Potere Sinistro 3



 

26 luglio 2006
Prodi porrà la fiducia sull'Afghanistan. Quanti parlamentari voteranno contro le proprie convinzioni?

Quella di porre la questione di fiducia sull’Afghanistan è una scelta vergognosa. Lo è per diversi motivi, primo fra tutti perchè Prodi dimostra di non tenere in nessun conto neanche il monito del Capo dello Stato. Non si può pensare di governare a colpi di fiducia, oltretutto all’inizio della legislatura.

Porre la fiducia dimostra che a Prodi e ai suoi non importa nulla dell’Afghanistan, delle missioni di pace, dell’ONU, del Medio Oriente: gli interessa solo tutelare la sua già traballante maggioranza. Il rifinanziamento delle missioni di pace al Senato sarebbe passato a larghissima maggioranza, grazie al voto della Casa della Libertà, che mai avrebbe votato contro i nostri soldati all’estero, contro la difesa della pace, contro la responsabilità internazionale del nostro Paese.

Ma tutto questo per la sinistra non ha importanza. Per una sinistra che non va d’accordo su nulla, e che deve ricorrere a questi espedienti per trovare una finta compattezza. E’ patetico lo spettacolo di parlamentari che votano contro le proprie convinzioni, dichiaratamente, pur di "non correre il rischio di un ritorno di Berlusconi". Ma dai comunisti non ci aspettiamo altro. La cosa paradossale, invece, è la totale mancanza di senso dello Stato delle altre forze di governo, che si prestano a queste manovre quando è in gioco l’interesse della nazione, e la difesa della libertà nel mondo.

Non abbiamo posto la fiducia, in passato, solo quando - di fronte all’ostruzionismo dell’opposizione, dovevamo garantire che provvedimenti importanti passassero in tempi certi.

Non abbiamo MAI avuto bisogno della fiducia per costringere un alleato recalcitrante.

Chiedere la fiducia su un provvedimento votato anche dall’opposizione, è non soltanto paradossale ma anche provocatorio. Da molte parte si è ascoltato in questi giorni l’appello a privilegiare l’unità del paese sulle grandi scelte di fondo. Fra gli altri si sono espressi in questo senso il Capo dello Stato e il Presidente del Senato, figure stimate e rispettate da tutti, ma scelte proprio dal centro-sinistra. La risposta di Prodi è stata quella di rompere anche quando c’è convergenza.
 

27 luglio 2006
In un solo giorno ben tre ministri minacciano le dimissioni

Potrebbe essere l’inizio della fine. Di un incubo, secondo la definizione che la capogruppo Ds al Senato ha dato a questa maggioranza.

Perché la ribellione di tre ministri, appartenenti a tre partiti diversi, fa davvero pensare che anche le previsioni più pessimistiche sulla tenuta del governo Prodi possano essere smentite dalla realtà.

Di Pietro, Mastella e Mussi, con la minaccia delle dimissioni, sono le "faglie" che provocano questo terremoto.

Che tra i primi due non ci fosse feeling si era capito sin dall’insediamento dell’esecutivo e sin dalle prime dichiarazioni fatte in libertà. Il ministro delle Infrastrutture - autoleggitimandosi con la sua vecchia e dimessa toga da magistrato - è sempre intervenuto sulle questioni di giustizia con azioni a gamba tesa da cartellino rosso. Mastella dal canto suo ha sempre mostrato di non gradire, ancor meno sulla questione dell’indulto, dove l’intervento di Di Pietro è stato come una capocciata di Zidane: è sceso in piazza a protestare contro il provvedimento e, forse, anche contro Mastella che - impassibile - commenta "l’indulto è un atto del Parlamento".

Chi avrà ragione? Il sanguigno abruzzese o il serafico campano?

Altre minacce di dimissioni vengono da Fabio Mussi che, reduce del successo sulle cellule staminali, non si adegua ai tagli dei finanziamenti per la ricerca previsti dal governo.

E non si può dare torto al ministro: la sinistra negli ultimi cinque anni ha rimproverato il governo Berlusconi di sacrificare l’università e la ricerca privandole dei fondi necessari. Se ora la sinistra di governo porta dei tagli a quelle voci può voler dire due cose: l’accusa all’esecutivo di centrodestra era falsa e nei fatti l’Unione conferma di non avere a cuore l’università e la ricerca.

Tre dimissioni e una sfida: potrebbe essere il titolo di questa giornata politica.

E la sfida viene dai sindacati che si oppongono decisamente ai correttivi ipotizzati per le pensioni: non è accettabile il fatto che si possa andare a "riposo" da giovani ma con una "busta" dimezzata, secondo quanto preannuncia il governo. Molto meglio per i sindacati riprendere la proposta dell’ex ministro Maroni e magari trovare un valido correttivo.

E qui nasce spontanea una domanda: perché questa seria proposta di serio confronto non è stata fatta al precedente governo? Forse perché più che la difesa dei diritti dei lavoratori i sindacati avevano a cuore la guerra contro Berlusconi e c.
 

28 luglio 2006
Prodi apre le porte ai nonni degli immigrati

I ricongiungimenti familiari per gli immigrati sono l’ultima perla del governo Prodi. Anzi, del dottor Sottile che alloggia al Viminale e che, in tema di immigrazione, si sta comportando peggio di un ministro bertinottiano.

La decisione di consentire ai nonni degli immigrati di venire in Italia "se non dispongono di un adeguato sostegno familiare nel Paese d’origine" apre infatti le porte a centinaia di migliaia di anziani che non hanno mai versato un contributo e sono destinati, in un periodo relativamente breve, a gravare pesantemente sul nostro sistema sanitario ed assistenziale.

Si tratta di un provvedimento demagogico, irresponsabile e dai possibili profili di incostituzionalità, che rischia di far saltare definitivamente il nostro sistema di protezione sociale, elevando in modo esponenziale i costi dell’assistenza sanitaria. Emerge, da questo provvedimento del governo, un’evidente disparità di trattamento, perché si prospettano agli stranieri, che non hanno versato né tasse né contributi, benefici che invece, tra ticket e tagli alle pensioni, vengono negati agli italiani. Una sorta, insomma, di razzismo alla rovescia.

Purtroppo la politica di Prodi, pesantemente condizionata dai partiti comunisti, incoraggia il dilagare della criminalità con le sanatorie e i riconoscimenti che non fanno che alimentare gli sbarchi dei clandestini. Ed è inutile, poi, che lo stesso Amato chieda aiuto all’Europa per pattugliare il Mediterraneo. Comunque, sia chiaro, la sinistra non fa mai nulla a caso: conscia della fragilità endemica del governo Prodi, in tre mesi si è cautelata occupando governo, sottogoverno e istituzioni, oltre a controllare già magistratura, burocrazia e corpi dello Stato, e ora si appresta a riempire l’Italia di immigrati per dare loro il voto e vincere così anche le prossime elezioni.
 

29 luglio 2006
Di Pietro sconfitto: «Ma l’Unione la pagherà»

Dimissioni da ministro, ora che il «patto scellerato» sull’indulto è passato trionfalmente anche al Senato? Non se ne parla neppure.
La spiegazione di Antonio Di Pietro è complessa, ma il senso è chiaro: «Sull’indulto il centrosinistra ha ceduto a un ricatto di Forza Italia, ma che da questo ricatto la Cdl voglia ottenere il vantaggio di una coalizione che si sfascia a me pare una furbata che non si può consentire». E lui non lo consentirà, ça va sans dire. Però reclama un vertice dell’Unione, «prima delle vacanze», per «ridefinire il programma giudiziario: il centrosinistra la smetta di fare provvedimenti per assicurare l’impunità ad alcuni potenti e cominci a farne per far funzionare la giustizia», dichiara. Clemente Mastella, titolare della Giustizia e grande vincitore della giornata, se la ride: «Di Pietro? Credo che sia a occuparsi dei suoi cantieri», ironizza. Giusto l’altro giorno l’aveva per l’appunto invitato a risolvere i problemi della Salerno-Reggio Calabria, che alla politica giudiziaria ci pensa lui.

E infatti ieri il ministro delle Infrastrutture non si è proprio visto, dalle parti di Palazzo Madama: era a Milano («forse in Procura... », motteggiava Mastella) a parlare di autostrada pedemontana. Fuori dal Senato è rimasto un manipolo di suoi fedelissimi, una ventina più le bandiere di Italia dei valori, a strillare «vergogna» e «vogliamo un dittatore» ai senatori. Dentro, l’opposizione del suo partito all’indulto si è afflosciata come un soufflé mal riuscito: i cinque esponenti di Idv si sono divisi e in due (De Gregorio e Franca Rame) hanno ritirato le firme dai 1.500 emendamenti presentati. De Gregorio, presidente della Commissione difesa di Palazzo Madama, si è anche alzato in aula per annunciare che non avrebbe seguito le indicazioni del suo leader: «Mi regolo con un personale atto di codardia: mi asterrò, per questo primo atto di cristiana umiltà che Giovanni Paolo II chiese al Parlamento». La «codardia», evidentemente, è stata quella di non spingersi fino a votare a favore. E così, il paventato ostruzionismo dell’Italia dei valori non c’è stato: «Si sono dissolti, lasciando qui davanti quei poveri quattro gatti», sorride sollevato dopo il voto Giovanni Russo Spena, capo dei senatori di Rifondazione. «Non hanno nemmeno usato tutto il tempo che avevano a disposizione, altro che grande battaglia», infierisce il ds Gavino Angius.

Lui, Di Pietro, dice di «prendere atto» della sconfitta «con la serenità di chi ha fatto tutto il proprio dovere», e avverte: «è una scelta sbagliata di cui la maggioranza pagherà le conseguenze». E in verità la sua è un’opinione condivisa da una parte dell’Unione. Sono soprattutto i Ds, che ben conoscono gli umori forcaioli della propria base, a essere preoccupati: «Per questa cosa verremo massacrati, vedrete», gemeva a pochi minuti dal voto finale Massimo Villone, rivolto alla capogruppo Anna Finocchiaro. Cui ieri è toccato presiedere un’agitata riunione del gruppo dell’Ulivo, nella quale si sono manifestati molti dissensi e paure. Per l’impopolarità del provvedimento, per il metodo delle «larghe intese» che ai prodiani fa temere inquietanti sviluppi futuri, per la rottura dell’idillio con la magistratura militante. «Purtroppo c’è una larga fetta di opinione pubblica di sinistra che ama le manette», constata la bertinottiana Rina Gagliardi. In molti, a cominciare dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi, hanno fatto sapere che avrebbero votato sì solo per disciplina di gruppo. «Solo per il bene dell’Ulivo, visto che a maggioranza si è deciso di approvare la legge», dice la prodianissima Magistrelli. E anche Willer Bordon storce il naso: «Non sono un fan del carcere, ma non mi piace il patto di convenienza tra una parte del centrosinistra e la Cdl che sta dietro a quest’indulto», confida. Pensando ai Ds.
 

30 luglio 2006
Montezemolo ci ripensa e scarica Prodi

Intervista di Montezemolo a pagina due del Wall Street Journal, in un articolo che dà conto della delusione degli industriali nei confronti del governo.

Un’intervista al quotidiano della comunità d’affari internazionale nella quale Montezemolo boccia i primi mesi di governo della sinistra ed esprime dubbi sulla sua reale capacità di fare qualcosa in futuro. Nell’intervista le frasi virgolettate del leader degli industriali sono poche. Ma l’attacco è netto e supera d’intensità tutte le critiche che lo stesso Montezemolo ha riservato al precedente esecutivo di centrodestra.
«In questi due mesi, non ho visto un solo sforzo reale di riduzione della spesa. Alle stesso tempo le tasse sulle imprese sono aumentate». Colpa di una coalizione di governo formata da nove partiti la cui «coesione politica è debole», ha osservato mostrandosi pessimista sulle capacità di recupero dell’esecutivo su quelle che dovrebbero essere le priorità: promuovere la crescita e tagliare le spese.

Il primo giudizio degli industriali su quello che ha fatto il governo e su quello che potrebbe fare in futuro è «deprimente», osserva l’autore dell’articolo. Anche perché questo governo - e queste sono parole di Montezemolo - «sembra avere poco rispetto per il mercato e pochi riguardi per il ruolo delle imprese».

La delusione per i primi giorni di governo c’è. C’è anche l’attesa per la legge Finanziaria, ma l’entusiasmo è frenato dal giudizio sui primi passi. Come quello «timido» delle liberalizzazioni, qualcosa, quindi, «che è essenziale per la crescita futura del Paese. Io penso - ha aggiunto - che sarà molto difficile per il governo far progredire le liberalizzazioni più pesanti a causa delle divisioni interne» alla maggioranza.
 

1° agosto 2006
Csm. Rognoni folgorato sulla via di casa

E all’improvviso Virginio Rognoni trovò il coraggio che non ha mai avuto in quattro anni di vicepresidenza del Csm. E’ davvero strana la sindrome che prende quanti arrivano a sedere sulla poltrona di numero 2 dell’organo di autogoverno dei giudici. Bravi, coraggiosi, equilibrati prima di arrivare a palazzo dei Marescialli, poi, di colpo, asserviti ai magistrati, schierati acriticamente al loro fianco, con l’obiettivo di ottenere la vicepresidenza prima, e di poter sopravvivere serenamente nel corso dei quattro anni di Csm, poi.

Fa davvero impressione come Rognoni abbia sempre ed esclusivamente difeso i magistrati, quasi non avesse dubbi sul loro comportamento e su quello dell’organo di autogoverno, per ritrovare un certo spirito critico - e che spirito critico… - proprio l’ultimo giorno del suo mandato.

E così, Rognoni-cuor di leone, prima di fare armi e bagagli, dice no alla deriva correntizia e denuncia esplicitamente le «difficoltà ed ostacoli all’espletamento spedito dei compiti» del Csm derivanti da «remore e incrostazioni, molte volte riconducibili al gioco correntizio tra le varie posizioni culturali che si manifestano nell’area dell’associazionismo dei magistrati». E il quasi ex vicepresidente del Csm entra anche nel particolare, sottolineando come il problema riguardi da vicino le nomine dei magistrati ad incarichi direttivi.

Insomma, molti uffici di spicco (compresa la Procura di Palermo, fino a poco tempo fa) sono rimasti senza una guida per il cinico gioco correntizio in voga a palazzo dei Marescialli. Un gioco che a Rognoni è stato bene fino all’altro ieri, al punto che ha ritrovato la voce per denunciarlo solo quando aveva le valigie sull’uscio della porta.
 

31 luglio 2006
Il governo da il colpo di grazia alla TAV

La Tav e’ morta. Il corridoio 5, cioe’ il collegamento dell’Italia con i Paesi dell’Europa del Sud e dell’Est, sara’ solo un sogno. Prodi e il centrosinistra ancora una volta tradiscono la loro parola, ma cosa piu’ grave tradiscono gli interessi del Paese’’.

Il Ministro Di Pietro ha comunicato infatti che la Torino-Lione e’ stata esclusa dall’elenco delle leggi obiettivo ed e’ stata inserita tra le opere da realizzare con procedura ordinaria. Per chi non capisce il linguaggio burocratico, questo significa che il piu’ piccolo dei Comuni o delle associazioni ambientali puo’ impedire la realizzazione di un’opera prioritaria per il Paese.

Berlusconi in persona aveva ottenuto, nei sei mesi di Presidenza Europea, il finanziamento di quest’opera che rappresentava da sola, come indotto, centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma che soprattutto permetteva all’Italia di restare un Paese centrale in Europa.
Con questo atto irresponsabile, invece, il Governo Prodi butta via anni di lavoro e taglia fuori il Paese, per i prossimi 50 anni, dal circuito delle merci.

Il governo Prodi ha scelto di percorrere una strada tortuosa per cercare di conseguire l’obiettivo Tav. In pratica, si è concretizzato il rimando alla nuova Valutazione di impatto ambientale (Via) e alla Conferenza dei servizi che sceglie di fare a meno dello snellimento procedurale consentito dalla legge Obiettivo.

Ma come funziona la Conferenza dei servizi? Si tratta di uno strumento concertativo che riassume in un unico contesto i pareri, le autorizzazioni e i nulla osta delle amministrazioni pubbliche coinvolte in un procedimento (in questo caso la Tav in Val di Susa). Le fasi del processo saranno laboriose: la Conferenza dovrà pronunciarsi in primo luogo sulla fase iniziale della Via, poi sul progetto preliminare e infine su quello definitivo. Tenuto conto che anche i privati possono formulare osservazioni sul progetto definitivo e che si possono verificare situazioni di disaccordo tra le amministrazioni (a loro volta rimandate alla Conferenza Stato-Regioni o al Consiglio dei ministri, ndr), il rischio-caos non è solo un’ipotesi di scuola. Piccoli Comuni e associazioni ambientaliste avranno voce in capitolo.
 

2 agosto 2006
Fuori dalla galera anche i terroristi islamici

Al ministero degli Interni tentano di minimizzare. Sostengono che non si tratta di un’allarme ma di un «normale controllo necessario dopo l’indulto». Ma la circolare del capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che invita le questure d’Italia a monitorare gli immigrati che usciranno dal carcere prima del previsto dopo la legge approvata dal Parlamento, preoccupa non poco il Viminale. Il quale fa sua la circolare di De Gennaro e rivolge la stessa raccomandazione alle prefetture. Si tratta di un centinaio di persone, non di più, dicono alla sede del ministero dell’Interno. Ma di sicuro c’è che sono almeno un centinaio gli immigrati che sono stati condannati per falsificazione di documenti, favoreggiamento di immigrazione clandestina, e che secondo le accuse dei procuratori e secondo le indagini di polizia, erano in realtà dei terminali delle associazioni terroristiche dell’estremismo islamico. Fiancheggiatori di cellule. Non essendo stati condannati per terrorismo, adesso andranno fuori dal carcere e il capo delle Polizia ha subito disposto che, quelli che rimangono in Italia, non vengano persi di vista.

Non è facile sapere quanti sono e soprattutto per quali reati sono stati spediti in prigione i sospettati di terrorismo. Ma si sa che l’anno scorso, con l’operazione Tazir, almeno 90 marocchini sono finiti in galera con l’accusa di traffico di essere umani (reato escluso dall’indulto), ma che sono molti di più quelli finiti dentro per avere organizzato veri e propri centri di produzione di permessi falsi (500 sono stati sequestrati lo scorso novembre).

E chi è dentro per questo reato può rientrare nelle misure di indulto. È successo a Yossef Abdoui e Mohamedd Loubiri, due nordafricani condannati in appello lo scorso settembre a quattro anni e un mese per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla ricettazione di documenti falsi. Condannati in primo grado per associazione con finalità di terrorismo, in appello invece i giudici hanno escluso nel dispositivo della sentenza la sussistenza di contatti degli imputati con il terrorismo islamico. Visto che nessuno dei due ha presentato ricorso in Cassazione, sono rimasti in galera definitivamente. Sarebbero usciti tra un mese, ma con la legge sull’indulto hanno anticipato la libertà. Adesso sono destinati all’espulsione, visto che le pene accessorie sono rimaste valide. A febbraio del 2005 invece è stato arrestato a Napoli l’estremista islamico di origine algerina Arioua Abdelmajid. Era accusato di essere rientrato clandestinamente in Italia dopo l’espulsione. L’uomo era stato arrestato nell’ottobre del 2003 dalla Digos di Frosinone in esecuzione di un ordine di fermo dell’autorità giudiziaria di Cassino per i reati di agevolazione dell’immigrazione clandestina, contraffazione e ricettazione di documenti falsi, in concorso con altri. Nessuna imputazione di terrorismo, mentre per il Sismi si trattava di «un estremista islamico». È questo il dato che più preoccupa il Viminale. Sono molti gli immigrati accusati di rapporti border line con il terrorismo islamico ma che alla fine sono stati condannati per i reati di agevolazione all’immigrazione clandestina e ricettazione di documenti falsi.

Su di questi è puntata adesso l’attenzione del Ministero, che ha già ha dato seguito alla «preoccupazione» del capo della Polizia.
Verranno confrontati i nomi di quanti escono dal carcere con i dati raccolti dal Sismi e dal Sisde che solo lo scorso anno hanno visto raddoppiare le segnalazioni messe a punto dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo. In particolare le indagini del Sisde hanno evidenziato il ruolo centrale per diffondere l’ideologia terrorista di una serie di esercizi commerciali, come i Phone center, le macellerie halal, e altri luoghi di ritrovo diversi dalle moschee. In questi posti le forze di polizia hanno spesso arrestato personaggi sospettati, ma i processi si sono conclusi con la condanna per reati fuori dal terrorismo. È su questi che De Gennaro punta l’obiettivo.
 

4 agosto 2006
Prodi si inventa un milione di italiani pronti a votarlo alle prossime elezioni

Il disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri consente agli extracomunitari in regola da cinque anni di di ottenere la cittadinanza.

Tempi dimezzati rispetto alla legislazione precedente, che prevedeva un limite di dieci anni per diventare «italiani». Ma il ddl presentato dal ministro dell’Interno Giuliano Amato modifica anche il carattere giuridico del diritto di cittadinanza: ora si può ottenere per «ius soli», ossia è un dato acquisito per ogni piccolo nato extracomunitario in territorio italiano, purché uno dei due genitori sia in regola da cinque anni.

Può diventare italiano anche il ragazzino minore che va a scuola nel nostro Paese, e sempre da un quinquiennio. Amato ha spiegato ieri che verrà verificato, caso per caso, anche il livello di integrazione della famiglia e la cittadinanza sarà festeggiata con una «cerimonia di conferimento».

Il risultato politico è che la sinistra radicale è entusiasta: è «un ottimo segnale di partenza» per il vicecapogruppo di Rifondazione, Graziella Mascia; mentre la Lega grida al «colpo di Stato» e Maurizio Ronconi (Udc) avverte: ora l’Italia è considerata «l’Eldorado per tutti gli immigrati». Il ministro della Solidarietà sociale di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha fatto invece un annuncio plateale: durante un comizio in uno stabile occupato a Roma ha invitato tutti «a scendere in piazza contro la legge Bossi-Fini», per sostenere «quelle politiche che migliorino la situazione degli immigrati».

Amato ha chiarito che i numeri dei nuovi cittadini non saranno esorbitanti, e che «l’unica cifra certa» è che ogni anno richiedono la cittadinanza circa 10mila immigrati. Il governo prevede un leggero rialzo con l’abbassamento da 10 a 5 anni, a 18mila domande. A questi si aggiungeranno comunque «circa 50mila bambini», che sono i piccoli stranieri che nascono ogni anno nel nostro Paese.

Cifre che sono in netta contraddizione, però, con i dati sui decreti flussi. Prendiamo in considerazione il quinquennio 1997-2001. Cinque anni fa l’allora governo di centrosinistra permise l’entrata in Italia per motivi di lavoro di 63mila extracomunitari. Stessa cifra dell’anno precedente, il 2000. Nel biennio ’98-99 scattò invece la grande regolarizzazione-sanatoria di 250mila stranieri. Solo così ci si avvicina alle 400mila possibili richieste, tutti immigrati che dall’entrata in vigore della legge possono immediatamente diventare italiani, senza contare però i bambini in Italia da almeno cinque anni e i nuovi nati. La cifra verosimile dunque sarà di circa 500 mila nuovi italiani nell’immediato. Naturalmente, a questi potrebbero aggiungersi altri 500 mila stranieri che saranno regolarizzati quest’anno e che dunque nel 2011 potranno aspirare ad avere il passaporto italiano e, nel prossimo quadriennio, gli stranieri che si sono messi in regola durante il precedente governo. Anche per questo, probabilmente, la Caritas indica in 900 mila i potenziali nuovi italiani.

Il ddl pone una sola norma più restrittiva rispetto al passato, ed è quella sui matrimoni: la cittadinanza viene assegnata «dopo due anni o tre se all’estero», rispetto ai sei mesi di adesso.

La cittadinanza in tempi più rapidi è solo il primo passo di un allargamento dell’Italia agli stranieri, già avviato dal decreto dei giorni scorsi sul ricongiungimento e che, nelle intenzioni del governo, sarà completato dal diritto di voto agli immigrati, fortemente voluto dai ds. Il progetto di legge è stato presentato al Senato da Manuela Palermi (Verdi) lo scorso 30 maggio, è stato già assegnato alla commissione Affari Costituzionali e prevede la modifica dell’articolo 48 della Costituzione.

Maurizio Gasparri (An) annuncia una «dura battaglia parlamentare» contro tutte le iniziative in materia di immigrazione: «L’introduzione dello ius soli è una scelta assurda ed esclusa da tutti i Paesi europei. Non va condannato solo il razzismo, ma anche la demagogia di chi vuol far arrivare in Italia milioni di clandestini». Il presidente di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini si dice convinto che, con la discussione in parlamento, il limite «si possa alzare da cinque a sette-otto anni». Per il senatore di Forza Italia ed ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi le nuove misure in materia di immigrazione del governo «sono esplosive».

Ad Amato sono arrivati invece gli applausi delle comunità islamiche: è la «giusta direzione», approva il presidente dei Giovani Musulmani italiani, Osama Al Saghir e anche l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche, esprime pubblicamente «apprezzamento».
 

5 agosto 2006
Prodi: «L’Italia ora gira». La Cdl: «Sì, a vuoto»

Ora andiamo in vacanza, «ne abbiamo bisogno e ce le siamo meritate». Romano Prodi saluta così gli italiani tramite dei giornalisti che affollano la sala stampa di Palazzo Chigi. E ne approfitta per fare un bilancio dell’attività di governo. «In ottanta giorni - parafrasa Julius Verne - non abbiamo fatto il giro del mondo, ma l’Italia ha ripreso a girare».

Immediate le reazioni dell’opposizione. Forza Italia con Antonio Leone risponde che «l’Italia sta girando. Ma a vuoto. Prodi e compagni in 80 giorni non sono riusciti a fare neanche il giro di Palazzo Chigi». Colorita la replica di Roberto Calderoli(Lega): «l’unica cosa che Prodi ha fatto girare sono le balle ai cittadini. Dopo 80 giorni di governo ci sono più immigrati, più tasse, più delinquenti in circolazione». Per Sandro Bondi (Forza Italia), invece, «Prodi ha una sfacciataggine degna della propaganda mussoliniana».
 

6 agosto 2006
Intercettazioni e fughe di notizie, pagano soltanto i giornalisti

Alla fine i due ministri-coltelli hanno trovato l’accordo e il Guardasigilli Mastella ha incassato prima delle ferie anche il disegno di legge sulle intercettazioni, sul quale il collega Antonio Di Pietro, tra un ponte e un’autostrada, ha trovato modo e tempo di imporre una serie di variazioni.

Ciò sta a significare che, a ripresa dei lavori d’aula, la commissione giustizia dovrà mettere al primo posto l’esame del testo. Ed è probabile che, per evitare di rimanere schiacciato dalla sessione bilancio che alla Camera inizia il primo ottobre, verrà discusso e forse approvato al Senato, la cui commissione Giustizia ha già fatto numerose audizioni proprio su questo tema.

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri non è il solo sulle intercettazioni, perché anche la Cdl ha depositato il suo, che si differenzia da quello del governo soprattutto perché indica un rafforzamento delle pene per la violazione del segreto di indagine, definisce la responsabilità per la pubblicazione delle intercettazioni, e chiede la creazione di un archivio riservato.
 

8 agosto 2006
È già guerra nel governo sulla Finanziaria

Il buon andamento delle entrate fiscali, cresciute di 19 miliardi in sei mesi (+12,3%), non cambierà l’entità della manovra per il 2007. «Magari», dice Romano Prodi. «Ma una rondine non fa primavera. Le buone notizie, comunque, danno maggior coraggio e meno depressione, come la vittoria ai Mondiali». E nella maggioranza scoppia l’ennesima polemica. Rifondazione comunista e Comunisti italiani non condividono l’impostazione del presidente del Consiglio. Vogliono che il ministero dell’Economia allenti i cordoni della borsa. Dalla loro parte, anche Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia affida un messaggio ai giornalisti: fate sapere a Padoa-Schioppa che i miei fondi sono stati tagliati del 52%. Come a dire: ho bisogno di maggiori risorse.

Insomma, la prevedibile corsa al bottino fiscale si è già scatenata; ed ha innescato un vero e proprio assedio a Via XX Settembre. Al momento, dalle parti del ministero, si tiene duro. Perfino il sottosegretario verde Paolo Cento ha sposato la linea del rigore di Padoa-Schioppa. «Gli obbiettivi da perseguire - dice Cento - sono il rigore nei tagli agli sprechi ed alle spese inutili, oltre alla lotta all’evasione fiscale». Sulla stessa stessa linea l’Italia dei valori e la Margherita. La Finanziaria, quindi, resta da 35 miliardi di euro: 20 miliardi di correzione del deficit (il deficit tendenziale previsto per il 2007 è il 4,1% del pil) e 15 miliardi per lo sviluppo: in massima parte assorbiti (10 miliardi) dal taglio del cuneo fiscale.

Se al 4,1% di deficit previsto per il prossimo anno si toglie la correzione netta indicata dal governo (e pari allo 0,8% del pil), si arriva ad un deficit del 3,3%. Il governo però conta di ridurlo sotto il 3%, in quanto il prossimo anno si dovrebbero manifestare gli effetti della manovra correttiva pari a mezzo punto di pil, recentemente approvata dal Parlamento. E si arriva così al 2,8%.

Il problema, per l’estrema sinistra della maggioranza, è che per recuperare i 20 miliardi di correzione e «coprire» i 15 miliardi destinati allo sviluppo, Padoa-Schioppa vuole intervenire in modo strutturale su pensioni, (alzare l’età pensionabile di un anno, con eventuali penalizzazioni per chi anticipa l’uscita dal lavoro); congelare una tornata di rinnovi contrattuali; frenare la spesa sanitaria di 5 miliardi; ridurre i trasferimenti agli enti locali di altri 5 miliardi di euro.

Contro questa linea si scagliano esponenti e ministri di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani. Dalla loro parte c’è la coincidenza più o meno perfetta fra le maggiori entrate affluite nelle casse dello Stato nei primi sei mesi dell’anno, pari a 19,7 miliardi) e l’entità della correzione netta del deficit, 20 miliardi. Per Gennaro Migliore, capogruppo di Prc alla Camera, «ora la manovra potrebbe essere ben al di sotto dei 35 miliardi di euro». Gli fa eco il ministro Prc alla Solidarietà sociale, Paolo Ferrero: «Si devono far pagare gli strati più ricchi della società, a partire dagli introiti dell’evasione fiscale, senza toccare i fondi per pensioni e sanità». Ed esclude ogni ipotesi di riduzione della pressione fiscale, come chiesto dai commercianti. «Si tratta di un’ipotesi non percorribile - dice - perché i bisogni sociali non si sono ridotti». Non è della stessa idea Enrico Morando, presidente diessino della commissione Bilancio del Senato. «La lotta all’evasione fiscale porta ad una riduzione delle imposte».

Pino Sgobio dei Comunisti italiani non vuol più sentir parlare «di tagli a pensioni e sanità». Il maggior gettito - dice - si utilizzi per migliorare le condizioni di vita di pensionati e lavoratori. Alfonso Pecoraro Scanio, ministro «verde» dell’Ambiente, chiede un «piano per decidere le politiche da fare, così da evitare che la Finanziaria diventi un mercato». Lo è già diventata.
 

9 agosto 2006
Quando i muri li alza la sinistra

Dopo gli scontri in via Anelli il sindaco fa costruire una barriera per proteggere i residenti da spaccio e violenze.

Sessantacinque metri di acciaio speciale e bulloni che diventeranno ottantacinque. Una barriera anti sfondamento spessa 4 millimetri che sale fino a tre metri e scende ad un metro e venti di profondità sotto il livello del suolo, in modo che non ci si possa scavare sotto e che non si possa piegarla. È il muro di via Anelli che il sindaco di Padova ha fatto costruire per proteggere i residenti dal ghetto teatro di scontri tra immigrati, inseguimenti a colpi di asce e coltelli. Il primo cittadino, il diessino Flavio Zanonato, si difende: «È un fenomeno che va capito». La Cdl attacca: «È il fallimento della politica di sinistra».

C’è il tempo delle favole, dell’accoglienza universale, delle frasi alte e rotonde sull’Eldorado multietnico, della cittadinanza prêt-à-porter, della legge Bossi-Fini da smantellare perché rea di erigere un «muro invisibile» contro l’afflusso degli immigrati alla ricerca di una vita migliore. E poi c’è il tempo della quotidianità: quello in cui una amministrazione di centrosinistra erige un muro, non invisibile ma di acciaio, di 65 metri per 3 per isolare un quartiere - la Serenissima a Padova - dove gli scontri tra opposte etnie si ripetono come un rito sullo sfondo del narcotraffico. Il tutto mentre la platea dei benpensanti fa finta di non vedere e volge lo sguardo da un’altra parte.

Sono i miracoli e le contraddizioni della sinistra di governo, prigioniera di un’ideologia da applicare alla realtà, ma costretta talvolta a fare i conti con la realtà al netto delle ideologie. E così, mentre al culmine del paradosso, è il centrodestra a indignarsi per il rimedio draconiano scelto dal sindaco Flavio Zanonato - con il presidente del Veneto, Giancarlo Galan, che definisce la barriera «una magra imitazione del muro di Berlino che darà presumibilmente magrissimi risultati» - gli esponenti dell’Unione nicchiano, glissano e talvolta addirittura applaudono.
 

10 agosto 2006
La Turco e i farmaci alle coop

Anche se lei è il ministro della Salute in carica e sullo schiacciasassi che l’ha spianata sedevano i suoi colleghi di governo.

Sembra un’eternità ma sono passati poco più di due mesi da quel fatidico 28 maggio 2006 quando Livia Turco si sbilanciò: «Cosa vorrebbero fare? Vendere le medicine nelle Coop? No, no, assolutamente , tuteleremo le nostre farmacie». E siccome l’idea era sostenuta dalle associazioni dei consumatori e da 173mila firme raccolte dalle Coop, il ministro diessino aveva rincarato la dose: «Continuo a essere contraria ai farmaci nei supermercati perché le farmacie devono diventare sempre più un presidio per la salute dei cittadini». Poi Prodi ha deciso altrimenti e la Turco ha perso la voce.

A poco più di una settimana dall’approvazione della legge Bersani-Visco, la Coop è già pronta ad aprire i primi tre «corner» della salute, gli angoli del supermercato dove si potranno vendere farmaci da banco. Sabato è annunciato un tris di inaugurazioni per il «Belgioioso di Carpi (Modena), «Le mura» di Ferrara e il «Santa Caterina» di Bari, tutte sedi dirette dalla Coop Estense e che tra due giorni saranno pronte ad aggiungere ai prodotti presenti sugli scaffali le medicine senza prescrizione medica. La Coop Adriatica, invece, ha già avviato la ricerca di 50 farmacisti laureati per l’apertura dei suoi corner, i primi a fine settembre.

Gli affari inizieranno a girare dunque già prima della fine dell’estate per le cooperative della grande distribuzione, nelle cui casse arriveranno, grazie al decreto Bersani-Visco, circa 45 milioni di euro solo nel 2007.

È stato infatti calcolato che ogni «corner» di medicine produrrà un fatturato di 250.000-300.000 euro l’anno, cifra tutta da verificare a seconda delle dimensioni e della posizione del supermercato, ma che dà già l’idea del giro di affari che la legge appena approvata porterà alle cooperative.

I corner che le Coop intendono inaugurare entro l’autunno sono 26, mentre nel 2007 si arriverà in totale a 150 aperture.
Il provvedimento è in realtà potenzialmente ancora più fruttuoso per le cooperative, che contano su 1300 punti vendita, anche se per ora solo 150 sono idonei a ospitare l’angolo della salute. Ma c’è tempo per lavorare alla messa in regola degli altri, con un fatturato che, ipoteticamente, potrebbe quasi decuplicare nel giro di pochi anni.

Nei primi «corner» annunciati dalla Coop estense sono stati assunti in totale 9 farmacisti. Ma le domande, come hanno spiegato nei giorni scorsi i vertici delle cooperative della grande distribuzione, sono arrivate a 600 e sono previste complessivamente, per la prima parte dell’avvio, 300 assunzioni.

Sul sito della Coop c’è un annuncio indirizzato proprio ai farmacisti: «Sei un farmacista? Vuoi lavorare con Coop? Clicca qui!». L’interessato deve poi indicare la provincia di riferimento e compilare un modulo: «Coop - recita l’annuncio - sta selezionando farmacisti laureati e abilitati all’esercizio della professione, da inserire nei propri negozi, come responsabili di corner dedicati alla vendita di prodotti farmaceutici».
In ogni angolo della salute ci saranno da uno a tre farmacisti che gestiranno circa 300 medicine tra farmaci Otc, ossia «da banco» o di automedicazione e Sop, senza obbligo di prescrizione medica, con sconti anche superiori al 25 per cento. Il design è curato nel dettaglio: ogni «corner» sarà di colore verde-turchese e sarà segnalato da un’insegna luminosa.

Particolari studiati con anticipo. Le cooperative erano già pronte al lancio dell’angolo dei farmaci. Dall’autunno del 2005 le Coop avevano infatti lanciato la campagna «Farmaci più liberi, prezzi più bassi», in cui furono raccolte 800mila firme. Contemporaneamente, le cooperative avevano depositato a febbraio alla Camera una proposta di legge popolare con 173mila firme per introdurre nei supermercati, appunto, l’angolo delle medicine.

La legge Bersani-Visco ha accolto pienamente dunque quella campagna e quella proposta di legge. Anzi, in qualche modo, l’ha incorporata. Non a caso i quattro articoli da cui era formata quella proposta di legge contenevano gli stessi concetti delle norme appena varate.

«Il governo - commentava infatti nei giorni scorsi Aldo Soldi, presidente Coop-Ancc, l’associazione nazionale cooperative dei consumatori - ha interpretato appieno il volere degli 800mila cittadini che hanno sostenuto la nostra campagna “Farmaci più liberi, prezzi più bassi” sottoscrivendo dapprima la proposta di legge presentata lo scorso febbraio e successivamente la petizione».
 

11 agosto 2006
Pdci e Prc, un calcio al rigore di Padoa-Schioppa

Finanziaria lacrime e sangue? Tagli alla spesa corrente? La sinistra radicale da quest’orecchio non vuol proprio sentir nulla. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha confermato ieri a Cortina che nella prossima legge di bilancio ci saranno «economie di spesa» sui quattro capitoli già accennati dal Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef): pensioni, sanità, enti locali e pubblica amministrazione.

Nonostante tutte le cautele adottate nel dibattito pubblico con il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, dal responsabile di via XX Settembre per non irritare gli alleati di estrema sinistra (l’aver evitato accuratamente la parola «tagli» e la promessa di una nuova verifica dei conti pubblici a settembre, ndr), tanto i Comunisti Italiani quanto Rifondazione ieri hanno ribadito l’indisponibilità nei confronti di una Finanziaria impostata sulla linea del rigore.

Il capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, ha aperto le danze criticando politicamente gli accorgimenti semantici di Padoa-Schioppa. «No a tagli, anche mascherati. In Finanziaria - ha sottolineato - ci devono essere misure chiare di equità e rilancio sociale». Secondo l’esponente comunista, «la via giusta per creare sviluppo» non è la «compressione» delle spese sociali, ma la lotta all’evasione. È inoltre necessaria «una seria politica di sostegno e riqualificazione di sanità e scuola». Una dichiarazione di principi diametralmente opposta a quella del ministro dell’Economia.

«Dopo cinque anni di macelleria sociale, di condoni indiscriminati e di “finanze creative” - ha aggiunto Sgobio - bisogna inaugurare una svolta, capace di guardare ai lavoratori e pensionati, adeguando tra l’altro stipendi e pensioni al costo reale della vita». Una nuova «scala mobile», il cavallo di battaglia dei Comunisti Italiani, rappresenta la vera strada da seguire.

La sortita del Pdci non poteva lasciare indifferente Rifondazione, preoccupata di un possibile «sorpasso a sinistra». L’andamento favorevole delle entrate fiscali nel primo semestre e la progressione superiore alle attese del Pil nel secondo trimestre hanno incoraggiato le esternazioni di Gennaro Migliore, presidente dei deputati del Prc. «Lo sviluppo - ha detto - deve essere una priorità della manovra economica. Non cogliere questa congiuntura favorevole sarebbe un inutile omaggio all’ortodossia del risanamento e del pareggio di bilancio». Secondo Migliore, la prossima Finanziaria deve essere impostata «sulla leva dell’equità fiscale» senza tagliare i servizi sociali. Seppur con sfumature differenti, la sostanza dei discorsi di Pdci e Rifondazione è la stessa: «Padoa-Schioppa non si azzardi a fare nessun taglio». Se a tutto questo si aggiungono i richiami di Cgil, Cisl, Uil e Ugl alla clemenza nei confronti del settore pubblico, appare evidente che il ministro dell’Economia avrà non poche difficoltà a operare le misure di contenimento da 20 miliardi previste dal Dpef. Misure richieste da Confindustria: Montezemolo ha più volte evidenziato che «chi ha l’onore e l’onere di governare deve avere anche il coraggio di scelte impopolari». Il dilemma si prospetta di difficile soluzione: accontentare l’ala sindacalista o propendere per le posizioni imprenditoriali?

Al di là dei continui rinvii alla verifica delle finanze pubbliche, il governo Prodi prima o poi dovrà decidere. E il vertice con i capigruppo della maggioranza, convocato per il prossimo 4 settembre, si preannuncia movimentato. «La ripresa c’è ed è diffusa - ha detto Mauro Fabris dell’Udeur - ma la Finanziaria deve rimanere rigorosa».

La tenuta della coalizione sarà messa alla prova. Per il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, «nella maggioranza esiste un problema grande come un grattacielo». E tocca al premier porvi rimedio.
 

12 agosto 2006
Cento avvisa il premier: «Il sì alla missione non è affatto scontato»

«Non è per nulla scontato il nostro assenso alla missione militare in Libano», avverte il Verde Paolo Cento. Il presidente del Consiglio Prodi annuncia che l’Italia «è pronta» a mandare i suoi militari con la forza di interposizione Onu che dovrebbe essere dispiegata nel Sud del Libano, ma deve ottenere prima il via libera della sua maggioranza e del Parlamento. E secondo il sottosegretario all’Economia Cento, che parla a nome dell’ala pacifista dell’Unione, non sarà una passeggiata, perché dare il via libera alla spedizione nel Paese dei cedri può diventare per il centrosinistra «più complicato» del pur defatigante tormentone sull’Afghanistan, perché rispetto al Medioriente c’è «una fortissima sensibilità del movimento pacifista, e anche del mondo cattolico: la discussione attraverserà trasversalmente tutta la sinistra».
Onorevole Cento, il governo dice di esser pronto a partecipare alla missione militare. Siete pronti anche voi?

«Prodi e D’Alema mi sembrano intenzionati ad accelerare. Ma per far partire i soldati è indispensabile un mandato del Parlamento, e prima bisognerà chiarire molti problemi: i tempi, i modi, i costi della missione, le regole d’ingaggio dei soldati».

La risoluzione approvata dall’Onu non spiana la strada?

«Certo il pronunciamento delle Nazioni Unite fa sì che non ci sia una posizione pregiudizialmente contraria ad un nuovo impegno militare dell’Italia. Ma da qui ad assicurare che saremo favorevoli ce ne corre, non c’è nessuna adesione scontata. Prima ci vuole un’approfondita discussione dentro il governo e dentro l’Unione».

Dunque porrete condizioni per dare il vostro assenso in Parlamento?

«Certo che le porremo. Uno dei primi paletti che avevamo posto, ossia che non si dovesse in nessun caso trattare di una missione Nato, è rispettato dalla risoluzione. Ora occorre fare chiarezza su altri punti fondamentali: dovrà essere una missione di pace, equidistante tra le parti in causa, e che non dovrà assolutamente avere compiti offensivi. Deve servire esclusivamente a sostenere il dispiego dei 15mila soldati libanesi che dovranno riaffermare la sovranità del governo di Beirut sul sud del Paese».

Insomma, i militari della missione Onu non dovranno sparare un colpo?

«No: solo i libanesi dovranno poter usare le armi. Gli italiani non dovranno partecipare ad alcuna azione combattente, salvo ovviamente il diritto di difendersi in caso di attacco».

E il compito di disarmare Hezbollah, come chiedeva una precedente risoluzione Onu mai attuata, e di garantire la sicurezza di Israele a chi spetta?

«Il disarmo di Hezbollah è e deve restare, come dice lo stesso testo approvato dall’Onu, un problema esclusivo del governo libanese. E la sicurezza di Israele va garantita ristabilendo la piena sovranità di quel governo anche sul sud del Libano».

Peccato che i terroristi di Hezbollah facciano parte proprio di quel governo...

«Quando in una democrazia parlamentare come quella di Beirut si crea una rappresentanza istituzionale di movimenti come Hezbollah, o come Hamas in Palestina, occorre interrogarsi sulle cause. Non si può pensare di eliminarla con un editto, bisogna chiedersi se proprio chi ha adottato la strategia della risposta bellica, ossia Israele, non abbia causato il loro rafforzamento».

Dunque il contenuto della risoluzione del Palazzo di Vetro vi soddisfa?

«Purtroppo è stata tardiva, e su questo va dato un giudizio politico severo: di fatto si è consentito al governo israeliano di completare la sua azione militare contro il Libano. È gravissimo che Olmert abbia dato l’ordine dell’offensiva proprio mentre il Consiglio di sicurezza discuteva la risoluzione sul cessate il fuoco».

Per il capogruppo di Rifondazione, Gennaro Migliore, Israele si è «messa fuori dalla comunità internazionale». Condivide un’affermazione del genere?

«Non c’è dubbio che il governo di Tel Aviv abbia condotto una vera e propria strage di civili, proseguita nonostante la discussione dell’Onu. Non c’è nessuna proporzione tra l’attacco pur condannabile di Hezbollah e la reazione militare israeliana. Ora la priorità è accelerare il ritiro israeliano dal territorio libanese e aprire corridoi umanitari per affrontare l’emergenza».
 

14 agosto 2006
Comunisti italiani vs Rifondazione. Guerra tra ex compagni

Tra i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione si passa dalle accuse agli insulti. Liberazione scrive in prima pagina che la manifestazione antifascista promossa da Marco Rizzo contro Fausto Bertinotti fa «girare i c...» ai suoi compagni di partito.
L’eurodeputato Rizzo si era scagliato contro Bertinotti reo di aver accettato l’invito di Gianfranco Fini alla Festa nazionale di An per il 16 settembre. Un invito che Bertinotti aveva ritenuto di non poter rifiutare proprio perché ricopre la carica, in teoria super partes, di presidente della Camera. Ma dato che a sinistra c’è sempre qualcuno più uguale degli altri, la scelta di Bertinotti ha scatenato il solito dibattito interno tra i presunti alleati. Ognuno a sinistra ha la sua particolare opinione sulla partecipazione di Bertinotti alla Festa di An e la rende nota al mondo.

E così Gennaro Migliore scrive su Liberazione di avere tentennato un po’ prima di infilarsi in questo scontro perché, «le polemiche a sinistra sembrano piccole e strumentali». Poi però attacca a testa bassa il Pdci e Rizzo in particolare del quale si chiede se non sia lo stesso «superpresenzialista che frequenta ogni tipo di trasmissione televisiva con i La Russa e i Gasparri e fa sempre a gara con loro a chi la spara più grossa». E non solo. Liberazione si chiede «quale purezza si intestino quelli del Pdci? Quella del simbolo elettorale sbiancato il giusto per confondersi con Rifondazione?» Migliore ci va giù pesante definendo Rizzo e i suoi «comunisti da buco della serratura, guardoni della nostra iniziativa politica». In sostanza accusa il Pdci di non avere alcuna politica se non quella di criticare le scelte di Rifondazione. Si ha gioco facile, prosegue Migliore «a svelare quella che gli astuti “piddiccini” hanno eletto a vera e propria linea politica. Appostare Rifondazione Comunista, come farebbe l’ispettore Derrick, in attesa dell’inevitabile passo falso. Oppure interpretare le intenzioni dei dirigenti di Rifondazione e agire secondo l’adagio “calunniate, calunniate, qualcosa resterà”».

Curioso che nello stesso giorno (ieri) in cui Liberazione pubblica questo durissimo attacco a Rizzo, il Corriere della Sera pubblichi una lettera proprio di Rizzo che suona quasi come una risposta alle critiche di Migliore. Telepatia comunista?

Nella lettera al Corriere, Rizzo riconosce che «chi fa politica a sinistra come a destra», si deve inevitabilmente confrontare pure davanti alle telecamere «con gli avversari, anche con quelli più lontani». E dunque, prosegue, «non si capirebbe perché il leader di Rifondazione nonché presidente della Camera» non possa andare all’appuntamento con Fini. Ma confrontarsi con l’avversario in tv e andare alla Festa di An non è la stessa cosa, aggiunge Rizzo. Se si va al dibattito invitati da An, scrive, «si azzera il valore fondante della nostra identità: l’antifascismo». Insomma Rizzo non cambia idea.
 

15 agosto 2006
D’Alema a braccetto con il rappresentante dei guerriglieri Hezbollah

Passi per l’«equivicinanza», concetto politico inusuale ma ugualmente peloso. Passi il suo proverbiale, seppur inconfessato, antisionismo. Passi pure che da sempre, dai tempi di Arafat e del suo Nemer Hammad a Roma, è un difensore ineccepibile della causa palestinese. Ma hezbollah no, sarà anche un «partito di dio» però alleva terroristi, lo sa l’universo mondo civile ma non Massimo D’Alema, ministro degli Esteri della Repubblica italiana? Vederlo a braccetto con un deputato hezbollah, Hussein Haji Hassan, in una foto da Beirut, e ascoltare le dichiarazioni non proprio "equidistanti" ha lasciato perplessi molti osservatori.

L’esponente diessino persegue una strategia i cui obiettivi sono impliciti nella mancanza di condanna degli hezbollah e nella altrettanto insistente critica allo Stato di Israele per avere reagito in maniera «sproporzionata» all’attacco terrorista. D’Alema si propone come leader unificatore di tutta la sinistra italiana, dai riformisti timidamente presenti all’interno dei Democratici di sinistra, alle frange estreme rappresentate non solo dai fratelli separati bertinottiani e dilibertiani, ma anche dai no-global, dai disobbedienti e altri variegati gruppi dallo spiccato spirito anti-americano ed anti-israeliano.

Per perseguire quest’obiettivo che ha poco a che fare con la politica estera italiana, D’Alema deve esprimere in maniera comprensiva tutte le pulsioni anti-occidentali e pseudopacifiste fino a sollecitare gli stessi spiriti anti-sionisti di cui il popolo di sinistra si è nutrito negli anni. Infatti, se una parte responsabile della sinistra sembra allinearsi al riformismo europeo che contempla la difesa dello Stato di Israele, nel popolo della sinistra si sono sviluppati i germi di ciò che la vulgata chiama anti-capitalismo, anti-imperialismo e anti-sionismo contro quella che è considerata la punta avanzata dell’Occidente nel cuore del Medio Oriente.

Massimo D’Alema è sufficientemente avvertito per sapere che il sentimento anti-sionista ed anti-yankee diffuso a sinistra è un cascame ideologico. Ma è anche abbastanza cinico per calcolare che se vuole porsi come leader della sinistra non può che percorrere una strada pavimentata dalla demagogia terzomondista e dalla retorica populista estesa a scala internazionale.
 

16 agosto 2006
Ingrao dà lezione a Bertinotti: «Un errore gli auguri a Castro»

“No, il dibattito no”, si potrebbe dire citando il giovane Moretti di “Io sono un autarchico”. Dopo i mal di pancia causati dal rifinanziamento della missione in Afghanistan e quelli, attesi a breve, per l’invio delle nostre truppe in Libano, Rifondazione comunista è scossa da un’altra querelle. E stavolta si tratta di Fidel Castro, non proprio un personaggio di secondo piano nell’immaginario del popolo rosso.

Pietro Ingrao, uno dei padri nobili della sinistra nonché primo comunista a presiedere l’assemblea di Montecitorio, ha inviato ieri l’altro una lettera al quotidiano del Prc, Liberazione, con la quale prende nettamente le distanze dagli auguri commossi mandati al leader caraibico dal suo successore alla presidenza della Camera, Fausto Bertinotti, e da Franco Giordano, in occasione dei suoi ottant’anni. «Come militante di Rifondazione comunista sento il bisogno - scrive Ingrao - di esprimere il mio dissenso dal messaggio che in questi giorni il presidente Bertinotti e anche il compagno Giordano hanno inviato a Fidel Castro. Da tempo penso che a Cuba sia in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione, instaurando nell’isola un clima di dura illibertà. Può darsi che io mi sbagli - conclude - ma ritengo giusto si sappia che sulla situazione in atto a Cuba ci sono in Rifondazione rilevanti differenze di opinione».

Una posizione che non stupisce, per la verità. Basti pensare al giudizio poco lusinghiero che il decano del comunismo italiano regalò ad Aldo Cazzullo sul líder máximo: «Quando (Fidel, ndr) prese il potere passai un mese a Cuba. E Castro non mi piacque per nulla. Parlava per ore, senza ascoltare mai».

La lettera di Ingrao rischia di aprire una ferita nell’animo di tanti compañeros nostrani laddove parla delle diverse idee presenti nel Prc su Fidel e il suo regime. Il direttore di Liberazione, infatti, non lo smentisce. Premettendo nella sua replica che «l’opinione di Pietro Ingrao conta sempre molto. Specialmente su questioni così grandi e generali: come l’idea di libertà, di Stato, di dittatura, di regime», Piero Sansonetti ribadisce che il messaggio di auguri a Castro di Bertinotti e Giordano è coerente con la linea politica che da sempre Rifondazione ha espresso su Cuba. «Una linea di grande rispetto, naturalmente, per la rivoluzione e per molti dei suoi valori e per la lotta che Cuba ha dovuto sostenere, in questi quasi 50 anni, contro il continuo attacco degli Stati Uniti - prosegue Sansonetti -, ma insieme di critica severa per i limiti fortissimi alla libertà e allo svolgimento democratico della politica e per ogni singolo atto di repressione e di punizione del dissenso, o di violazione dei diritti umani. Questa critica Rifondazione l’ha espressa anche solennemente nelle aule parlamentari».

Né con Fidel né contro di lui, parrebbe di capire. Poi il direttore di Liberazione conclude: «Naturalmente Ingrao ha ragione: in Rifondazione convivono giudizi abbastanza diversi su Cuba e sul castrismo. Bertinotti e Giordano, per esempio, hanno detto molte volte di non essere convinti che l’esperienza castrista possa essere liquidata in toto, come fosse il regime sovietico o la storia del partito comunista bulgaro».
E l’impressione che Ingrao abbia detto la verità è confortata da Elettra Deiana, vice presidente della commissione Difesa della Camera. La deputata trotzkista di Rifondazione ricorda di aver criticato da sempre le «esperienze autoritarie legate alla statualità sovietica». Il problema vero, dice Deiana, investe la natura del regime cubano, che lei non considera né democratico né «partecipato». Pur trovando eccessiva la carica polemica della lettera di Ingrao, la deputata ammette di essere d’accordo con quest’ultimo. Anche se è fisiologico che il dibattito resti aperto, poiché il castrismo è «un’esperienza che ha attraversato la storia della sinistra». In ogni caso, Deiana è convinta che la società cubana sia vitale e che possa trovare da sola la forza di evolversi, e si dichiara perciò «ostile a qualunque trasmissione eterodiretta (dagli Stati Uniti, ndr) di democrazia». Almeno su questo, all’interno di Rifondazione sono tutti d’accordo.
 

17 agosto 2006
Reggio Calabria. Truffa Ue, operai fantasma assunti nella sede Ds

Maxitruffa da 8 milioni e 200mila euro. Due società, la Printec e la Sensitec, aziende che avrebbero dovuto fabbricare oggetti di cancelleria e contatori per gas liquido a Corigliano, in provincia di Cosenza, ma che non hanno mai iniziato la produzione.

In mezzo ci sono 52 operai, assunti a tempo indeterminato, ai quali sono state regolarmente pagate solo le prime mensilità per dare una parvenza di regolarità ed evitare i controlli.

La sede dei Ds di Corigliano, si legge nel rapporto delle Fiamme Gialle, sarebbe stata teatro di «finti colloqui selettivi preliminari», e «senza i prescritti requisiti previsti dal bando pubblico di ammissione». Alcuni di loro, secondo gli inquirenti, avrebbero partecipato a «corsi di formazione professionali, appositamente organizzati e finanziati dalla Regione Calabria» da due società, la Eurocal Dorm Srl di Corigliano e la De Lorenzo Formazioni Srl di Roma. L’inchiesta potrebbe ora estendersi alle due società di formazione, alla Regione Calabria e a Sviluppo Italia Calabria, che avrebbero omesso di verificare «il rispetto dei parametri assicurati in sede di contratto di finanziamento pubblico da parte delle aziende».
 

18 agosto 2006
Da Bonino e Rutelli bacchettata al ministro ds

L’imbarazzo per la scelta del vicepremier Massimo D’Alema di passeggiare a braccetto con un rappresentante di Hezbollah, arriva anche in Consiglio dei ministri.

Dopo le pesanti critiche della Comunità ebraica romana,oggi sono arrivate anche quelle (più diplomatiche) di due esponenti della coalizione di governo. Secondo l’agenzia Agi, il vicepremier Francesco Rutelli e il ministro per le Politiche comunitarie, Emma Bonino, avrebbero «rimarcato alcune differenze di analisi sulla crisi mediorientale». Il faccia a faccia tra Rutelli e D’Alema sarebbe stato caratterizzato da una «semplice puntualizzazione delle rispettive e diverse posizioni», mentre quello con la Bonino avrebbe avuto un sapore più aspro. Secondo il deputato della Rosa nel pugno, sarebbe stato «meglio riflettere qualche giorno in più» sulla partecipazione italiana alla missione Onu. O comunque comportarsi «come sta facendo la Francia». Traduzione: aspettare che dalle Nazione Unite arrivino chiarimenti sulle modalità dell’intervento. Rutelli ha precisato di «non aver criticato nessuno» e sulla foto ha specificato: «Io in Libano non ci sono stato, quindi non posso rispondere». Clemente Mastella ha invece glissato con un battuta: «Io di foto al Consiglio dei ministri non ne ho viste...». Tra gli insoddisfatti per il gesto di D’Alema c’è Gianfranco Fini (An). «Ci si deve assume la responsabilità di dialogare con Hezbollah. La posizione del ministro è forse quella dell’Europa?». Da Beirut, Hussein Haji Hassan, il deputato di Hezbollah ritratto con il vicepremier, liquida così la questione: «Se D’Alema si è sbilanciato a favore della solidarietà umana - dichiara all’Ansa - la cosa gli fa onore. Non abbiamo tempo per le polemiche e stiamo pagando un anno di affitto a chi ha perso la casa». Hassan si è però rifiutato di dire da dove arrivano i fondi.
 

19 agosto 2006
Coop fa il pieno coi farmaci: una manna il decreto Bersani

Gli ipermarket Coop vendono più medicine che spaghetti. A una settimana dall’apertura dei primi tre corner shop di medicinali da banco e senza obbligo di ricetta, gli effetti delle liberalizzazioni introdotte dal decreto Bersani a fine luglio si sono rivelati una manna per i fatturati dei tre ipermercati sperimentali del gruppo «Coop Estense» di Carpi (Modena), Ferrara e Bari.

Il boom di vendite di analgesici e antidolorifici come Moment, Tachipirina, Maalox e Aspirina potrebbe anche essere la conseguenza di improvvisi attacchi di mal di testa, febbre alta e acidità di stomaco, ma Federfarma (l’associazione nazionale dei titolari di farmacie) ritiene che sia soltanto «un trionfo commerciale». Ovvero, un risultato che ha permesso a Coop Estense di superare le vendite di pasta, riso e farina messi insieme per un fatturato (quello dei soli farmaci da banco e senza obbligo di ricetta) che raggiunge l’1,90% dell’intero volume di vendita. I tre corner shop hanno registrato una presenza media di 400-500 clienti al giorno pronti ad acquistare analgesici e antidolorifici scontati del 20, 25 e 30% rispetto alle farmacie. Nonostante i numeri si riferiscano a un periodo così breve, il direttore commerciale del gruppo, Eddy Gambetti, sottolinea che «questa prima risposta dei consumatori è andata oltre le nostre previsioni».

In base alla percentuale totale delle vendite dell’ipermercato di Bari, i farmaci occupano 1,90%, mentre quelli di Carpi e Ferrara l’1, 50 per cento. La spiegazione sulla disparità di incassi è di natura sociale: «Chi abita al Sud ha un minor reddito e un bisogno di maggiori tutele - spiega Gambetti - e comunque nelle farmacie meridionali gli sconti sono meno frequenti rispetto al Nord».

L’entusiasmo delle cooperative per gli effetti delle liberalizzazioni era stato covato con largo anticipo rispetto all’approvazione in Parlamento del decreto del ministro dello Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Il via libera era arrivato con l’accordo tra il ministro della Salute, Livia Turco, e i vertici di Federfarma. Oggi, stravolte le regole che regolamentavano la vendita dei farmaci, «Coop Italia» ha annunciato l’intenzione di voler bollare con il proprio marchio integratori vitaminici e medicinali come l’Aspirina per poi metterli in commercio con sconti del 50% rispetto ai prezzi del mercato. Il gruppo commerciale specifica che a partire dal prossimo anno aprirà altri 150 punti vendita per un totale di circa 500 nuove assunzioni di farmacisti. «Ma faremo di più - aggiunge il vicepresidente di Coop Italia, Riccardo Bagni - perché abbiamo intenzione di abbinare alla vendita dei medicinali anche altri servizi come la misurazione della pressione e la possibilità di prenotare esami attraverso accordi con le Asl». Entro la fine di settembre, Coop Estense aprirà altri sette banchi per la vendita in Puglia e sei in Emilia Romagna.

Dall’altra parte della barricata, Federfarma (si era fortemente opposta ai progetti del governo con slogan del tipo «contro il capitalista Bersani che vuole affidare la salute alle Coop» e «Bersani trasforma i farmaci in pesci e pani»), osserva l’evolversi della situazione e non sembra sorpresa dal primo bilancio sulle vendite. «Questo boom conferma le nostre teorie - spiega al Giornale il segretario nazionale dell’associazione, Franco Caprino -: fino a ieri si andava in farmacia quando se ne aveva bisogno, oggi si compra un farmaco per un semplice impulso all’acquisto. Oltre a essere un’abitudine pericolosa, non va neanche a vantaggio del consumatore perché, se da una parte il cliente acquista una confezione di Aspirina a prezzo scontato, dall’altra spende comunque dei soldi senza che ci sia la necessità. Tutti andiamo a fare la spesa e sappiamo come la grande distribuzione riesca a convincerci a farci mettere nel carrello quello che vogliono».

Secondo Caprino i risultati diffusi da Coop Estense sono la prova provata di un «trionfo commerciale». E aggiunge: «Da oltre un anno la grande distribuzione premeva per la realizzazione di questo sistema - conclude - e stanno procedendo spediti verso la nascita di grossi monopoli. Purtroppo la situazione politica attuale non fa nulla per impedirlo».

Supermercati a gonfie vele e farmacie deserte? «Ancora non lo sappiamo, è troppo presto per fare i conti».
 

20 agosto 2006
Pavia. Festival da 1 milione di euro al «pierre» del sindaco ds

Quando si iniziò a parlarne, un anno fa, la città era entusiasta. Era da tempo che Pavia aspettava un rilancio culturale (e turistico) che la riportasse ai fasti cui l’aveva abituata lo storico ruolo - da tempo appannato - di città «del sapere». Così l’idea di un Festival capace di mettere a confronto mondo scientifico e mondo umanistico era piaciuta a tutti. L’esperienza recente, del resto, insegna che grandi manifestazioni a base di letteratura, scienza o filosofia contribuiscono brillantemente a «riposizionare» l’immagine di una città.

Piera Capitelli, diessina e parlamentare dell’Ulivo, è stata eletta sindaco di Pavia nell’aprile 2005 e una delle prime proposte è stata appunto quella di un grande Festival dei Saperi in calendario nel settembre del 2006. Stanziamento previsto: 600mila euro del Comune più altrettanti che sarebbero arrivati dagli sponsor. Questo un anno fa, poi un lungo silenzio. Fino alla conferenza stampa di luglio. Il programma del festival in quel momento non c’è ancora (è stato comunicato a inizio agosto), non vengono indicati né costi né sponsor, ma si preannunciano per i cinque giorni della manifestazione 250mila presenze che - come sa chi bazzica l’ambiente - è una cifra decisamente ottimistica. E iniziano le polemiche, con tanto di lettere «avvelenate» che compaiono sulla stampa locale.

E così si viene a sapere che: a poche settimane dall’inizio del festival esiste una sola sponsorizzazione, di 100mila euro (contro i 600mila previsti); che il Comune è dovuto intervenire con altri 400mila euro che, sommati ai 600mila già deliberati, portano la cifra complessiva a un milione di euro; che, come risulta da una delibera comunale del 7 marzo, si attribuisce per tre anni alla società Wam&co la direzione del festival e l’incarico relativo al coordinamento organizzativo e all’ufficio stampa «per un totale di euro 150mila»; e che il marchio Festival dei Saperi, inizialmente di proprietà della Wam&co, viene improvvisamente registrato dal comune dopo le prime polemiche. Nulla di grave (a parte forse la cifra piuttosto alta), se non fosse che la Wam&co è una società che ha come titolare unico Stefano Francesca, ovvero la stessa persona che ha curato la campagna elettorale del sindaco Capitelli; il quale attualmente dirige l’Ufficio marketing e comunicazione del Comune (per 70mila euro annui); il quale è diventato direttore del Festival dei Saperi; il quale come responsabile della gestione dell’evento può contare per il suo «pacchetto comunicazione» su un compenso di 435mila euro.

Come hanno sottolineato anche con interventi sulla stampa locale noti intellettuali della città (lo storico Giorgio Boatti così come l’editore Giovanni Giovannetti), il problema è da una parte una strategia di comunicazione del Comune «molto dirigista e ideologica» (perché ad esempio non dire subito di chi era la società che avrebbe gestito l’evento?) dall’altra un percorso legittimo ma certamente contorto. Non solo. Di solito - evidenzia qualcuno - prima di affidare la gestione di un evento del genere, con budget di queste dimensioni, si fa un bando. E poi - sottolinea qualcun altro - è buona cosa produrre un curriculum: quali eventi ha organizzato la società Wam&co? Perché non ha dipendenti, perché non esiste un suo sito internet, e perché è così difficile trovare informazioni sulle sue attività?

Genovese, tra i giovani ds rampanti saliti sul «treno» del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, stile «alla D’Alema», misurato e prudente, Stefano Francesca contattato dal Giornale spiega la propria posizione: «La nostra manifestazione è al suo primo anno ed è difficilissimo entrare in un mercato come quello dei grandi festival. Ma si tratta di costruire un nuovo profilo culturale di Pavia. Sono direttore dell’ufficio che cura i servizi di marketing e comunicazione del Comune e ho semplicemente costruito un piano triennale di eventi su una proposta già presente nel programma presentato in campagna elettorale dal sindaco». E i contributi degli sponsor? «Avevamo fatto tre ipotesi, e quella massima era 600mila. Quanto è stato raccolto a tutt’oggi? Circa 300mila euro». Le previsioni di pubblico? «Noi puntiamo a 10mila presenze per i giorni di mercoledì-giovedì e a 100mila per il weekend. E la cifra di 250mila che qualcuno ci ha rinfacciato, è pensata per tutto l’anno, tenendo conto anche delle mostre e degli altri eventi culturali».

Sembrerà strano ma il Festival dei Saperi (deciso un anno fa) è in programma dal 6 al 10 settembre. Esattamente gli stessi giorni del Festivaletteratura di Mantova, distante un’ora e mezzo di macchina. Come organizzare un quadrangolare di squadre di club nelle stesse settimane dei campionati mondiali di calcio. E pretendere di riempire lo stadio.
 

21 agosto 2006
Dodici anni di sinistra al potere. Esercito e leggi speciali per Napoli?

Questa è una storia istruttiva. Il celebre Rinascimento Napoletano di Antonio Bassolino detto Il Magnifico è diventato il Disastro Napoletano. Il ministro all’Innovazione Luigi Nicolais ha annunciato una legge speciale per Napoli e dintorni. Il presidente della commissione Difesa del Senato De Gregorio ha chiesto l’intervento dell’Esercito per contrastare la criminalità. Sotto il Vesuvio la vita è invivibile.

Lo sa bene Giorgio Napolitano, che si sta muovendo personalmente e sempre a Napoli, a Villa Rosebery, ha incontrato Bassolino per discutere di tre piccole priorità e vedere il da farsi: rifiuti, sicurezza, lavoro. Perché è una storia istruttiva? Perché gli oltre dodici anni di potere assoluto della sinistra hanno portato a questa conclusione: si stava meglio quando si stava peggio. Le priorità del presidente Napolitano sono il fallimento di Bassolino che in nessuno dei tre «settori» (rifiuti, criminalità, lavoro) ha combinato niente di buono.
Per l’estate 2006 Antonio Il Magnifico si è inventato l’orologio antiscippo per i turisti, ma in oltre dieci anni di strapotere non è stato capace di dare a Napoli e alla Campania un moderno sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Così accade che i tedeschi, i francesi, gli americani si mettano sì l’orologio al polso, ma anche una molletta al naso. E scappano. A Paestum ormai è crisi dichiarata con un calo del 40% delle presenze turistiche. In risposta, il viceré fa sapere di dedicarsi all’arte contemporanea e di essere orgoglioso di aver fatto incontrare a Napoli Paladino e Kounellis.

Non c’è da meravigliarsi. La politica di Bassolino è tutta fatta di parole e invenzioni: il Rinascimento, l’America’s Cup, la montagna di sale. Risultati? Il trionfo della spazzatura è l’immagine stessa del fallimento della politica della sinistra. Davvero non ci sono alibi e attenuanti. Bassolino è stato per due volte sindaco, contemporaneamente ministro del Lavoro, ora è per la seconda volta presidente della Campania. Il suo potere è pari dei viceré spagnoli. Non solo. La sinistra occupa tutto: Comune, Provincia, Regione. Amministra tutte le Provincie e le città campane. E può confidare almeno su due ministri come il beneventano Mastella e il napoletano Pecoraro Scanio che, guarda caso, è il titolare dell’Ambiente. Situazione ideale per amministrare al meglio. Invece, l’aria in Campania è irrespirabile.

Bisognerebbe costruire almeno un termovalorizzatore che bruciando la spazzatura la trasforma in energia. In Campania, però, non solo non si sa dove collocare l’impianto, non c’è neanche il presupposto necessario: la raccolta differenziata. Così quella dozzina e passa di enti che si occupano inutilmente dell’emergenza rifiuti non sa fare di meglio che riaprire le discariche. Per la camorra è un vero affare. E questo è un altro tasto dolente per Bassolino che, prima di arrivare al potere, raccontava questa storiella: la camorra è al potere, per sconfiggerla basta che la sinistra vada al potere. La sinistra è andata al potere, ma la criminalità è ancora padrona del campo. Tanto che un consigliere di Bassolino, l’ex deputato diessino Isaia Sales, ha scritto un libro (Le strade della violenza) per dire che la camorra non dà segni di debolezza, non è un fenomeno occasionale e i suoi numeri rappresentano per Napoli e dintorni una guerra civile. Poi è arrivato Roberto Saviano che con il suo libro di successo Gomorra ha raccontato come la camorra sia una macchina spietata che non vuole il potere, ma vuole fare «buoni affari». Bassolino si è arrabbiato e ha ripetuto la sua storiella: con una «buona politica» la camorra si vince.
Il Disastro Napoletano è annunciato da tempo. Finalmente cominciano ad accorgersene anche i giornali. Il Sole 24 Ore e la Gazzetta dello Sport hanno dedicato due ampi servizi a Napoli e hanno scoperto che «il mare non bagna più Napoli». Il giornale diretto da Ferruccio de Bortoli ha titolato senza enfasi: «La Napoli dei cantieri fermi». Il giornale sportivo è stato, forse, poco sportivo, ma di certo non scorretto: «Area ex Italsider. L’occasione persa di Napoli. Dalla Coppa all’immondizia». Il Disastro Napoletano è tutto della sinistra e non lo si può attribuire a Berlusconi. Anche Alfonso Pecoraro Scanio ci prova. Secondo il ministro dell’Ambiente il fallimento della riconversione dell’area di Bagnoli è opera del governo Berlusconi. Dieci anni fa lì c’era ancora l’Italsider. Oggi c’è solo confusione. L’accordo di programma è stato firmato da tempo col governo, ma i lavori per la sistemazione e la bonifica dell’area sono partiti a rilento. Ma partiti per andare dove? A questa domanda la sinistra di governo della Campania non ha mai risposto.

Bagnoli è sempre lì con tutte le sue contraddizioni e Napoli ha perso ancora una volta la possibilità di prendere il vento in poppa. I luoghi dell’ex Italsider sono stati anche centro di deposito rifiuti in un periodo della solita emergenza. Così, se oggi Napoli è «un inferno», come scrive Giorgio Bocca nel suo ultimo libro, chi ha governato da oltre dieci anni i napoletani e i campani non può puntare il dito contro il governo Berlusconi. Il Disastro Napoletano è figlio della sinistra.
 

22 agosto 2006
La stizza di Padoa Schioppa allergico alle critiche

Tommaso Padoa-Schioppa è uomo poco abituato alle critiche. Un curriculum di tutto rispetto (Banca d’Italia, Consob, Bce) lo ha sempre messo al riparo dai rilievi. Così, se invece di parlare di tagli alle spese, preferisce il termine più nobile di «razionalizzazione» delle spese, nessuno può criticarlo. Nemmeno se si chiama Francesco Giavazzi, un prof. della Bocconi prestato al giornalismo.

All’origine della disfida, un fondo di Giavazzi sul Corriere. Scrive che la scelta del ministro dell’Economia di non procedere a tagli di spesa, ma a razionalizzazioni della stessa è una mancanza di coraggio. Da notare che Giavazzi e Padoa-Schioppa fanno parte dello stesso ambiente, vengono dallo stesso mondo.

Quell’accusa di mancanza di coraggio brucia al ministro; non può restare impunita.

Il dilemma: come rispondere al fondo di Giavazzi. Scrivere una lettera al Corriere? Troppo grossier, deve aver pensato il ministro. Così, opta per una mail. Dal suo indirizzo privato (e non quella del dominio “tesoro.it”), Padoa-Schioppa scrive una risposta piccata. Con un particolare. Per farla conoscere la invia anche ai 92 amici in comune. Ministri, banchieri, uomini d’impresa. Risultato: finisce sui giornali.
Nella prima mail il ministro accusa Giavazzi di «due falli gravi: hai alterato i fatti e presentato un’analisi superficiale». Non sazio di tale offesa, il ministro aggiunge: «Capisco il bisogno del Corriere di riconquistare le copie perdute a favore del Giornale e di Libero, ma non che, nell’essere - forse involontariamente - partecipe di questa operazione, tu metta a repentaglio la tua reputazione di onestà intellettuale e di buon economista».

La risposta di Giavazzi è algida e tagliente. Innanzitutto non risponde al “tu” confidenziale del ministro; ma gli dà del “lei”. Paragona il linguaggio del ministro a quello in voga nell’Unione Sovietica degli anni Trenta. Gli ricorda che scrive sul Corriere da 12 anni, indipendentemente dai ministri dell’Economia, dai Presidenti del Consiglio e dagli stessi direttori del giornale. E gli dice: «Per Lei il problema del controllo della spesa pubblica si riduce a varare ampie riforme». Come a dire: le riforme non fanno cassa, quindi niente risparmi.

L’altra sera, il ministro si rimette alla tastiera: «Caro Francesco (insiste con il “tu”)...in materia di risanamento dei conti pubblici hai dato, e me ne sono dispiaciuto, una rappresentazione non veritiera... La critica che ora aggiungi, che nulla è stato fatto dal lato della spesa, mi pare anch’essa non veritiera».

E ricorda il provvedimento del 31 maggio, il decreto della manovrina e «le cifre ed i campi di intervento indicati dal Dpef sono impegni del governo approvati dal Parlamento, non parole senza peso. Riforme vere della spesa sono cose nuove, vanno preparate e discusse; il mese della finanziaria è settembre». E chiude: «se non avessi stima di te e non ti conoscessi da 30 anni come persona scrupolosa non avrei nemmeno preso la penna. Tommaso».

Questo scambio di mail è diventato argomento di gossip e commenti nell’establishment. Sia fra chi le ha ricevute, sia fra chi le ha lette sui giornali.

Guido Crosetto, di Forza Italia, sostiene che Padoa-Schioppa «è un ministro politicamente irrilevante. Non ha il coraggio di affrontare il problema della spesa pubblica e la parte fiscale è in mano a Visco».

Infatti, sarebbe proprio il ruolo “tracimante” del vice ministro a creare problemi al ministro. La rassegna stampa dell’Economia di ieri aveva quattro segnalazioni su Padoa-Schioppa e 16 riguardanti Visco. E c’è chi intravvede in questo dualismo subito dal ministro la chiave d’interpretazione della scivolata della mail.
 

23 agosto 2006
Visco vuole inserire i Bot nel modello Unico

Dal primo gennaio prossimo, chi vorrà continuare a pagare una tassa del 12,5% sulle rendite finanziarie dovrà denunciare il proprio investimento in titoli pubblici od in azioni nella dichiarazione dei redditi. Ma ad una condizione: il patrimonio in questione non deve eccedere i 25 mila euro. Chi lo supera dovrà comunque pagare un’aliquota del 20% sui guadagni ottenuti dall’intero stock di azioni o titoli pubblici detenuti.

Non a caso, Francesco Rutelli dice di essere contrario a «mettere imposte con aliquote differenziate sui Bot».

È questo l’orientamento sul quale si sono concentrati gli studi degli esperti del ministero dell’Economia; e - seppure indirettamente - sarà questa la conclusione a cui arriverà la commissione di esperti costituita ad hoc dal ministero. La commissione, che tornerà a riunirsi i primi giorni di settembre (forse il 6), non indicherà un’unica soluzione; ma elaborerà una serie di analisi e di consigli al ministro. È quindi assai probabile che il governo Prodi sia destinato ad infrangere il tabù del «Bot nel 740».

Prima di arrivare a questa conclusione (sulla quale si stanno orientando, pur fra mille cautele, gli uomini del ministero) sono state perlustrate altre ipotesi; tutte, però, poi giudicate impraticabili.

Quella realmente alternativa all’introduzione dei «Bot nel 740» prevedeva un diretto coinvolgimento delle banche. Avrebbero dovuto estendere il proprio raggio di azione di sostituti d’imposta al nuovo meccanismo fiscale. E fin qui, nessun problema: la forte integrazione informatica fra le banche dati del sistema bancario e l’anagrafe tributaria (voluta con la legge finanziaria del 2005), avrebbe permesso quest’aumento dei compiti. Le complicazioni sono arrivate quando dal governo è partito l’input che, per difendere i piccoli patrimoni (quantificati nel tetto di 25mila euro), le banche avrebbero dovuto controllare tutti i conti correnti eccedenti tale importo; verificare quali erano i risparmiatori che investivano in titoli pubblici od azioni; quantificare le plusvalenze ed agire come sostituti d’imposta.

Gli esperti del ministero sapevano che il sistema bancario non era nelle condizioni di reggere a queste nuove incombenze. E così è stato. Da fine luglio a oggi sono stati numerosi i contatti fra il mondo bancario e il governo per risolvere il problema. La risposta ricevuta dagli uomini del ministero dell’Economia è stata sempre la stessa: si tratta di soluzioni materialmente impraticabili.

Così, il governo ha dovuto ripiegare sull’altra soluzione, decisamente meno popolare: far denunciare ai risparmiatori i rispettivi patrimoni nella dichiarazione dei redditi. L’obbiettivo del ministero è subdolo. Introducendo il tetto di 25mila euro di patrimonio di esenzione dall’aumento del 50% della tassazione sulle rendite (il passaggio dal 12,5 al 20% fa un aumento del 50%), è convinto che saranno pochi i risparmiatori che utilizzeranno la franchigia. Ne consegue che la stragrande maggioranza pagherà l’aliquota del 20%; indipendentemente abbia più o meno di 25 mila euro investiti. E questo per conservare l’anonimato fiscale.

Dal nuovo regime fiscale sulle rendite aumenteranno le incombenze fiscali. Soprattutto per i risparmiatori più anziani. Costoro, se hanno investimenti in titoli pubblici ed azioni inferiori ai 25mila euro, dovranno andare dal commercialista per compilare Unico. Ma le difficoltà non saranno solo per loro. Al ministero dell’Economia stanno cercando di perfezionare un sistema in grado di non penalizzare i risparmiatori qualificati (il cui reddito da attività finanziarie entra nella base imponibile e contribuisce alla determinazione della no tax area) dai non qualificati. Analogamente si sta cercando di differenziare il trattamento fiscale fra dividendi e plusvalenze.

Viste le difficoltà, al ministero dell’Economia iniziano a pensare a una riduzione del gettito previsto. Stime preliminari parlavano di 3 miliardi di euro, ora destinati a scendere.
 

24 agosto 2006
Per Paolo Cento gli studenti devono essere liberi di occupare la scuola

Il governo dell’Unione si era appena insediato e il sottosegretario all’Economia Paolo Cento depositava alla Camera la sua proposta di legge.

Un solo articolo ma dirompente: depenalizzare il reato di «interruzione di pubblico servizio» nel caso di «occupazione di edifici scolastici o universitari da parte degli studenti».

Oggi il reato prevede fino a un anno di reclusione; domani, qualora la proposta che ora giace in commissione Giustizia della Camera diventasse legge, ci sarebbe il via libera a picchetti e «okkupazioni» senza limiti. Salvo uno: quello che gli studenti non fracassino le aule.

Ovvero: le rivolte in collegi e atenei siano benvenute a patto che non si rompa nulla. Il verde Cento ha motivato il suo progetto: «È la conseguenza del lavoro effettuato da un ampio gruppo di studenti delle scuole superiori, che in questi ultimi anni hanno subìto l’avvio di molteplici procedimenti penali, che hanno determinato non pochi problemi per le famiglie dei destinatari degli avvisi di garanzia».

Insomma, in Italia si vuole togliere ogni rilevanza penale a forme radicali di protesta .
 

25 agosto 2006
Pecoraro in vacanza con l’elicottero di Stato

Dal punto di vista del costume potrebbe sembrare l’ultima frontiera degli status symbol; l’esclusività portata al limite estremo. Oppure una di quelle trovate da isola dei vip che servono a riempire le pagine del gossip estivo.

Un elicottero a propria disposizione per scorrazzare tra le isole dell’arcipelago di La Maddalena è già un qualcosa che al mondo si possono permettere solo pochissimi Paperoni. Se poi il velivolo in questione è praticamente l’unico a disposizione della Guardia costiera sarda, si sconfina nell’area del privilegio. E, visto che siamo in democrazia, si cominciano a sentire i campanelli di allarme, come quello che ha fatto suonare Ignazio Artizzu, consigliere regionale di Alleanza nazionale.

A lui la ricostruzione dei fatti. Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio si è recato in Sardegna, dove è stato accolto dalle autorità locali. Ha preso posizione a favore di quello che l’esponente politico locale ha definito «il cadavere del Parco del Gennargentu», bocciato nell’ottobre scorso dai cittadini dell’isola e dai comuni della zona. Poi, insieme al presidente della regione Renato Soru, ha effettuato un giro di ricognizione «per ammirare le zone minerarie che il Monarca (Soru, ndr.) vorrebbe svendere a gruppi imprenditoriali continentali e stranieri». E fin qui niente di strano. È normale che un governatore mostri un territorio oggetto di progetti di riqualificazione al ministro competente. Peccato che dopo, aggiunge Artizzu, «sempre a bordo dell’elicottero, a spese dei contribuenti, Pecoraro Scanio si sia fatto trasportare nell’Arcipelago di La Maddalena, ove si tratterrà in vacanza alcuni giorni». Destinazione, l’isola di Santa Maria, dove il ministro del Sole che ride sta passando le ferie, ospite di un imprenditore amico.

Uno stile molto lontano da quello dei politici europei; anni luce rispetto a quello del premier Britannico Tony Blair che per una sua recente vacanza in Italia scelse una compagnia di volo low cost. Noi italiani, è noto, siamo diversi. Chi ha il potere non ama passare inosservato e i nostri cittadini sono indulgenti verso certe cadute di stile. Ma il ministro verde, sostiene il consigliere di An, questa volta ha esagerato. Ha «chiesto che l’elicottero resti a sua disposizione per qualunque spostamento durante la vacanza; e queste sono infatti le disposizioni di servizio comunicate all’equipaggio. È un utilizzo picaresco del denaro e dei mezzi pubblici», conclude Artizzu. E, cosa più grave, si sottrae ai turisti che in questi giorni affollano l’isola un servizio indispensabile. Il velivolo della Guardia costiera «serve a salvare la pelle a chi è in difficoltà in mare, non a spupazzare un ministro e i suoi amici».

Un modo (per la verità molto inquinante) di risolvere il problema degli spostamenti in vacanza? Un legittimo diritto di chi ha la responsabilità di guidare il Paese e non può perdere tempo tra traghetti e voli di linea? L’esponente sardo della Casa delle libertà non ha dubbi: è solo un uso «illegittimo» di un bene dello Stato, del quale, assicura, il ministro dell’Ambiente dovrà dare conto ai cittadini.
 

26 agosto 2006
La marcia per la pace diventa una marcetta per Prodi

Non tutti i pacifisti vogliono la stessa pace. Ecco perché alla manifestazione per la Pace in Medio Oriente ad Assisi sfila ad esempio il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, ma non i suoi compagni di partito Gigi Malabarba, Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto mentre il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, se l’è cavata diplomaticamente con una lettera.

Si sono tirati indietro pure Gino Strada di Emergency, il padre comboniano Alex Zanotelli e Giulietto Chiesa. Perché? Il fatto è che in testa al corteo di Assisi c’è uno striscione con la scritta «Forza Onu» riferito alla missione in Libano dei caschi blu, cui prende parte anche l’Italia. Missione che moltissimi rappresentanti del pacifismo nostrano vedono come il fumo negli occhi prima di tutto perché diffidano comunque di un intervento militare e poi perché a loro appare troppo sbilanciata a favore di Israele. La marcia di Assisi, indetta prima che la risoluzione dell’Onu facesse breccia nel conflitto ottenendo il cessate il fuoco, adesso che anche l’Europa ha dato la sua disponibilità appare agli occhi della sinistra radicale come uno spot a sostegno dell’intervento delle Nazioni Unite.

Comunque, anche fra il migliaio di persone che ha deciso di sfilare ad Assisi i distinguo non mancano. Se è vero che c’è lo striscione «Forza Onu» (dietro al quale sfilano tra l’altro i genitori del giovane pacifista Angelo Frammartino, ucciso a Gerusalemme perché scambiato per un ebreo) seguito dal vicepresidente della Camera, Pierluigi Castagnetti (Margherita) è pure vero che alla manifestazione ha preso parte Mohamed Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane. Proprio l’organizzazione indagata dalla Procura di Roma per l’accusa di istigazione all’odio razziale dopo la pubblicazione di un’inserzione a pagamento nella quale l’Ucoii paragonava le stragi naziste a quelle israeliane. Nessun commento da parte di Dachan se non quello di «non aver mai mancato a una manifestazione per la pace».

Insomma da Assisi arriva un messaggio di pace quanto meno contraddittorio. Il portavoce della Tavola per la pace, Flavio Lotti, chiede un incontro con il governo Prodi. «Perché vogliamo capire, essere rassicurati - spiega Lotti -. Pensare che l’Italia davvero stia provando a costruire una missione di pace e che non stiamo partendo per un altro Afghanistan, per un altro Irak». E tra le proposte politiche per la pace lanciate dal Tavolo, se la prima è «inviare in Libano la forza di pace e gestirla bene» la seconda invece chiede di «affrontare subito la questione di Gaza: va riaperto il processo di pace con il popolo palestinese». Anche se poi Lotti conclude dicendo che «Israele e la Palestina sono figli dell’Onu, sono nati da risoluzione dell’Onu e i due popoli hanno diritto di vivere in pace e in sicurezza». La forza di interposizione, conclude Lotti, «è un primo passo poi forse potremo anche decidere di trasferire la sede delle Nazioni Unite a Gerusalemme».

Al centrodestra non piacciono i toni e i distinguo dei pacifisti di Assisi. «La marcia della pace di Assisi si riconferma antiamericana e antisraeliana, caratterizzata da un unilateralismo dannoso e soprattutto pericoloso per i militari italiani che stanno per partire per la missione in Libano», accusa il vicepresidente del gruppo Udc alla Camera Maurizio Ronconi. Ancor più duro il giudizio dell’azzurra Isabella Bertolini. «Ma quale dialogo fra i popoli - accusa la parlamentare di Forza Italia -. La marcia della pace di Assisi è non solo una presa in giro per chi crede in buona fede che basti partecipare a una manifestazione perché tutte le questioni del mondo vadano a posto, ma è diventata una vera e propria pagliacciata nel momento in cui si è consentito all’Ucoii di marciare tra i pacifisti».
 

27 agosto 2006
Bersani vuole la stangata da 35 miliardi

È una doccia fredda da 35 miliardi di euro quella che Pierluigi Bersani fa cadere sulle speranze di coloro che sponsorizzavano l’ipotesi di una Finanziaria soft.

«Sarà una Finanziaria da 35 miliardi» annuncia Bersani in una conferenza stampa, confermando le indiscrezioni circolate nelle ultime ore in vista del Consiglio dei ministri che presenterà le linee-guida della manovra economica. «I 35 miliardi non saranno spalmati in più anni. Noi siamo fermi a quel che scrive il Dpef - dichiara - e quindi ragioniamo solo su un anno. Naturalmente sappiamo che più profonde saranno le riforme strutturali che bisognerà introdurre in Finanziaria e più potremo vedere come queste potranno essere messe a frutto nel tempo».

Bersani non entra nel merito dell’altro tema caldo: i tagli che dovrebbero interessare quattro grandi comparti della pubblica amministrazione. Preferisce spostare il tiro verso nuove liberalizzazioni da mettere in cantiere. «Andremo avanti», conferma il ministro, senza entrare nel merito. Qualche accenno generale arriva solo sui settori che saranno interessati dalle ipotetiche riforme: «Sono tanti, come l’energia, gli ordini professionali e le telecomunicazioni». L’appuntamento riminese è, per il ministro, anche un’occasione per togliersi «qualche sassolino dalla scarpa». «Sono stupefatto», dichiara, di «come in un Paese come il nostro qualsiasi limitato cambiamento provochi reazioni negative. Specie se si tratta di liberalizzazioni». «Sono dovuto tornare ad avere la scorta - ricorda - io non la voglio, voglio un Paese civile. Non riusciamo a concepire che si possa fare una riforma senza pensare che dietro ci siano dei microinteressi».
 

28 agosto 2006
Guerra di potere al vertice di Unipol

Per ora, tutti presi dallo scacchiere delle cariche e dalle pedine che si stanno muovendo, nessuno parla della vera posta in gioco che sta spaccando il mondo delle Coop rosse: sono i 2 miliardi di euro con cui Unipol è uscita dall’avventura Bnl, per la quale aveva anche chiamato gli azionisti ad aumentare il capitale. È un bel gettone da piazzare sulla mappa del risiko bancario: soprattutto pensando al fatto che con Bnl, grazie alla benedizione dell’ex governatore Antonio Fazio, il gruppo emiliano ce l’aveva quasi fatta. In programma c’era la fusione Unipol-Bnl, colosso di bancassicurazione che avrebbe spinto a reazioni a catena, come accade sempre in un settore dopo un’operazione tra soggetti importanti. Quello che poi è accaduto fa ancora parte delle cronache giudiziarie: lo scandalo Bpi, l’arresto di Gianpiero Fiorani, il coinvolgimento di Fazio, le sue dimissioni, e, in parallelo, la frettolosa (ma ricca di plusvalenze) vendita di Bnl ai francesi di Bnp Paribas, l’uscita di scena di Giovanni Consorte e la nomina di alcuni «traghettatori» verso un recupero di credibilità e trasparenza.

Con questo preciso mandato a gennaio Turiddo Campaini, oggi dimissionario, fu eletto presidente della Finsoe, la finanziaria che controlla Unipol, a sua volta posseduta da Holmo, che appartiene a 30 cooperative (il grafico illustra bene il sistema di controllo). L’incarico affidato a Campaini, storico presidente della Unicoop Firenze, una delle più grandi cooperative di consumo in Italia, fu subito visto come un punto a favore del mondo cooperativo toscano rispetto a quello emiliano, tradizionalmente più forte, rappresentato dal presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.

Campaini era stato fiero oppositore di Consorte alla scalata della Bnl, e aveva sostenuto il disegno alternativo di un’integrazione tra Unipol e Montepaschi, ideologicamente più congruo e facilitato dal fatto che il sistema delle coop, sommando le singole quote, è il secondo azionista della banca senese dopo la Fondazione; mentre Mps, a sua volta, è il secondo socio di Finsoe.

Eppure a soli otto mesi dalla sua nomina, Campaini annuncia le sue dimissioni (anticipate alla Lega addirittura a giugno), seguito dal suo vice, Claudio Levorato. Il braccio di ferro sbilancia di nuovo le strategie verso l’Emilia? Pare, per il momento, di sì. A Campaini il «traghettatore» non è piaciuta la nomina di Carlo Salvatori ad amministratore delegato di Unipol. Il banchiere (ex Unicredit) è persona ineccepibile: ma il fatto che Consorte lo avesse già designato a guidare il colosso mancato, agli occhi dei «toscani» getta un’ombra. In altre parole, egli rappresenta, suo malgrado, una sorta di scomoda continuità.

Le dimissioni - non ufficializzate e sulle quali ieri da esponenti della Lega sono giunte precisazioni di rito - dovrebbero avere effetto dal 15 settembre, in coincidenza con la presentazione del piano industriale di Unipol.
Ma l’ultima parola non è ancora detta. Il braccio di ferro, infatti, è ancora in corso: ed è sui metodi di comando e di gestione del complesso mondo cooperativo. Da una parte c’è un modello «laico», che trova espressione in una gestione manageriale e in alleanze esterne all’universo rosso. Dall’altra c’è il modello «ortodosso», d’impronta strettamente cooperativa, focalizzato sui soci e sui loro alleati. Campaini è il sostenitore del secondo, e se fosse questo a prevalere egli rientrerebbe automaticamente in gioco.

Giovedì ci sarà una prima verifica: Mps deve scegliere il proprio partner assicurativo, e Unipol non è tra i candidati. Qualcuno si spinge persino a ipotizzare, dopo le dimissioni di Campaini, l’uscita dei senesi dal capitale di Finsoe.

Le dimissioni di Campaini e di Levorato finirebbero per agevolare un altro disegno: quello di identificare i vertici di Holmo (il cui consiglio si riunisce venerdì) e Finsoe, semplificando la filiera ed evitando duplicazioni. Sforbiciando, in altre parole, delle frange di potere, in un’ottica di indirizzo politico sempre più marcato.
 

29 agosto 2006
Regolamenti di conti sotto la Quercia

E così anche Turiddo Campaini, duro tra i duri oppositori di Giovanni Consorte e della fusione Unipol-Bnl lascia la presidenza della Finsoe, finanziaria di controllo di Unipol assicurazioni. La vicenda degli oppositori alla fusione assicurazione delle coop rosse-Banca nazionale del lavoro ricorda sempre di più il giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, nel quale i protagonisti sono uccisi uno per volta.

Franco Bassanini, antifusionista doc e grande lobbista della Fondazione Monte dei Paschi, non è stato riconfermato parlamentare. Così Lanfranco Turci, doppio «traditore» perché anche ex presidente della Lega coop. Vannino Chiti, già potente numero 2 ds, è ministro dei Rapporti con il Parlamento. Nessuno si ricorda più di lui: volete paragonare il suo potere con quello di Pierluigi Bersani o con quello del viceministro Vincenzo Visco? In Toscana domina il dalemiano Mario Filippeschi. Anche gli ufficiali milanesi della Guardia di Finanza, che avevano indagato solertemente sull’Unipol, hanno corso qualche rischio: approfittando della calda estate Visco è parso volere fare piazza pulita.

E ora tocca a Campaini, presidente della potente Unicoop di Firenze, perno dell’opposizione anti-Consorte contro le megacooperative emiliane, che pur sconfitte sulla fusione hanno piazzato il loro uomo di maggiore peso al posto di Consorte: Pierluigi Stefanini, presidente di quella coop Adriatica che ha il cuore a Bologna e in Romagna, ma estende il suo «impero» in Veneto e nelle Marche.

Ma - si dirà - Campaini se ne va per l’arrivo di Carlo Salvatori, solido banchiere, già presidente di Unicredit: che cosa c’entra con i regolamenti di conti in casa ds. La questione non è il tecnico né qualche stupido pettegolezzo sulle passate sintonie tra Salvatori e il dannato Antonio Fazio. Il problema sono coloro che «dentro» i ds hanno fatto da sponda agli Abete, ai Della Valle e altri nemici della «fusione». Poi, per quello che riguarda le forme, uno come Stefanini, cresciuto nel potentissimo apparato del Pci bolognese, sa bene come comportarsi. In questo è nettamente superiore all’irruento Consorte che sfidava apertamente gli oppositori.

Insomma se si va a rileggere l’elenco dei ds anti-Consorte dello scorso autunno, gli unici due sopravvissuti sono Giorgio Napolitano, però più soggetto a uno sfogo di malumore che vero oppositore, e Giuseppe Mussari, allora presidente della Fondazione oggi della Banca Monte dei Paschi, quest’ultimo protetto dal formidabile potere del municipalismo senese. Persino Antonio Polito, già direttore del quotidiano già dalemiano Il riformista e intimamente legato a un altro imprevisto «traditore», Claudio Velardi, ha dovuto lasciare i ds per rifugiarsi nella Margherita.

È un caso che l’ultimo regolamento dei conti interdiessino avvenga nel momento in cui la fusione tra Intesa e San Paolo di Torino viene benedetta dai prodiani? Ma che c’entra la politica con quest’ultima operazione? Come ha detto Sergio Chiamparino: i partiti sono estranei alla fusione. Così ha giurato anche il presidente del San Paolo, Enrico Salza: non si è parlato con i partiti - ha detto -, o almeno, «lui» non ha parlato con i partiti. Certo fa una qualche impressione leggere sul Corriere della Sera che prima Chiamparino e poi Piero Fassino avrebbero telefonato perché nei nuovi organigramma fosse garantito un posto di comando a Pietro Modiano. E, sempre secondo il Corriere, in quarantotto ore il problema sarebbe stato risolto in modo soddisfacente. Una forma di governance allargata o solo spargimento di dispettucci e velenetti all’interno del piccolo establishment?
 

30 agosto 2005
Per la Cassazione è reato accusare i pm di indagini politiche

È diventata definitiva, con sentenza della Cassazione, la condanna inflitta a Vittorio Sgarbi per avere definito «indagini politiche», in una intervista del 1998, quelle del pool antimafia di Palermo. Gli si addebita cioè come reato l’aver espresso una convinzione che da decenni ormai non viene ritenuta, in Italia, audacemente provocatoria: viene ritenuta un luogo comune. Da commentatori d’ogni parte politica è stato deplorato che la giustizia avesse a lungo dimenticato di dover non solo essere, ma apparire imparziale.

Nell’interpretazione di toghe militanti e dominanti il compito della legge penale non era più quello di pronunciarsi su casi determinati e circoscritti, e su responsabilità personali. Ci mancherebbe. Il compito della legge era diventato quello di rivoltare la società come un calzino, di sottoporre il Paese a una catarsi profonda. Investiti di questa missione salvifica, osannati dai mezzi d’informazione, blanditi da uomini di partito disposti anche ad essere spossessati del loro potere pur di vedere nei guai gli avversari, i divi in toga hanno vissuto una stagione d’incontrollata euforia. I processi, con le loro inchieste sempre «fiume» e i loro faldoni sempre monumentali, sono stati troppe volte la versione giudiziaria di una ideologia. Pareva che importassero non tanto le condanne - che spesso non sono arrivate - ma la gogna e il tormento inflitti a soggetti politicamente deteriori.

In epoca remota l’accusa di politicizzazione era stata rivolta ai magistrati dalla sinistra. Il termine «giustizia di classe» fu uno dei suoi cavalli di battaglia (e saltuariamente riaffiora se vengono incriminati i dimostranti vandali del G8 di Genova). La giustizia dei «redentori» d’un Paese malato non era di classe, era però squisitamente e incontestabilmente politica. Non mi riferisco qui alle mattane di magistrati in servizio - e tali rimasti - che portati in Cina nei momenti spaventosi della «rivoluzione culturale» andavano in estasi assistendo ai processi di massa, negli stadi, contro sventurati innocenti (vedi al riguardo «La toga rossa» di Francesco Misiani). Mi riferisco a toghe di maggior calibro, e di miglior livello intellettuale. Non si deve dirlo? O lo si deve dire soltanto nei bar e nei corridoi dei Palazzacci?

Rifiuto questa ipocrisia. Non sono, sia chiaro, tra coloro che attribuiscono le caratteristiche d’una caccia alle streghe ad ogni atto della magistratura. Ritengo anzi che tra le responsabilità delle toghe militanti vi sia anche quella d’aver tolto credibilità - per eccessi faziosi - anche a interventi contro la dilagante corruzione che erano doverosi. Con felpata prudenza il presidente delle Camere penali Ettore Randazzo ha ribadito che il principio affermato dalla Cassazione «è ineccepibile» ma che «il fenomeno esiste». E il fenomeno è quello di magistrati «che indirizzano in tal senso» (ossia in senso politico, ndr) il loro modo di agire». Fuor dalle circonlocuzioni riduttive e dagli eufemismi di convenienza questo significa che la Cassazione ha difeso un principio astratto, ma la realtà quotidiana è altra cosa.

Non mi atteggio a difensore di Sgarbi che è bravissimo - ma non gli è bastato - nel difendersi da solo. In altre occasioni gli poteva essere imputato un linguaggio polemico virulento. Ma non trovo nulla di particolarmente grave, e di contrario alla verità, nella frase che gli è valsa la condanna per diffamazione. Mi sembra sensato il rilievo dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori sulla singolarità dei poteri d’una magistratura che è chiamata a decidere se qualcuno l’ha o no offesa. Classico esempio di controllato che è anche controllore. Sarà giusto così, ma anch’io ho qualche dubbio.
 

31 agosto 2006
Dalla Spagna all'Iran D'Alema colleziona nuove gaffe mondiali

Ci risiamo. Che sia disordine o caos organizzato non è dato sapere. Quel che è certo è che Massimo D’Alema sta ormai sviluppando una vera e propria predisposizione, se non un talento, per le gaffes internazionali. Chi non ricorda la ormai famosa passeggiata sottobraccio con il deputato degli Hezbollah Hussein Haji Hassan a Beirut? «Il ministro degli Esteri va incredibilmente a braccetto con un ministro che rappresenta un’organizzazione nemica della pace e non solo di Israele» commentò allora il portavoce e vicepresidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici. Questa volta il fronte dell’incidente diplomatico è soprattutto quello spagnolo, anche se non mancano perplessità per il via libera all’uso del nucleare per scopi civili da parte dell’Iran.

La prima scintilla viene accesa due giorni fa in una intervista al Corriere. Il nostro vicepremier sottolinea come Hamas e Hezbollah abbiano anche «snodi politici che si occupano di assistenza». Una considerazione accompagnata da una postilla: «L’Ira e l’Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente». Le reazioni da Madrid non mancano. Il segretario del Partito popolare europeo, Antonio Lopez Isturiz, ricorda che l’Eta «è un movimento terroristico». E la stampa spagnola definisce «più che sfortunate» le dichiarazioni del ministro degli Esteri aggiungendo che il successivo «chiarimento» arrivato in serata da parte della Farnesina sarebbe stato «frutto» di una pressione in tal senso esercitata dall’ambasciata spagnola a Roma. Il quotidiano El Mundo scrive che D’Alema «si è visto obbligato a rettificare le sue più che sfortunate dichiarazioni» sull’Eta e rileva che «la sua disinformazione risulta scioccante». Il giornale cita - come altri media - fonti del ministero degli Esteri spagnolo che rivelano come siano state date «istruzioni all’ambasciata a Roma di mettere a disposizione del ministero degli Esteri italiano l’adeguata informazione (sull’Eta)».

L’agenzia Europa Press riporta, invece, la versione italiana in base alla quale il ministro avrebbe inteso riferirsi all’inizio di un percorso dell’Eta che dovrà portare all’incondizionata rinuncia al terrorismo. Il quotidiano socialista El Pais pubblica un articolo interno a tutta pagina intitolato «Il ministro degli Esteri italiano rettifica dopo aver definito Eta movimento politico», e cita egualmente fonti diplomatiche spagnole secondo cui le affermazioni di D’Alema sarebbero «profondamente errate». Ma le fonti aggiungono di ritenere che siano state dovute a disinformazione e «non a malafede».

Chiuso l’incidente spagnolo, D’Alema detta altre discutibili dichiarazioni, questa volta sul problema del nucleare iraniano. «La volontà dell’Iran di utilizzare l’energia nucleare è legittima, se questa è destinata a scopi pacifici» dice D’Alema nel corso di un’intervista su Radio 1 (dimenticando che l’Iran è il terzo produttore al mondo di petrolio). Non solo legittimo, aggiunge il ministro degli Esteri: potrebbe esserci anche una «cooperazione» con altri paesi. Ma «occorre lavorare perché l’Iran non si doti di armi nucleari».
 

1° settembre 2006
La sinistra al potere non ama i richiami europei

«Il governo deve rispettare la tabella di marcia indicata dall’Unione europea». Schifani? Tremonti? Nossignori. Firmato Enrico Letta, l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio che il 29 giugno 2005, data della dichiarazione, era responsabile economico della Margherita. La moda dell’«europeismo di comodo» è in gran spolvero nella sinistra italiana. Dai Ds alla Margherita, dai Verdi a Rifondazione, tutti i partiti che sostengono oggi Prodi hanno suonato negli anni passati la grancassa della propaganda per accusare il governo Berlusconi di «antieuropeismo». Sostenevano che l’Italia era diventata la pecora nera dell’Unione, criticavano l’allergia di Palazzo Chigi nei confronti dei vincoli della politica economica europea, esecravano la mancanza di sensibilità nei confronti dei continui richiami di Joaquin Almunia, commissario agli affari economici dell’Unione europea. E oggi? «Passata la festa, gabbato lo santo», dice un vecchio adagio popolare. Arrivata a Palazzo Chigi, la sinistra non vede più Almunia come un prezioso alleato per la campagna elettorale, ma un fastidioso scocciatore che rischia di rompere le uova della Finanziaria. Enrico Letta è solo un esempio, ma è in buona e abbondante compagnia.

Uno di quelli che vorrebbero oggi una Finanziaria ammorbidita, il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, il 12 aprile 2005, dalla poltroncina di presidente dei Verdi, diceva: «Le dichiarazioni del commissario Ue Almunia sono a conferma del dissesto economico determinato dal governo Berlusconi». Sono bastati dodici mesi, e una poltrona da ministro, per fargli crescere «orecchie da mercante» verso le dichiarazioni di Almunia. E che dire di Clemente Mastella, ministro della Giustizia, un altro molto sensibile alla possibilità di non fare stringere troppo la cinghia ai suoi elettori, che, sempre il 12 aprile dell’anno scorso, commentando la notizia che Almunia avrebbe aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per lo sforamento dei conti pubblici, ebbe a dire: «Quattro anni di governo Berlusconi, caratterizzati da una politica di roboanti annunci che tutto va bene, hanno portato l’Italia sull’orlo del baratro». Tanto era comoda la sponda di Bruxelles, quando Mastella faceva opposizione da segretario dell’Udeur, altrettanto è scomoda oggi, sotto il peso della responsabilità di governo.

A dolersi dei richiami di Bruxelles era anche Vincenzo Visco, attuale viceministro dell’Economia, ma un anno fa semplice membro della commissione Bilancio della Camera. «Le notizie giunte da Bruxelles suscitano amarezza e grave preoccupazione» dichiarava Visco sempre il 12 aprile 2005. «Esse confermano ancora una volta la fondatezza degli allarmi ripetutamente lanciati sull’andamento dei conti pubblici». Peccato che Visco abbia smesso di amareggiarsi proprio adesso. Non si duole più nemmeno Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico, che il 22 dicembre 2004, da responsabile dell’economia dei Ds, dettava alle agenzie: «Le disinvolte teorie di Berlusconi sono nocive per l’Italia e inaccettabili per l’Europa. Non ci vuole molto a capire che aria tira a Bruxelles». Già, peccato che Bersani faccia oggi finta di non sentire che aria tira a Bruxelles.
 

2 settembre 2006
L'assessore della Margherita ignora Auschwitz

Ci sono scivoloni che strappano il sorriso. Altri che indignano. E altri ancora che stanno in mezzo, che lasciano in bocca un sapore sgradevole e che ci parlano di superficialità, scarsa sensibilità o, semplicemente, di un difficile rapporto con la Storia e il buon gusto.
E così, può capitare di imbattersi, in un pomeriggio di fine estate, in un presidente di Provincia che si fa venire la bella idea di inserire in dépliant promozionali dei Centri per l’impiego della Provincia di Chieti la citazione: «Il lavoro rende liberi». Una frase che evoca i peggiori fantasmi della nostra storia recente, il nazismo e lo sterminio degli ebrei, e quell’«Arbeit macht frei» che campeggia con agghiacciante ironia in cima ai cancelli di Auschwitz. Ma la gaffe non termina qui. Perché Tommaso Coletti, questo il nome dello smemorato presidente della Provincia di Chieti, nello stesso testo ci tiene a spiegare perché ha scelto proprio quelle parole: «Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità». E lo scivolone si trasforma in capitombolo.
Un vuoto di memoria quanto meno increscioso per Coletti, già senatore della Margherita nella precedente legislatura. Quella frase, secondo gli storici, serviva per illudere i deportati, lasciando loro la speranza che, lavorando, sarebbero usciti liberi (e vivi) dai campi di concentramento.

Ma Coletti cerca di giustificare la sua scelta: «Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera, sennò tutto sarebbe opinabile». Davanti all’imbarazzo e alle rimostranze del suo stesso schieramento politico, con il parlamentare ulivista Lele Fiano che gli chiede di scusarsi con «i parenti degli internati nel lager di Auschwitz», il presidente della Provincia si dice dispiaciuto «di non aver tenuto conto che quelle parole sono state poste con ironia da un dittatore in un campo di concentramento». Ma rifiuta di ritirare il dépliant, come richiesto anche dal Verde Marco Lion. «Per quale motivo dovrei farlo? Quella frase è una delle quattro utilizzate nella nostra campagna per promuovere i centri per l’impiego (...). Chi ritiene che mi sia riferito allo slogan nazista si sbaglia. Non sono mai andato ad Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa su un manifesto elettorale e nessuno si scandalizzò. Mi piacque, la condivido e l’ho riproposta».

Certo, lo spirito con il quale Coletti lancia questo messaggio ai suoi cittadini non è quello che ispirò Hitter e il maggiore Rudolph Höss, primo comandante del campo, che quell’insegna in ferro battuto fece apporre all’ingresso di Auschwitz. Ma ciò non toglie che quelle parole, nella sensibilità e nella memoria comune, siano ormai inscindibilmente legate al contesto originale nel quale furono elaborate. E quel contesto ci parla di milioni di persone che dal cancello di Auschwitz sono entrate, passando sotto quella scritta, e ne sono uscite, per usare un’altra citazione che quell’orrore denuncia, «per il camino».
 

3 settembre 2006
Il ministro Ferrero promette lo spinello libero

«La droga è una delle urgenze. Depenalizzeremo lo spinello. Il consumo delle sostanze non può essere trattato come un crimine. Entro il mese di settembre sarà pronto il disegno di legge da presentare in Parlamento».

Ad annunciarlo è il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Il ddl non prevede il carcere perché la droga non può essere considerata un problema di ordine pubblico, né si può criminalizzare il consumatore».

Dunque si abrogherà la legge Fini-Giovanardi. Ferrero promuove anche il muro di via Anelli a Padova, zona di violenza, spaccio e immigrati. «Il Comune sta facendo il miglior lavoro possibile», ha detto.
 

4 settembre 2006
Prodi si arrende ai sindacati. Finanziaria sotto 30 miliardi

Disponibilità ad abbassare ulteriormente l’entità della manovra, quindi sotto i 30 miliardi, e l’adozione di una linea più che morbida sulle pensioni. Nel primo incontro con il governo sulla Finanziaria 2007, i sindacati hanno messo a segno un risultato che il partito della spesa che alberga nella maggioranza, il fronte «sviluppista» che va dall’Udeur a Rifondazione comunista, non è riuscito ad ottenere neanche dopo un’intera estate di battaglie.

Ufficialmente di pensioni non si è parlato. Ma la liturgia della Finanziaria vuole che le trattative sulla previdenza rimangano il più possibile riservate (si incoraggia la fuga dal lavoro, è stato il leit motiv dei commenti sindacali alle indiscrezioni delle ultime settimane). Poi c’è la comprensibile allergia del premier Romano Prodi al «chiacchiericcio» sul tema più caldo della Finanziaria 2007.

In realtà il primo incontro tra governo e Cgil, Cisl e Uil sulla manovra ha fatto segnare più di un punto a favore dei sindacati. E non certo per l’annunciata apertura dei tavoli tecnici su politica dei redditi e sviluppo, decisa durante la colazione da palazzo Chigi che ha visto schierati ai due lati di un tavolo imbandito i tre segretari generali Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti da una parte e dall’altra, per il governo, il premier Romano Prodi, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, il responsabile dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta.

Manovra sotto i trenta miliardi. Le organizzazioni dei lavoratori hanno ribadito le perplessità sull’entità della manovra. Trenta miliardi di euro sono troppi, hanno sostenuto i tre leader sindacali incontrando una disponibilità da parte del governo che è stata interpretata come un’apertura ad un’ulteriore riduzione dell’entita dei tagli e dei risparmi chiesti dal ministro dell’Economia. Che, non a caso, è stato il più rigido durante il pranzo. Molto più disponibili, il ministro Bersani e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta. «Il Paese non ha bisogno di docce scozzesi», ha commentato il leader della Cisl Raffaele Bonanni.

L’ultimatum a Palazzo Chigi. Il tema dell’entità della manovra è strettamente legato a quello delle pensioni. E su questo fronte i sindacati hanno incassato la loro vittoria ancora prima dell’incontro, in una sorta di pre-vertice. Contatti tra i sindacati (Cisl e Uil in particolare, comunque d’accordo con la Cgil) e Palazzo Chigi per far capire al governo che il tema della previdenza non sarebbe potuto entrare nel menù del pranzo. Pena una rottura con i sindacati che Prodi sa bene di non potersi permettere. Molto più costosa, in termini di consensi, di un’eventuale opposizione da parte di un pezzo della maggioranza. «Non siamo disponibili a nessuna caccia alle streghe ai danni dei pensionati, su questo tema non siamo disponibili a fare sconti», è stato il messaggio rivolto a Letta. Risultato, di pensioni al vertice non si è parlato e certamente non per una conferma della linea rigorista.

Il segnale che la battaglia era stata vinta è arrivato in serata dalla festa della Margherita di Caorle, dove il premier ha detto di volere cambiare le pensioni in direzione della volontarietà (il pensionando decide se ritardare il ritiro) e di non voler più sentir parlare di innalzamento dell’età delle anzianità. Esattamente la posizione espressa da Cgil, Cisl e Uil in questi giorni. Prodi ha anche detto di non essere sicuro se la prossima Finanziaria si occuperà del tema.

Obiettivo: non cambiare. Anche in questo caso si tratta di un’apertura ai sindacati, che puntano a fare degli annunciati cambiamenti alla previdenza la stessa fine che di solito riescono a far fare a tutti i temi sgraditi che rischiano di finire dentro le leggi finanziarie. Prima saranno oggetto di un tavolo di trattativa. Poi saranno inseriti in una legge delega. Dal destino più che incerto.
 

5 settembre 2006
Lottizzazione Rai. Già pronte le liste di proscrizione.

Massimo D’Alema ne combina un’altra delle sue. E dopo la sequenza di gaffes messe a segno in politica estera - vedi le dichiarazioni sull’Eta «movimento politico», il sì al nucleare iraniano per scopi civili, oltre al saluto al segretario di Stato americano con il celebratissimo «bye bye, Condi» - il ministro degli Esteri prepara la sua personale lista di proscrizione e conia una frase che, se pronunciata da Silvio Berlusconi, avrebbe già fatto scattare l’immediata sollevazione di tutto l’esercito dei benpensanti e dei professionisti dell’allarme democratico.

Le parole, pronunciate a Bologna, sono testuali: «Sulla Rai mi domando se non siamo stati troppo buoni: anziché occuparla ci siamo occupati di politica estera. Alla direzione del Tg1 c’è ancora Mimun, a quella del Tg2 c’è ancora Mazza e così in tutti gli altri incarichi. È chiaro però che non può durare così all’infinito». Come dire che il D’Alema gaffeur incallito si candida ora alla promozione al ruolo di «epurator» della nuova legislatura. Si «lamenta» di essere stato troppo impegnato con la politica estera piuttosto che con l’occupazione di Viale Mazzini. E detta il suo personale editto bolognese di espulsione di due direttori che da anni figurano al vertice dei principali telegiornali del servizio pubblico.

La voglia di repulisti e di rimozione forzata - che spazza via in un colpo solo le ipocrisie coltivate in anni di opposizione unionista - accende una vera e propria tempesta di reazioni da parte del centrodestra, con l’Unione in larga parte arroccata a difesa dello scivolone dalemiano. Un batti e ribatti rafforzato da un annuncio dettato a sorpresa da Daniele Capezzone. «Nei palazzi romani circola un foglietto, una piccola nota scritta. Io l’ho trovato a Montecitorio. Sopra, ci sono scritti alcuni nomi: Gianni Riotta al Tg1, Paolo Ruffini a Rai1, Teresa De Santis condirettrice o vicedirettrice, Giovanni Minoli a Rai3, Piero Badaloni a Rainews24, Maurizio Braccialarghe alla direzione del personale» rivela il segretario dei Radicali. «Da dove viene il foglietto? È attendibile? O è invece opera di un mitomane?» chiede Capezzone. Una rivelazione che accende l’immediata replica di Paolo Bonaiuti. «Un elenco di nomi e di poltrone Rai come ai tempi delle antiche e peggiori lottizzazioni. È un episodio gravissimo per di più denunciato da un esponente di spicco della stessa maggioranza».

Il fuoco dell’indignazione crepita, però, soprattutto per il clamoroso affondo dalemiano. E smuove anche i grossi calibri come Gianfranco Fini. «Sono incredibilmente gravi le dichiarazioni di D’Alema che dimostrano che il lupo perde il pelo ma non il vizio» dice il presidente di An. «Parlare di bontà - aggiunge - e magari di cattiveria significa avere la concezione della politica connessa più alla lotta per la conquista delle poltrone che al rispetto per tutte le posizioni». Secondo Fini è «altrettanto grave quanto denunciato da Capezzone circa accordi che sarebbero stati stilati nel segno della più assoluta lottizzazione. Ciò che invece sta accadendo dimostra che ancora una volta il centrosinistra predicava in un modo quando era all’opposizione e si comporta in modo del tutto opposto oggi che è maggioranza». Un attacco ripreso e rafforzato anche da Francesco Storace e Maurizio Gasparri: «È vergognoso che D’Alema, anziché occuparsi di politica estera, lanci liste di proscrizione facendo i nomi di Mimun e Mazza come persone da cacciare», afferma Gasparri mentre l’ex ministro della Salute definisce disgustoso «l’editto para bulgaro di D’Alema» contro Mimun e Mazza, «dei quali chiede l’esilio senza che l’onorevole Giulietti proferisca parola». E mentre il direttore del Tg2 si trova nella paradossale situazione di dare la notizia - la terza nell’edizione delle 13 - della sua «candidatura all’epurazione», i vertici della Rai tacciono in attesa del cda di oggi. Parla, invece, il segretario della Dc, Gianfranco Rotondi che scrive ai presidenti di Camera e Senato. «Dobbiamo forse denunciare alla Magistratura che un ministro dichiara di non aver avuto il tempo di cacciare Mimun e Mazza perché il governo è impegnato col Libano?» chiede Rotondi. «Decidete voi, cari Presidenti, se a vigilare debba esserci il Parlamento o la magistratura». E l’azzurro Antonio Tajani allarga il tiro e denuncia la «lista di spartizione ormai pronta» alla commissione Libertà Pubbliche del Parlamento Europeo affinché «verifichi quanto è libero il sistema dell’informazione in Italia».
 

6 settembre 2006
L'ex capo della Cgil alla guida delle Ferrovie

Il governo assalta anche le Ferrovie: Cipolletta presidente, amministratore Moretti ex sindacalista.

Occupazione del potere a getto continuo. L’ultimo «colpo» sono le nomine delle Ferrovie dello Stato, operazione che ha impegnato soprattutto Ds, Margherita e prodiani dopo l’«addio» formalizzato in serata da Elio Catania.

Quindi: Innocenzo Cipolletta presidente e guida del consiglio di amministrazione a Mauro Moretti. Nulla di fatto, invece, in Rai. Tutto rinviato a martedì.

Il suo nome era spuntato alla fine dell’estate, al termine di una guerra di candidature lanciate e affossate in un gioco di veti incrociati tutti interni alla maggioranza di centrosinistra. E alla fine la soluzione al puzzle delle nomine delle Ferrovie dello Stato, che ha impegnato soprattutto Democratici di sinistra, Margherita e prodiani, è stata proprio quella che era stata data più probabile nelle ultime settimane: Innocenzo Cipolletta sarà nominato alla presidenza. La guida del consiglio di amministrazione andrà invece a Mauro Moretti.

La notizia è arrivata in serata poco dopo l’annuncio ufficiale delle dimissioni di Elio Catania. Il presidente delle Ferrovie lascerà il suo incarico a partire dalla prossima assemblea dei soci che si terrà a breve. A Catania sono andati i ringraziamenti rituali del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che ha detto di apprezzare «i significativi risultati conseguiti» e «la sensibilità dimostrata nel comprendere l’esigenza di un avvicendamento in questa delicata fase di passaggio». Lui ha difeso il suo operato al vertice delle Fs dicendosi «soddisfatto dei risultati raggiunti in questi due anni, grazie anche al lavoro di tutta la squadra. So - ha aggiunto - di lasciare il Gruppo Fs più forte sul piano della sicurezza, dei nuovi servizi, dell’efficienza; significativi progressi sono stati fatti nel campo delle tecnologie e degli investimenti. Sono consapevole che tanto resta ancora da fare».

Per la sua poltrona il ministero dell’Economia, unico azionista di Fs, indicherà l’attuale presidente del gruppo editoriale del Sole24ore, ex vicepresidente di Confindustria dell’era di Giorgio Fossa. Tra le altre cariche, Cipolletta è presidente di Ubs corporate finance Italia e dell’Università di Trento. Per la carica di amministratore delegato, è stata invece scelta la via interna. Nel senso che è stato promosso l’attuale amministratore di Rete ferroviaria italiana, un manager che viene dal sindacato e non ha mai nascosto le sue simpatie per la sinistra e, più in particolare, per i Ds.

La soluzione è piaciuta a Cgil, Cisl e Uil che hanno accolto la notizia con argomentazioni identiche. «Sono due personalità di grande valore, sperimentati, che daranno il loro apporto alle Ferrovie», ha commentato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, sicuro che ne trarranno giovamento le relazioni industriali interne all’azienda e i cittadini. Per il leader della Uil Luigi Angeletti, i due manager sono «persone capaci, competenti e sapranno fare uscire le Ferrovie dello Stato dalle difficoltà in cui versano». Il sindacato della sinistra punta il dito contro il presidente uscente: «Di certo non lo rimpiangeremo», ha detto il segretario confederale Cgil Nicoletta Rocchi, sicura che «le ferrovie hanno raggiunto un punto di non governo. Il problema della sicurezza e della puntualità sono sotto gli occhi di tutti. Ora anche i conti dell’azienda sono arrivati a livelli di guardia».

La rivoluzione ai vertici delle Fs non è stata indolore. Moretti si era assicurato la poltrona di amministratore delegato fin dalla primavera scorsa. E in questi mesi nessuno ha messo in discussione la sua candidatura. La carica di presidente ha invece stimolato vari appetiti. Prima dell’estate il nome più accreditato sembrava quello di Fabio Fabiani, che a un passo dal traguardo è stato bloccato dalla Margherita. Il presidente dell’Acea, azienda municipalizzata romana dell’energia, secondo Francesco Rutelli era troppo vicino ai Ds. Poco dopo è stato tirato in ballo anche l’ex ragionere dello Stato Andrea Monorchio e il manager ed ex ministro Paolo Baratta, anche lui caduto per un veto Dl, questa volta perché troppo vicino al presidente del Consiglio Romano Prodi.

Tra i nodi che Cipolletta e Moretti dovranno affrontare c’è quello dei conti del gruppo, cronicamente in rosso. E la soluzione potrebbe passare per un innalzamento delle tariffe. Poi dovranno mettere mano all’assetto societario del gruppo, anche se un vertice spostato a sinistra dovrebbe bloccare il processo di «spacchettamento» delle varie società che fanno capo a Fs.
 


 

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