1998, quelle
del pool antimafia di Palermo. Gli si addebita cioè come reato
l’aver espresso una convinzione che da decenni ormai non viene
ritenuta, in Italia, audacemente provocatoria: viene ritenuta un
luogo comune. Da commentatori d’ogni parte politica è stato
deplorato che la giustizia avesse a lungo dimenticato di dover non
solo essere, ma apparire imparziale.
Nell’interpretazione di toghe militanti e dominanti il compito della
legge penale non era più quello di pronunciarsi su casi determinati
e circoscritti, e su responsabilità personali. Ci mancherebbe. Il
compito della legge era diventato quello di rivoltare la società
come un calzino, di sottoporre il Paese a una catarsi profonda.
Investiti di questa missione salvifica, osannati dai mezzi
d’informazione, blanditi da uomini di partito disposti anche ad
essere spossessati del loro potere pur di vedere nei guai gli
avversari, i divi in toga hanno vissuto una stagione d’incontrollata
euforia. I processi, con le loro inchieste sempre «fiume» e i loro
faldoni sempre monumentali, sono stati troppe volte la versione
giudiziaria di una ideologia. Pareva che importassero non tanto le
condanne - che spesso non sono arrivate - ma la gogna e il tormento
inflitti a soggetti politicamente deteriori.
In epoca remota l’accusa di politicizzazione era stata rivolta ai
magistrati dalla sinistra. Il termine «giustizia di classe» fu uno
dei suoi cavalli di battaglia (e saltuariamente riaffiora se vengono
incriminati i dimostranti vandali del G8 di Genova). La giustizia
dei «redentori» d’un Paese malato non era di classe, era però
squisitamente e incontestabilmente politica. Non mi riferisco qui
alle mattane di magistrati in servizio - e tali rimasti - che
portati in Cina nei momenti spaventosi della «rivoluzione culturale»
andavano in estasi assistendo ai processi di massa, negli stadi,
contro sventurati innocenti (vedi al riguardo «La toga rossa» di
Francesco Misiani). Mi riferisco a toghe di maggior calibro, e di
miglior livello intellettuale. Non si deve dirlo? O lo si deve dire
soltanto nei bar e nei corridoi dei Palazzacci?
Rifiuto questa ipocrisia. Non sono, sia chiaro, tra coloro che
attribuiscono le caratteristiche d’una caccia alle streghe ad ogni
atto della magistratura. Ritengo anzi che tra le responsabilità
delle toghe militanti vi sia anche quella d’aver tolto credibilità -
per eccessi faziosi - anche a interventi contro la dilagante
corruzione che erano doverosi. Con felpata prudenza il presidente
delle Camere penali Ettore Randazzo ha ribadito che il principio
affermato dalla Cassazione «è ineccepibile» ma che «il fenomeno
esiste». E il fenomeno è quello di magistrati «che indirizzano in
tal senso» (ossia in senso politico, ndr) il loro modo di agire».
Fuor dalle circonlocuzioni riduttive e dagli eufemismi di
convenienza questo significa che la Cassazione ha difeso un
principio astratto, ma la realtà quotidiana è altra cosa.
Non mi atteggio a difensore di Sgarbi che è bravissimo - ma non gli
è bastato - nel difendersi da solo. In altre occasioni gli poteva
essere imputato un linguaggio polemico virulento. Ma non trovo nulla
di particolarmente grave, e di contrario alla verità, nella frase
che gli è valsa la condanna per diffamazione. Mi sembra sensato il
rilievo dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei
consumatori sulla singolarità dei poteri d’una magistratura che è
chiamata a decidere se qualcuno l’ha o no offesa. Classico esempio
di controllato che è anche controllore. Sarà giusto così, ma anch’io
ho qualche dubbio.
31 agosto 2006 Dalla Spagna all'Iran D'Alema
colleziona nuove gaffe mondiali
Ci risiamo. Che sia disordine o caos
organizzato non è dato sapere. Quel che è certo è che Massimo D’Alema
sta ormai sviluppando una vera e propria predisposizione, se non un
talento, per le gaffes internazionali. Chi non ricorda la ormai
famosa passeggiata sottobraccio con il deputato degli Hezbollah
Hussein Haji Hassan a Beirut? «Il ministro degli Esteri va
incredibilmente a braccetto con un ministro che rappresenta
un’organizzazione nemica della pace e non solo di Israele» commentò
allora il portavoce e vicepresidente della Comunità ebraica romana,
Riccardo Pacifici. Questa volta il fronte dell’incidente diplomatico
è soprattutto quello spagnolo, anche se non mancano perplessità per
il via libera all’uso del nucleare per scopi civili da parte
dell’Iran.
La prima scintilla viene accesa due giorni fa in una intervista al
Corriere. Il nostro vicepremier sottolinea come Hamas e Hezbollah
abbiano anche «snodi politici che si occupano di assistenza». Una
considerazione accompagnata da una postilla: «L’Ira e l’Eta da
gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo
incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente». Le reazioni da
Madrid non mancano. Il segretario del Partito popolare europeo,
Antonio Lopez Isturiz, ricorda che l’Eta «è un movimento
terroristico». E la stampa spagnola definisce «più che sfortunate»
le dichiarazioni del ministro degli Esteri aggiungendo che il
successivo «chiarimento» arrivato in serata da parte della Farnesina
sarebbe stato «frutto» di una pressione in tal senso esercitata
dall’ambasciata spagnola a Roma. Il quotidiano El Mundo scrive che
D’Alema «si è visto obbligato a rettificare le sue più che
sfortunate dichiarazioni» sull’Eta e rileva che «la sua
disinformazione risulta scioccante». Il giornale cita - come altri
media - fonti del ministero degli Esteri spagnolo che rivelano come
siano state date «istruzioni all’ambasciata a Roma di mettere a
disposizione del ministero degli Esteri italiano l’adeguata
informazione (sull’Eta)».
L’agenzia Europa Press riporta, invece, la versione italiana in base
alla quale il ministro avrebbe inteso riferirsi all’inizio di un
percorso dell’Eta che dovrà portare all’incondizionata rinuncia al
terrorismo. Il quotidiano socialista El Pais pubblica un articolo
interno a tutta pagina intitolato «Il ministro degli Esteri italiano
rettifica dopo aver definito Eta movimento politico», e cita
egualmente fonti diplomatiche spagnole secondo cui le affermazioni
di D’Alema sarebbero «profondamente errate». Ma le fonti aggiungono
di ritenere che siano state dovute a disinformazione e «non a
malafede».
Chiuso l’incidente spagnolo, D’Alema detta altre discutibili
dichiarazioni, questa volta sul problema del nucleare iraniano. «La
volontà dell’Iran di utilizzare l’energia nucleare è legittima, se
questa è destinata a scopi pacifici» dice D’Alema nel corso di
un’intervista su Radio 1 (dimenticando che l’Iran è il terzo
produttore al mondo di petrolio). Non solo legittimo, aggiunge il
ministro degli Esteri: potrebbe esserci anche una «cooperazione» con
altri paesi. Ma «occorre lavorare perché l’Iran non si doti di armi
nucleari».
1° settembre 2006 La sinistra al potere non ama i
richiami europei
«Il governo deve rispettare la tabella di
marcia indicata dall’Unione europea». Schifani? Tremonti?
Nossignori. Firmato Enrico Letta, l’attuale sottosegretario alla
presidenza del Consiglio che il 29 giugno 2005, data della
dichiarazione, era responsabile economico della Margherita. La moda
dell’«europeismo di comodo» è in gran spolvero nella sinistra
italiana. Dai Ds alla Margherita, dai Verdi a Rifondazione, tutti i
partiti che sostengono oggi Prodi hanno suonato negli anni passati
la grancassa della propaganda per accusare il governo Berlusconi di
«antieuropeismo». Sostenevano che l’Italia era diventata la pecora
nera dell’Unione, criticavano l’allergia di Palazzo Chigi nei
confronti dei vincoli della politica economica europea, esecravano
la mancanza di sensibilità nei confronti dei continui richiami di
Joaquin Almunia, commissario agli affari economici dell’Unione
europea. E oggi? «Passata la festa, gabbato lo santo», dice un
vecchio adagio popolare. Arrivata a Palazzo Chigi, la sinistra non
vede più Almunia come un prezioso alleato per la campagna
elettorale, ma un fastidioso scocciatore che rischia di rompere le
uova della Finanziaria. Enrico Letta è solo un esempio, ma è in
buona e abbondante compagnia.
Uno di quelli che vorrebbero oggi una Finanziaria ammorbidita, il
ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, il 12 aprile 2005,
dalla poltroncina di presidente dei Verdi, diceva: «Le dichiarazioni
del commissario Ue Almunia sono a conferma del dissesto economico
determinato dal governo Berlusconi». Sono bastati dodici mesi, e una
poltrona da ministro, per fargli crescere «orecchie da mercante»
verso le dichiarazioni di Almunia. E che dire di Clemente Mastella,
ministro della Giustizia, un altro molto sensibile alla possibilità
di non fare stringere troppo la cinghia ai suoi elettori, che,
sempre il 12 aprile dell’anno scorso, commentando la notizia che
Almunia avrebbe aperto una procedura d’infrazione nei confronti
dell’Italia per lo sforamento dei conti pubblici, ebbe a dire:
«Quattro anni di governo Berlusconi, caratterizzati da una politica
di roboanti annunci che tutto va bene, hanno portato l’Italia
sull’orlo del baratro». Tanto era comoda la sponda di Bruxelles,
quando Mastella faceva opposizione da segretario dell’Udeur,
altrettanto è scomoda oggi, sotto il peso della responsabilità di
governo.
A dolersi dei richiami di Bruxelles era anche Vincenzo Visco,
attuale viceministro dell’Economia, ma un anno fa semplice membro
della commissione Bilancio della Camera. «Le notizie giunte da
Bruxelles suscitano amarezza e grave preoccupazione» dichiarava
Visco sempre il 12 aprile 2005. «Esse confermano ancora una volta la
fondatezza degli allarmi ripetutamente lanciati sull’andamento dei
conti pubblici». Peccato che Visco abbia smesso di amareggiarsi
proprio adesso. Non si duole più nemmeno Pierluigi Bersani, ministro
dello Sviluppo economico, che il 22 dicembre 2004, da responsabile
dell’economia dei Ds, dettava alle agenzie: «Le disinvolte teorie di
Berlusconi sono nocive per l’Italia e inaccettabili per l’Europa.
Non ci vuole molto a capire che aria tira a Bruxelles». Già, peccato
che Bersani faccia oggi finta di non sentire che aria tira a
Bruxelles.
2 settembre 2006 L'assessore della Margherita ignora
Auschwitz
Ci sono scivoloni che strappano il sorriso.
Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che
lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di
superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile
rapporto con la Storia e il buon gusto.
E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate,
in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di
inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della
Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una
frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il
nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che
campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz.
Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome
dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso
testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole:
«Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni
che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E
lo scivolone si trasforma in capitombolo.
Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già
senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella
frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati,
lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi
(e vivi) dai campi di concentramento.
Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un
significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera,
sennò tutto sarebbe opinabile». Davanti all’imbarazzo e alle
rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il
parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i
parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della
Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle
parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di
concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto
anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella
frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per
promuovere i centri per l’impiego (...). Chi ritiene che mi sia
riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad
Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa
su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la
condivido e l’ho riproposta».
Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai
suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph
Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto
fece apporre all’ingresso di Auschwitz. Ma ciò non toglie che quelle
parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai
inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono
elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal
cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e
ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore
denuncia, «per il camino».
3 settembre 2006 Il ministro Ferrero promette lo
spinello libero
«La droga è una delle urgenze.
Depenalizzeremo lo spinello. Il consumo delle sostanze non può
essere trattato come un crimine. Entro il mese di settembre sarà
pronto il disegno di legge da presentare in Parlamento».
Ad annunciarlo è il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero.
Il ddl non prevede il carcere perché la droga non può essere
considerata un problema di ordine pubblico, né si può criminalizzare
il consumatore».
Dunque si abrogherà la legge Fini-Giovanardi. Ferrero promuove anche
il muro di via Anelli a Padova, zona di violenza, spaccio e
immigrati. «Il Comune sta facendo il miglior lavoro possibile», ha
detto.
4 settembre 2006 Prodi si arrende ai sindacati.
Finanziaria sotto 30 miliardi
Disponibilità ad abbassare ulteriormente
l’entità della manovra, quindi sotto i 30 miliardi, e l’adozione di
una linea più che morbida sulle pensioni. Nel primo incontro con il
governo sulla Finanziaria 2007, i sindacati hanno messo a segno un
risultato che il partito della spesa che alberga nella maggioranza,
il fronte «sviluppista» che va dall’Udeur a Rifondazione comunista,
non è riuscito ad ottenere neanche dopo un’intera estate di
battaglie.
Ufficialmente di pensioni non si è parlato. Ma la liturgia della
Finanziaria vuole che le trattative sulla previdenza rimangano il
più possibile riservate (si incoraggia la fuga dal lavoro, è stato
il leit motiv dei commenti sindacali alle indiscrezioni delle ultime
settimane). Poi c’è la comprensibile allergia del premier Romano
Prodi al «chiacchiericcio» sul tema più caldo della Finanziaria
2007.
In realtà il primo incontro tra governo e Cgil, Cisl e Uil sulla
manovra ha fatto segnare più di un punto a favore dei sindacati. E
non certo per l’annunciata apertura dei tavoli tecnici su politica
dei redditi e sviluppo, decisa durante la colazione da palazzo Chigi
che ha visto schierati ai due lati di un tavolo imbandito i tre
segretari generali Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi
Angeletti da una parte e dall’altra, per il governo, il premier
Romano Prodi, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, il
responsabile dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani e il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta.
Manovra sotto i trenta miliardi. Le organizzazioni dei lavoratori
hanno ribadito le perplessità sull’entità della manovra. Trenta
miliardi di euro sono troppi, hanno sostenuto i tre leader sindacali
incontrando una disponibilità da parte del governo che è stata
interpretata come un’apertura ad un’ulteriore riduzione dell’entita
dei tagli e dei risparmi chiesti dal ministro dell’Economia. Che,
non a caso, è stato il più rigido durante il pranzo. Molto più
disponibili, il ministro Bersani e il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Enrico Letta. «Il Paese non ha bisogno di
docce scozzesi», ha commentato il leader della Cisl Raffaele Bonanni.
L’ultimatum a Palazzo Chigi. Il tema dell’entità della manovra è
strettamente legato a quello delle pensioni. E su questo fronte i
sindacati hanno incassato la loro vittoria ancora prima
dell’incontro, in una sorta di pre-vertice. Contatti tra i sindacati
(Cisl e Uil in particolare, comunque d’accordo con la Cgil) e
Palazzo Chigi per far capire al governo che il tema della previdenza
non sarebbe potuto entrare nel menù del pranzo. Pena una rottura con
i sindacati che Prodi sa bene di non potersi permettere. Molto più
costosa, in termini di consensi, di un’eventuale opposizione da
parte di un pezzo della maggioranza. «Non siamo disponibili a
nessuna caccia alle streghe ai danni dei pensionati, su questo tema
non siamo disponibili a fare sconti», è stato il messaggio rivolto a
Letta. Risultato, di pensioni al vertice non si è parlato e
certamente non per una conferma della linea rigorista.
Il segnale che la battaglia era stata vinta è arrivato in serata
dalla festa della Margherita di Caorle, dove il premier ha detto di
volere cambiare le pensioni in direzione della volontarietà (il
pensionando decide se ritardare il ritiro) e di non voler più sentir
parlare di innalzamento dell’età delle anzianità. Esattamente la
posizione espressa da Cgil, Cisl e Uil in questi giorni. Prodi ha
anche detto di non essere sicuro se la prossima Finanziaria si
occuperà del tema.
Obiettivo: non cambiare. Anche in questo caso si tratta di
un’apertura ai sindacati, che puntano a fare degli annunciati
cambiamenti alla previdenza la stessa fine che di solito riescono a
far fare a tutti i temi sgraditi che rischiano di finire dentro le
leggi finanziarie. Prima saranno oggetto di un tavolo di trattativa.
Poi saranno inseriti in una legge delega. Dal destino più che
incerto.
5 settembre 2006 Lottizzazione Rai. Già pronte le liste
di proscrizione.
Massimo D’Alema ne combina un’altra delle
sue. E dopo la sequenza di gaffes messe a segno in politica estera -
vedi le dichiarazioni sull’Eta «movimento politico», il sì al
nucleare iraniano per scopi civili, oltre al saluto al segretario di
Stato americano con il celebratissimo «bye bye, Condi» - il ministro
degli Esteri prepara la sua personale lista di proscrizione e conia
una frase che, se pronunciata da Silvio Berlusconi, avrebbe già
fatto scattare l’immediata sollevazione di tutto l’esercito dei
benpensanti e dei professionisti dell’allarme democratico.
Le parole, pronunciate a Bologna, sono testuali: «Sulla Rai mi
domando se non siamo stati troppo buoni: anziché occuparla ci siamo
occupati di politica estera. Alla direzione del Tg1 c’è ancora Mimun,
a quella del Tg2 c’è ancora Mazza e così in tutti gli altri
incarichi. È chiaro però che non può durare così all’infinito». Come
dire che il D’Alema gaffeur incallito si candida ora alla promozione
al ruolo di «epurator» della nuova legislatura. Si «lamenta» di
essere stato troppo impegnato con la politica estera piuttosto che
con l’occupazione di Viale Mazzini. E detta il suo personale editto
bolognese di espulsione di due direttori che da anni figurano al
vertice dei principali telegiornali del servizio pubblico.
La voglia di repulisti e di rimozione forzata - che spazza via in un
colpo solo le ipocrisie coltivate in anni di opposizione unionista -
accende una vera e propria tempesta di reazioni da parte del
centrodestra, con l’Unione in larga parte arroccata a difesa dello
scivolone dalemiano. Un batti e ribatti rafforzato da un annuncio
dettato a sorpresa da Daniele Capezzone. «Nei palazzi romani circola
un foglietto, una piccola nota scritta. Io l’ho trovato a
Montecitorio. Sopra, ci sono scritti alcuni nomi: Gianni Riotta al
Tg1, Paolo Ruffini a Rai1, Teresa De Santis condirettrice o
vicedirettrice, Giovanni Minoli a Rai3, Piero Badaloni a Rainews24,
Maurizio Braccialarghe alla direzione del personale» rivela il
segretario dei Radicali. «Da dove viene il foglietto? È attendibile?
O è invece opera di un mitomane?» chiede Capezzone. Una rivelazione
che accende l’immediata replica di Paolo Bonaiuti. «Un elenco di
nomi e di poltrone Rai come ai tempi delle antiche e peggiori
lottizzazioni. È un episodio gravissimo per di più denunciato da un
esponente di spicco della stessa maggioranza».
Il fuoco dell’indignazione crepita, però, soprattutto per il
clamoroso affondo dalemiano. E smuove anche i grossi calibri come
Gianfranco Fini. «Sono incredibilmente gravi le dichiarazioni di D’Alema
che dimostrano che il lupo perde il pelo ma non il vizio» dice il
presidente di An. «Parlare di bontà - aggiunge - e magari di
cattiveria significa avere la concezione della politica connessa più
alla lotta per la conquista delle poltrone che al rispetto per tutte
le posizioni». Secondo Fini è «altrettanto grave quanto denunciato
da Capezzone circa accordi che sarebbero stati stilati nel segno
della più assoluta lottizzazione. Ciò che invece sta accadendo
dimostra che ancora una volta il centrosinistra predicava in un modo
quando era all’opposizione e si comporta in modo del tutto opposto
oggi che è maggioranza». Un attacco ripreso e rafforzato anche da
Francesco Storace e Maurizio Gasparri: «È vergognoso che D’Alema,
anziché occuparsi di politica estera, lanci liste di proscrizione
facendo i nomi di Mimun e Mazza come persone da cacciare», afferma
Gasparri mentre l’ex ministro della Salute definisce disgustoso
«l’editto para bulgaro di D’Alema» contro Mimun e Mazza, «dei quali
chiede l’esilio senza che l’onorevole Giulietti proferisca parola».
E mentre il direttore del Tg2 si trova nella paradossale situazione
di dare la notizia - la terza nell’edizione delle 13 - della sua
«candidatura all’epurazione», i vertici della Rai tacciono in attesa
del cda di oggi. Parla, invece, il segretario della Dc, Gianfranco
Rotondi che scrive ai presidenti di Camera e Senato. «Dobbiamo forse
denunciare alla Magistratura che un ministro dichiara di non aver
avuto il tempo di cacciare Mimun e Mazza perché il governo è
impegnato col Libano?» chiede Rotondi. «Decidete voi, cari
Presidenti, se a vigilare debba esserci il Parlamento o la
magistratura». E l’azzurro Antonio Tajani allarga il tiro e denuncia
la «lista di spartizione ormai pronta» alla commissione Libertà
Pubbliche del Parlamento Europeo affinché «verifichi quanto è libero
il sistema dell’informazione in Italia».
6 settembre 2006 L'ex capo della Cgil alla guida delle
Ferrovie
Il governo assalta anche le Ferrovie:
Cipolletta presidente, amministratore Moretti ex sindacalista.
Occupazione del potere a getto continuo. L’ultimo «colpo» sono le
nomine delle Ferrovie dello Stato, operazione che ha impegnato
soprattutto Ds, Margherita e prodiani dopo l’«addio» formalizzato in
serata da Elio Catania.
Quindi: Innocenzo Cipolletta presidente e guida del consiglio di
amministrazione a Mauro Moretti. Nulla di fatto, invece, in Rai.
Tutto rinviato a martedì.
Il suo nome era spuntato alla fine dell’estate, al termine di una
guerra di candidature lanciate e affossate in un gioco di veti
incrociati tutti interni alla maggioranza di centrosinistra. E alla
fine la soluzione al puzzle delle nomine delle Ferrovie dello Stato,
che ha impegnato soprattutto Democratici di sinistra, Margherita e
prodiani, è stata proprio quella che era stata data più probabile
nelle ultime settimane: Innocenzo Cipolletta sarà nominato alla
presidenza. La guida del consiglio di amministrazione andrà invece a
Mauro Moretti.
La notizia è arrivata in serata poco dopo l’annuncio ufficiale delle
dimissioni di Elio Catania. Il presidente delle Ferrovie lascerà il
suo incarico a partire dalla prossima assemblea dei soci che si
terrà a breve. A Catania sono andati i ringraziamenti rituali del
ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che ha detto di
apprezzare «i significativi risultati conseguiti» e «la sensibilità
dimostrata nel comprendere l’esigenza di un avvicendamento in questa
delicata fase di passaggio». Lui ha difeso il suo operato al vertice
delle Fs dicendosi «soddisfatto dei risultati raggiunti in questi
due anni, grazie anche al lavoro di tutta la squadra. So - ha
aggiunto - di lasciare il Gruppo Fs più forte sul piano della
sicurezza, dei nuovi servizi, dell’efficienza; significativi
progressi sono stati fatti nel campo delle tecnologie e degli
investimenti. Sono consapevole che tanto resta ancora da fare».
Per la sua poltrona il ministero dell’Economia, unico azionista di
Fs, indicherà l’attuale presidente del gruppo editoriale del
Sole24ore, ex vicepresidente di Confindustria dell’era di Giorgio
Fossa. Tra le altre cariche, Cipolletta è presidente di Ubs
corporate finance Italia e dell’Università di Trento. Per la carica
di amministratore delegato, è stata invece scelta la via interna.
Nel senso che è stato promosso l’attuale amministratore di Rete
ferroviaria italiana, un manager che viene dal sindacato e non ha
mai nascosto le sue simpatie per la sinistra e, più in particolare,
per i Ds.
La soluzione è piaciuta a Cgil, Cisl e Uil che hanno accolto la
notizia con argomentazioni identiche. «Sono due personalità di
grande valore, sperimentati, che daranno il loro apporto alle
Ferrovie», ha commentato il segretario generale della Cisl Raffaele
Bonanni, sicuro che ne trarranno giovamento le relazioni industriali
interne all’azienda e i cittadini. Per il leader della Uil Luigi
Angeletti, i due manager sono «persone capaci, competenti e sapranno
fare uscire le Ferrovie dello Stato dalle difficoltà in cui
versano». Il sindacato della sinistra punta il dito contro il
presidente uscente: «Di certo non lo rimpiangeremo», ha detto il
segretario confederale Cgil Nicoletta Rocchi, sicura che «le
ferrovie hanno raggiunto un punto di non governo. Il problema della
sicurezza e della puntualità sono sotto gli occhi di tutti. Ora
anche i conti dell’azienda sono arrivati a livelli di guardia».
La rivoluzione ai vertici delle Fs non è stata indolore. Moretti si
era assicurato la poltrona di amministratore delegato fin dalla
primavera scorsa. E in questi mesi nessuno ha messo in discussione
la sua candidatura. La carica di presidente ha invece stimolato vari
appetiti. Prima dell’estate il nome più accreditato sembrava quello
di Fabio Fabiani, che a un passo dal traguardo è stato bloccato
dalla Margherita. Il presidente dell’Acea, azienda municipalizzata
romana dell’energia, secondo Francesco Rutelli era troppo vicino ai
Ds. Poco dopo è stato tirato in ballo anche l’ex ragionere dello
Stato Andrea Monorchio e il manager ed ex ministro Paolo Baratta,
anche lui caduto per un veto Dl, questa volta perché troppo vicino
al presidente del Consiglio Romano Prodi.
Tra i nodi che Cipolletta e Moretti dovranno affrontare c’è quello
dei conti del gruppo, cronicamente in rosso. E la soluzione potrebbe
passare per un innalzamento delle tariffe. Poi dovranno mettere mano
all’assetto societario del gruppo, anche se un vertice spostato a
sinistra dovrebbe bloccare il processo di «spacchettamento» delle
varie società che fanno capo a Fs.