7 settembre 2006 Scontro Diliberto - Fassino sulla
finanziaria
Sulla Finanziaria il governo è sempre più
spaccato e oggi è stata la volta di un duro scontro tra il
segretario dei Comunisti italiani Diliberto e quello dei Ds Fassino.
A quest’ultimo, che aveva chiesto riforme profonde nella manovra,
Diliberto ha risposto duramente: «Le cose che ha proposto, ad
iniziare dall’aumento dell’età pensionabile, sono l’opposto di
quanto c’è scritto nel programma di governo del centrosinistra; e
quindi sono irricevibili». Tutto questo mentre la Bce avverte Prodi
che il risanamento dei conti deve cominciare subito, proprio
cominciando dalla riforma del settore previdenziale.
Mentre la popolarità di Prodi è scesa
addirittura sotto il 40%, la Finanziaria si presenta come un
insormontabile percorso a ostacoli per il premier. I malumori
latenti, infatti, si sono repentinamente trasformati in scontri
all’arma bianca, come nel caso di Fassino che, appena ha
sottolineato la necessità di varare una Finanziaria rigorosa che
contenga i tagli alla spesa, a partire dai quattro settori indicati
nel Dpef (sanità, previdenza, pubblico impiego e finanza locale), è
stato impallinato dal fuoco di tutta la sinistra radicale.
Diliberto ha rimproverato al leader della Quercia di tradire il
programma dell’Unione sostenendo posizioni inaccettabili quale
quella dell’innalzamento dell’età pensionabile. In realtà, nel
programma di Prodi un accenno alle pensioni c’era, ma talmente vago
che ora ognuno può interpretarlo secondo la sua visione politica.
Stanno venendo al pettine, insomma, i nodi di quel programmismo
indefinito con cui il premier è riuscito a tenere insieme il suo
cartello elettorale, ma che ora dimostra tutte le sue insufficienze
alla prova del governo.
Nel programma, tanto per fare un esempio, non c’è alcun accenno ai
disincentivi per ritardare l’uscita dal mercato del lavoro che fanno
infuriare sindacati e partiti massimalisti, pronti a fare le
barricate contro chi ha intenzione di fare cassa con le pensioni dei
lavoratori.
Anche per i tagli alla Sanità, il copione è esattamente lo stesso:
"Non sono previsti nel programma dell’Unione" - è stata la secca
risposta del ministro Ferrero a Fassino. Questo mentre dall’Europa
continuano ad arrivare severi avvisi all’Italia sul fatto che la
ripresa economica in atto deve essere utlizzata come un’opportunità
per mettere a posto i conti. La Bce nel Bollettino di settembre ha
inviato un richiamo esplicito a Prodi, invitando il governo a varare
una manovra di finanza pubblica che contenga importanti azioni di
risanamento e significative misure supplementari, a partire dal
taglio delle pensioni.
In gioco - ma la partita è probabilmente già persa - c’è anche la
credibilità di Tommaso Padoa-Schioppa, che nei mesi scorsi ha
promesso fuori e dentro i confini nazionali "interventi
strutturali". Il ministro all’Ecofin di luglio è riuscito a far
digerire all’Europa il mancato rispetto dell’impegno, preso dal
governo Berlusconi, di una correzione dei conti dello 0,8 per cento
per quest’anno proprio grazie alle sue promesse di interventi
strutturali severi nel Dpef. Interventi che né lui né Prodi saranno
però in grado di imporre alla coalizione. E il professor Tps non
potrà restare a lungo in un governo che sta minando il prestigio e
la credibilità internazionale del nostro Paese.
8 settembre 2006 Ecofin ad Helsinki: L'Europa boccia il
Professore
Tommaso Padoa-Schioppa non si aspettava un
Ecofin facile ad Helsinki. Sapeva che la natura informale della
riunione dell’Eurogruppo avrebbe portato ministri, Commissione
europea e Banca centrale ad esprimersi liberamente sui conti
pubblici italiani. Ma, forse, non si aspettava «così» liberamente.
Aveva anche provato a «condizionare» la conferenza stampa di Almunia
e Juncker (confermato presidente dell’Eurogruppo) sedendosi in prima
fila, in mezzo ai giornalisti. Ma dai due, oltre a qualche
riconoscimento di facciata, non sono arrivate altro che critiche. In
pubblico, ma soprattutto nel chiuso delle riunioni.
In conferenza stampa, il commissario europeo ha ribadito la sua
posizione: visto che nel 2006 la correzione della finanza pubblica
non ha rispettato gli obiettivi, «nel 2007 lo sforzo dovrà essere
più ambizioso». Gli fa eco il primo ministro lussemburghese e
presidente dell’Eurogruppo: la correzione del deficit italiano nel
biennio 2006-2007 - dice Juncker - deve essere dell’1,6% del pil. «È
un must assoluto».
Alla coppia europea (a cui si è aggiunto, nel chiuso delle riunioni,
anche Trichet, presidente della Bce) non è piaciuta la scelta del
governo di ridurre l’entità della manovra da 35 a 30 miliardi.
Padoa-Schioppa ha provato a difendersi: la riduzione è stata
realizzata perché sono emerse nuove entrate strutturali per 5
miliardi nel 2007 e per 6,5 miliardi nel 2006. Juncker gli ha
ricordato che tutte le maggiori entrate «devono assolutamente essere
usate per la riduzione del deficit. È una priorità». Nella sostanza,
ha chiesto al ministro: se registrate un aumento del gettito per
quasi 20 miliardi nel 2006, perché ne contabilizzate solo 6,5
miliardi? In assenza di spiegazioni plausibili, l’Unione europea ha
insistito sulla linea del rigore. Il ministro non può dire che il
maggior gettito strutturale che quest’anno entrerà nelle casse dello
Stato ammonta a più di 12 miliardi, altrimenti non potrebbe farli,
in parte, emergere nel 2007 quale frutto della lotta all’evasione;
la maggioranza gli chiederebbe di ridurre la manovra; e,
soprattutto, dovrebbe dire che la finanza pubblica presa in eredità
non era allo sfascio.
Ma tacendo sulle cifre, rischia - per rispondere alle critiche
europee - di aumentare la manovra lorda per il 2007. La Commissione
rimprovera al governo di aver operato, nel 2006, una correzione
strutturale del deficit pari allo 0,5% del pil. Quindi, per
rispettare l’impegno di correggerlo dell’1,6%, nel 2007 deve fare
una manovra - al netto degli effetti del ciclo economico -
dell’1,1%. Il problema è proprio la formula presente nel Patto di
Stabilità: al netto degli effetti del ciclo. Per realizzare una
manovra «netta» dell’1,1%, la finanziaria - per i calcoli di
Bruxelles - deve ammontare all’1,4-1,5% lordo. Qual erano appunto i
20 miliardi di manovra, scritti nel Dpef. Farla scendere a 15
miliardi, vuol dire non rispettare gli impegni. E nel chiuso delle
riunioni, sarebbe stato ricordato a Padoa-Schioppa che un eventuale
blocco delle pensioni d’anzianità per il 2007 (che garantirebbe 3
miliardi di risparmi) verrebbe conteggiato come misura «una tantum»;
quindi, non calcolabile nella correzione strutturale dell’1,1%.
Messo alle strette, il ministro ha confessato: «Definire target più
ambiziosi in termini strutturali rischia di interferire con altri
obbiettivi del governo».
Con la Nota di aggiornamento al Dpef, è probabile che il deficit
nominale di quest’anno venga abbassato al 3,4%, dal 4% del Dpef;
quello tendenziale del 2007 dal 4,1 al 3,7%. In questo caso, con una
correzione dell’1,1% (i 15 miliardi) il deficit nominale scenderebbe
al 2,6%; mentre quello strutturale sarebbe ben superiore, intorno al
3%, contro il 2,8% che l’Italia si è impegnata a rispettare. Ma di
più questa maggioranza non può fare, dice Padoa-Schioppa.
9 settembre 2006 Gestione rifiuti, avviso a Bassolino
È una storia che puzza, se non altro perché
tratta di immondizia. E in questa brutta storia giudiziaria legata
alla gestione dei rifiuti in Campania un ruolo determinate sembra
averlo svolto anche Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli,
presidente della Regione Campania. Le ipotesi di reato a carico del
governatore vanno dall’abuso d’ufficio alla frode in forniture
pubbliche, dalla truffa aggravata alle violazioni ambientali
rispetto a quanto previsto dalle ferree norme del decreto
legislativo 152 del 2006. L’inadempimento ai contratti di pubblica
fornitura e falsi in atto pubblico sarebbero stati invece contestati
ad altri personaggi coinvolti negli accertamenti dell’autorità
giudiziaria campana.
All’esponente dei Ds la procura di Napoli ha notificato l’avviso di
conclusione delle indagini preliminari nell’ambito di un
procedimento penale avviato nel 2003 in merito alla gestione dei
rifiuti in Campania da parte del Commissariato straordinario di
governo (Bassolino diede le dimissioni nel 2004) sugli appalti e i
contratti di fornitura con gli enti Fibe e Fisia (al tempo dell’Impregilo).
Questo è l’ultimo atto prima dell’eventuale richiesta di rinvio a
giudizio da parte dei pm.
Nella complessa inchiesta diretta dai pubblici ministeri della
sezione ambientale della procura, Giuseppe Novello e Paolo Sirleo,
vi sono altri 27 indagati. Fra questi nomi eccellenti come quelli
dei fratelli Romiti (all’epoca azionisti di riferimento dell’Impregilo
collegata alla Fibe), l’ex numero due al commissariato, Raffaele
Vanoli, l’ex subcommissario Giulio Facchi, e alcuni cosiddetti
«tecnici» ancora in servizio presso la struttura governativa:
Giuseppe Sorace e Claudio De Biasio, oltre agli amministratori
delegati di Fibe, Armando Cattaneo e Fisia, Roberto Ferraris.
Al centro delle verifiche oltre alle ordinanze sottoscritte dall’ex
commissario per l’emergenza-rifiuti vi sarebbe il contratto
controfirmato da Bassolino con le società che avrebbero dovuto
smaltire le tonnellate di immondizia che inondano quotidianamente la
Campania. Stando all’accordo si doveva prevedeva la costituzione e
realizzazione, al massimo entro 365 giorni, di alcuni impianti per
la produzione del combustibile da rifiuto (che in gergo si chiamano
CDR) e di due inceneritori entro l’anno successivo. L’accordo non
ammetteva deroghe. In caso di inadempienza il contratto sarebbe
stato annullato e la cauzione da 200 miliardi di vecchie lire
sarebbe stata considerata irrimediabilmente persa. Seguendo il filo
dell’inchiesta si evince che la ditta appaltatrice Fisia
Italimpianti (che passò i lavori alla Fibe, sua consorziata) aveva
il compito di smaltire a proprie spese i rifiuti non bruciabili e
quelli da CDR indipendentemente dal fatto che gli inceneritori
fossero entrati in funzione. E ancora. Le stesse ditte avrebbero
dovuto assicurare la costituzione di alcuni depositi nella
disponibilità della Fisia-Fibe nei quali provvedere allo stoccaggio
le cosiddette «ecoballe» ancor prima del loro trasporto e della
vendita.
Ripercorrendo a ritroso la «vita» e la «morte» dei rifiuti, la
magistratura aveva scoperto che gli impianti per i CDR (poi
sequestrati) erano stati effettivamente messi in opera ma il
combustibile prodotto non era mai stato venduto, col risultato di
far proliferare un numero impressionante di materiale che avrebbe
potuto, e dovuto, portare nelle casse parecchio denaro. A Bassolino
in soldoni si contesta di aver saputo che le condizioni tecniche non
erano a norma di legge e di aver comunque autorizzato lo stoccaggio
dei rifiuti che sarebbe avvenuto senza seguire la raccolta
differenziata e senza mantenere un predeterminato livello di
temperatura.
10 settembre 2006 Il governo litiga anche su Moggi dalla
Ventura
Non sapendo più su che cosa litigare, il
governo litiga sul varietà. Finalmente un tema all’altezza
dell’Unione.
Moggi va su Raidue, da Simona Ventura, e viene fuori il finimondo.
Sembra che i ministri non abbiano altro da fare che parlare del
tele-show. La Melandri attacca Mastella, che era presente in
trasmissione, e lui gli risponde per le rime. Mentre i due se le
danno di santa ragione, intervengono in ordine sparso Popolari, Udc,
Udeur, Ds, Giulietti, Curzi, Rognoni, il Codacons, l’immancabile
Usigrai e naturalmente i verdi, che come sempre chiedono ai partiti
di stare lontani dalle vicende Rai. E, per dare il buon esempio, si
buttano a capofitto in ogni minima vicenda Rai.
Però, ecco, magari si riesce a trovare qualche argomento per
litigare un po’ più serio di Moggi. Perché, suvvia, il big Luciano
avrà tutte le colpe di questa terra, ma fino a prova contraria è
accusato (si badi bene: accusato, non condannato) per avere fatto
qualche telefonata agli arbitri di calcio. E in questa Tv dove
persino i serial killer conclamati come Donato Bilancia parlano
senza contraddittorio, vi pare logico che l’unico che debba farsi
mazzolare in santo silenzio sia proprio lui? Se è colpevole, sia
chiaro, pagherà. Ma nel frattempo che facciamo? Gli tagliamo la
lingua? Lo seppelliamo in salotto? Lo facciamo uscire solo col burqa?
Se poi vogliamo dirla tutta, quello della Ventura a noi è parso
persino un piccolo ma ottimo colpo. Avere Moggi in trasmissione, non
è mica male. E poi non è vero che non c’era contraddittorio: erano
presenti quattro giornalisti stranieri e Andrea Vianello di Mi manda
Raitre, che con l’ex dg della Juve s’è pure battibeccato. La
conduttrice ha fatto le domande a modo suo, ironica e mai
aggressiva, come fa quando c’è qualsiasi ospite, compreso quel Diego
Della Valle che tanto piace alla gente che piace. Per altro risulta
che anche il patron della Fiorentina abbia fatto qualche telefonata
per aggiustare partite di calcio. Eppure, chissà perché, quando lui
va a sproloquiare nelle trasmissioni tv non si scandalizza nessuno.
Adesso, invece, si scandalizzano tutti. Soprattutto a sinistra.
Dagli alla Ventura. E pensare che qualche tempo fa la sinistra la
considerava un’eroina televisiva. Ricordate? Era il 2001. A Quelli
che il calcio era ospite l’allora presidente Rai, e futuro
parlamentare dell’Unione, Roberto Zaccaria. Si sfotteva (senza
contraddittorio, naturalmente, ma certe volte non conta) il ministro
Maurizio Gasparri che se la prese e telefonò in diretta. La Ventura
gli rispose per le rime, poi chiuse bruscamente («È caduta la
linea», si giustificò). La presa in giro continuò (senza replica,
naturalmente, ma certe volte è satira). E Zaccaria sentenziò in
diretta: «Questo tipo di programmi non dovranno mai mancare».
Ora: perché la Ventura è un esempio per tutti se sbatte giù il
telefono a Gasparri e una «balorda» (parola usata dal consigliere
diessino Rognoni) se ospita Moggi? Perché è lecito se fa le domande
a un ministro e diventa uno scandalo se le fa a un ex direttore
sportivo? Perché nel primo caso «questo tipo di programmi non devono
mai mancare» e nel secondo, invece, «questo tipo di programmi sono
da condannare»? Misteri dell’Unione.
11 settembre 2006 11 settembre: grazie a Diliberto alla
Camera
organizzano un ''processo agli ebrei''
Al Ground Zero un minuto di silenzio e rose
sull’acqua per ricordare le quasi 3.000 vittime del tragico 11
settembre newyorkese del 2001. Da Dubai un’ora e 16 minuti di odio
del numero due di Al Qaida, Aymar al Zawahiri, che minaccia di morte
l’Occidente e attacca Israele. A Roma, nella Sala delle Colonne
della Camera dei deputati, la contro-celebrazione del «nine-eleven»
anti imperialista e antisionista. Una provocazione cinica? No.
Peggio. Un convegno al vetriolo dal titolo «La pace è l’imperativo -
vittime di un popolo vittima» chiesto da Diliberto e organizzato a
Montecitorio dall’Islamic anti-defamation League (Iadl) che ha
ospitato ieri il rabbino Moshe Friedman, capo della comunità ebraica
ortodossa di Vienna, il missionario comboniano padre Giorgio Poletti
e Samir Khaldi, imam della Moschea dell’Ucoii Al Huda di Roma, per
dialogare sulla pace in Medio Oriente.
«Germania, Italia e Vaticano devono smetterla di sfruttare
l’Olocausto e le nostre sofferenze per sostenere il sionismo» ha
dichiarato il rabbino che prega tre volte al giorno per la
distruzione di Israele. «La lotta al terrorismo va fatta anche
contro il nemico sionista, che ha trasformato tutto il territorio
palestinese in un grande campo di concentramento» ha aggiunto
Friedman mentre a New York i familiari delle vittime del World Trade
Center versavano lacrime silenziose. E ancora: «Non esiste un
obiettivo più legittimo in guerra che la cattura di un soldato
nemico» ha detto Friedman provocando subito una valanga di reazioni.
«Iniziative come queste - ha detto Alessandro Ruben, presidente
dell’associazione ebraica Anti defamation League - non aiutano ad
avvicinare ma allontanano il dialogo». E rincara Riccardo Pacifici:
«La nostra indignazione va nei confronti di coloro che, immaginiamo
in buona fede, hanno concesso l’uso di una sede di così alto
prestigio. Come è stato possibile permettere quest’orgia dell’odio
che possiamo definire molto più grave della vicenda dell’inserzione
dell’Ucoii su alcuni quotidiani nazionali?» si chiede il portavoce
della comunità ebraica romana. «È inquietante che la Iadl abbia
potuto organizzare nella Camera dei deputati un’iniziativa
antisraeliana, antiamericana, inneggiante alle forze più oscure del
mondo arabo» s’indigna il vice coordinatore di Fi, Fabrizio
Cicchitto.
«C’è tanta propaganda in questa cosiddetta guerra al terrorismo - ha
continuato quindi il rabbino Friedman - ma andrebbe applicata almeno
in ugual misura contro le strategie sioniste». Israele quindi sotto
tiro anche dal Parlamento italiano? «Pensavamo fosse un’iniziativa
lodevole. E non rispondiamo dei contenuti» replica Pino Sgobio, capo
gruppo del Pdci alla Camera.
«È semplicemente ingiurioso che nell’anniversario dell’11 settembre
nella sede del Parlamento italiano sia ospitato un convegno il cui
scopo è dimostrare che lo Stato di Israele non avrebbe
giustificazioni né storiche né bibliche» ha commentato il senatore
azzurro Gaetano Quagliariello. «Un convegno che avrà fatto rivoltare
nella tomba i morti degli attentati di New York dell’11 settembre»
ha chiosato quindi il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto
Calderoli. «C’è qualcuno che gioca a fare il piccolo Nasrallah -
accusa Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani - che
alza il tiro, per accreditarsi e per scalare la classifica
dell’estremismo». Giudizi giustificati dopo l’autocelebrazione di
chi vuole essere antiamericano: «I ribelli antimperialisti sono i
moderni santi e sono giustificati a utilizzare ogni mezzo per
parlare di pace. Il male è l’imperialismo e il sionismo» ha detto al
convegno Moreno Pasquinelli, del Campo antimperialista, mentre l’imam
Samir Khaldi ha denunciato quei governi arabi «che non aiutano la
sicurezza in Occidente ma aiutano il terrorismo». «Quando due
elefanti lottano, chi ci rimette è l’erba - ha invece commentato
padre Poletti -. I poveri e i figli della guerra sono il nostro
prodotto, questo è ciò che abbiamo esportato».
12 settembre 2006 Dire una cosa e farne un'altra:
sanità, Europa e privatizzazioni
Sanità
La sinistra che inalberava il vessillo del "no ticket" ora si
propone di introdurne di nuovi e generalizzati. Fu il binomio
Amato-Veronesi, nel 2001, a promuoverne la cancellazione nella
Finanziaria. Lasciando alle Regioni, che non poteva fare altrimenti,
la facoltà di reintrodurlo. E’ quanto fecero le Regioni di
centrodestra dopo l’esplosione della spesa sanitaria, prendendosi
tutti gli improperi della sinistra.
Ora che fanno marcia indietro, senza neppure chiedere scusa, il
ticket diventa cosa buona e giusta.
Europa
Almunia, l’eroico "compagno Joaquìn", per il quale la sinistra si
spellava le mani, quando da Bruxelles bacchettava i conti del
governo Berlusconi, è diventato improvvisamente un mediocre
burocrate che pensa solo ai numeri.
Come sono lontani i tempi in cui la sinistra all’opposizione
cavalcava i suoi rimbrotti a Tremonti: "La Ue ci dà ragione"; "Almunia
riporta l’Italia con i piedi per terra"; "Almunia fa bene" (Visco);
"Le sue preoccupazioni sono più che fondate" (Rizzo); "Noi italiani
non possiamo lamentarci dell’eccessivo rigore della commissione" (Bersani).
E via spellandosi le mani.
Adesso i suoi richiami sono "sgradevoli" (D’Alema); "Più rispetto
per l’Italia, che continua a essere un Paese sovrano" (Ferrero); "La
Bce è composta da tecnocrocrati insopportabili" (Epifani); "Ha
chiuso un occhio con Berlusconi, mentre con noi li tiene tutti e due
aperti" (Damiano).
Le sue sollecitazioni per una manovra economica efficace, che
approfitti di una situazione economica favorevole (l’esatto
contrario di quella affrontata dal governo di centrodestra), si
infrangono contro le scogliere di una politica italiana piccola
piccola, dove prevale l’attaccamento alla poltrona, costi quel che
costi al Paese, e a regolare i conti nei ds (D’Alema e Fassino).
Perché il "compagno Joaquìn" si mette di mezzo?
Privatizzazioni
Guai a chi pronuncia questa parola. Nel programma dell’Unione c’è,
eccome. Eppure, all’improvviso, è scomparsa dal vocabolario politico
dei partiti di governo e della Finanziaria. Un vocabolo sconosciuto,
chi lo pronuncia lo fa sussurrando, perché il nemico è in ascolto.
Guai a parlare di privatizzazioni (quelle che Berlusconi è stato
accusato di non aver fatto): si rischia di disturbare comunisti e
verdi. Tanto più in questi giorni, in cui l’eredità della prima,
grande privatizzazione fatta male rischia di pagarla il Paese, con
la svendita all’estero dell’ultimo pezzo di telefonia mobile sul
quale sventola il tricolore.
Che ne dice l’ex-amministratore delegato della merchant bank di
Palazzo Chigi, l’altrimenti loquace Massimo D’Alema?
13 settembre 2006 Telecom. Prodi non aveva capito?
Chissà perché ogni volta che il pianeta
delle telecomunicazioni è in movimento, Palazzo Chigi torna ad
essere una merchant bank. I più stretti collaboratori di Romano
Prodi erano a conoscenza dei dettagli dell’operazione Telecom. Non
solo. Avevano stretti ed assidui contatti con Tronchetti Provera,
fino al punto di consigliargli mosse e strategie. Ed ora il
presidente del Consiglio dice che non era stato informato.
Forse anche questa mossa fa parte dell’operazione per esacerbare i
toni; alzarli e far dimenticare le spaccature interne alla
maggioranza sulla finanziaria. E magari preparare così il terreno a
qualche altro "capitano coraggioso" - non proprio giovanissimo - che
potrebbe intervenire per "salvare Telecom" dall’ingresso degli
stranieri.
Telecom deve restare italiana, dice Padoa Schioppa. Già, ma come? La
galassia delle società Telecom fa capo ad una finanziaria che si
chiama Olimpia, nella cui pancia le azioni Telecom sono in carico
con valori più alti degli attuali. Al momento, scalare Olimpia
costerebbe assai meno che non rilevare Telecom o Tim: almeno un
terzo di meno.
I "Capitani coraggiosi" in grado di mettere insieme una decina di
miliardi di euro (ma potrebbero servirne anche meno) esistono. Per
riuscire, però, l’intervento dev’essere benedetto dalla Politica. E
prima la situazione dev’essere portata sull’orlo del disastro: solo
così le azioni Olimpia scendono e comprarle è un affare.
Se a questa strategia si aggiunge anche lo scorporo delle reti
Telecom che, una volta quotate, potrebbero essere acquistate al 30%
dalla cassa depositi e prestiti (cioè dallo Stato), il gioco è
fatto.
Per questo, ogni volta che il pianeta Telecom entra in
fibrillazione, Palazzo Chigi torna ad essere una merchant bank. Sia
con D’Alema, sia con Prodi.
Il presidente del Consiglio sapeva tutto su
Telecom. Di più: "Prodi e alcuni suoi collaboratori strettissimi
hanno avuto un ruolo più che attivo nelle scelte di Tronchetti
Provera".
L’editoriale odierno del direttore di MF, notoriamente bene
informato, cita nomi, date e circostanze che non possono essere
liquidate come "chiacchiericcio" e impongono da parte di Palazzo
Chigi un chiarimento. Un’occasione da non perdere per quegli
esponenti della Cdl che parteciperanno alla prossima audizione
parlamentare dei vertici Telecom. Ai quali sarebbe bene chiedere:
E’ vero che in primavera Tronchetti (citiamo MF) "aveva informato
sia Prodi sia gli altri ministri di competenza, tra cui D’Alema,
Bersani e Gentiloni dei suoi contatti con Murdoch, impegnandosi con
tutti a non cedere il controllo e ricevendo un via libera e un
supporto per le implicazioni con le Authority"?
E’ vero che agli inizi di settembre, a Villa d’Este, "Tronchetti e
Prodi si sono incontrati e hanno parlato direttamente, alla presenza
del fidato (di Tronchetti) Riccardo Perissich e di Daniele Di
Giovanni, capo dell’ufficio della Presidenza del Consiglio"?
E’ vero che tema dell’incontro sono state "le difficoltà mediatiche,
regolatorie e l’atmosfera politica che c’era sul debito", con la
conseguente ipotesi dello scorporo di Tim, e che "Prodi e De
Giovanni, secondo il report agli advisor di Telecom, hanno preso
buona nota, senza sollevare obiezioni"?
E’ vero che Angelo Rovati, capo della raccolta di fondi di Prodi in
campagna elettorale, "faceva sapere allo staff di Tronchetti di
avere un piano realizzato da un consulente, e noto solo al professor
Prodi, in grado di risolvere tutti i problemi del debito di Telecom"?
E’ vero che "il contenuto di tale piano, trasmesso il 6 settembre a
Tronchetti, era secco e chiaro: Telecom doveva cedere la rete di
accesso, perché ne avrebbe avuto convenienza"?
E’ vero che, a fronte della pubblicazione di un corsivo del
Messaggero che dava conto della contrarietà di Prodi alla vendita di
Tim, "Rovati dava immediata rassicurazione (a Tronchetti), leggendo
un comunicato di Palazzo Chigi in cui si dichiarava la volontà del
governo di non interferire e che, solo pochi minuti dopo, il testo
di quel comunicato è stato battuto da tutte le agenzie"?
Tutte domande che esigono una risposta. Perché, al di là della
contrarietà o meno di Prodi alla vendita di Tim, dimostrano che
Prodi sapeva, eccome. E che la merchant bank di Palazzo Chigi è
risuscitata. Più attiva che mai.
14 settembre 2006 Aumentano le tasse ma li chiamano
risparmi di spesa
"Risparmi di spesa": una formula che la
sinistra sa declinare solo come aumento di tasse. Nella legge
finanziaria saranno previsti minori trasferimenti agli enti locali
per circa 5 miliardi di euro. Ma non saranno risparmi di spesa:
saranno maggiori tasse sui cittadini. Agli enti locali, infatti,
verrà ripristinata quell’autonomia impositiva che il governo
Berlusconi aveva "congelato".
Dal 2007 le Regioni potranno introdurre nuove addizionali Irpef.
Tanto per avere un’idea di quel che rappresenta questo strumento
fiscale, basta ricordare che l’intera restituzione dell’eurotassa
(era il 60% del pagato) venne interamente assorbito dall’addizionale
dello 0,5% delle Regioni.
Non è finita. Sempre nella legge finanziaria il governo affiderà ai
Comuni il catasto. Ciò vuol dire che ogni comune potrà adeguare le
rendite catastali come crede. E questo significa un aumento delle
tasse sulla casa. Lo sa bene chi paga l’Ici. Se il valore
dell’immobile passa da 100 a 110 e l’aliquota Ici resta la stessa,
paga un 10% di tasse in più.
Paradossalmente, però, nel bilancio pubblico quest’operazione figura
come un taglio della spesa; e quindi le maggiori tasse restano
nascoste. Ma non per i contribuenti che dovranno pagarle.
Ed è per queste ragioni, che gli enti locali non protestano contro i
risparmi che dovranno fare: sanno bene che i trasferimenti pubblici
a cui dovranno rinunciare saranno sostituiti da maggiori entrate.
Mentre hanno protestato come aquile contro i tagli dell’ultima
finanziaria Tremonti, che mirava a consistenti risparmi degli
sprechi delle Regioni.
Eppure, aveva ragione Tremonti quando provocatoriamente chiedeva a
Veltroni: quanti asili hai chiuso, quanti malati hai respinto dagli
ospedali, con i tagli della finanziaria 2006? Ovviamente nessuno.
15 settembre 2006 Prodi investito dallo scandalo Telecom
Ogni farsa ha qualcosa di tragico. E quella
dell’accoppiata Prodi-Rovati di tragico ha che il presidente del
Consiglio ed il suo staff gioca con aziende private (e quotate) come
giocò tanti anni fa con la vita di Aldo Moro. All’epoca era un
bicchierino ed una seduta spiritica. Ora è un documento di riassetto
di una delle più importanti aziende italiane.
Così come all’epoca nessuno credette all’operazione bicchierino, ora
nessuno crede che Prodi non sapesse nulla del documento di Angelo
Rovati sul riassetto di Telecom. Rovati potrà essere un guascone, ma
non è un incosciente. Conosce benissimo Romano Prodi. Sa che chi gli
è vicino, deve rispettare un principio base: fedeltà estrema.
L’elaborazione di quel documento che di artigianale non ha nulla,
all’oscuro del Capo, rappresenterebbe - agli occhi di Prodi - un
reato di tradimento; e come tale, punito con l’esclusione. Rovati
non avrebbe mai rischiato una pena del genere.
Ne consegue che quel documento era, doveva essere, a conoscenza del
presidente del Consiglio. Rovati è un guascone, ma non si sarebbe
mai preso una libertà del genere. Soprattutto con un suo amico che,
incidentalmente, è presidente del Consiglio. Soprattutto con un suo
amico che è stato anche suo testimone di nozze. Nel clan di Prodi si
tratta di valori importantissimi.
Sta mentendo Prodi, quando dice che non lo conosceva.
Sta mentendo Rovati, quando dice che quel documento Telecom lo ha
fatto lui in modo artigianale.
Quel documento non è affatto artigianale. E’ un testo-base in "power
point" usato dalle banche d’affari per schematizzare un’operazione.
E’ un appunto a cui - di prassi - seguono tomi di analisi, grafici,
valutazioni tecniche, finanziarie e politiche. Materiale che Rovati
non è tecnicamente in grado di preparare.
Se Palazzo Chigi ha ricevuto quel documento elaborato da una banca
d’affari: la prima sospettata è la Goldman Sachs. E non solo perché
Prodi è stato consulente di questa banca; ma anche perché Tononi,
sottosegretario all’Economia lavorava proprio per la Goldman prima
di approdare a Via Venti Settembre.
Il documento potrebbe essere stato elaborato da uomini di Tononi,
rimasti in banca; girato a Prodi; e da Prodi fatto pervenire a
Tronchetti Provera, attraverso il canale abituale. Cioè, Angelo
Rovati. Ma c’è un altro scandalo nello scandalo. Il presidente del
Consiglio dà giudizi (del tipo: "non ho mai pensato allo scorporo
della rete" Telecom) in grado di condizionare i mercati. Per una
serie di ragioni.
Nel presunto documento Rovati si propone esattamente il contrario. E
la conferma che quel documento possa essere nato dall’accoppiata
Tesoro-Goldman Sachs viene dal particolare che Tononi (il
sottosegretario) abbia fra le deleghe i rapporti con la Cassa
depositi e prestiti. Cioè, con quel braccio finanziario del
ministero dell’Economia chiamato a rilevare - nel documento - una
quota consistente della rete Telecom.
Il secondo elemento "sensibile" per i mercati è che quella rete
destinata allo scorporo fa parte del patrimonio Telecom. E l’azionariato
della società è fatta solo per il 18% da titoli in mano a Tronchetti
Provera. Il resto è in mano a milioni di piccoli risparmiatori.
Eppure Prodi tratta l’azienda come un suo dominio, in barba alle
leggi di mercato; in barba a milioni di risparmiatori.
Eppure Prodi tratta l’azienda come un suo dominio, in barba alle
leggi di mercato; in barba a milioni di risparmiatori.
17 settembre 2006 Prodi finalmente ''concede'' il
dibattito parlamentare
Prodi alla fine ha "concesso" il dibattito
parlamentare, non perché si sia reso conto del gravissimo sgarbo
istituzionale, che solo i suoi tifosi più estremi hanno il coraggio
di ridurre a semplice "gaffe", ma perché è stato messo all’angolo
dai suoi stessi inferociti alleati. Grazie tante. Il suo «ma che
stiamo diventando matti?» si è pian piano trasformato, dopo il
totale accerchiamento, in una proposta di dibattito sulle strategie
future della Telecom (di certo l’obiettivo è che non si facciano
cenni all’accaduto) che sarà lo stesso governo ad avanzare. E al
quale parteciperà un ministro, forse Bersani, non certo Prodi, che
se ne guarda bene. Come si vede la strada è ancora lunga. Il
presidente del Consiglio sta cercando di prendere tempo, spera in un
affievolirsi delle polemiche, confida nel fatto che le dimissioni di
Rovati (ennesimo votato al sacrificio in nome dell’amicizia con il
Professore) servano ad allentare la pressione. Ma continua a
fuggire, a far finta di non capire.
Il problema non è che il governo venga in aula a riferire. Ci deve
venire Prodi, e Prodi soltanto. Non per un vezzo o un capriccio
dell’opposizione. Ma perché lo scandalo che ha investito palazzo
Chigi sul caso Telecom non riguarda il governo, riguarda il
tentativo dello stesso Prodi, complice Rovati, di mettere le mani
sulla telefonia e gestire personalmente una notevole fetta di
potere. Il governo c’entra poco o nulla, anzi, parte dei suoi
componenti è inferocita con il premier. I Ds, per esempio, sono
fuori dalla grazia di Dio e non intendono fare sconti al Professore.
Lo stesso dicasi per l’ala rutelliana della Margherita e per la Rosa
nel Pugno. Il governo, semmai, è vittima dello sgomitare dei
prodiani.
E’ Prodi che vogliamo in aula, è Prodi che deve spiegare e
assicurare personalmente che di quel progetto di riforma Telecom
inviato a Tronchetti Provera su carta intestata di palazzo Chigi era
totalmente all’oscuro, è Prodi che deve prendersi la responsabilità
di queste affermazioni e, se scoperto a mentire in Parlamento,
dimettersi, è Prodi che deve giustificare il comportamento di uno
dei suoi più stretti collaboratori (non di D’Alema, non certo di
Rutelli, men che meno di Padoa Schioppa).
Troppo forte il terremoto che è scaturito da tutto questo perché il
premier possa nascondersi timidamente dietro la possente mole di
Rovati e limitarsi a mandare un suo ministro in Parlamento senza
avere il coraggio di metterci la faccia, il nome, la sua parola. A
meno che non possa proprio farlo, perché è consapevole che verrebbe
in un’aula del Parlamento solo per dire menzogne. Il caso non è
affatto chiuso e non è certo Prodi a stabilire quando potrà
considerarsi come tale.
19 settembre 2006 D’Alema negli Usa fa l’ambasciatore di
Hamas
Se con Hezbollah bisogna dialogare perché è
anche un partito politico con ministri e parlamentari oltre a
sfornare terroristi, volete tagliar fuori Hamas che va be’, non
riconosce ad Israele il diritto all’esistenza e alleva kamikaze, ma
le elezioni le ha addirittura vinte? Non fa una piega il
ragionamento del nostro ministro degli Esteri: fissato il postulato
libanese la logica imponeva che prima o poi il teorema avesse una
traduzione palestinese. E questa, è venuta ieri in conferenza stampa
nel secondo giorno della sessantunesima assemblea generale delle
Nazioni Unite, mentre nella cattedrale del Palazzo di Vetro oratori
grandi e piccoli alternano i loro discorsi in un rosario che sembra
infinito. Ha certamente ragione Massimo D’Alema, quando dice che «lo
status quo non è un’opzione» praticabile ancora a lungo, e che a
Gaza «si rischia la tragedia». Garantisce l’appoggio dell’Italia e
dell’intera Unione Europea agli sforzi di Abu Mazen che tenta di dar
vita a un governo di unità nazionale al quale partecipino Olp e
Hamas, anche se gli Usa premono sul presidente dell’Autorità
palestinese affinché freni su questa strada. Però il traguardo al
quale sta intensamente lavorando il nostro negli intensi colloqui di
questi giorni è quello di portare israeliani e palestinesi sul
tavolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ove a gennaio siederà
anche l’Italia, oltre tutto. E se ciò può portare sotto tutela dell’Onu
Israele, che ha sempre rifiutato di «internazionalizzare» i suoi
rapporti con l’Anp, è più che implicito pur se D’Alema non lo dice.
A Gaza la situazione è insostenibile, è l’incipit del ministro degli
Esteri, «rimanere così, è un errore drammatico che può avere
conseguenze incalcolabili», dunque occorre «una forte iniziativa
della comunità internazionale per uscire da questa crisi, altrimenti
tutta la situazione è a rischio, compreso il Libano. Perché non si
può pensare che se si va a una tragedia a Gaza, ciò non si
ripercuota immediatamente al Libano e all’intera area
mediorientale».
Domanda: dunque lei propone con Hamas, lo stesso atteggiamento che
ha propugnato nei confronti di Hezbollah? E D’Alema ha risposto:
«C’è anzi una differenza: che Hamas le elezioni le ha vinte.
Elezioni democratiche, controllate internazionalmente, volute dagli
Stati Uniti. Quindi non è possibile formare un governo democratico
palestinese, che non coinvolga Hamas. A meno che non si rifacciano
le elezioni… forse può essere un’opzione ma non spetta a noi
decidere bensì al presidente palestinese. Dunque, se si vuole
sbloccare la situazione, bisogna tenere conto del fatto che Hamas ha
la maggioranza in Parlamento, ed è difficile fare governi senza la
maggioranza. Il tentativo di Abu Mazen è quello di far nascere un
governo su basi nuove, e noi dobbiamo sostenerlo». Condoleezza Rice
però, ha chiesto ad Abu Mazen di frenare, sull’unità nazionale con
Hamas, gli è stato fatto notare. E lui, senza scomporsi: «A noi
invece, ha chiesto aiuto e sostegno, e cercheremo di convincere
anche il segretario di Stato americano che questa è l’unica strada
percorribile».
Per andare dove? Il titolare della Farnesina ha progetti lucidi e
obiettivi chiari. Punta in alto, spera di risolvere quella che
chiama «la questione israelo-palestinese». Ed ecco quanto bolle
nella sua pentola: «Si lavora a una riunione del Consiglio di
sicurezza dell’Onu, su proposta della Lega araba; e l’Unione Europea
è favorevole a questa proposta». Con questo obiettivo: «Una riunione
che si concluda con un documento che incoraggi il processo di pace,
dando sostegno ad Abu Mazen nella formazione di un governo di unità
nazionale palestinese». Che vuol dire «documento»? Forse una nuova
risoluzione che impegni Israele ad aiutare se non Hamas almeno l’Olp
di Abu Mazen? D’Alema se l’è cavata in calcio d’angolo: «Un
documento, un qualcosa che possa aprire uno spiraglio… Non siamo
ancora nemmeno riusciti a far convocare il Consiglio di sicurezza su
questo, e già pensate a una risoluzione»?
21 settembre 2006 Ritorna Prodi: l'uomo sull'orlo di una
crisi di nervi
Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi.
Prodi contro tutti: l’opposizione (e qui ci siamo), ma anche le
istituzioni (il Parlamento), il Vaticano, il mondo imprenditoriale,
i propri alleati. E poi Prodi contro Prodi, in un crescendo
rossiniano, un misto di orgoglio personale, narcisismo all’eccesso,
furia vendicativa, ipertrofia dell’io.
Nel giro di dieci giorni, dalla Cina a New York, al presidente del
Consiglio è riuscito un vero e proprio capolavoro alla rovescia.
Ormai posseduto dalla "sindrome Tafazzi", l’indimenticabile
personaggio che si percuoteva da solo laddove fa più male, ha
inanellato tali e tante "gaffes" nazionali e internazionali da
sollecitare, da più parti, l’intervento di uno psicoterapeuta. Tanto
che l’ormai celebre "ma siamo matti?", a seguito delle
sollecitazioni perché si presentasse in Parlamento, assume i
contorni di un’autoanalisi e richiede una risposta decisamente
positiva: sì.
A quella frase sono seguiti nell’ordine: l’abrogazione dell’embargo
sulle armi alla Cina, con sostanziale cancellazione dall’agenda del
viaggio del tema dei diritti civili; un sonoro ceffone
all’istituzione Senato; l’incredibile "gaffe" sulla sicurezza del
Papa; l’elogio della Siria e poi della democrazia di Hamas; per non
parlare dell’ennesimo "j’accuse" a Tronchetti Provera di "aver usato
il Governo", quando i fatti stanno a dimostrare che era l’esatto
contrario.
Ad ascoltare il suo "entourage", c’è da aggiungere che uno degli
elementi che ha scatenato l’irritazione di Prodi sta nelle grandi
aspettative che riponeva nel viaggio in Cina e nella sua "comparsata"
all’Onu, per darsi una statura internazionale. Ampiamente offuscata
da D’Alema.
Il caso Telecom, unitamente ai modesti risultati, ha pressoché
cancellato dalle prime pagine dei giornali lo "storico" approccio
col Paese asiatico.
La debacle comunicativa si è completata poi a New York, con
l’incredibile risposta sulla sicurezza del Papa. Statura
internazionale? Dieci giorni, migliaia di chilometri, per non
crescere neppure di un millimetro.
Sul piano interno, nei rapporti con gli alleati, il disastro non è
stato minore.
Se i tempi fossero maturi, se non ci fosse la Finanziaria, se la
maggioranza non fosse quella che è, a Prodi sarebbe già stata
indicata la via di uscita. Aveva ragione il suo amico De Benedetti:
Prodi è come un amministratore di condominio. Il problema è che si
comporta come il proprietario degli appartamenti. I condomini lo
sopportano, per ora, ma non hanno alcuna intenzione di farseli
espropriare. Così i nodi verranno comunque al pettine.
22 settembre 2006 Prodi attaccato anche dall’Unità!
C’era un tempo in cui gran parte del popolo
della sinistra non prendeva in considerazione le tesi e gli
argomenti dei moderati soltanto perché non comparivano sulle pagine
del quotidiano del Pci. "L’Unità non lo dice", affermavano i
compagni, e tanto bastava poiché soltanto il quotidiano fondato da
Antonio Gramsci era ritenuto depositario e dispensatore del verbo.
Ebbene, gli scatti, i contorcimenti e la gaffes del Prodi
costituiscono un disastro politico e istituzionale così grave che
nessuno vuole e può nascondere: anche L’Unità, alfine, lo dice. E
con brutale chiarezza, in un crescendo di critiche, ironie,
incitamenti a chiarire il ruolo del Professore nel pasticciaccio
brutto della Telecom. Che siano matti anche all’Unità?
Sta di fatto che quando è saltato fuori il piano stilato da Angelo
Rovati per Telecom, il direttore del quotidiano organico ai Ds,
Antonio Padellaro, ha commentato con durezza: "Sul premier e sul suo
consigliere si è rovesciato di tutto e di più. Giustamente,
aggiungiamo noi, se tutto questo riuscirà a impedire che in futuro
si ripetano gli errori andati a ripercuotersi sull’immagine di Prodi
e del suo governo".
E quando il Professore comincia a cedere e designa Gentiloni a
riferire in Parlamento, è Pasquino a incalzare: "Deve venire di
persona". Ancora: quando il premier furioso e dimezzato infine si
arrende e si rassegna, chiosa: "Difficile giudicare in modo positivo
la lunga incertezza per una decisione che il buon senso avrebbe
dovuto indirizzare subito nella direzione giusta".
E poi i titoli. Prodi afferma di non avere sbagliato niente?
"Infallibile". Le gaffe si moltiplicano? "Non vado. Anzi sì...Tutte
le svolte di Romano il cinese". Non esiste un caso Telecom-Governo?
"Rovati, un caso nel centrosinistra. Prodi irritato dal pressing
dell’Ulivo". E via dicendo.
E singolare che a far rimarcare le durezze dell’Unità nei confronti
di Romano Prodi sia stato il Corriere della Sera con questa
puntigliosa citazione.
Il giornale fondato da Gramsci è stato, in questi giorni difficili
per il viaggiatore cinese, la puntuale espressione del disappunto,
del maldipancia e delle critiche della Quercia nei confronti del
presidente del Consiglio. "Non siamo più in campagna elettorale -
spiega Padellaro -Prodi è al governo, e il nostro compito dev’essere
di incalzarlo e denunciarne i passi falsi, non di lodarne le gesta a
prescindere. Nel caso Telecom, le incertezze e gli errori di
comunicazione sono sotto gli occhi di tutti".
Sulle pagine dell’Unità hanno trovato sfogo, dunque, i risentimenti
e le critiche per Prodi di un ampio spettro della dirigenza diessina,
da D’Alema ad Angius, da esponenti della sinistra interna alla
Finocchiaro. Preoccupa i vertici della Quercia la tenacia con cui
Romano Prodi tenta di crearsi un personale sistema di potere, basato
sull’uso spregiudicato di poteri finanziari ed industriali, con una
pericolosa commistione di pubblico e privato. Non è un caso, quindi,
che per bocciare l’iperattivismo di Palazzo Chigi, dalle alchimie
bancarie al protagonismo in politica estera, anche l’Unità abbia
sentito il bisogno di criticare le tentazioni del dirigismo.
La guerra a Prodi, dall’interno dell’Unione, continuerà. Quella
della caduta per "implosione" è un’ipotesi basata su un’analisi
corretta delle dinamiche politiche. E ad avviare il processo
d’implosione sarà una mano di sinistra.
25 settembre 2006 Prodi aumenta le tasse. Ecco come
I redditi compresi fra i 50 ed i 100 mila
euro saranno i più colpiti dall’aumento delle tasse, previsto dalla
legge finanziaria. La cancellazione del secondo modulo della riforma
fiscale comporterà l’eliminazione di 8 miliardi di benefici
introdotti da quella riforma. E che solo in parte – e per i redditi
più bassi – verrà compensata dal taglio di cinque punti del cuneo
fiscale; taglio che, per i lavoratori, si tradurrà in una
restituzione fiscale di 4 miliardi.
Questa operazione comporterà un aumento della pressione fiscale
sulla classe media superiore al mezzo punto di pil. Una specie di
patrimoniale, che non sarà per nulla compensata dal taglio del cuneo
fiscale.
Dovrebbero essere penalizzati dalla politica fiscale del governo
tutti quei lavoratori dipendenti con uno stipendio che sfiora i 3
mila euro al mese.
Si tratta dei contribuenti con la maggiore propensione al consumo.
Un appesantimento del loro carico fiscale avrà, quindi, un effetto
negativo sui consumi; quindi, sul pil, visto che sono proprio i
consumi interni a tirare la crescita.
Ne consegue che la manovra del governo sarà fortemente recessiva per
l’economia nazionale.
Vale la pena di ricordare che il secondo modulo della riforma
fiscale, reimmettendo nel circuito economico 8 miliardi di euro,
favorì nel 2005 una spinta dei consumi. E che proprio grazie a
quella spinta oggi il pil cresce dell’1,6-1,7%. Eliminarlo sarebbe
talmente grave per l’intero sistema produttivo da annullare gli
effetti benefici della riduzione di 5 punti del cuneo fiscale.
Per non parlare dei riflessi politici. L’operazione fiscale che
hanno in mente Visco e Padoa Schioppa punta a colpire proprio quell’elettorato
moderato. Prodi lo vuole "punire" perché "reo" di aver votato
Berlusconi. Con il risultato che sta reintroducendo la lotta di
classe. Fiscale, questa volta.
26 settembre 2006 Europa. La doppiezza di Prodi
In Europa, Romano Prodi sottoscrive,
insieme a Chirac e Zapatero, una lettera indirizzata all’UE in cui
si chiede una "mobilitazione collettiva che affronti l’emergenza
immigrazione illegale". Al presidente Barroso si propone una serie
di misure necessarie a limitare il fenomeno: dal pattugliamento alla
sorveglianza marittima, dalla necessità di collaborare con i paesi
di origine all’obbligo di offrire accoglienza.
In Italia, sempre lui, demonizza invece la legge Bossi-Fini che si è
rivelata la giusta risposta a quei paesi europei che rimproveravano
l’Italia di essere un "colabrodo" alle frontiere.
Alcuni ministri del governo Prodi chiedono l’abrogazione di questa
legge oltre alla chiusura dei Cpt, i centri che hanno permesso alle
forze dell’ordine di accogliere gli immigrati, di curarli prima di
indirizzarli nelle varie città.
Ancora. Il ministro Amato ha proposto di riconoscere la cittadinanza
agli extracomunitari dopo soltanto cinque anni di residenza nel
nostro Paese: una prospettiva che probabilmente porterà nuovi
elettori all’Unione ma che nel frattempo, come confermano i dati, ha
provocato un’impennata negli sbarchi e purtroppo un aumento di
naufragi e di morti.
Insomma, in Italia trionfa un solidarismo interessato e poi in
Europa si mostra un apparente senso di responsabilità.
E’ la consueta doppiezza di Prodi, ma questa volta il Professore non
si è accorto che l’appello rivolto alla commissione europea in
realtà è una denuncia al governo italiano, è una richiesta di
intervento per correggere la politica italiana. Una denuncia a se
stesso e alla sua incapacità di governare.
27 settembre 2006 La stampa ''amica'' attacca Prodi
Oggi anche la stampa "amica" del governo
critica - spesso con toni aspri - la Finanziaria di Prodi. Ecco
alcuni esempi eloquenti.
Su Il Riformista:
"Scusate, ma può dirsi ricco uno che porta a casa tremila euro netti
al mese? ’Direi proprio di no’ commenta il direttore della
Fondazione Nordest, Daniele Marini. ’...buona parte degli operai
specializzati, tra stipendio e straordinari, quei soldi lì se li
mette tranquillamente in busta’. ’Siamo al ceto medio bello e buono,
altro che ricchi o classe agiata’.
"Il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati: ’Sulla
Finanziaria sono pessimista’... ’è dirigista e strozza i comuni’.
"Il segretario lombardo della Quercia, Luciano Pizzetti, dice:
’sarebbe da manicomio se davvero aumentassimo il prelievo Irpef. Io
ho fatto la campagna elettorale dicendo che non avremmo aumentato le
tasse. Sarebbe un problema andare a dire alla gente che ci eravamo
sbagliati. Qui al nord potremmo fare le valige perché tanto non ci
voterebbero più. Anzi, la gente farebbe bene ad andare in piazza’.
"Arturo Artom, un imprenditore milanese molto vicino a Enrico Letta:
’se si alza il prelievo Irpef, si rischia di ripetere la telenovela
sulla tassa di successione ...dando ragione a Tremonti quando diceva
che l’Unione avrebbe messo le mani in tasca agli italiani’."
L’Unità.
Titolo: "Tagli alla scuola? I sindacati: siamo pronti allo scontro"
"Meno insegnanti e più alunni per classe. La Finanziaria al vaglio
del governo taglia la scuola, divide la maggioranza e fa insorgere i
sindacati che minacciano lo sciopero generale.
"Una vera e propria croce per il centrosinistra che per cinque anni
ha combattuto a fianco di insegnanti e alunni contro i tagli del
ministro Moratti. ’Sulla scuola non possiamo transigere’ tuonava
Giordano in Transatlantico, ’sosterremo le lotte degli insegnanti’.
E Diliberto: ’... forse Padoa Schioppa non risponde agli elettori,
ma il presidente Prodi e il sottoscritto sì e in campagna elettorale
abbiamo detto l’esatto contrario’.
"Verdi, Pdci e Italia dei Valori infuriati perché, accusano, ’siamo
stati messi davanti al fatto compiuto, una finanziaria di cui non
sappiamo nulla...’
"Gestione pericolosa, rischiamo di andare in Parlamento senza rete’,
attacca ancora il segretario del Pdci Diliberto.
Un altro fronte aperto (...) è quello dei comuni, con il presidente
Anci Leonardo Domenici che avverte: ’c’è grande confusione e voci
allarmanti: se tali voci fossero confermate saremmo davanti ad una
manovra totalmente inaccettabile’."
Su Repubblica
Massimo Giannini scrive:
"Lo scontento è universale e trasversale".
"Occorerebbe almeno una condivisione piena e incondizionata tra il
premier, il ministro del Tesoro e la squadra di governo".
"Tra le entrate spicca una revisione dell’Irpef assai pesante in
parte anche per il ceto medio. ...La formula ipotizzata da Visco
(...) costerà circa 6 miliardi di euro a livello di sistema e oltre
100 euro al mese per il singolo contribuente".
"Sulla scuola: rapporto docenti/alunni ridotto da 1 su 138 a 1 su
168, e un taglio di 177 mila ’prof’ in sei anni. Sulla Sanità e la
Pubblica Amministrazione: dal ticket sui ricoveri al pronto soccorso
al taglio del 6%nei consumi intermedi. Sugli enti locali: dal tetto
alle spese sanitarie al giro di vite al patto di stabilità".
"Se a tutto questo si aggiungono la rimodulazione delle tasse sulle
rendite finanziarie e la reintroduzione della tassa di successione,
il risultato finale ricalca l’odiosa equazione smerciata dai
liberisti di tutto il mondo: sinistra=tasse."
28 settembre 2006 Cresce il partito antiprodiano
Europa, il giornale della Margherita,
titola in prima pagina sulla manovra economica: “Finanziaria al rush
finale. Malumori, assalti, tensioni”.
All’interno dello stesso articolo la nota politica prosegue: “A 24
ore dal varo della Finanziaria da parte del governo, intanto, si
moltiplicano allarmi e richieste di parti sociali ed enti locali,
che saranno ricevuti oggi pomeriggio a palazzo Chigi. Mentre gli
autonomi parlano di accanimento fiscale qualora fosse confermato
l’innalzamento dei contributi previdenziali a loro carico, i
sindacati chiedono più risorse per il rinnovo dei contratti del
pubblico impiego e il finanziamento del fondo e la non
autosufficienza… C’è spazio per i malumori soprattutto nell’ala
riformista… Ieri il leader della Margherita e vicepremier Francesco
Rutelli ha rappresentato le preoccupazioni del suo partito
soprattutto per ciò che riguarda le misure del fisco…”
La spalla in prima pagina insiste: “Una finanziaria faticosa... Se
non si ribadisce con coerenza anche davanti alle categorie che sono
il cuore del proprio elettorato la logica del decreto Bersani si
rischia di dar ragione alla destra che nelle scelte dell’Unione vede
logiche di parte e non d’interesse nazionale… Fare una legge
finanziaria è un compito che non si augurerebbe al peggior nemico.
Quindi va dato credito a chi vi sta lavorando. Però per onestà
occorre anche restituire l’impressione di un riformismo che fatica
un po’ troppo.”
Segue così pag.5: “Malumori riformisti” La Margherita preoccupata:
non appariamo come il governo delle tasse… Fassino e Rutelli
spengono i fuochi polemici ma chiunque abbia girato ieri per il
Transatlantico può testimoniare che nella maggioranza il malessere
per come sta venendo fuori questa Finanziaria c’è ed è palpabile”.
Il Riformista, il quotidiano diretto da Paolo Franchi, non usa toni
più morbidi:
“Riformisti amareggiati: hanno vinto Prc e sindacati… La Finanziaria
deve essere centrata sui tagli alle spese, non su aumenti delle
tasse. Confindustria è tornata a ribadirlo nero su bianco in un
comunicato diffuso al termine del primo direttivo dopo la missione
in Cina e il caso Telecom…Le cifre del resto cambiano di ora in ora
e ad oggi si capisce solo che le numerose barricate sui tagli alla
spesa pubblica stanno facendo lievitare il capitolo entrate… Un
autorevole parlamentare dei ds racconta di furibonde telefonate “dai
miei elettori in Piemonte, che hanno la percezione netta che questa
sarà solo una finanziaria di tasse, che nulla sarà fatto per
tagliare la spesa pubblica e che Rifondazione e i sindacati hanno
vinto su tutta la linea…”.
Esiste all’interno della maggioranza, rinfocolata dal caso Telecom,
una sorta di partito antiprodiano che mira per ora a condizionare il
premier e lavora, in tempi medi, per una sua sostituzione?
Quella che poche settimane fa sarebbe stata una provocazione
irrealistica oggi è una ipotesi credibile. Rutelli e una buona parte
della Margherita, D’Alema, i riformisti diessini e adesso lo stesso
Fassino si sono collocati in una posizione di attesa e di
“condizionamento” del premier, segno di una crescente diffidenza nei
suoi confronti di cui la stampa non parla.
La doppia mossa della benedizione (prima) della fusione Intesa-San
Paolo e poi la vicenda Telecom, al di là della difesa di rito del
presidente del Consiglio, hanno suggerito ai maggiori partiti di
governo di stringere il cerchio su Prodi.
Diesse e Margherita hanno capito che il Professore ha deciso di
sfruttare al massimo in chiave personale i primi mesi del suo
mandato per imprimere al governo un marchio che lo renda
riconoscibile indipendentemente dai partiti che lo sorreggono. Non
avendone uno suo, Prodi non vuole correre il rischio del ‘98 quando
furono proprio i partiti a mandarlo a casa.
Tuttavia qualche eccesso nelle sue mosse nel gotha economico del
Paese e l’approssimarsi di una Finanziaria troppo spostata sulla
sinistra antagonista hanno ridato spinta al trasversalismo contro di
lui.
I riformisti diessini e i popolari della Margherita hanno frenato la
corsa al Partito Democratico che dovrebbe dare a Prodi quella
struttura organizzativa e quella forza personale che adesso non ha.
A ben vedere queste diffidenze tra i suoi principali alleati di
governo si stanno sposando in queste settimane di scandali
annunciati e di tormenti legati dall’affaire Telecom, con i fastidi
nei confronti di Palazzo Chigi di buona parte dei cosiddetti poteri
forti.
29 settembre 2006 Chi è il bugiardo?
Usare la politica per gli affari e favorire
gli affari per rafforzarsi in politica. E’ l’accusa più grave e
dirompente per la dignità di un Presidente del Consiglio: un’accusa
che ieri è risuonata in Parlamento e ha incrinato l’immagine di
Prodi come mai era accaduto in passato per un capo del governo
italiano.
Un’accusa che è stata provata dagli interventi circostanziati e
puntuali di tutti i rappresentanti dell’opposizione e che ha
influito sulla difesa, scontata ma obiettivamente tiepida ed
imbarazzata, da parte della maggioranza.
Prodi reticente, Prodi che non dice (tutta) la verità, Prodi che
scarica i suoi più fedeli collaboratori (Rovati) dopo averli usati,
Prodi che interviene a Borse aperte rilevando dettagli sulle
trattative riservate della più grande azienda privata del Paese,
Prodi "cinese" che ridicolizza il Parlamento solo perché gli chiede
- e di fatto gli imporrà - di riferire in Aula sull’affaire Telecom,
Prodi che prova a trasformare il "processo" subìto ieri in una
generica conferenza sul ruolo delle Telecomunicazioni…
Forse non è liberale attizzare nel Paese e nella pubblica opinione
il sospetto che a Palazzo Chigi sieda appunto una persona che sa
usare la politica per orientare i grandi affari e sa favorire questi
affari affinché politicamente lo consolidino. E tuttavia nelle
prossime settimane, favoriti da una Finanziaria che metterà mano
alle tasche di decine di milioni di italiani.
Il match Prodi-Tronchetti non è una gara di vip per stabilire chi
mente: c’è quel comunicato di Palazzo Chigi dell’8 settembre, che
troppi italiani non conoscono, in cui Prodi nega di opporsi alla
eventualità della vendita di Tim. Prodi ne parla e ne scrive prima
dell’11 settembre di Marco Tronchetti.
Dunque sapeva e non poteva non sapere, come quella nota ufficiale
dimostra inequivocabilmente. Ed è lì, anzi è da lì, che è iniziata
la sua penosa retromarcia che ha lasciato a terra Rovati ma che ha
incrinato definitivamente l’immagine del Premier. Dunque chi è il
bugiardo?
30 settembre 2006 Fermi tutti! Questa è una manovra!
Tredici miliardi di maggiori entrate
fiscali, e forse più. Tagli di spesa (che molto spesso sono aggravi
sui cittadini come nel caso dei ticket sanitari) per 20,360 miliardi
di euro. La manovra economica 2007 varata dal governo ipotizza tagli
alla previdenza per 4,560 miliardi di euro, alla sanità per 3
miliardi, nella Pubblica amministrazione per 3,22 miliardi, alle
amministrazioni periferiche (grazie al patto di stabilità interno)
di 4,58 miliardi di euro. Infine, ci sono 5 miliardi che vengono dal
Tfr. Molte le novità, spesso poco piacevoli, inserite nella
Finanziaria.
Tasse sulla casa. Ici, doppio rincaro per finanziare le spese dei
Comuni
Doppio aumento in vista per l’Ici. Il primo scatterà con la
revisione degli estimi catastali. Un loro aumento produrrà
automaticamente un rincaro - anche ad aliquote invariate - delle
imposte sulla casa (indipendentemente se prima o seconda casa). Il
secondo aumento arriverà quando i Comuni introdurranno la «tassa di
scopo». Potranno rialzare l’aliquota Ici fino a un massimo dell’8
per mille, per finanziare infrastrutture nel settore dei trasporti o
misure per l’arredo urbano. I rincari dovranno compensare i minori
trasferimenti pubblici agli enti locali.
Irpef. Con uno stipendio da 3mila euro parte il salasso
Controriforma dell’Irpef. Le aliquote diventano cinque: la più
bassa, 23%, si applica ai redditi fino a 15mila euro; la più alta,
43%, scatta oltre i 75mila euro. Con la nuova «curva» Irpef si
iniziano a pagare più tasse superati i 40mila euro. A 55 mila euro
non si calcola più la no tax area. Per le fasce più basse le
deduzioni fiscali vengono trasformate in detrazioni. Chi pagherà più
tasse saranno i redditi fra i 28 ed i 55mila euro. Oltre a quelli
sopra i 75mila.
Liquidazione. Due terzi del Tfr dalle aziende passano all’Ente
Una delle pensate più brillanti della Finanziaria è il trasferimento
del 65% del Tfr inoptato (cioà non destinato dai lavoratori a fondi
pensione complementari) dalle casse delle aziende ad un Fondo,
costituito presso la Tesoreria ma amministrato dall’Inps. Così,
senza colpo ferire, l’Inps mette le mani su un flusso annuale che
viene calcolato dalla finanziaria in 5 miliardi di euro. I
lavoratori - proprietari, è bene ricordarlo, del Tfr - dovrebbero
poter conservare i benefici previsti, come l’anticipo del Tfr per
comprare o ristrutturare casa, o per spese mediche. Così, almeno,
giura «Tps».
Cuneo fiscale. Nord penalizzato in un taglio spalmato e ridotto
Era stata la grande promessa della campagna elettorale. Tagliare gli
oneri fiscali e previdenziali a carico delle imprese di 5 punti per
un totale di 10 miliardi nei primi cento giorni di governo.
Confindustria ci aveva creduto. Sono passati più di 4 mesi e il
cosiddetto «taglio del cuneo» si è ridotto a 6 miliardi dei quali il
40% destinato ai lavoratori. Alle imprese restano così poco più di
3,5 miliardi di euro di sgravi ripartiti in due tranche (febbraio e
luglio 2007) e soprattutto con ulteriori vantaggi per il
Mezzogiorno. Al Nord, locomotiva d’Italia, rimane poco o nulla.
Sanità. Prelievo forzoso su pronto soccorso ricette e prestazioni
La Finanziaria 2007 non ha risparmiato neanche il settore della
Sanità da nuove forme di prelievo forzoso. L’obiettivo è la
riduzione della spesa, il mezzo è l’imposizione di nuovi ticket
sulle prestazioni. In particolare, dal 10 gennaio prossimo si
pagheranno di più le visite specialistiche (10 euro sulla ricetta),
le urgenze di pronto soccorso non seguite da ricovero (23 euro) e
quelle meno gravi, il cosiddetto «codice verde» (43 euro). Dovranno
pagare per intero la prestazione anche gli esenti che non ritirano i
risultati delle analisi. Le Regioni che superano i tetti di spesa
dovranno imporre ticket automatici.
Mobilità. Seimila operai Fiat in uscita a 57 anni a carico dello
Stato
Il governo Berlusconi non l’aveva concessa. La prima finanziaria di
Prodi, invece, accoglie le richieste della Fiat affinché sia
concessa la mobilità lunga ai suoi lavoratori in esubero. Si prevede
infatti che per 6.000 lavoratori delle imprese i cui piani «siano
stati oggetto di esame presso il ministero del Lavoro nel periodo
tra il 1º gennaio 2007 e il 28 febbraio 2007», non valgano le nuove
regole per l’anzianità. Potranno quindi andare in mobilità per tre
anni a carico dello Stato, per i successivi a carico delle imprese
fino alla pensione. Anticipata e di nuovo a carico dello Stato.
Previdenza. Pensioni d’anzianità chiusa una finestra
La riforma, quella che dovrà decidere sull’aumento dell’età
pensionabile, sarà oggetto di una trattativa futura fra governo e
sindacati. Intanto, per fare un bel po’ di cassa per il 2007 - per
la precisione 4,56 miliardi - si chiude una delle quattro finestre
di uscita per i pensionamenti d’anzianità. E soprattutto si
aumentano le aliquote previdenziali a carico dei lavoratori autonomi
(19,5% dal 1º gennaio prossimo e 20% dal 1º gennaio 2008), mentre
per i parasubordinati (i «co.co.co») l’aliquota passa subito al 23%.
Bollo auto. Rincari a raffica E costerà di più possedere un Suv
Un euro in più nella tassa di circolazione dei Suv, cioè per i
fuoristrada, e penalizzazioni per le auto inquinanti. Nel menù delle
nuove entrate previste dalla Finanziaria 2007 torna un classico: il
ritocco del vecchio «bollo». Questa volta, ha assicurato il
viceministro Vincenzo Visco, le finalità sono di tipo ambientale e
quindi lo stato non ci guadagnerà niente. Si pagheranno 0,40 euro
per ogni kilowatt che si aggiunge per i motori che vanno da «Euro
zero» a «Euro tre». Fino all’esenzione dal pagamento della tassa per
cinque anni per le «Euro quattro».
1° ottobre 2006 Clandestini? Un affare per i sindacati
Il governo ha affidato ai patronati
sindacali il compito di sbrigare le pratiche per fare ottenere agli
stranieri il permesso di soggiorno. Un protocollo firmato al
Viminale il 9 febbraio scorso, che però è stato messo a punto
soltanto nelle ultime settimane, allarga anche agli «istituti di
patronato e di assistenza sociale» il disbrigo dei «procedimenti
amministrativi per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno
e delle carte di soggiorno dei cittadini stranieri». Enti che devono
svolgere anche «attività di assistenza, informazione e consulenza».
Formalmente è una sperimentazione che durerà tre anni e sarà
completata con il progressivo trasferimento delle competenze sui
permessi di soggiorno dalle questure ai Comuni: i lasciapassare non
saranno più autorizzazioni di polizia ma semplici atti
amministrativi degli enti locali.
Chi non passa dal patronato può continuare a farsi del male facendo
le solite code. La pubblica amministrazione alza insomma bandiera
bianca e appalta una fetta del proprio lavoro (e del consenso
sociale e politico) a istituti che si autodefiniscono di «mediazione
sociale» e che ormai si sono conquistati una sorta di monopolio dei
rapporti tra burocrazia e cittadini, soprattutto lavoratori
dipendenti e anziani. Calcoli pensionistici e relative domande,
denunce dei redditi, pratiche sanitarie, e ora anche i permessi di
soggiorno. I sindacati sono pronti ad accogliere nuovi iscritti e ad
affrontare il prossimo passo: le carte per fare ottenere la
cittadinanza agli stranieri.
La legge assegna loro esplicitamente compiti di consulenza e
informazione sui diritti degli immigrati, incarichi da svolgere
gratuitamente; eppure hanno un tornaconto: più pratiche aprono,
maggiore sarà il punteggio accumulato in vista della spartizione dei
finanziamenti pubblici. I patronati infatti si sostengono con una
quota (lo 0,226 per cento) del gettito dei contributi previdenziali
obbligatori incassati da Inps, Inpdap, Inail e Ipsema. Soldi delle
pensioni, dunque.
Questo fondo nel 2002 è stato pari a 259 milioni di euro, nel 2003
ha superato i 293 milioni e nel 2004 (i dati ufficiali saranno
diffusi a novembre dalla Ragioneria generale dello Stato) dovrebbe
superare i 320 milioni di euro. Esso viene ripartito in base a un
punteggio calcolato sul complesso dell’attività svolta. Ogni pratica
sbrigata fa salire il punteggio. E milioni di stranieri
rappresentano un bacino d’utenza assai promettente.
Gli immigrati conoscono bene i patronati, perché appena mettono
piede in Italia trovano sempre qualcuno che consiglia loro di
andarci subito. Lì ricevono notizie su come ottenere assistenza
sanitaria e altri sussidi: case popolari, utenze (luce, gas,
telefono) in «fascia sociale», buoni alimentari, asili nido e quant’altro.
Quando uno straniero varca la porta di un patronato su consiglio di
qualche amico arrivato prima di lui, difficilmente saranno compiute
verifiche sulla sua provenienza e sulle sue dichiarazioni; ma gli
operatori sociali, per aiutarlo, faranno a gara nell’aprire
pratiche. Magari, se lo straniero si metterà in regola e troverà un
lavoro, il patronato che è anche Caf elaborerà il redditometro e il
modello Unico. E questi sono tutti servizi che danno diritto a
rimborsi statali.
Nella Finanziaria anche 10 milioni su Radio
Radicale
Nella bozza di Legge Finanziaria entrata in Consiglio dei ministri
venerdì scorso c’è un articoletto (il numero 61 per la precisione)
che riguarda Radio Radicale. L’emittente del partito di Marco
Pannella, del presidente della Commissione Attività produttive
Daniele Capezzone, del ministro del Commercio Estero Emma Bonino, in
una legge di tasse e austerità per tutti può festeggiare. Nella
bozza infatti si legge che «è autorizzata la spesa di 10 milioni di
euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 per la proroga della
convenzione tra il ministero delle Comunicazioni e il Centro di
Produzione Spa, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, della legge 11
luglio 1998, numero 224». La bozza di legge Finanziaria non è
ovviamente quella che uscirà dalla riscrittura nel Consiglio dei
ministri di venerdì, dalla messa a punto di ieri e dalla lucidatura
di oggi ma, se saranno confermati, dieci milioni di euro l’anno
(circa venti miliardi di vecchie lire) per Radio Radicale sono un
bell’assegno. Cambiano i governi, le maggioranze e pure le
repubbliche, Radio Radicale continua a incassare per il suo servizio
in diretta e in differita sulla vita politica del Paese. Lo fa, a
dire il vero, quasi in regime di monopolio, visto che la Rai di quel
servizio pubblico radiofonico (per il quale incassa il canone)
sembra non volersene far carico seriamente.
2 ottobre 2006 Chi guadagna cappuccino e brioche
E’ una manovra redistributiva, dice Prodi.
Cioè, tassa i ricchi per diminuire il prelievo fiscale sulle fasce
meno fortunate della popolazione. Ma quanti soldi in più si
troveranno le fasce basse di reddito?
Un lavoratore dipendente con moglie e figli minorenni a carico, e
con un reddito di 15 mila euro all’anno, avrà un beneficio fiscale
di 61 euro al mese. Si tratta di due euro al giorno. Cioè, grazie
alla manovra di Prodi, questo contribuente si potrà permettere un
cappuccino ed una brioche in più al giorno.
Lo stesso cappuccino e brioche, però, non se lo potrà permettere
chi, pur con lo stesso reddito e nelle medesime condizioni
familiari, è stato assunto grazie alla Legge Biagi. L’aumento dei
contributi previdenziali per i lavoratori parasubordinati, infatti,
assorbirà per intero lo sgravio fiscale concesso dalla controriforma
Visco.
Il motivo di questa discriminazione per identica fascia di reddito è
tutta politica. Il primo lavoratore dipendente, con quella
fattispecie di reddito e di famiglia, è senz’altro iscritto alla
Cgil; soprattutto se vive al Nord e lavora in fabbrica. Oppure alla
Cisl e Uil se è un ministeriale e lavora nel Centro Sud. Insomma, se
è sindacalizzato.
L’altro lavoratore, il parasubordinato, al contrario, non è iscritto
a nessun sindacato; in quanto, i parasubordinati ed i lavoratori
"atipici" non hanno simpatia per il sindacato, che difende solo i
lavoratori che un lavoro lo hanno già. E nemmeno tutti, visto che
ormai più del 60% degli iscritti ai sindacati confederali sono
rappresentati dai pensionati.
Per queste ragioni, Epifani dice di condividere la legge finanziaria
di Prodi. Non tanto perché redistributiva. Ma perché tarata sui suoi
iscritti. Insomma, una finanziaria per Cipputi, da cappuccino e
brioche.
3 ottobre 2006 Prodi scappa
Per quanto tempo i ministri di questo
governo continueranno a proteggere e a coprire Prodi? E’ di queste
ore la decisione del premier di non partecipare ad alcun tipo di
talk show per non finire nel tritacarne delle accuse.
Il Professore, infatti, dice di essere un moderato, un democratico,
uno che non rifugge il confronto. Dice. Poi, nei fatti, scappa a
gambe levate, evita – per quanto possibile – domande scomode e
situazioni nelle quali dovrebbe difendersi. Ufficialmente motiva
questa sua decisione con il fatto che se andasse in tv sarebbe
costretto a difendersi dagli attacchi e non potrebbe spiegare come
vorrebbe perché questa Finanziaria punta allo sviluppo. In sostanza
scappa dalle trasmissioni perché i giornalisti e gli altri ospiti
non gli farebbero le domande che vorrebbe (è lui che vuole la stampa
asservita!), mentre viceversa lo accuserebbero di aver introdotto
una raffica di tasse. Che poi è la verità.
Ecco allora che il premier manda allo sbaraglio i vari Bersani,
Bindi, Rutelli. E lui? Se ne sta comodo comodo a palazzo Chigi, in
compagnia di Visco, i veri artefici di questa Finanziaria delle
tasse.
Insomma, Prodi e Visco sono la mente ma non ci mettono la faccia.
Non ci pensano neppure. Già perde consensi così, figuriamoci se va
pure in tv a parlare delle 56 nuove tasse introdotte dal suo
governo…
Una sola cosa emerge chiaramente
dall’intervento di Prodi in difesa della Finanziaria: la sua
inguaribile inclinazione a mentire agli italiani. Lo ha fatto in
campagna elettorale, quando negato che avrebbe aumentato le tasse,
lo fa oggi quando nega che questa sia una finanziaria fondata sulle
tasse.
Afferma: “Scrivendo la Finanziaria ho pensato alla delusione che
avrebbero provato i critici di professione non trovare nuove tasse,
tagli delle pensioni, imposte sulle successioni e le donazioni”. Si
tranquillizzi: i critici se li ritrova in casa e la delusione è di
quanti lo hanno votato, perché nella Finanziaria tutte quelle cose
ci sono e in abbondanza.
Le falsificazioni del Governo cominciano dal comunicato stampa con
il quale si dichiara un vantaggio Irpef per i redditi fino a 40mila
euro. Il confronto basato sul mix aliquote-sconti (Il Sole 24 Ore)
racconta una storia diversa.
Mentre per i redditi fino a 25mila euro i vantaggi fiscali sono
minimali (da 59 a 135 euro), già i contribuenti con 30mila euro di
reddito pagheranno di più. Parliamo di famiglie che vivono con meno
di duemila euro al mese. Questi sono i “ricchi” che, secondo
Rifondazione Comunista, finalmente “piangeranno”.
L’improntitudine di Prodi arriva a negare che nella Finanziaria vi
siano imposte sulle successioni e sulle donazioni.
Come tutti hanno appreso, perfino su quella larga fetta della stampa
appiattita sulla linea del Governo, è che la tassa sulla successione
(e sulle donazioni) è stata reintrodotta surrettiziamente con nuove
tasse di registro e ipotecarie. E la nuova “tassa sul morto” parte
da 180mila euro: altrochè i “molti milioni” promessi da Prodi in
campagna elettorale.
Quella stessa coalizione che aveva promesso di non aumentare le
tasse e invece lo sta facendo, ora promette, per bocca di Visco, di
restituire tra un anno “i soldi che chiediamo oggi”. Con quale
credibilità?
Sulla stessa pagina del Messaggero che ha ospitato la lettera di
Prodi viene annunciato che i Comuni sono sul piede di guerra. E il
sindaco Cacciari che, fino a prova contraria, non è di destra,
boccia la manovra e conferma che gli enti locali dovranno ricorrere
ad addizionali Irpef. Annullando così anche gli scarsi benefici per
i redditi bassi, annunciati con tanta ridondanza da Prodi.
Il quadro dei “benefici fiscali” per i contribuenti si chiude con la
cosiddetta ”rimodulazione” delle rendite finanziarie: più tasse
anche sui Bot e i titoli di Stato. Quando lo dicevamo noi, ci
accusarono di “delinquenza politica”. Rimandiamo l’insulto al
mittente.
Per finire: il contribuente medio italiano, tra imposte dirette,
indirette e contributi sociali, dovrà versare al Fisco circa il 50%
del proprio reddito. Schiavo e non cittadino.
Quanto al capitolo “sviluppo”, quel che viene dato alle imprese con
una mano, quella di un cuneo fiscale diluito e non “tutto e subito”
(altra promessa non mantenuta), viene abbondantemente tolto con
l’altro.
Lo “scippo” di cinque miliardi del Tfr è clamoroso. Non si capisce,
anzitutto, come un debito delle aziende (tale è), passando all’Inps
possa trasformarsi in un attivo dello Stato.
4 ottobre 2006 Bollo auto: se non ti puoi permettere
una Fiat nuova,
pagherai di più
Con la legge Finanziaria 2007 scattano una
serie di rincari per la tassa di possesso delle automobili.
I Suv (Sport utility vehicle), come le altre auto, devono rispettare
degli standard ambientali, e nel giro di pochi anni tutti i
fuoristrada, come l’intero parco circolante, saranno in linea con le
specifiche Euro4. Per ora, tuttavia, chi non può permettersi una
vettura nuova, sarà costretto a pagare di più, infatti, il disegno
di legge introduce il principio della tassazione progressiva in
funzione delle emissioni inquinanti.
Superbollo per i Suv
Dal 1° gennaio 2007 le autovetture e gli autoveicoli per trasporto
promiscuo di peso complessivo superiore a 2.600 kg, con esclusione
di quelli aventi un numero di posti uguale o maggiore a 8
pagheranno, anno dopo anno, una sovrattassa di 2 euro per ogni kw (kilo
watt).
Torna il superbollo per i diesel
Le autovetture e gli autoveicoli per trasporto promiscuo con
alimentazione a gasolio non catalizzati dovranno pagare, in aggiunta
alla normale tassa automobilistica, una sovrattassa pari a 6,63 euro
per kw. Attenzione: tale sovrattassa si cumula, ove ne ricorrano le
condizioni, con quella prevista per le vetture di peso complessivo
superiore a 2.600 kg.
Autocarri tassati come autovetture
Una misura tesa a disincentivare la trasformazione di autovetture in
autocarro: la tassazione di tutti i veicoli per i quali sia stato
effettuato il cambio di destinazione dalla categoria M1
(autovetture) a quella N1 (autocarro) sarà effettuata in base alla
potenza effettiva dei motori.
Insomma, tutti i veicoli trasformati in autocarro pagheranno lo
stesso bollo che pagano le corrispondenti autovetture.
Riepilogo delle tariffe
"Euro4" e "Euro5": la tariffa di 2,58 euro per kw resta invariata
"Euro3": la tariffa sale a 2,7 euro per kw
"Euro2" :la tariffa sale a 2,8 euro per kw
"Euro1": la tariffa sale a 2,9 euro per kw
"Euro 0" non catalitiche: la tariffa sale a 3 euro per kw
"SUV": la sovrattassa prevede un importo aggiuntivo pari a 2 euro
per kw (veicoli di peso complessivo superiore a 2.600kg e fino a 6
posti).
(Fonte: Finanziaria)
Scheda a cura di Renato Brunetta
5 ottobre 2006 Finanziaria: c'è qualcuno a cui piace?
(a parte Prodi e Padoa Schioppa)
Che la Finanziaria di Prodi sia inadeguata,
iniqua e punitiva per tutti non lo dice soltanto l’opposizione. Oggi
lo confermano i quotidiani “schierati”, quelli che sinora hanno
saputo supportare tutte le “magagne” dell’Unione; i sindaci
dell’Unione; leaders sindacali (attuali e non); alleati di governo;
Confindustria.
Il Sole 24 ore affida l’editoriale ad un liberale doc come Salvatore
Carruba e titola “Ceto medio incompreso e riformismo perduto”, che
ne fa già pregustare il senso.
Dopo aver ironizzato sul ministro Padoa Schioppa che si è dichiarato
incapace “di comprendere le lamentele dei ricchi” e dopo aver
precisato che in questa categoria vengono iscritti i percettori di
un reddito di tremila euro al mese, Carruba scrive, usando le parole
di Cossiga, che la Finanziaria è una “manovra di classe” e aggiunge
che “è un banco di prova: per il governo, per la legislatura, per la
maggioranza, per l’opposizione.
Perché tutti devono prospettare l’Italia che vogliono, che ancora
non appare come un’Italia più libera, più moderna, più efficiente e
più imprenditiva. E che perciò non potrà essere un’Italia più
giusta”.
A pag. 5, il quotidiano della Confindustria pubblica alcune tabelle
relative agli effetti della finanziaria sulle famiglie con i diversi
redditi: numeri più esplicativi di tante parole.
La Stampa, finora il quotidiano più filo-governativo, oggi sterza
bruscamente e dedica alla Finanziaria cinque pagine tutte con titoli
di “lotta”.
“Finanziaria, la rivolta dei sindaci rossi” caratterizza la prima
pagina e spiega: “L’ira dei sindaci ulivisti sul governo. I primi
cittadini di sinistra non vogliono essere additati come i ‘vampiri’
che aumentano le gabelle per recuperare i tagli”.
Domenici, sindaco fiorentino leader dell’Anci, avverte il governo:
“State tagliando il ramo sul quale siete seduti”.
Chiamparino, primo cittadino torinese: “La Finanziaria ci chiede di
tagliare 190 milioni di euro? Semplice: o cambia la Finanziaria o
portiamo le chiavi del comune a Palazzo Chigi”.
Walter Veltroni che lamenta per la capitale un taglio tra i 200 e i
250 milioni di euro: “Si mettono a rischio i servizi”.
Cofferati, l’ex sindacalista che si è offerto a Bologna: “Scenario
insostenibile che preoccupa”.
Tra i meno noti il sindaco ds di Ferrara che dichiara: “Non mi va
giù che un governo di sinistra mi dia il permesso di aumentare le
tasse ai cittadini per coprire i suoi tagli”.
Altri titoli sempre del quotidiano torinese: “Taglio del cuneo,
dipendenti beffati”, “Sindacato padrone d’Italia, sulla manovra il
timbro di Cgil, Cisl e Uil”, “Tfr, una scelta sbagliata e ingiusta”
e, a proposito del meeting di Capri dei giovani imprenditori, “La
base grida allo scippo.
Cresce la voglia di rompere con il governo”. E, ancora, un
editoriale affidato a Luca Ricolfi, il quale – fra l’altro –
rimprovera: “Contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale
il governo metterà le mani nelle tasche degli italiani e lo farà in
modo massiccio”. “I veri poveri piangono come prima perché – non
pagando tasse – non ricavano alcun beneficio dalla rimodulazione
delle aliquote, i veri ricchi ridono perché nulla fa supporre che
qualcosa li potrà davvero costringere a rivelare i loro redditi al
fisco”. “Il risanamento dei conti è un (…) risultato incerto perché
si basa su una mossa di finanza creativa di dubbia correttezza
contabile”.
“…Perché il governo ha presentato le cifre della Finanziaria in modo
così confuso e poco trasparente? Perché tanto accanimento nel
disinformare i cittadini?”. “Ma soprattutto, perché ci venite a
raccontare che è colpa del governo precedente?”.
Il Corriere della Sera riprende la rivolta dei sindaci e il
malcontento della Confindustria: “Tensione sulla Finanziaria. I
sindaci dell’Unione contro la manovra” per poi dare ampio spazio a
Cofferati la cui intervista dovrebbe diventare un manifesto di Forza
Italia.
Tra l’altro il quotidiano di via Solforino riporta una curiosità:
“La manovra ‘taglia’ i bocciati. ‘Così risparmiamo sui professori’”.
“Con 644 classi in meno, ci sarebbe una riduzione di 1.455 docenti e
425 segretari, bidelli e custodi”: alla faccia della precarizzazione
rimproverata al governo Berlusconi, la sinistra licenzia!
Insomma, sulla Finanziaria, la stampa amica rinuncia ad essere
complice. E siccome questo governo l’ha fatta davvero grossa, non
sono complici nemmeno i giornali di partito.
L’Unità titola: “Sindaci in rivolta, il governo tratta” e in un
articolo precisa in 50 euro la cifra destinata ai più deboli,
ammettendo che “non sarà una festa…”.
Liberazione: “Sindaci in rivolta: la manovra ci strangola”.
Il Riformista punta il dito sul sindacato di sinistra: “Epifani
cerca (ma non trova) i benefici del cuneo fiscale.
Il segretario della Cgil chiede lumi sui reali vantaggi per i
dipendenti. Delusi anche sindaci e Confindustria”.
Di grande effetto il titolo del Manifesto: “Tax and the City” e di
grande impatto l’editoriale con un titolo significativo: “Così
cominciò il dopo-Prodi”. Parola di Comunisti.
I sindaci dell’Unione attaccano la manovra
del Governo, del loro Governo, e da Palazzo Chigi arriva l’immediata
disponibilità a trattare. C’è chi strilla di più e minaccia di
consegnare a Prodi le chiavi della sua città (Chiamparino); c’è chi
ne approfitta per salire in cattedra e regolare i suoi personali
conti politici e sindacali (Cofferati); c’è chi conferma la sua
predisposizione ittica a fare il pesce in barile (Veltroni,
naturalmente) e si guarda bene dal minacciare gli stessi sfracelli
promessi al governo Berlusconi (“spegneremo 44mila lampioni,
cancelleremo 20mila posti negli asili, chiuderemo i musei alle
17,30…” e via dicendo).
Di buono c’è che la rivolta dei Comuni è la conferma di quanto
abbiamo sostenuto da subito: che questa Finanziaria fa acqua da
tutte le parti, che è fatta di sole tasse, che è punitiva per la
fascia medio-bassa dei contribuenti, che i pochi e miserevoli
benefici fiscali (un cappuccino al giorno) per i cosiddetti ceti
deboli saranno abbondantemente annullati dalle stangate degli enti
locali, che nulla resta per investimenti e sviluppo.
Ma attenti. Un po’ di diffidenza non guasta. L’immediata
disponibilità di Prodi a trattare, lascia intravedere una storia
tutta diversa. “I sindaci dell’Unione contro il governo dell’Unione”
somiglia stranamente a un “teatrino” del quale la sinistra è
specialista. Sinistra di lotta e di governo, sinistra che appicca il
fuoco e poi si veste da pompiere, sinistra che indossa
contemporaneamente i panni della maggioranza e dell’opposizione. Da
una parte bastona, dall’altra difende i bastonati.
Così si apre l’ennesimo tavolo di concertazione (solo a
Confindustria è stato negato, con lo scippo sul Tfr). Il Governo,
c’è da giurarlo, cederà. Naturalmente andando a reperire la
copertura delle risorse presso i soliti noti, i sindaci dell’Unione
torneranno soddisfatti nei loro municipi. Ci racconteranno quanto
sono stati bravi a difendere i cittadini e ad agire in grande
autonomia anche nei confronti di un Governo amico. Ci diranno anche
quanto è stato bravo il Governo di sinistra (diversamente da
Berlusconi) a comprendere le loro buone ragioni.
Morale della storia: l’opposizione se la fanno da soli, vorrebbero
l’esclusiva.
“Colpiti i deboli e i ceti medi”. Per noi
non è una novità, seppure respinta con sdegno dal Governo.
La notizia è che Sergio Cofferati, tra i sindaci in rivolta, non si
limita a reclamare più risorse per Bologna, ma proclama (Corriere
della Sera) a chiare lettere questa verità negata e attacca a tutto
campo la Finanziaria. Non ci resta che lasciare a lui la parola.
“Il mutamento delle aliquote inasprisce il prelievo fiscale anche
per alcune fasce medio-basse…Da 40mila a 100mila euro tutti pagano
di più rispetto a prima. E non credo che questi possano essere
considerati ricchi”.
“Quando ho sentito Padoa-Schioppa parlare dei “ricchi” sono rimasto
basito. In realtà parlava di una platea formata dal lavoro
dipendente e dal ceto medio produttivo, che storicamente paga le
tasse”.
“A quelli che tecnicamente si possono considerare davvero ricchi, la
modifica delle aliquote non chiede nulla. Accreditare l’idea che
75mila euro sia la soglia della ricchezza significa accomunare i
benestanti a chi guadagna dieci volte tanto”.
“E’ un’azione pesante sul ceto medio produttivo. I veri ricchi sono
esattamente nella posizione di prima”.
“Dopo che Padoa Schioppa si è presentato come Robin Hood, arrivano
gli sceriffi di Nottingham. Lui difende i poveri e noi sindaci
dovremmo vessarli. Se l’Irpef li difende e l’aumento delle tasse
locali li colpisce, la somma algebrica è zero”.
“Epifani? I benefici della riduzione del cuneo sono assorbiti dalla
riforma Irpef, la stessa che penalizza i ceti medi produttivi”.
“La previdenza? Per ragioni a me incomprensibili, per non spostare
in avanti di qualche settimana l’uscita dal lavoro di qualche decina
di migliaia di persone, si sono aumentati i contributi previdenziali
a milioni di lavoratori dipendenti, oltre agli incrementi per
autonomi e parasubordinati”.
Firmato: Sergio Cofferati. Non c’è una parola da aggiungere.
Confindustria: giudizio “preoccupato”
Confindustria conferma il suo ’’giudizio preoccupato sulle scelte
operate dalla finanziaria’’, soprattutto per quanto riguarda ’’il
trasferimento forzoso del Tfr allo Stato’’, e percio’ l’associazione
di Viale dell’Astronomia ’’auspica un’azione di governo volta ad
affrontare la questione trovando soluzioni con il consenso delle
forze sociali interessate’’. E’ quanto si legge in una nota diffusa
dal comitato di presidenza di Confindustria al termine della
riunione che si e’ tenuta nel pomeriggio a Milano nella sede di
Assolombarda.
’Confindustria - continua la nota - si sarebbe aspettata piu’ tagli
agli sprechi e alle spese improduttive, meno imposte a livello sia
centrale che locale e piu’ riforme volte al futuro’’. Confermato il
giudizio positivo sul taglio del cuneo fiscale, ’’strumento
irrinunciabile per il sostegno allo sviluppo’’ che ’’va a beneficio
sia delle imprese sia dei lavoratori e rappresenta la conferma di un
impegno assunto durante la campagna elettorale ribadito nel
programma dell’esecutivo’’. Ma la confederazione degli industriali
’’sottolinea ancora una volta che il trasferimento forzoso del Tfr
allo Stato e’ una scelta sbagliata nella forma e nella sostanza, e
per di piu’ ingiusta’’. In particolare perche’ ’’si tratta di denaro
prima di tutto dei lavoratori, ai quali viene tolta autonomia di
scelta’’. Inoltre ’’il provvedimento del Tfr tocca la struttura
patrimoniale delle imprese, un punto debole di gran parte del nostro
sistema industriale’’. Percio’, conclude la nota, ’’su questo
aspetto Confindustria auspica un’azione di governo volta ad
affrontare la questione trovando soluzioni con il consenso delle
forze sociali interessate’’. [Agenzia di stampa Asca del 4 ottobre,
ore 21.22 ]
6 ottobre 2006 Il fisco oppressivo del governo Prodi
"Meno tasse, ma le pagheranno tutti".
Questo è stato lo slogan della campagna elettorale di Prodi e di
tutto il centro sinistra.
Passando al setaccio il disegno di legge finanziaria 2007, il
decreto legge di delega in materia fiscale, e il decreto legge
collegato, scopriamo, invece, che le nuove tasse sono ben 69!
Nuove tasse
Decreto legge
[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal
comma e dal contenuto della tassa]
1. 1 2 aumento garanzia per depositi fiscali a fini IVA
2. 3 3 aumento aggio riscossione a carico del contribuente
3. 4 1 ammortamento immobili in leasing
4. 3 2 ammortamento spese per oggetti d’arte, antiquariato,
collezione
5. 3 pronti contro termine
6. 3 4 incremento imposta sostitutiva per cessione a titolo oneroso
di immobili e terreni
7. 3 8 Campione d’Italia
8. 5 1 catasto cat. E (stazioni, edicole per giornali e simili,
chioschi per bar, per rifornimenti di auto, per sale di aspetto di
tramvie, pese pubbliche, etc.)
9. 5 2 catasto terreni
10. 5 6 rendite catastali cat. B (Collegi e convitti, educandati,
ricoveri, orfanotrofi, ospizi, conventi, seminari, caserme, Case di
cura ed ospedali Uffici pubblici, Scuole e laboratori scientifici,
Biblioteche, pinacoteche, musei, gallerie, accademie, Magazzini
sotterranei per depositi di derrate, Cappelle ed oratori non
destinati all’esercizio pubblico dei culti
11. 6 1 Imposta di registro successioni e donazioni – tassa fissa
12. 6 Imposte ipocatastali successioni e donazioni – tassa fissa
13. 6 Imposte di registro successioni e donazioni – percentuale
14. 6 Imposte ipocatastali successioni e donazioni - percentuale
15. 7 1 bollo auto per SUV in base a potenza motori
16. 7 aumento diesel per autotrazione
17. 7 tasse ipotecarie
18. 7 18 tributi speciali catastali
19. 7 25 auto a dipendenti (applicazione retroattiva)
20. 28 riduzione rimborsi tariffe postali abbonamenti per case
editrici e giornali
21. 32 compenso agli editori per la riproduzione di articoli di
riviste o giornali. Esclusione dall’obbligo di compenso per
amministrazioni pubbliche
Nuove tasse
Disegno di legge finanziaria
[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal
comma e dal contenuto della tassa]
22. 3 1 aumento aliquote e revisione scaglioni IRPEF
23. 3 3 revisione detrazioni (55.000 €)
24. 5 1 studi di settore: revisione triennale
25. 5 Analisi di coerenza
26. 5 2 applicazione retroattiva (periodo di imposta 2006)
27. 5 4 ridefinizione limite ricavi per applicazione studi di
settore
28. 5 7 società nuove: altri indicatori di coerenza specifici
29. 5 8 applicazione ai contribuenti con periodo di imposta diverso
dai 12 mesi
30. 5 16 detrazioni spese medicinali (CF destinatario e natura,
qualità, quantità)
31. 5 17 IVA giochi e scommesse
32. 5 19 rivendita auto per handicappati entro 2 anni dall’acquisto:
differenza maggiori imposte
33. 6 1 IRES opere di durata ultrannuale
34. 6 2 ammortamento concessionari costruzione ed esercizio opere
pubbliche
35. 6 3-4 Riporto perdite redditi esenti
36. 6 5 Bollo imposta proporzionale
37. 6 apparecchi da divertimento
38. 6 aumento tabacchi (100 milioni)
39. 6 2 sblocco aumento addizionali irpef comuni
40. 6 12-20 Dati ICI in dichiarazione dei redditi
41. 7 Acconto addizionale comunale IRPEF
42. 8 imposta di scopo per opere pubbliche comunali
43. 9 tassa di soggiorno comunale
44. 10 2 province Imposta prov. Trascrizione
45. 10 canone pubblicità
46. 10 imposta pubblicità
47. 11 tariffa per servizio raccolta e smaltimento rifiuti
48. 73 15 in caso di violazione patto di stabilità interno per le
regioni: aumento automatico imposta regionale benzina
49. 73 15 aumento automatico tassa automobilistica
50. 74 16 aumento automatico imp prov.trascrizione
51. 16 Aumento canoni demaniali marittimi
52. 28 2 riutilizzazione dati ipotecari e catastali
53. 74 in caso di violazione patto di stabilità interno per gli enti
locali: aumento automatico addizionale comunale IRPEF
54. 85 aumento contributi
55. 85 2 lav subordinati
56. 85 3 co co co
57. 85 4 artigiani
58. 85 5 contributo solidarietà
59. 85 6 trasferimento in Italia di contributi versati in paesi
esteri
60. 88 1 b aumento add irpef regionale oltre i livelli massimi
61. 88 1 e per accesso a fondo transitorio regioni devono dimostrare
idonei criteri di copertura del disavanzo da specifiche entrate
certe e vincolate
62. 88 1-n ticket
63. 88 1-p pagamento per intero della prestazione in caso di non
ritiro dei risultati
64. 130 3 canone annuo su pedaggi autostradali
65. 142 4 sovraprezzo tariffe autostradali (per adeguamenti tratti
di adduzione alle autostrade)
66. 136 3 Addizionale introdotta dalle Autorità portuali
67. 212 Aumento tariffa per visti nazionali area Schengen
68. 16 10 e ssgg CONDONO DEMANIO MARITTIMO
Nuove tasse
Disegno di legge delega in materia fiscale
[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal
comma e dal contenuto della tassa]
8 ottobre 2006 Visco, ospite di Lucia Annunziata, si
lagna per le
mancate lodi e attacca Cofferati e sindacati
Da una parte la sinistra radicale che gli
ha chiesto più redistribuzione nel rimodellamento delle aliquote
Irpef, dall’altra i sindaci (quasi tutti di centrosinistra) ai quali
è difficile far ingoiare 4,3 miliardi di euro di tagli. Poi ci sono
i riformisti che vorrebbero meno spesa sociale e più sviluppo. La
coperta è corta, i partiti nel letto dell’Unione troppi.
Il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, ospite della
trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata, non ci sta a farsi
massacrare. Prima prova a dire: «I sindaci sicuramente non ce
l’hanno con me, ce l’hanno col governo. Io mi prendo la mia quota di
responsabilità». Ma poi lascia il fioretto e impugna la spada contro
l’ex leader della Cgil che non vuole fare «lo sceriffo di
Nottingham».
Incalzato dalle domande, sbotta. «I sindaci hanno completamente
torto. Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità per quello
che gli compete perché non è che noi stiamo facendo una cosa per cui
non perdiamo popolarità». I sondaggi vanno male per il
centrosinistra. Così i consensi non si recuperano. Bisogna remare
tutti insieme per la causa comune e alla fine qualche concessione si
potrà anche fare. Meno tagli, un po’ di soldi in più ai Comuni. Ma
bisogna essere compatti. «Se in questa ripartizione c’è stato
qualche squilibrio - ha aggiunto - ne discutiamo e lo risolviamo, ma
nessuno si può assumere la responsabilità di dire alla gente che la
situazione è meno difficile di quello che è».
Secondo Visco, quindi, le lamentele del primo cittadino di Bologna
sono ingiustificate. «Ai sindaci sono state date molte opzioni:
possono aumentare le imposte se vogliono, diminuire le spese se sono
capaci. Possono usare poteri di accertamento e avere le tasse di
scopo». Le divergenze si possono appianare, ma la tensione è ancora
forte. «Dai sindaci ci aspettiamo solidarietà e comprensione e anche
noi siamo disposti a fare tutto il possibile». Queste le premesse
per l’incontro di domani tra governo e Comuni. Un do ut des ma anche
un richiamo alla disciplina di partito.
Visco si è poi detto disponibile a rivedere parzialmente la riforma
del Tfr per non scontentare le piccole imprese e soprattutto per non
trovarsi scoperto dinanzi alla volontà dialogante riaffermata dal
ministro Padoa-Schioppa al quale comunque chiederà conto del
discorso di Capri. «Eventualmente si può ragionare», ha affermato
ammettendo che per le aziende «c’è un aggravio di costi finanziari
di 0,15 punti, ma alcune hanno difficoltà a trovare finanziamenti»
bancari.
La Finanziaria è «equilibrata, giusta, tecnicamente ben fatta».
Quindi perché tante critiche? Quello che si poteva fare s’è fatto. O
quasi. «Se avessi più soldi, i redditi fra 35 e 40mila euro potrei
trattarli meglio, ma per pulire meglio l’Irpef ci vuole un punto di
Pil», più del doppio dei 7 miliardi utilizzati. Poi, Visco si è
corretto. «È un periodo ipotetico del terzo tipo». È impossibile
quindi attendersi un addolcimento delle aliquote.
A Marco Rizzo del Pdci che ha ribadito la necessità di «cambiare la
Finanziaria» Visco ha puntualizzato che un lavoratore dipendente con
un reddito lordo di 20mila euro annui grazie alla nuova legge di
bilancio guadagnerà 435 euro netti in più. E anche il premier Romano
Prodi ieri mattina ha proclamato che «la famiglia è un punto
fondante della Finanziaria».
I rimpianti dei professori liberal come Francesco Giavazzi e Alberto
Alesina che volevano una manovra soft? «Liberisti ideologici molto
discosti dalla realtà delle cose», ha tagliato corto Visco.
Il gioco delle tre carte di Visco
Cofferati attacca, Visco reagisce, Cofferati affonda il colpo. La
“verità” sulla finanziaria fa più male se arriva da sinistra.
Così il viceministro (il “veroministro” dell’Economia) invita, dai
teleschermi, il primo cittadino di Bologna a “fare il sindaco” e a
“prendersi le sue responsabilità”, in sostanza a farsi gli affari
suoi. Di contro, Cofferati replica dalle pagine di Repubblica con
due verità scomode, una politica e l’altra di sostanza: il governo
“insegue la demagogia della sinistra radicale, di chi dice togliamo
ai ricchi per dare ai poveri”; con il risultato che “a pagare sono
soprattutto il ceto medio produttivo e il lavoro dipendente, cioè i
soggetti più leali con il fisco”.
Per darsi ragione, Visco imbroglia le carte e i numeri. Davanti
all’accusa di tartassare i redditi a partire da 30mila euro,
abbandona precipitosamente la linea Maginot dei 75mila euro (quella
dei “ricchi” penalizzati, secondo la prima versione comunicata alla
stampa) e porta ad esempio i guadagni fiscali (399 euro) di “un
lavoratore dipendente con coniuge e un figlio che ha un reddito di
16mila euro lordi l’anno”.
Prendendo ad esempio un lavoratore con il reddito appena al di sopra
dell’asticella della “no tax”, dimostra che non sa più dove andare a
parare. A chi parla di capre, risponde parlando di cavoli. E così dà
ragione a Cofferati. Ma naturalmente anche all’opposizione.
9 ottobre 2006 Anche l'Economist critica Prodi
Un altro anno. Un’altra Finanziaria. Un
altro trucco" è il sommario dell’articolo apparso sull’ultimo numero
di The Economist, "Fumo e specchi", a commento della legge
Finanziaria presentata la scorsa settimana dal Governo Prodi.
The Economist si riferisce al provvedimento secondo il quale
confluirà nelle casse dello Stato la metà del TFR dei lavoratori che
non sceglieranno di destinare la liquidazione ai fondi pensione; lo
stesso provvedimento che ha fatto dire a Luca di Montezemolo
"assistiamo ad una sorta di nazionalizzazione di una parte
importante di risparmio che impone un carattere dirigistico
all’agire economico".
Il problema per The Economist non è nell’idea in sè che, anzi,
considera "difendibile poichè taglia un sussidio nascosto alle
aziende sotto forma di finanziamento a basso costo" ma nella natura
della sua contabilizzazione nel bilancio previsionale da parte del
ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. "Non è perdonabile",
continua l’articolo, "il fatto che la Finanziaria tratti questa
cassa come entrate, e non come un debito che in futuro dovrà essere
restituito. Le entrate previste da questo provvedimento (5,3
miliardi di Euro) rappresentano più di un terzo di quanto il Governo
intenda tagliare il deficit".
"Non sono gli errori che ci si aspetterebbe da un ex-membro del
consiglio della Banca Centrale Europea" chiosa The Economist,
concedendo però le attenuanti del caso a Padoa Schioppa che "ha
dovuto piegarsi fino a questo punto per conciliare le richieste dei
partiti della sinistra radicale. La Finanziaria include un
annacquato taglio del cuneo fiscale ma aumenta le tasse sui redditi
e opera poche riduzioni della spesa pubblica. Vi è il rischio che
l’effetto finale sia quello di frenare una crescita già ridotta".
In conclusione, il settimanale definisce il progetto di Finanziaria
"ottimistico" al punto da "chiedersi se Padoa Schioppa sarà in grado
di tagliare il deficit nella misura prevista. Il trucco sul TFR
potrebbe non essere riconosciuto da Bruxelles e il risultato dipende
anche dalle misure per ridurre l’evasione fiscale che potrebbero non
dare i risultati previsti (7 miliardi di Euro). Il pericolo maggiore
è che il progetto inciampi al voto del Parlamento.
“Padoa Schioppa ha accontentato sindacati e sinistra, ma fatto
infuriare i sempre più nervosi partiti di centro della coalizione,
che temono, con l’aumento delle tasse, di perdere l’appoggio del
ceto medio, particolarmente al Nord. Il governo ha ora una
maggioranza al Senato di un solo seggio, ed è quindi fortemente
vulnerabile alle pressioni di qualsiasi componente del suo largo
spettro politico".
I quotidiani finanziari esteri più autorevoli alzano il livello di
allarme sulle possibili ricadute di un ammorbidimento della
Finanziaria.
Il Financial Times ("Prodi affronta le divisioni sulle proposte
della Finanziaria") descrive "le fatiche di Prodi per mantenere
inalterato il suo piano di tagli mentre i moderati e la sinistra
radicale si danno battaglia intorno alle sue proposte per ridurre la
spesa pubblica". Secondo il quotidiano finanziario, "la Finanziaria
di quest’anno è la più importante dall’ingresso nel 1999 nell’Euro,
a causa del deterioramento delle finanze pubbliche e della
competitività internazionale negli ultimi otto anni" ma "le
possibilità di ridurre il deficit e il debito pubblico sono limitate
dal fatto che Prodi guida una litigiosa coalizione di nove partiti
con una minuscola maggioranza al Senato".
"All’interno del governo salgono critiche allo stile di comando di
Prodi, mentre i politici che non fanno parte del suo entourage si
lamentano di essere lasciati all’oscuro sulle decisioni prese". Per
esprimere il suo giudizio il Financial Times utilizza le parole di
Tiziano Treu: "L’immagine che stiamo dando è quella di un governo
che non sembra in grado di attaccare gli sprechi e che sta
inconsapevolmente scivolando verso un aumento delle tasse".
Il Wall Street Journal parte da un altro dato di fatto emerso in
questi giorni, la decisione della Corte di Giustizia Europea di
obbligare al rimborso dell’Iva per le auto aziendali, per analizzare
la situazione nell’articolo "L’Italia aumenta le previsioni di
deficit". Secondo il quotidiano finanziario statunitense, nonostante
all’annuncio dell’aumento della previsione di deficit per il 2006 al
4,8% del PIL sia seguita la conferma dell’impegno italiano a
rientrare nei parametri di Maastricht, "la revisione al rialzo della
previsione è un segnale che nonostante gli sforzi italiani per
tagliare il budget, la spesa pubblica continua a superare le
entrate". Il WSJ rileva come le nuove cifre si aggiungano alle
"preoccupazioni del primo ministro Romano Prodi per raggiungere il
consenso all’interno della sua coalizione divise su 30 Miliardi di
Euro di manovra basata su controversi aumenti fiscali e tagli di
spesa".
La preoccupazione del quotidiano è derivata dalle ricadute sulla
economia dell’intera zona euro delle scelte italiane: "L’Italia deve
tagliare la spesa, ma un drastico taglio della spesa o un aumento
delle tasse potrebbe minare il recupero economico del paese, che
trascinerebbe in basso la crescita dell’intera zona Euro. D’altra
parte se l’Italia non implementa questi cambiamenti, potrebbe
trovarsi di fronte ad un downgrade del suo debito, alzando il costo
del debito e lasciando meno risorse per sostenere la crescita". Una
situazione di difficile interpretazione: il fatto che Germania e
Francia stiano rientrando rapidamente nei parametri dell’Euro non fa
che porre il nostro Paese al centro dell’attenzione alle critiche di
istituzioni ed analisti.
7 ottobre 2006 D’Alema rovina la festa orvietana di
Prodi
Al seminario di Orvieto i protagonisti
polemici sono ancora una volta Massimo D’Alema e il Professore.
Alla fine di una serata molto rituale, molto burocratica e molto
sbullonata, dopo due interventi praticamente inutili di Francesco
Rutelli e di Piero Fassino che, stretti fra la padella e la brace,
non avevano quasi più argomenti da sostenere, il vero duello è stato
ancora una volta quello fra Prodi e D’Alema.
Il presidente dei Ds, ha provato a vellicare dubbi della sua base, e
quelli degli scontenti ex democristiani. E così ha riscosso
applausi, gridando: «Senza la sezione dei Ds e senza il circolo
della Margherita, le primarie non si sarebbero mai potute
svolgere!». E ancora: «Non è che per fare il Partito democratico ci
si scioglie in un’ora x, si va al gazebo, e così nasce un nuovo
partito».
Fra l’altro, anche all’inizio le sue frasi alimentano un piccolo
giallo, esordisce dicendo: «Vi chiedo scusa, non è una mia abitudine
intervenire in un dibattito che non ho seguito, ma non sarebbe
giusto toccare o alimentare equivoci». Quali? Fino alla vigilia, si
diceva che non avrebbe parlato.
E così si arriva alle conclusioni di Prodi, anche lui dice che il
Partito democratico c’è già e anche lui cerca di superare il
problema dell’adesione al socialismo europeo, con l’iperbole: «Siamo
noi ad anticipare l’Europa e non viceversa». E poi: «Le primarie non
si sarebbero mai potute fare senza l’impulso dei partiti, ma non
avrebbero avuto successo se non fossero andate oltre i partiti». E
poi aggiunge: «Il Partito democratico dev’essere unitario, e non una
federazione. Aperto, ma spinto dal basso, riformatore, ma non
moderato».
D’Alema gli aveva rifilato un’altra delle sue stoccate, poco prima:
«Non è che si può fare una cosa in cui ci sono solo i cittadini e il
leader». Anche lì aveva raccolto grandi applausi. Alla fine la
differenza fra il ’96 e oggi, tra Gargonza e Orvieto, è tutta qui.
Allora D’Alema aveva un’alternativa di leadership e di progetto (se
stesso), adesso non ce l’ha più.
10 ottobre 2006 Confindustria sconfessa Padoa-Schioppa
Confindustria smentisce il governo. Il
ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ieri nel corso
dell’audizione alla Camera sulla Finanziaria ci ha provato a
scaricare sugli imprenditori la responsabilità del prelievo forzoso
del Tfr su tutte le aziende a partire dal 2007. Ma gli è andata
male.
Padoa Schioppa: «Confindustria stessa ha suggerito di applicare la
norma del Tfr a tutte le imprese indipendentemente dalla loro
dimensione e non differenziando, ad esempio prevedendo il 100% dalle
più grandi e niente dalle piccole». Quasi una denuncia. Il ministro
dell’Economia ha così sottolineato che la possibilità di risparmiare
le Pmi dalla tenaglia sulle liquidazioni ci sarebbe pure stata, ma
il vertice di Viale dell’Astronomia (che fa riferimento alle grandi
imprese) ha stoppato la proposta per non vedere l’intera posta
sfumare dallo stato patrimoniale. «Forse questa scelta va
riconsiderata, credo che si potrà rivedere», ha concluso
Padoa-Schioppa aprendo a eventuali modifiche.
Gli imprenditori non sono rimasti fermi al palo. «Sulla vicenda del
Tfr non c’è stata alcuna concertazione come ha riconosciuto lo
stesso ministro a Capri», si legge in una nota. Ma c’è di più. Pochi
giorni prima del varo della Finanziaria, Confindustria, informata
della misura «determinante per la manovra», ha chiesto delle
franchigie e di ipotizzarla «solo per le imprese oltre i 250
dipendenti». «I trasferimenti non sarebbero sufficienti», è stata la
risposta del governo. E come nella due giorni caprese, la litania
confindustriale è la stessa: «L’idea del trasferimento forzoso del
Tfr è ingiusta e sbagliata».
11 ottobre 2006 Promesse da Prodi
"No, su questo possiamo essere tranquilli:
non si aumentano le imposte per diminuire il cuneo fiscale".
(Romano Prodi il 14 marzo 2006 durante la sfida Tv)
’’Questa e’ un’invenzione sua e del centrodestra. Noi non prevediamo
un aumento del peso fiscale. La politica fiscale sarà cambiata il
meno possibile, con passi moderati, perché famiglie e imprenditori
devono potersi regolare".
(Romano Prodi parlando a Matera il 21 marzo 2006)
"La destra sta creando turbativa nei mercati e preoccupazione tra i
risparmiatori, sostenendo che il nostro governo aumenterà le tasse.
E’ falso".
(Romano Prodi, in una nota diffusa dal suo ufficio stampa il 22
marzo 2006)
"Non è assolutamente nostra intenzione modificare la tassazione su
bot e altri titoli di stato".
(Romano Prodi il 22 marzo 2006)
"Torno a ribadire per chi ancora non ha capito, e soprattutto per
chi non ha voglia di capire, che noi non alzeremo le tasse. Noi le
abbasseremo".
(Romano Prodi il 24 marzo 2006)
"Abbiamo già detto a tutti che non aumenteremo le tasse sui bot e i
cct e che per le successioni la tassa sarà reintrodotta solo per le
grandi fortune. Chi deve lasciare ai figli la casa o il negozio non
deve avere paura".
(Romano Prodi ai microfoni del Tg3 il 26 marzo 2006)
"Ripristino della tassa di successione sui grandi patrimoni, e per
questo si intende la tassazione dei ricchi veramente ricchi, non
l’asse ereditario costituito da un appartamento o da un negozio".
(Romano Prodi durante una conferenza stampa a Piazza Santi Apostoli
il 29 marzo 2006)
"Questa e’ delinquenza politica che ormai da qualche giorno si sta
attuando. Nessuno ha mai parlato di aliquote".
(Romano Prodi il 30 marzo 2006 rispondendo a di Giulio Tremonti)
"E allora vi dico chiaramente: a pagina 206 del nostro programma è
prevista la tassa di successione, esclusivamente per i grandi
patrimoni. Dato l’allarme che e’ stato artificiosamente costruito
dalla destra, voglio confermare che si tratta di un prelievo che
riguarda esclusivamente grandi patrimoni e grandi fortune
dell’ordine di parecchi milioni di euro. Riguardera’ pertanto una
percentuale davvero minima delle famiglie italiane".
(Romano Prodi il 1° aprile 2006)
"Noi non aumenteremo il gettito dell’Ici di un euro".
(Romano Prodi ai microfoni di Odeon il 5 aprile 2006)
12 ottobre 2006 Avevano detto ''niente tasse''! E
invece...
Vecchi e nuovi Bot sullo stesso piano,
tassati al 20%; nessuna esenzione per le classi meno agiate. E’ il
responso della commissione di studio insediata da Visco per
impostare la delega al Governo sulla tassazione delle rendite
finanziarie.
Se verrà imboccata questa strada (e perché non dovrebbe?), sarà
l’ennesima conferma che Prodi ha spudoratamente mentito, quando
accusava Berlusconi e Tremonti di “criminalità politica” e negava
che la sua coalizione si preparasse alla torchiatura fiscale dei
risparmiatori.
Cade così l’ultima promessa dell’attuale premier. Il “cuneo fiscale
tutto e subito” è diventato una “spalmatura”; i “milioni di euro” di
franchigia sulle successioni si è attestato a 250mila euro e neppure
per tutti; la garanzia che non avrebbe azzannato i proprietari di
prima casa (quasi il 90% degli italiani) affonda sul provvedimento
di revisione degli estimi.
E adesso il Gran Bugiardo è nudo davanti agli italiani: il suo
governo si prepara a spremere anche il “popolo dei Bot”.
I grandi capitali e i “ricchi” additati al ludibrio generale anche
dal liberal Padoa Schioppa? No, soprattutto i piccoli risparmiatori.
“Tassare i Bot è una sciocchezza”, aveva detto testualmente Rutelli
a Tremonti, nel corso di un Porta a Porta pre-elettorale. Che ha da
dire adesso?
La commissione voluta da Visco parla chiaro:”Un’unica aliquota
applicata su tutti i titoli in circolazione e senza franchigia per
le classi meno agiate garantisce un regime di tassazione equo,
neutrale e antielusivo”. C’è anche una vera e propria perla, laddove
si legge che “sono sconsigliate forme di esenzione perché mettono a
rischio l’anonimato”. Non c’è che da sorriderne, di fronte
all’impalcatura da Grande Fratello impostata da Visco e grazie alla
quale il Fisco viene messo nelle condizioni di mettere il naso nella
privacy dei contribuenti senza remore né confini.
Gli investitori destinati ad alimentare questo extra-gettito, è bene
ricordarlo, sono solo i privati, cioè i piccoli risparmiatori.
Quelli che detengono il 16% di Bot e Cct, perché il resto dei titoli
di Stato è in mano a operatori esteri, che non versano un solo euro
all’Erario, pagando le tasse a casa propria. Parliamo di famiglie a
reddito modesto, di pensionati, di cittadini che hanno contratto un
patto (“ti presto i soldi in cambio di una rendita concordata, sia
pure modestissima”), del quale lo Stato fa carta straccia, cambiando
unilateralmente le regole in corsa.
Il Sole 24 Ore ci spiega che “il regime unico piace ai mercati”,
perché gli operatori italiani ed esteri sono contrari alla
frammentazione e a regimi diversi di tassazione. E piace alle
banche, che “rifuggono dalle complicazioni”. La commissione è
composta da uomini di Visco, delle banche, della Borsa Italiana Spa.
Neppure un rappresentante dei risparmiatori. Governo e Finanza,
hanno fatto tutto in famiglia. Nessun diritto di parola per il
“popolo dei Bot”. Solo quello di essere tosato.
13 ottobre 2006 Draghi attacca il governo
Nell’audizione alla Camera, il governatore
ha smantellato tutte le difese costruite dal governo intorno alla
manovra. Visco parla di un aumento della pressione fiscale dello
0,2%, Draghi lo smentisce: l’aumento è dello 0,5%, più del doppio.
Abbiamo ridotto le tasse al 90% dei contribuenti, dicono i ministri.
E dalla Banca d’Italia arrivano i calcoli su quanto paga più un
single.
In pratica, Draghi in audizione ha dato ragione a chi chiedeva
maggiore coraggio nelle riforme. E Padoa-Schioppa dal governatore si
è sentito ripetere le stesse obiezioni ascoltate a livello europeo.
Vale a dire che, per un Paese con un alto debito come l’Italia, il
risanamento deve essere concentrato sul lato della spesa e non su
quello delle entrate. Mentre Padoa-Schioppa ha dovuto accettare
un’impostazione lontana anni luce dalle sue teorie di «banchiere
centrale» e concentrare l’azione di miglioramento del deficit sul
lato delle entrate.
E soprattutto sulle entrate, Draghi assesta un colpo sotto la
cintura a Padoa-Schioppa, utilizzando un lessico da banchiere
centrale: le maggiori entrate fiscali devono andare a riduzione del
deficit. Un principio guida del Patto di stabilità, che il ministro
si è sentito ripetere anche nella riunione dell’Eurogruppo di
Lussemburgo.
Il governatore svela che quest’anno l’Erario incasserà più di 18,5
miliardi di maggiori entrate, pari all’1,3% del Pil. Draghi non dice
di più. Ma basta a Padoa-Schioppa per capire che la Banca d’Italia
avrebbe voluto vedere una riduzione del deficit di pari entità. Che
non c’è stata. Perché altrimenti il governo non poteva dire di aver
trovato i conti pubblici al disastro, come ha ricordato ancora ieri
il ministro in Parlamento.
Draghi ricorda che, anche grazie alla manovra del governo, il
deficit tendenziale del 2007 è stato portato al 3,8%. Il governatore
non lega i due ragionamenti: livello di deficit tendenziale e
maggiori entrate; non ce n’è bisogno. Basta avvicinare i due numeri
e capire a quale livello poteva essere fissato il deficit del
prossimo anno.
Dopo questa audizione, un risultato è probabile. Draghi verrà tolto
dalla mailing list di Padoa-Schioppa.
Perché Draghi ha ragione?
Il governatore della Banca d’Italia ha ragione quando parla di una
finanziaria sbilanciata sulle entrate. Su 34,7 miliardi di manovra –
scrive la Relazione previsionale e programmatica a pag. 26 – oltre
27 miliardi sono le nuove risorse. Cioè, nuove tasse.
Draghi smantella le fondamenta e critica la filosofia della manovra.
La smantella nelle fondamenta perché, quando dice che è concentrata
sulle entrate, sostiene implicitamente che la finanziaria va nella
direzione opposta a quella necessaria. Il problema della finanza
pubblica italiana si chiama debito che si riduce solo se le spese
vengono messe sotto controllo: cioè, ridotte. E con questa
finanziaria, le spese non vengono ridotte. Anzi, aumentano.
In più, critica la filosofia perché – sempre implicitamente –
sostiene che la manovra è anticiclica. Vale a dire che l’impatto
delle maggiori entrate sull’economia reale frenerà la crescita del
pil. Infatti, questo passa da un aumento dell’1,6% di quest’anno ad
uno dell’1,3% del 2007. La frenata è determinata dal calo dei
consumi e della domanda interna. Fenomeno fisiologico quando
all’economia reale, ai contribuenti, si sottraggono 27 miliardi di
euro, pari all’1,8% del pil. Vale la pena di ricordare che uno degli
slogan di questa manovra è che si tratta di una “finanziaria per lo
sviluppo”. Ma se produce un rallentamento della crescita del pil,
dov’è lo sviluppo?
Draghi, infine, sostiene che l’operazione sul tfr farà aumentare il
debito pubblico. E spiega che, da un punto di vista tecnico, il
trasferimento all’Inps del 50% del flusso di tfr va considerato come
un prelievo; o un prestito. Come tale, lo Stato deve rimborsarlo. Il
tasso di remunerazione, però, sarà più alto di quello applicato ai
Bot. Ne consegue che, l’operazione farà crescere la spesa per
interessi; e, quindi, il debito pubblico. Oltre a danneggiare i
bilanci aziendali, escludendo alle imprese la possibilità di
autofinanziarsi a tassi decisamente più bassi di quelli di mercato.
14 ottobre 2006 «Repubblica» colpisce Prodi e affonda
il Partito democratico
Ad un anno dalle primarie, Repubblica rende
noto un sondaggio, secondo cui solo il 35% del campione vuole la
nascita del nuovo partito, mentre il 54% sostiene che il vecchio
Ulivo gli basta e gli avanza.
Il sondaggio di Repubblica serve più che altro a mandae un
avvertimento a Prodi, ben spiegato dall’autore della ricerca Nicola
Piepoli: «Il partito democratico non fa sognare perché manca il
leader. Dalle nostre ricerche emerge la richiesta della base di una
figura di grande carisma, più quarantenne che cinquantenne, capace
di parlare di futuro».
Identikit che esclude nettamente Prodi, che «è vissuto come capo del
governo», dice Piepoli, o mero «amministratore straordinario», come
disse Carlo De Benedetti consigliandogli di lasciare la politica ad
altri.
E guarda caso, nota Repubblica, le rilevazioni più recenti
«attestano Walter Veltroni quale leader politico più apprezzato»
dagli elettori del centrosinistra, oltre che da Nicole Kidman e Sean
Connery. Ma il fatto che il più probabile futuro erede della
leadership sia l’attuale sindaco di Roma preoccupa più Fassino e
Rutelli che Prodi, per il quale il Partito democratico rappresenta
soprattutto una polizza di assicurazione sulla vita del suo governo
e della sua leadership nell’immediato, uno strumento per ridurre
drasticamente il potere contrattuale degli attuali partiti e delle
loro classi dirigenti rispetto a un premier senza partito. Di qui la
necessità di accelerare il processo e la minaccia di ricorrere
ancora alle primarie per bypassare le resistenze dei partiti.
Massimo D’Alema torna però ad avvertire che un partito non si crea
nei «gazebo» e che «non c’è un’ora X in cui un Big bang lo fa
nascere». Niente forzature plebiscitarie, insomma, e rispetto per
«quella massa di 900mila persone iscritte a ds e Margherita» che
«sono parte della società civile».
15 ottobre 2006 I conti non tornano. Alle primarie di
Prodi
non erano 4 milioni
Non tornano le cifre che riguardano i
partecipanti al voto delle osannate Primarie di un anno fa che
"incoronarono" Romano Prodi candidato.
A sorprendersi della cifra di quattro milioni di votanti non è un
esponente della Cdl ma il ministro della Giustizia, Clemente
Mastella, intervenuto a Saint Vincent, in Val d’Aosta, al convegno
«L’Italia è divisa?» promosso dalla Fondazione Carlo Donat Cattin.
«Quattro milioni alle Primarie per Prodi? Non lo so, erano
tantissimi, ma proprio quattro milioni non credo. Vedo che oggi si
cercano con la lanterna, come Diogene, questi quattro milioni. Ma se
non si trovano è perché, evidentemente, non c’erano. L’anno scorso
ci fu una partecipazione straordinaria, che io stesso non mi
aspettavo. Ripeto: furono tantissimi, magari due milioni, ecco, non
più di due milioni».
Mastella ha approfittato dell’occasione anche per confermare che non
darà la sua adesione al Partito democratico. «È un progetto
legittimo. Ma, francamente, non riesco più a capire. I partiti si
fanno avendo la stessa Weltanschauung, gli stessi valori. Si possono
fare alleanze, ma un unico partito diventa atipico. In ogni caso, se
quel progetto si concretizzerà, credo proprio che non arriverà ad
essere un partito pianeta, con gli altri satelliti, come è accaduto
all’epoca della Dc».
Per il leader dell’Udeur i tempi sono invece maturi perché «scatti
la possibilità che una parte del centro possa rimettersi insieme».
«Non lo escludo affatto», ha concluso.
E Romano come replica? Prodi liquida l’obiezione di Mastella
dichiarando che il ministro "si è scordato il passato", e ci ride su
a denti stretti.
16 ottobre 2006 Prodi l'arrogante: non mi criticate!
Se colui che i giornali principali
(Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 ore e Stampa) non più di
quattro mesi fa dipingevano come il salvatore dell’Italia, il
liberatore dal giogo berlusconiano, adesso viene trattato con
spirito critico, ma non certo con ostilità, come invece sostiene
l’interessato, evidentemente un motivo ci sarà.
Romano Prodi non può prendersela con la stampa se viene attaccato
insieme con il suo governo. Non può prendersela perché la stampa era
tutta con lui, tifava per lui, gli tirava la volata, cercava di far
cadere l’avversario ad ogni curva, anche imbrogliando o falsificando
la realtà. Oggi l’opinione pubblica sta cambiando radicalmente e in
modo inaspettatamente rapido e il Professore, invece di riflettere
sui motivi, invece di fare un minimo di autocritica passa al
contrattacco. E si cimenta nello sport che egli stesso contestava a
Berlusconi. “Ce l’hanno tutti con me”, piange il premier, che,
evidentemente, giudica il diritto di critica uno sport da praticare
solo nei confronti del leader di Forza Italia. Nella passata
legislatura, secondo il Professore, attaccare Berlusconi significava
esercitare la libertà di stampa, pungolare il manovratore. Oggi che
il manovratore è lui, guai a chi dice una parola men che positiva.
Ieri per certi giornalisti fare le pulci al governo Berlusconi era
un punto d’onore, una medaglia al petto, oggi criticare il governo
Prodi rappresenta un ingiusto e ingiustificato attacco a palazzo
Chigi. Insomma, il premier detta la “nota” ai giornali, ordina ciò
che devono scrivere:
- parlare in modo indignato delle intercettazioni che lo riguardano;
- tacere dello scandaloso caso Rovati e del tentativo del governo di
accaparrarsi Telecom;
- descrivere quanto è bella e buona la Finanziaria, occultare le
decine di tasse che lui, Padoa Schioppa e Visco hanno messo a punto
per il sistematico massacro degli italiani;
- passare sopra le generalizzate accuse di evasione fiscale lanciate
alla cieca contro intere categorie di lavoratori;
- ignorare il fatto che secondo questo governo i “nuovi ricchi”
devono essere ricercati anche tra chi guadagna 50mila euro l’anno e
spesso fa fatica ad arrivare alla fine del mese per l’aumento dei
prezzi legati all’euro.
Dopo aver occupato tutto senza un minimo di vergogna, Prodi sembra
ben deciso ad occupare anche le redazioni dei giornali. Ma nessuno
userà l’unica parola adatta per descrivere questo suo comportamento:
censura. Prodi vuole la censura. Se fosse per lui ordinerebbe cosa
scrivere e come scriverlo, cosa tacere. Non è un caso che egli citi
l’unico giornale che l’ha rispettato: L’Unità. E Padellaro oggi lo
ringrazia continuando a difenderlo. Arrivando perfino a sostenere
che mentre Berlusconi si lamentava a torto, perché per di più
possiede i mezzi d’informazione, Prodi si lamenta per fatti
specifici senza possedere alcunché. Una precisazione è d’obbligo:
pur possedendo mezzi d’informazione, Berlusconi è stato ed è
sistematicamente attaccato. Questo significa che ha garantito la più
totale libertà d’informazione, assicurando perciò campo libero a chi
non lo ha mai amato e l’ha sempre dimostrato. Prodi ha invece sempre
goduto di ottima stampa. Se adesso qualche autorevole giornale gli
sta voltando le spalle forse è perché nel buon lavoro di questo
sciagurato governo crede solo e soltanto lui.
Prodi: evasore chi protesta
Non è il discorso di un uomo forte e sicuro di sé, quello che Prodi
sottoscrive sotto forma di intervista a "El Pais". È piuttosto, il
discorso di un uomo che si sente braccato, che ce l’ha con tutti,
coi poteri forti, e soprattutto con la stampa che, dopo aver
contribuito a portarlo a palazzo Chigi adesso gli rema contro, tanto
da indurlo a lamentarsi che "lavorare contro i mezzi di
comunicazione è per noi un problema molto serio".
Un altro aspetto singolare dell’intervista di Prodi è quello che
riguarda la legge finanziaria, e la politica fiscale del governo.
L’inquilino di Palazzo Chigi compie una vera e propria opera di
criminalizzazione laddove, ed è la sostanza del suo discorso,
identifica le critiche all’aumento delle tasse, con la evasione
fiscale anzi con la difesa dell’evasione stessa.
Testualmente, Prodi afferma che "in realtà, le categorie
professionali che manifestano, protestano contro il pagamento delle
tasse". Conclude che per lui "non cambierebbe niente anche se
scendessero in piazza a milioni". E passa a fare elenchi precisi.
Gli ingegneri, gli avvocati, e tutti gli altri che manifestano si
oppongono a una "contabilità chiara che consenta di pagare le
imposte che corrispondono ai propri guadagni".
In tal modo si demonizza, degradandola a evasione, cioè a reato, la
logica che da sempre presiede alla dialettica democratica: mettere
in discussione non certo l’obbligo di pagare le tasse, ma il quanto,
la distribuzione del carico complessivo e l’uso che lo Stato,
servitore e non padrone dei cittadini, fa del danaro chiesto ai
contribuenti. Fu questa, nei paesi occidentali, la prima conquista
dei Parlamenti nei confronti del sovrano.