Potere Sinistro 4




 

7 settembre 2006
Scontro Diliberto - Fassino sulla finanziaria

Sulla Finanziaria il governo è sempre più spaccato e oggi è stata la volta di un duro scontro tra il segretario dei Comunisti italiani Diliberto e quello dei Ds Fassino. A quest’ultimo, che aveva chiesto riforme profonde nella manovra, Diliberto ha risposto duramente: «Le cose che ha proposto, ad iniziare dall’aumento dell’età pensionabile, sono l’opposto di quanto c’è scritto nel programma di governo del centrosinistra; e quindi sono irricevibili». Tutto questo mentre la Bce avverte Prodi che il risanamento dei conti deve cominciare subito, proprio cominciando dalla riforma del settore previdenziale.


Mentre la popolarità di Prodi è scesa addirittura sotto il 40%, la Finanziaria si presenta come un insormontabile percorso a ostacoli per il premier. I malumori latenti, infatti, si sono repentinamente trasformati in scontri all’arma bianca, come nel caso di Fassino che, appena ha sottolineato la necessità di varare una Finanziaria rigorosa che contenga i tagli alla spesa, a partire dai quattro settori indicati nel Dpef (sanità, previdenza, pubblico impiego e finanza locale), è stato impallinato dal fuoco di tutta la sinistra radicale.

Diliberto ha rimproverato al leader della Quercia di tradire il programma dell’Unione sostenendo posizioni inaccettabili quale quella dell’innalzamento dell’età pensionabile. In realtà, nel programma di Prodi un accenno alle pensioni c’era, ma talmente vago che ora ognuno può interpretarlo secondo la sua visione politica. Stanno venendo al pettine, insomma, i nodi di quel programmismo indefinito con cui il premier è riuscito a tenere insieme il suo cartello elettorale, ma che ora dimostra tutte le sue insufficienze alla prova del governo.
Nel programma, tanto per fare un esempio, non c’è alcun accenno ai disincentivi per ritardare l’uscita dal mercato del lavoro che fanno infuriare sindacati e partiti massimalisti, pronti a fare le barricate contro chi ha intenzione di fare cassa con le pensioni dei lavoratori.
Anche per i tagli alla Sanità, il copione è esattamente lo stesso: "Non sono previsti nel programma dell’Unione" - è stata la secca risposta del ministro Ferrero a Fassino. Questo mentre dall’Europa continuano ad arrivare severi avvisi all’Italia sul fatto che la ripresa economica in atto deve essere utlizzata come un’opportunità per mettere a posto i conti. La Bce nel Bollettino di settembre ha inviato un richiamo esplicito a Prodi, invitando il governo a varare una manovra di finanza pubblica che contenga importanti azioni di risanamento e significative misure supplementari, a partire dal taglio delle pensioni.

In gioco - ma la partita è probabilmente già persa - c’è anche la credibilità di Tommaso Padoa-Schioppa, che nei mesi scorsi ha promesso fuori e dentro i confini nazionali "interventi strutturali". Il ministro all’Ecofin di luglio è riuscito a far digerire all’Europa il mancato rispetto dell’impegno, preso dal governo Berlusconi, di una correzione dei conti dello 0,8 per cento per quest’anno proprio grazie alle sue promesse di interventi strutturali severi nel Dpef. Interventi che né lui né Prodi saranno però in grado di imporre alla coalizione. E il professor Tps non potrà restare a lungo in un governo che sta minando il prestigio e la credibilità internazionale del nostro Paese.
 

8 settembre 2006
Ecofin ad Helsinki: L'Europa boccia il Professore

Tommaso Padoa-Schioppa non si aspettava un Ecofin facile ad Helsinki. Sapeva che la natura informale della riunione dell’Eurogruppo avrebbe portato ministri, Commissione europea e Banca centrale ad esprimersi liberamente sui conti pubblici italiani. Ma, forse, non si aspettava «così» liberamente. Aveva anche provato a «condizionare» la conferenza stampa di Almunia e Juncker (confermato presidente dell’Eurogruppo) sedendosi in prima fila, in mezzo ai giornalisti. Ma dai due, oltre a qualche riconoscimento di facciata, non sono arrivate altro che critiche. In pubblico, ma soprattutto nel chiuso delle riunioni.

In conferenza stampa, il commissario europeo ha ribadito la sua posizione: visto che nel 2006 la correzione della finanza pubblica non ha rispettato gli obiettivi, «nel 2007 lo sforzo dovrà essere più ambizioso». Gli fa eco il primo ministro lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo: la correzione del deficit italiano nel biennio 2006-2007 - dice Juncker - deve essere dell’1,6% del pil. «È un must assoluto».

Alla coppia europea (a cui si è aggiunto, nel chiuso delle riunioni, anche Trichet, presidente della Bce) non è piaciuta la scelta del governo di ridurre l’entità della manovra da 35 a 30 miliardi. Padoa-Schioppa ha provato a difendersi: la riduzione è stata realizzata perché sono emerse nuove entrate strutturali per 5 miliardi nel 2007 e per 6,5 miliardi nel 2006. Juncker gli ha ricordato che tutte le maggiori entrate «devono assolutamente essere usate per la riduzione del deficit. È una priorità». Nella sostanza, ha chiesto al ministro: se registrate un aumento del gettito per quasi 20 miliardi nel 2006, perché ne contabilizzate solo 6,5 miliardi? In assenza di spiegazioni plausibili, l’Unione europea ha insistito sulla linea del rigore. Il ministro non può dire che il maggior gettito strutturale che quest’anno entrerà nelle casse dello Stato ammonta a più di 12 miliardi, altrimenti non potrebbe farli, in parte, emergere nel 2007 quale frutto della lotta all’evasione; la maggioranza gli chiederebbe di ridurre la manovra; e, soprattutto, dovrebbe dire che la finanza pubblica presa in eredità non era allo sfascio.

Ma tacendo sulle cifre, rischia - per rispondere alle critiche europee - di aumentare la manovra lorda per il 2007. La Commissione rimprovera al governo di aver operato, nel 2006, una correzione strutturale del deficit pari allo 0,5% del pil. Quindi, per rispettare l’impegno di correggerlo dell’1,6%, nel 2007 deve fare una manovra - al netto degli effetti del ciclo economico - dell’1,1%. Il problema è proprio la formula presente nel Patto di Stabilità: al netto degli effetti del ciclo. Per realizzare una manovra «netta» dell’1,1%, la finanziaria - per i calcoli di Bruxelles - deve ammontare all’1,4-1,5% lordo. Qual erano appunto i 20 miliardi di manovra, scritti nel Dpef. Farla scendere a 15 miliardi, vuol dire non rispettare gli impegni. E nel chiuso delle riunioni, sarebbe stato ricordato a Padoa-Schioppa che un eventuale blocco delle pensioni d’anzianità per il 2007 (che garantirebbe 3 miliardi di risparmi) verrebbe conteggiato come misura «una tantum»; quindi, non calcolabile nella correzione strutturale dell’1,1%. Messo alle strette, il ministro ha confessato: «Definire target più ambiziosi in termini strutturali rischia di interferire con altri obbiettivi del governo».

Con la Nota di aggiornamento al Dpef, è probabile che il deficit nominale di quest’anno venga abbassato al 3,4%, dal 4% del Dpef; quello tendenziale del 2007 dal 4,1 al 3,7%. In questo caso, con una correzione dell’1,1% (i 15 miliardi) il deficit nominale scenderebbe al 2,6%; mentre quello strutturale sarebbe ben superiore, intorno al 3%, contro il 2,8% che l’Italia si è impegnata a rispettare. Ma di più questa maggioranza non può fare, dice Padoa-Schioppa.
 

9 settembre 2006
Gestione rifiuti, avviso a Bassolino

È una storia che puzza, se non altro perché tratta di immondizia. E in questa brutta storia giudiziaria legata alla gestione dei rifiuti in Campania un ruolo determinate sembra averlo svolto anche Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli, presidente della Regione Campania. Le ipotesi di reato a carico del governatore vanno dall’abuso d’ufficio alla frode in forniture pubbliche, dalla truffa aggravata alle violazioni ambientali rispetto a quanto previsto dalle ferree norme del decreto legislativo 152 del 2006. L’inadempimento ai contratti di pubblica fornitura e falsi in atto pubblico sarebbero stati invece contestati ad altri personaggi coinvolti negli accertamenti dell’autorità giudiziaria campana.

All’esponente dei Ds la procura di Napoli ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito di un procedimento penale avviato nel 2003 in merito alla gestione dei rifiuti in Campania da parte del Commissariato straordinario di governo (Bassolino diede le dimissioni nel 2004) sugli appalti e i contratti di fornitura con gli enti Fibe e Fisia (al tempo dell’Impregilo). Questo è l’ultimo atto prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio da parte dei pm.

Nella complessa inchiesta diretta dai pubblici ministeri della sezione ambientale della procura, Giuseppe Novello e Paolo Sirleo, vi sono altri 27 indagati. Fra questi nomi eccellenti come quelli dei fratelli Romiti (all’epoca azionisti di riferimento dell’Impregilo collegata alla Fibe), l’ex numero due al commissariato, Raffaele Vanoli, l’ex subcommissario Giulio Facchi, e alcuni cosiddetti «tecnici» ancora in servizio presso la struttura governativa: Giuseppe Sorace e Claudio De Biasio, oltre agli amministratori delegati di Fibe, Armando Cattaneo e Fisia, Roberto Ferraris.

Al centro delle verifiche oltre alle ordinanze sottoscritte dall’ex commissario per l’emergenza-rifiuti vi sarebbe il contratto controfirmato da Bassolino con le società che avrebbero dovuto smaltire le tonnellate di immondizia che inondano quotidianamente la Campania. Stando all’accordo si doveva prevedeva la costituzione e realizzazione, al massimo entro 365 giorni, di alcuni impianti per la produzione del combustibile da rifiuto (che in gergo si chiamano CDR) e di due inceneritori entro l’anno successivo. L’accordo non ammetteva deroghe. In caso di inadempienza il contratto sarebbe stato annullato e la cauzione da 200 miliardi di vecchie lire sarebbe stata considerata irrimediabilmente persa. Seguendo il filo dell’inchiesta si evince che la ditta appaltatrice Fisia Italimpianti (che passò i lavori alla Fibe, sua consorziata) aveva il compito di smaltire a proprie spese i rifiuti non bruciabili e quelli da CDR indipendentemente dal fatto che gli inceneritori fossero entrati in funzione. E ancora. Le stesse ditte avrebbero dovuto assicurare la costituzione di alcuni depositi nella disponibilità della Fisia-Fibe nei quali provvedere allo stoccaggio le cosiddette «ecoballe» ancor prima del loro trasporto e della vendita.
Ripercorrendo a ritroso la «vita» e la «morte» dei rifiuti, la magistratura aveva scoperto che gli impianti per i CDR (poi sequestrati) erano stati effettivamente messi in opera ma il combustibile prodotto non era mai stato venduto, col risultato di far proliferare un numero impressionante di materiale che avrebbe potuto, e dovuto, portare nelle casse parecchio denaro. A Bassolino in soldoni si contesta di aver saputo che le condizioni tecniche non erano a norma di legge e di aver comunque autorizzato lo stoccaggio dei rifiuti che sarebbe avvenuto senza seguire la raccolta differenziata e senza mantenere un predeterminato livello di temperatura.
 

10 settembre 2006
Il governo litiga anche su Moggi dalla Ventura

Non sapendo più su che cosa litigare, il governo litiga sul varietà. Finalmente un tema all’altezza dell’Unione.

Moggi va su Raidue, da Simona Ventura, e viene fuori il finimondo. Sembra che i ministri non abbiano altro da fare che parlare del tele-show. La Melandri attacca Mastella, che era presente in trasmissione, e lui gli risponde per le rime. Mentre i due se le danno di santa ragione, intervengono in ordine sparso Popolari, Udc, Udeur, Ds, Giulietti, Curzi, Rognoni, il Codacons, l’immancabile Usigrai e naturalmente i verdi, che come sempre chiedono ai partiti di stare lontani dalle vicende Rai. E, per dare il buon esempio, si buttano a capofitto in ogni minima vicenda Rai.

Però, ecco, magari si riesce a trovare qualche argomento per litigare un po’ più serio di Moggi. Perché, suvvia, il big Luciano avrà tutte le colpe di questa terra, ma fino a prova contraria è accusato (si badi bene: accusato, non condannato) per avere fatto qualche telefonata agli arbitri di calcio. E in questa Tv dove persino i serial killer conclamati come Donato Bilancia parlano senza contraddittorio, vi pare logico che l’unico che debba farsi mazzolare in santo silenzio sia proprio lui? Se è colpevole, sia chiaro, pagherà. Ma nel frattempo che facciamo? Gli tagliamo la lingua? Lo seppelliamo in salotto? Lo facciamo uscire solo col burqa?

Se poi vogliamo dirla tutta, quello della Ventura a noi è parso persino un piccolo ma ottimo colpo. Avere Moggi in trasmissione, non è mica male. E poi non è vero che non c’era contraddittorio: erano presenti quattro giornalisti stranieri e Andrea Vianello di Mi manda Raitre, che con l’ex dg della Juve s’è pure battibeccato. La conduttrice ha fatto le domande a modo suo, ironica e mai aggressiva, come fa quando c’è qualsiasi ospite, compreso quel Diego Della Valle che tanto piace alla gente che piace. Per altro risulta che anche il patron della Fiorentina abbia fatto qualche telefonata per aggiustare partite di calcio. Eppure, chissà perché, quando lui va a sproloquiare nelle trasmissioni tv non si scandalizza nessuno.

Adesso, invece, si scandalizzano tutti. Soprattutto a sinistra. Dagli alla Ventura. E pensare che qualche tempo fa la sinistra la considerava un’eroina televisiva. Ricordate? Era il 2001. A Quelli che il calcio era ospite l’allora presidente Rai, e futuro parlamentare dell’Unione, Roberto Zaccaria. Si sfotteva (senza contraddittorio, naturalmente, ma certe volte non conta) il ministro Maurizio Gasparri che se la prese e telefonò in diretta. La Ventura gli rispose per le rime, poi chiuse bruscamente («È caduta la linea», si giustificò). La presa in giro continuò (senza replica, naturalmente, ma certe volte è satira). E Zaccaria sentenziò in diretta: «Questo tipo di programmi non dovranno mai mancare».

Ora: perché la Ventura è un esempio per tutti se sbatte giù il telefono a Gasparri e una «balorda» (parola usata dal consigliere diessino Rognoni) se ospita Moggi? Perché è lecito se fa le domande a un ministro e diventa uno scandalo se le fa a un ex direttore sportivo? Perché nel primo caso «questo tipo di programmi non devono mai mancare» e nel secondo, invece, «questo tipo di programmi sono da condannare»? Misteri dell’Unione.
 

11 settembre 2006
11 settembre: grazie a Diliberto alla Camera organizzano un ''processo agli ebrei''

Al Ground Zero un minuto di silenzio e rose sull’acqua per ricordare le quasi 3.000 vittime del tragico 11 settembre newyorkese del 2001. Da Dubai un’ora e 16 minuti di odio del numero due di Al Qaida, Aymar al Zawahiri, che minaccia di morte l’Occidente e attacca Israele. A Roma, nella Sala delle Colonne della Camera dei deputati, la contro-celebrazione del «nine-eleven» anti imperialista e antisionista. Una provocazione cinica? No. Peggio. Un convegno al vetriolo dal titolo «La pace è l’imperativo - vittime di un popolo vittima» chiesto da Diliberto e organizzato a Montecitorio dall’Islamic anti-defamation League (Iadl) che ha ospitato ieri il rabbino Moshe Friedman, capo della comunità ebraica ortodossa di Vienna, il missionario comboniano padre Giorgio Poletti e Samir Khaldi, imam della Moschea dell’Ucoii Al Huda di Roma, per dialogare sulla pace in Medio Oriente.

«Germania, Italia e Vaticano devono smetterla di sfruttare l’Olocausto e le nostre sofferenze per sostenere il sionismo» ha dichiarato il rabbino che prega tre volte al giorno per la distruzione di Israele. «La lotta al terrorismo va fatta anche contro il nemico sionista, che ha trasformato tutto il territorio palestinese in un grande campo di concentramento» ha aggiunto Friedman mentre a New York i familiari delle vittime del World Trade Center versavano lacrime silenziose. E ancora: «Non esiste un obiettivo più legittimo in guerra che la cattura di un soldato nemico» ha detto Friedman provocando subito una valanga di reazioni. «Iniziative come queste - ha detto Alessandro Ruben, presidente dell’associazione ebraica Anti defamation League - non aiutano ad avvicinare ma allontanano il dialogo». E rincara Riccardo Pacifici: «La nostra indignazione va nei confronti di coloro che, immaginiamo in buona fede, hanno concesso l’uso di una sede di così alto prestigio. Come è stato possibile permettere quest’orgia dell’odio che possiamo definire molto più grave della vicenda dell’inserzione dell’Ucoii su alcuni quotidiani nazionali?» si chiede il portavoce della comunità ebraica romana. «È inquietante che la Iadl abbia potuto organizzare nella Camera dei deputati un’iniziativa antisraeliana, antiamericana, inneggiante alle forze più oscure del mondo arabo» s’indigna il vice coordinatore di Fi, Fabrizio Cicchitto.

«C’è tanta propaganda in questa cosiddetta guerra al terrorismo - ha continuato quindi il rabbino Friedman - ma andrebbe applicata almeno in ugual misura contro le strategie sioniste». Israele quindi sotto tiro anche dal Parlamento italiano? «Pensavamo fosse un’iniziativa lodevole. E non rispondiamo dei contenuti» replica Pino Sgobio, capo gruppo del Pdci alla Camera.

«È semplicemente ingiurioso che nell’anniversario dell’11 settembre nella sede del Parlamento italiano sia ospitato un convegno il cui scopo è dimostrare che lo Stato di Israele non avrebbe giustificazioni né storiche né bibliche» ha commentato il senatore azzurro Gaetano Quagliariello. «Un convegno che avrà fatto rivoltare nella tomba i morti degli attentati di New York dell’11 settembre» ha chiosato quindi il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli. «C’è qualcuno che gioca a fare il piccolo Nasrallah - accusa Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani - che alza il tiro, per accreditarsi e per scalare la classifica dell’estremismo». Giudizi giustificati dopo l’autocelebrazione di chi vuole essere antiamericano: «I ribelli antimperialisti sono i moderni santi e sono giustificati a utilizzare ogni mezzo per parlare di pace. Il male è l’imperialismo e il sionismo» ha detto al convegno Moreno Pasquinelli, del Campo antimperialista, mentre l’imam Samir Khaldi ha denunciato quei governi arabi «che non aiutano la sicurezza in Occidente ma aiutano il terrorismo». «Quando due elefanti lottano, chi ci rimette è l’erba - ha invece commentato padre Poletti -. I poveri e i figli della guerra sono il nostro prodotto, questo è ciò che abbiamo esportato».
 

12 settembre 2006
Dire una cosa e farne un'altra: sanità, Europa e privatizzazioni

Sanità

La sinistra che inalberava il vessillo del "no ticket" ora si propone di introdurne di nuovi e generalizzati. Fu il binomio Amato-Veronesi, nel 2001, a promuoverne la cancellazione nella Finanziaria. Lasciando alle Regioni, che non poteva fare altrimenti, la facoltà di reintrodurlo. E’ quanto fecero le Regioni di centrodestra dopo l’esplosione della spesa sanitaria, prendendosi tutti gli improperi della sinistra.
Ora che fanno marcia indietro, senza neppure chiedere scusa, il ticket diventa cosa buona e giusta.

Europa

Almunia, l’eroico "compagno Joaquìn", per il quale la sinistra si spellava le mani, quando da Bruxelles bacchettava i conti del governo Berlusconi, è diventato improvvisamente un mediocre burocrate che pensa solo ai numeri.

Come sono lontani i tempi in cui la sinistra all’opposizione cavalcava i suoi rimbrotti a Tremonti: "La Ue ci dà ragione"; "Almunia riporta l’Italia con i piedi per terra"; "Almunia fa bene" (Visco); "Le sue preoccupazioni sono più che fondate" (Rizzo); "Noi italiani non possiamo lamentarci dell’eccessivo rigore della commissione" (Bersani). E via spellandosi le mani.

Adesso i suoi richiami sono "sgradevoli" (D’Alema); "Più rispetto per l’Italia, che continua a essere un Paese sovrano" (Ferrero); "La Bce è composta da tecnocrocrati insopportabili" (Epifani); "Ha chiuso un occhio con Berlusconi, mentre con noi li tiene tutti e due aperti" (Damiano).

Le sue sollecitazioni per una manovra economica efficace, che approfitti di una situazione economica favorevole (l’esatto contrario di quella affrontata dal governo di centrodestra), si infrangono contro le scogliere di una politica italiana piccola piccola, dove prevale l’attaccamento alla poltrona, costi quel che costi al Paese, e a regolare i conti nei ds (D’Alema e Fassino). Perché il "compagno Joaquìn" si mette di mezzo?

Privatizzazioni

Guai a chi pronuncia questa parola. Nel programma dell’Unione c’è, eccome. Eppure, all’improvviso, è scomparsa dal vocabolario politico dei partiti di governo e della Finanziaria. Un vocabolo sconosciuto, chi lo pronuncia lo fa sussurrando, perché il nemico è in ascolto. Guai a parlare di privatizzazioni (quelle che Berlusconi è stato accusato di non aver fatto): si rischia di disturbare comunisti e verdi. Tanto più in questi giorni, in cui l’eredità della prima, grande privatizzazione fatta male rischia di pagarla il Paese, con la svendita all’estero dell’ultimo pezzo di telefonia mobile sul quale sventola il tricolore.
Che ne dice l’ex-amministratore delegato della merchant bank di Palazzo Chigi, l’altrimenti loquace Massimo D’Alema?
 

13 settembre 2006
Telecom. Prodi non aveva capito?

Chissà perché ogni volta che il pianeta delle telecomunicazioni è in movimento, Palazzo Chigi torna ad essere una merchant bank. I più stretti collaboratori di Romano Prodi erano a conoscenza dei dettagli dell’operazione Telecom. Non solo. Avevano stretti ed assidui contatti con Tronchetti Provera, fino al punto di consigliargli mosse e strategie. Ed ora il presidente del Consiglio dice che non era stato informato.

Forse anche questa mossa fa parte dell’operazione per esacerbare i toni; alzarli e far dimenticare le spaccature interne alla maggioranza sulla finanziaria. E magari preparare così il terreno a qualche altro "capitano coraggioso" - non proprio giovanissimo - che potrebbe intervenire per "salvare Telecom" dall’ingresso degli stranieri.

Telecom deve restare italiana, dice Padoa Schioppa. Già, ma come? La galassia delle società Telecom fa capo ad una finanziaria che si chiama Olimpia, nella cui pancia le azioni Telecom sono in carico con valori più alti degli attuali. Al momento, scalare Olimpia costerebbe assai meno che non rilevare Telecom o Tim: almeno un terzo di meno.

I "Capitani coraggiosi" in grado di mettere insieme una decina di miliardi di euro (ma potrebbero servirne anche meno) esistono. Per riuscire, però, l’intervento dev’essere benedetto dalla Politica. E prima la situazione dev’essere portata sull’orlo del disastro: solo così le azioni Olimpia scendono e comprarle è un affare.

Se a questa strategia si aggiunge anche lo scorporo delle reti Telecom che, una volta quotate, potrebbero essere acquistate al 30% dalla cassa depositi e prestiti (cioè dallo Stato), il gioco è fatto.

Per questo, ogni volta che il pianeta Telecom entra in fibrillazione, Palazzo Chigi torna ad essere una merchant bank. Sia con D’Alema, sia con Prodi.


Il presidente del Consiglio sapeva tutto su Telecom. Di più: "Prodi e alcuni suoi collaboratori strettissimi hanno avuto un ruolo più che attivo nelle scelte di Tronchetti Provera".

L’editoriale odierno del direttore di MF, notoriamente bene informato, cita nomi, date e circostanze che non possono essere liquidate come "chiacchiericcio" e impongono da parte di Palazzo Chigi un chiarimento. Un’occasione da non perdere per quegli esponenti della Cdl che parteciperanno alla prossima audizione parlamentare dei vertici Telecom. Ai quali sarebbe bene chiedere:

E’ vero che in primavera Tronchetti (citiamo MF) "aveva informato sia Prodi sia gli altri ministri di competenza, tra cui D’Alema, Bersani e Gentiloni dei suoi contatti con Murdoch, impegnandosi con tutti a non cedere il controllo e ricevendo un via libera e un supporto per le implicazioni con le Authority"?
E’ vero che agli inizi di settembre, a Villa d’Este, "Tronchetti e Prodi si sono incontrati e hanno parlato direttamente, alla presenza del fidato (di Tronchetti) Riccardo Perissich e di Daniele Di Giovanni, capo dell’ufficio della Presidenza del Consiglio"?
E’ vero che tema dell’incontro sono state "le difficoltà mediatiche, regolatorie e l’atmosfera politica che c’era sul debito", con la conseguente ipotesi dello scorporo di Tim, e che "Prodi e De Giovanni, secondo il report agli advisor di Telecom, hanno preso buona nota, senza sollevare obiezioni"?
E’ vero che Angelo Rovati, capo della raccolta di fondi di Prodi in campagna elettorale, "faceva sapere allo staff di Tronchetti di avere un piano realizzato da un consulente, e noto solo al professor Prodi, in grado di risolvere tutti i problemi del debito di Telecom"?
E’ vero che "il contenuto di tale piano, trasmesso il 6 settembre a Tronchetti, era secco e chiaro: Telecom doveva cedere la rete di accesso, perché ne avrebbe avuto convenienza"?
E’ vero che, a fronte della pubblicazione di un corsivo del Messaggero che dava conto della contrarietà di Prodi alla vendita di Tim, "Rovati dava immediata rassicurazione (a Tronchetti), leggendo un comunicato di Palazzo Chigi in cui si dichiarava la volontà del governo di non interferire e che, solo pochi minuti dopo, il testo di quel comunicato è stato battuto da tutte le agenzie"?
Tutte domande che esigono una risposta. Perché, al di là della contrarietà o meno di Prodi alla vendita di Tim, dimostrano che Prodi sapeva, eccome. E che la merchant bank di Palazzo Chigi è risuscitata. Più attiva che mai.
 

14 settembre 2006
Aumentano le tasse ma li chiamano risparmi di spesa

"Risparmi di spesa": una formula che la sinistra sa declinare solo come aumento di tasse. Nella legge finanziaria saranno previsti minori trasferimenti agli enti locali per circa 5 miliardi di euro. Ma non saranno risparmi di spesa: saranno maggiori tasse sui cittadini. Agli enti locali, infatti, verrà ripristinata quell’autonomia impositiva che il governo Berlusconi aveva "congelato".

Dal 2007 le Regioni potranno introdurre nuove addizionali Irpef. Tanto per avere un’idea di quel che rappresenta questo strumento fiscale, basta ricordare che l’intera restituzione dell’eurotassa (era il 60% del pagato) venne interamente assorbito dall’addizionale dello 0,5% delle Regioni.

Non è finita. Sempre nella legge finanziaria il governo affiderà ai Comuni il catasto. Ciò vuol dire che ogni comune potrà adeguare le rendite catastali come crede. E questo significa un aumento delle tasse sulla casa. Lo sa bene chi paga l’Ici. Se il valore dell’immobile passa da 100 a 110 e l’aliquota Ici resta la stessa, paga un 10% di tasse in più.

Paradossalmente, però, nel bilancio pubblico quest’operazione figura come un taglio della spesa; e quindi le maggiori tasse restano nascoste. Ma non per i contribuenti che dovranno pagarle.

Ed è per queste ragioni, che gli enti locali non protestano contro i risparmi che dovranno fare: sanno bene che i trasferimenti pubblici a cui dovranno rinunciare saranno sostituiti da maggiori entrate. Mentre hanno protestato come aquile contro i tagli dell’ultima finanziaria Tremonti, che mirava a consistenti risparmi degli sprechi delle Regioni.

Eppure, aveva ragione Tremonti quando provocatoriamente chiedeva a Veltroni: quanti asili hai chiuso, quanti malati hai respinto dagli ospedali, con i tagli della finanziaria 2006? Ovviamente nessuno.
 

15 settembre 2006
Prodi investito dallo scandalo Telecom

Ogni farsa ha qualcosa di tragico. E quella dell’accoppiata Prodi-Rovati di tragico ha che il presidente del Consiglio ed il suo staff gioca con aziende private (e quotate) come giocò tanti anni fa con la vita di Aldo Moro. All’epoca era un bicchierino ed una seduta spiritica. Ora è un documento di riassetto di una delle più importanti aziende italiane.

Così come all’epoca nessuno credette all’operazione bicchierino, ora nessuno crede che Prodi non sapesse nulla del documento di Angelo Rovati sul riassetto di Telecom. Rovati potrà essere un guascone, ma non è un incosciente. Conosce benissimo Romano Prodi. Sa che chi gli è vicino, deve rispettare un principio base: fedeltà estrema. L’elaborazione di quel documento che di artigianale non ha nulla, all’oscuro del Capo, rappresenterebbe - agli occhi di Prodi - un reato di tradimento; e come tale, punito con l’esclusione. Rovati non avrebbe mai rischiato una pena del genere.

Ne consegue che quel documento era, doveva essere, a conoscenza del presidente del Consiglio. Rovati è un guascone, ma non si sarebbe mai preso una libertà del genere. Soprattutto con un suo amico che, incidentalmente, è presidente del Consiglio. Soprattutto con un suo amico che è stato anche suo testimone di nozze. Nel clan di Prodi si tratta di valori importantissimi.

Sta mentendo Prodi, quando dice che non lo conosceva.

Sta mentendo Rovati, quando dice che quel documento Telecom lo ha fatto lui in modo artigianale.

Quel documento non è affatto artigianale. E’ un testo-base in "power point" usato dalle banche d’affari per schematizzare un’operazione. E’ un appunto a cui - di prassi - seguono tomi di analisi, grafici, valutazioni tecniche, finanziarie e politiche. Materiale che Rovati non è tecnicamente in grado di preparare.

Se Palazzo Chigi ha ricevuto quel documento elaborato da una banca d’affari: la prima sospettata è la Goldman Sachs. E non solo perché Prodi è stato consulente di questa banca; ma anche perché Tononi, sottosegretario all’Economia lavorava proprio per la Goldman prima di approdare a Via Venti Settembre.

Il documento potrebbe essere stato elaborato da uomini di Tononi, rimasti in banca; girato a Prodi; e da Prodi fatto pervenire a Tronchetti Provera, attraverso il canale abituale. Cioè, Angelo Rovati. Ma c’è un altro scandalo nello scandalo. Il presidente del Consiglio dà giudizi (del tipo: "non ho mai pensato allo scorporo della rete" Telecom) in grado di condizionare i mercati. Per una serie di ragioni.

Nel presunto documento Rovati si propone esattamente il contrario. E la conferma che quel documento possa essere nato dall’accoppiata Tesoro-Goldman Sachs viene dal particolare che Tononi (il sottosegretario) abbia fra le deleghe i rapporti con la Cassa depositi e prestiti. Cioè, con quel braccio finanziario del ministero dell’Economia chiamato a rilevare - nel documento - una quota consistente della rete Telecom.

Il secondo elemento "sensibile" per i mercati è che quella rete destinata allo scorporo fa parte del patrimonio Telecom. E l’azionariato della società è fatta solo per il 18% da titoli in mano a Tronchetti Provera. Il resto è in mano a milioni di piccoli risparmiatori.

Eppure Prodi tratta l’azienda come un suo dominio, in barba alle leggi di mercato; in barba a milioni di risparmiatori.

Eppure Prodi tratta l’azienda come un suo dominio, in barba alle leggi di mercato; in barba a milioni di risparmiatori.
 

17 settembre 2006
Prodi finalmente ''concede'' il dibattito parlamentare

Prodi alla fine ha "concesso" il dibattito parlamentare, non perché si sia reso conto del gravissimo sgarbo istituzionale, che solo i suoi tifosi più estremi hanno il coraggio di ridurre a semplice "gaffe", ma perché è stato messo all’angolo dai suoi stessi inferociti alleati. Grazie tante. Il suo «ma che stiamo diventando matti?» si è pian piano trasformato, dopo il totale accerchiamento, in una proposta di dibattito sulle strategie future della Telecom (di certo l’obiettivo è che non si facciano cenni all’accaduto) che sarà lo stesso governo ad avanzare. E al quale parteciperà un ministro, forse Bersani, non certo Prodi, che se ne guarda bene. Come si vede la strada è ancora lunga. Il presidente del Consiglio sta cercando di prendere tempo, spera in un affievolirsi delle polemiche, confida nel fatto che le dimissioni di Rovati (ennesimo votato al sacrificio in nome dell’amicizia con il Professore) servano ad allentare la pressione. Ma continua a fuggire, a far finta di non capire.

Il problema non è che il governo venga in aula a riferire. Ci deve venire Prodi, e Prodi soltanto. Non per un vezzo o un capriccio dell’opposizione. Ma perché lo scandalo che ha investito palazzo Chigi sul caso Telecom non riguarda il governo, riguarda il tentativo dello stesso Prodi, complice Rovati, di mettere le mani sulla telefonia e gestire personalmente una notevole fetta di potere. Il governo c’entra poco o nulla, anzi, parte dei suoi componenti è inferocita con il premier. I Ds, per esempio, sono fuori dalla grazia di Dio e non intendono fare sconti al Professore. Lo stesso dicasi per l’ala rutelliana della Margherita e per la Rosa nel Pugno. Il governo, semmai, è vittima dello sgomitare dei prodiani.

E’ Prodi che vogliamo in aula, è Prodi che deve spiegare e assicurare personalmente che di quel progetto di riforma Telecom inviato a Tronchetti Provera su carta intestata di palazzo Chigi era totalmente all’oscuro, è Prodi che deve prendersi la responsabilità di queste affermazioni e, se scoperto a mentire in Parlamento, dimettersi, è Prodi che deve giustificare il comportamento di uno dei suoi più stretti collaboratori (non di D’Alema, non certo di Rutelli, men che meno di Padoa Schioppa).

Troppo forte il terremoto che è scaturito da tutto questo perché il premier possa nascondersi timidamente dietro la possente mole di Rovati e limitarsi a mandare un suo ministro in Parlamento senza avere il coraggio di metterci la faccia, il nome, la sua parola. A meno che non possa proprio farlo, perché è consapevole che verrebbe in un’aula del Parlamento solo per dire menzogne. Il caso non è affatto chiuso e non è certo Prodi a stabilire quando potrà considerarsi come tale.
 

19 settembre 2006
D’Alema negli Usa fa l’ambasciatore di Hamas

Se con Hezbollah bisogna dialogare perché è anche un partito politico con ministri e parlamentari oltre a sfornare terroristi, volete tagliar fuori Hamas che va be’, non riconosce ad Israele il diritto all’esistenza e alleva kamikaze, ma le elezioni le ha addirittura vinte? Non fa una piega il ragionamento del nostro ministro degli Esteri: fissato il postulato libanese la logica imponeva che prima o poi il teorema avesse una traduzione palestinese. E questa, è venuta ieri in conferenza stampa nel secondo giorno della sessantunesima assemblea generale delle Nazioni Unite, mentre nella cattedrale del Palazzo di Vetro oratori grandi e piccoli alternano i loro discorsi in un rosario che sembra infinito. Ha certamente ragione Massimo D’Alema, quando dice che «lo status quo non è un’opzione» praticabile ancora a lungo, e che a Gaza «si rischia la tragedia». Garantisce l’appoggio dell’Italia e dell’intera Unione Europea agli sforzi di Abu Mazen che tenta di dar vita a un governo di unità nazionale al quale partecipino Olp e Hamas, anche se gli Usa premono sul presidente dell’Autorità palestinese affinché freni su questa strada. Però il traguardo al quale sta intensamente lavorando il nostro negli intensi colloqui di questi giorni è quello di portare israeliani e palestinesi sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ove a gennaio siederà anche l’Italia, oltre tutto. E se ciò può portare sotto tutela dell’Onu Israele, che ha sempre rifiutato di «internazionalizzare» i suoi rapporti con l’Anp, è più che implicito pur se D’Alema non lo dice. A Gaza la situazione è insostenibile, è l’incipit del ministro degli Esteri, «rimanere così, è un errore drammatico che può avere conseguenze incalcolabili», dunque occorre «una forte iniziativa della comunità internazionale per uscire da questa crisi, altrimenti tutta la situazione è a rischio, compreso il Libano. Perché non si può pensare che se si va a una tragedia a Gaza, ciò non si ripercuota immediatamente al Libano e all’intera area mediorientale».

Domanda: dunque lei propone con Hamas, lo stesso atteggiamento che ha propugnato nei confronti di Hezbollah? E D’Alema ha risposto: «C’è anzi una differenza: che Hamas le elezioni le ha vinte. Elezioni democratiche, controllate internazionalmente, volute dagli Stati Uniti. Quindi non è possibile formare un governo democratico palestinese, che non coinvolga Hamas. A meno che non si rifacciano le elezioni… forse può essere un’opzione ma non spetta a noi decidere bensì al presidente palestinese. Dunque, se si vuole sbloccare la situazione, bisogna tenere conto del fatto che Hamas ha la maggioranza in Parlamento, ed è difficile fare governi senza la maggioranza. Il tentativo di Abu Mazen è quello di far nascere un governo su basi nuove, e noi dobbiamo sostenerlo». Condoleezza Rice però, ha chiesto ad Abu Mazen di frenare, sull’unità nazionale con Hamas, gli è stato fatto notare. E lui, senza scomporsi: «A noi invece, ha chiesto aiuto e sostegno, e cercheremo di convincere anche il segretario di Stato americano che questa è l’unica strada percorribile».

Per andare dove? Il titolare della Farnesina ha progetti lucidi e obiettivi chiari. Punta in alto, spera di risolvere quella che chiama «la questione israelo-palestinese». Ed ecco quanto bolle nella sua pentola: «Si lavora a una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, su proposta della Lega araba; e l’Unione Europea è favorevole a questa proposta». Con questo obiettivo: «Una riunione che si concluda con un documento che incoraggi il processo di pace, dando sostegno ad Abu Mazen nella formazione di un governo di unità nazionale palestinese». Che vuol dire «documento»? Forse una nuova risoluzione che impegni Israele ad aiutare se non Hamas almeno l’Olp di Abu Mazen? D’Alema se l’è cavata in calcio d’angolo: «Un documento, un qualcosa che possa aprire uno spiraglio… Non siamo ancora nemmeno riusciti a far convocare il Consiglio di sicurezza su questo, e già pensate a una risoluzione»?

 

21 settembre 2006
Ritorna Prodi: l'uomo sull'orlo di una crisi di nervi

Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Prodi contro tutti: l’opposizione (e qui ci siamo), ma anche le istituzioni (il Parlamento), il Vaticano, il mondo imprenditoriale, i propri alleati. E poi Prodi contro Prodi, in un crescendo rossiniano, un misto di orgoglio personale, narcisismo all’eccesso, furia vendicativa, ipertrofia dell’io.

Nel giro di dieci giorni, dalla Cina a New York, al presidente del Consiglio è riuscito un vero e proprio capolavoro alla rovescia. Ormai posseduto dalla "sindrome Tafazzi", l’indimenticabile personaggio che si percuoteva da solo laddove fa più male, ha inanellato tali e tante "gaffes" nazionali e internazionali da sollecitare, da più parti, l’intervento di uno psicoterapeuta. Tanto che l’ormai celebre "ma siamo matti?", a seguito delle sollecitazioni perché si presentasse in Parlamento, assume i contorni di un’autoanalisi e richiede una risposta decisamente positiva: sì.

A quella frase sono seguiti nell’ordine: l’abrogazione dell’embargo sulle armi alla Cina, con sostanziale cancellazione dall’agenda del viaggio del tema dei diritti civili; un sonoro ceffone all’istituzione Senato; l’incredibile "gaffe" sulla sicurezza del Papa; l’elogio della Siria e poi della democrazia di Hamas; per non parlare dell’ennesimo "j’accuse" a Tronchetti Provera di "aver usato il Governo", quando i fatti stanno a dimostrare che era l’esatto contrario.

Ad ascoltare il suo "entourage", c’è da aggiungere che uno degli elementi che ha scatenato l’irritazione di Prodi sta nelle grandi aspettative che riponeva nel viaggio in Cina e nella sua "comparsata" all’Onu, per darsi una statura internazionale. Ampiamente offuscata da D’Alema.

Il caso Telecom, unitamente ai modesti risultati, ha pressoché cancellato dalle prime pagine dei giornali lo "storico" approccio col Paese asiatico.

La debacle comunicativa si è completata poi a New York, con l’incredibile risposta sulla sicurezza del Papa. Statura internazionale? Dieci giorni, migliaia di chilometri, per non crescere neppure di un millimetro.

Sul piano interno, nei rapporti con gli alleati, il disastro non è stato minore.

Se i tempi fossero maturi, se non ci fosse la Finanziaria, se la maggioranza non fosse quella che è, a Prodi sarebbe già stata indicata la via di uscita. Aveva ragione il suo amico De Benedetti: Prodi è come un amministratore di condominio. Il problema è che si comporta come il proprietario degli appartamenti. I condomini lo sopportano, per ora, ma non hanno alcuna intenzione di farseli espropriare. Così i nodi verranno comunque al pettine.

 

22 settembre 2006
Prodi attaccato anche dall’Unità!

C’era un tempo in cui gran parte del popolo della sinistra non prendeva in considerazione le tesi e gli argomenti dei moderati soltanto perché non comparivano sulle pagine del quotidiano del Pci. "L’Unità non lo dice", affermavano i compagni, e tanto bastava poiché soltanto il quotidiano fondato da Antonio Gramsci era ritenuto depositario e dispensatore del verbo.

Ebbene, gli scatti, i contorcimenti e la gaffes del Prodi costituiscono un disastro politico e istituzionale così grave che nessuno vuole e può nascondere: anche L’Unità, alfine, lo dice. E con brutale chiarezza, in un crescendo di critiche, ironie, incitamenti a chiarire il ruolo del Professore nel pasticciaccio brutto della Telecom. Che siano matti anche all’Unità?

Sta di fatto che quando è saltato fuori il piano stilato da Angelo Rovati per Telecom, il direttore del quotidiano organico ai Ds, Antonio Padellaro, ha commentato con durezza: "Sul premier e sul suo consigliere si è rovesciato di tutto e di più. Giustamente, aggiungiamo noi, se tutto questo riuscirà a impedire che in futuro si ripetano gli errori andati a ripercuotersi sull’immagine di Prodi e del suo governo".

E quando il Professore comincia a cedere e designa Gentiloni a riferire in Parlamento, è Pasquino a incalzare: "Deve venire di persona". Ancora: quando il premier furioso e dimezzato infine si arrende e si rassegna, chiosa: "Difficile giudicare in modo positivo la lunga incertezza per una decisione che il buon senso avrebbe dovuto indirizzare subito nella direzione giusta".

E poi i titoli. Prodi afferma di non avere sbagliato niente? "Infallibile". Le gaffe si moltiplicano? "Non vado. Anzi sì...Tutte le svolte di Romano il cinese". Non esiste un caso Telecom-Governo? "Rovati, un caso nel centrosinistra. Prodi irritato dal pressing dell’Ulivo". E via dicendo.

E singolare che a far rimarcare le durezze dell’Unità nei confronti di Romano Prodi sia stato il Corriere della Sera con questa puntigliosa citazione.

Il giornale fondato da Gramsci è stato, in questi giorni difficili per il viaggiatore cinese, la puntuale espressione del disappunto, del maldipancia e delle critiche della Quercia nei confronti del presidente del Consiglio. "Non siamo più in campagna elettorale - spiega Padellaro -Prodi è al governo, e il nostro compito dev’essere di incalzarlo e denunciarne i passi falsi, non di lodarne le gesta a prescindere. Nel caso Telecom, le incertezze e gli errori di comunicazione sono sotto gli occhi di tutti".

Sulle pagine dell’Unità hanno trovato sfogo, dunque, i risentimenti e le critiche per Prodi di un ampio spettro della dirigenza diessina, da D’Alema ad Angius, da esponenti della sinistra interna alla Finocchiaro. Preoccupa i vertici della Quercia la tenacia con cui Romano Prodi tenta di crearsi un personale sistema di potere, basato sull’uso spregiudicato di poteri finanziari ed industriali, con una pericolosa commistione di pubblico e privato. Non è un caso, quindi, che per bocciare l’iperattivismo di Palazzo Chigi, dalle alchimie bancarie al protagonismo in politica estera, anche l’Unità abbia sentito il bisogno di criticare le tentazioni del dirigismo.

La guerra a Prodi, dall’interno dell’Unione, continuerà. Quella della caduta per "implosione" è un’ipotesi basata su un’analisi corretta delle dinamiche politiche. E ad avviare il processo d’implosione sarà una mano di sinistra.

 

25 settembre 2006
Prodi aumenta le tasse. Ecco come

I redditi compresi fra i 50 ed i 100 mila euro saranno i più colpiti dall’aumento delle tasse, previsto dalla legge finanziaria. La cancellazione del secondo modulo della riforma fiscale comporterà l’eliminazione di 8 miliardi di benefici introdotti da quella riforma. E che solo in parte – e per i redditi più bassi – verrà compensata dal taglio di cinque punti del cuneo fiscale; taglio che, per i lavoratori, si tradurrà in una restituzione fiscale di 4 miliardi.

Questa operazione comporterà un aumento della pressione fiscale sulla classe media superiore al mezzo punto di pil. Una specie di patrimoniale, che non sarà per nulla compensata dal taglio del cuneo fiscale.

Dovrebbero essere penalizzati dalla politica fiscale del governo tutti quei lavoratori dipendenti con uno stipendio che sfiora i 3 mila euro al mese.

Si tratta dei contribuenti con la maggiore propensione al consumo. Un appesantimento del loro carico fiscale avrà, quindi, un effetto negativo sui consumi; quindi, sul pil, visto che sono proprio i consumi interni a tirare la crescita.

Ne consegue che la manovra del governo sarà fortemente recessiva per l’economia nazionale.

Vale la pena di ricordare che il secondo modulo della riforma fiscale, reimmettendo nel circuito economico 8 miliardi di euro, favorì nel 2005 una spinta dei consumi. E che proprio grazie a quella spinta oggi il pil cresce dell’1,6-1,7%. Eliminarlo sarebbe talmente grave per l’intero sistema produttivo da annullare gli effetti benefici della riduzione di 5 punti del cuneo fiscale.

Per non parlare dei riflessi politici. L’operazione fiscale che hanno in mente Visco e Padoa Schioppa punta a colpire proprio quell’elettorato moderato. Prodi lo vuole "punire" perché "reo" di aver votato Berlusconi. Con il risultato che sta reintroducendo la lotta di classe. Fiscale, questa volta.

 

26 settembre 2006
Europa. La doppiezza di Prodi

In Europa, Romano Prodi sottoscrive, insieme a Chirac e Zapatero, una lettera indirizzata all’UE in cui si chiede una "mobilitazione collettiva che affronti l’emergenza immigrazione illegale". Al presidente Barroso si propone una serie di misure necessarie a limitare il fenomeno: dal pattugliamento alla sorveglianza marittima, dalla necessità di collaborare con i paesi di origine all’obbligo di offrire accoglienza.

In Italia, sempre lui, demonizza invece la legge Bossi-Fini che si è rivelata la giusta risposta a quei paesi europei che rimproveravano l’Italia di essere un "colabrodo" alle frontiere.

Alcuni ministri del governo Prodi chiedono l’abrogazione di questa legge oltre alla chiusura dei Cpt, i centri che hanno permesso alle forze dell’ordine di accogliere gli immigrati, di curarli prima di indirizzarli nelle varie città.

Ancora. Il ministro Amato ha proposto di riconoscere la cittadinanza agli extracomunitari dopo soltanto cinque anni di residenza nel nostro Paese: una prospettiva che probabilmente porterà nuovi elettori all’Unione ma che nel frattempo, come confermano i dati, ha provocato un’impennata negli sbarchi e purtroppo un aumento di naufragi e di morti.

Insomma, in Italia trionfa un solidarismo interessato e poi in Europa si mostra un apparente senso di responsabilità.

E’ la consueta doppiezza di Prodi, ma questa volta il Professore non si è accorto che l’appello rivolto alla commissione europea in realtà è una denuncia al governo italiano, è una richiesta di intervento per correggere la politica italiana. Una denuncia a se stesso e alla sua incapacità di governare.

 

27 settembre 2006
La stampa ''amica'' attacca Prodi

Oggi anche la stampa "amica" del governo critica - spesso con toni aspri - la Finanziaria di Prodi. Ecco alcuni esempi eloquenti.

Su Il Riformista:
"Scusate, ma può dirsi ricco uno che porta a casa tremila euro netti al mese? ’Direi proprio di no’ commenta il direttore della Fondazione Nordest, Daniele Marini. ’...buona parte degli operai specializzati, tra stipendio e straordinari, quei soldi lì se li mette tranquillamente in busta’. ’Siamo al ceto medio bello e buono, altro che ricchi o classe agiata’.

"Il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati: ’Sulla Finanziaria sono pessimista’... ’è dirigista e strozza i comuni’.

"Il segretario lombardo della Quercia, Luciano Pizzetti, dice: ’sarebbe da manicomio se davvero aumentassimo il prelievo Irpef. Io ho fatto la campagna elettorale dicendo che non avremmo aumentato le tasse. Sarebbe un problema andare a dire alla gente che ci eravamo sbagliati. Qui al nord potremmo fare le valige perché tanto non ci voterebbero più. Anzi, la gente farebbe bene ad andare in piazza’.

"Arturo Artom, un imprenditore milanese molto vicino a Enrico Letta: ’se si alza il prelievo Irpef, si rischia di ripetere la telenovela sulla tassa di successione ...dando ragione a Tremonti quando diceva che l’Unione avrebbe messo le mani in tasca agli italiani’."

L’Unità.
Titolo: "Tagli alla scuola? I sindacati: siamo pronti allo scontro"

"Meno insegnanti e più alunni per classe. La Finanziaria al vaglio del governo taglia la scuola, divide la maggioranza e fa insorgere i sindacati che minacciano lo sciopero generale.

"Una vera e propria croce per il centrosinistra che per cinque anni ha combattuto a fianco di insegnanti e alunni contro i tagli del ministro Moratti. ’Sulla scuola non possiamo transigere’ tuonava Giordano in Transatlantico, ’sosterremo le lotte degli insegnanti’. E Diliberto: ’... forse Padoa Schioppa non risponde agli elettori, ma il presidente Prodi e il sottoscritto sì e in campagna elettorale abbiamo detto l’esatto contrario’.

"Verdi, Pdci e Italia dei Valori infuriati perché, accusano, ’siamo stati messi davanti al fatto compiuto, una finanziaria di cui non sappiamo nulla...’

"Gestione pericolosa, rischiamo di andare in Parlamento senza rete’, attacca ancora il segretario del Pdci Diliberto.

Un altro fronte aperto (...) è quello dei comuni, con il presidente Anci Leonardo Domenici che avverte: ’c’è grande confusione e voci allarmanti: se tali voci fossero confermate saremmo davanti ad una manovra totalmente inaccettabile’."

Su Repubblica
Massimo Giannini scrive:

"Lo scontento è universale e trasversale".

"Occorerebbe almeno una condivisione piena e incondizionata tra il premier, il ministro del Tesoro e la squadra di governo".

"Tra le entrate spicca una revisione dell’Irpef assai pesante in parte anche per il ceto medio. ...La formula ipotizzata da Visco (...) costerà circa 6 miliardi di euro a livello di sistema e oltre 100 euro al mese per il singolo contribuente".

"Sulla scuola: rapporto docenti/alunni ridotto da 1 su 138 a 1 su 168, e un taglio di 177 mila ’prof’ in sei anni. Sulla Sanità e la Pubblica Amministrazione: dal ticket sui ricoveri al pronto soccorso al taglio del 6%nei consumi intermedi. Sugli enti locali: dal tetto alle spese sanitarie al giro di vite al patto di stabilità".

"Se a tutto questo si aggiungono la rimodulazione delle tasse sulle rendite finanziarie e la reintroduzione della tassa di successione, il risultato finale ricalca l’odiosa equazione smerciata dai liberisti di tutto il mondo: sinistra=tasse."

 

28 settembre 2006
Cresce il partito antiprodiano

Europa, il giornale della Margherita, titola in prima pagina sulla manovra economica: “Finanziaria al rush finale. Malumori, assalti, tensioni”.

All’interno dello stesso articolo la nota politica prosegue: “A 24 ore dal varo della Finanziaria da parte del governo, intanto, si moltiplicano allarmi e richieste di parti sociali ed enti locali, che saranno ricevuti oggi pomeriggio a palazzo Chigi. Mentre gli autonomi parlano di accanimento fiscale qualora fosse confermato l’innalzamento dei contributi previdenziali a loro carico, i sindacati chiedono più risorse per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e il finanziamento del fondo e la non autosufficienza… C’è spazio per i malumori soprattutto nell’ala riformista… Ieri il leader della Margherita e vicepremier Francesco Rutelli ha rappresentato le preoccupazioni del suo partito soprattutto per ciò che riguarda le misure del fisco…”

La spalla in prima pagina insiste: “Una finanziaria faticosa... Se non si ribadisce con coerenza anche davanti alle categorie che sono il cuore del proprio elettorato la logica del decreto Bersani si rischia di dar ragione alla destra che nelle scelte dell’Unione vede logiche di parte e non d’interesse nazionale… Fare una legge finanziaria è un compito che non si augurerebbe al peggior nemico. Quindi va dato credito a chi vi sta lavorando. Però per onestà occorre anche restituire l’impressione di un riformismo che fatica un po’ troppo.”

Segue così pag.5: “Malumori riformisti” La Margherita preoccupata: non appariamo come il governo delle tasse… Fassino e Rutelli spengono i fuochi polemici ma chiunque abbia girato ieri per il Transatlantico può testimoniare che nella maggioranza il malessere per come sta venendo fuori questa Finanziaria c’è ed è palpabile”.

Il Riformista, il quotidiano diretto da Paolo Franchi, non usa toni più morbidi:
“Riformisti amareggiati: hanno vinto Prc e sindacati… La Finanziaria deve essere centrata sui tagli alle spese, non su aumenti delle tasse. Confindustria è tornata a ribadirlo nero su bianco in un comunicato diffuso al termine del primo direttivo dopo la missione in Cina e il caso Telecom…Le cifre del resto cambiano di ora in ora e ad oggi si capisce solo che le numerose barricate sui tagli alla spesa pubblica stanno facendo lievitare il capitolo entrate… Un autorevole parlamentare dei ds racconta di furibonde telefonate “dai miei elettori in Piemonte, che hanno la percezione netta che questa sarà solo una finanziaria di tasse, che nulla sarà fatto per tagliare la spesa pubblica e che Rifondazione e i sindacati hanno vinto su tutta la linea…”.

Esiste all’interno della maggioranza, rinfocolata dal caso Telecom, una sorta di partito antiprodiano che mira per ora a condizionare il premier e lavora, in tempi medi, per una sua sostituzione?

Quella che poche settimane fa sarebbe stata una provocazione irrealistica oggi è una ipotesi credibile. Rutelli e una buona parte della Margherita, D’Alema, i riformisti diessini e adesso lo stesso Fassino si sono collocati in una posizione di attesa e di “condizionamento” del premier, segno di una crescente diffidenza nei suoi confronti di cui la stampa non parla.

La doppia mossa della benedizione (prima) della fusione Intesa-San Paolo e poi la vicenda Telecom, al di là della difesa di rito del presidente del Consiglio, hanno suggerito ai maggiori partiti di governo di stringere il cerchio su Prodi.

Diesse e Margherita hanno capito che il Professore ha deciso di sfruttare al massimo in chiave personale i primi mesi del suo mandato per imprimere al governo un marchio che lo renda riconoscibile indipendentemente dai partiti che lo sorreggono. Non avendone uno suo, Prodi non vuole correre il rischio del ‘98 quando furono proprio i partiti a mandarlo a casa.

Tuttavia qualche eccesso nelle sue mosse nel gotha economico del Paese e l’approssimarsi di una Finanziaria troppo spostata sulla sinistra antagonista hanno ridato spinta al trasversalismo contro di lui.

I riformisti diessini e i popolari della Margherita hanno frenato la corsa al Partito Democratico che dovrebbe dare a Prodi quella struttura organizzativa e quella forza personale che adesso non ha.

A ben vedere queste diffidenze tra i suoi principali alleati di governo si stanno sposando in queste settimane di scandali annunciati e di tormenti legati dall’affaire Telecom, con i fastidi nei confronti di Palazzo Chigi di buona parte dei cosiddetti poteri forti.

 

29 settembre 2006
Chi è il bugiardo?

Usare la politica per gli affari e favorire gli affari per rafforzarsi in politica. E’ l’accusa più grave e dirompente per la dignità di un Presidente del Consiglio: un’accusa che ieri è risuonata in Parlamento e ha incrinato l’immagine di Prodi come mai era accaduto in passato per un capo del governo italiano.

Un’accusa che è stata provata dagli interventi circostanziati e puntuali di tutti i rappresentanti dell’opposizione e che ha influito sulla difesa, scontata ma obiettivamente tiepida ed imbarazzata, da parte della maggioranza.

Prodi reticente, Prodi che non dice (tutta) la verità, Prodi che scarica i suoi più fedeli collaboratori (Rovati) dopo averli usati, Prodi che interviene a Borse aperte rilevando dettagli sulle trattative riservate della più grande azienda privata del Paese, Prodi "cinese" che ridicolizza il Parlamento solo perché gli chiede - e di fatto gli imporrà - di riferire in Aula sull’affaire Telecom, Prodi che prova a trasformare il "processo" subìto ieri in una generica conferenza sul ruolo delle Telecomunicazioni…

Forse non è liberale attizzare nel Paese e nella pubblica opinione il sospetto che a Palazzo Chigi sieda appunto una persona che sa usare la politica per orientare i grandi affari e sa favorire questi affari affinché politicamente lo consolidino. E tuttavia nelle prossime settimane, favoriti da una Finanziaria che metterà mano alle tasche di decine di milioni di italiani.

Il match Prodi-Tronchetti non è una gara di vip per stabilire chi mente: c’è quel comunicato di Palazzo Chigi dell’8 settembre, che troppi italiani non conoscono, in cui Prodi nega di opporsi alla eventualità della vendita di Tim. Prodi ne parla e ne scrive prima dell’11 settembre di Marco Tronchetti.

Dunque sapeva e non poteva non sapere, come quella nota ufficiale dimostra inequivocabilmente. Ed è lì, anzi è da lì, che è iniziata la sua penosa retromarcia che ha lasciato a terra Rovati ma che ha incrinato definitivamente l’immagine del Premier. Dunque chi è il bugiardo?

 

30 settembre 2006
Fermi tutti! Questa è una manovra!

Tredici miliardi di maggiori entrate fiscali, e forse più. Tagli di spesa (che molto spesso sono aggravi sui cittadini come nel caso dei ticket sanitari) per 20,360 miliardi di euro. La manovra economica 2007 varata dal governo ipotizza tagli alla previdenza per 4,560 miliardi di euro, alla sanità per 3 miliardi, nella Pubblica amministrazione per 3,22 miliardi, alle amministrazioni periferiche (grazie al patto di stabilità interno) di 4,58 miliardi di euro. Infine, ci sono 5 miliardi che vengono dal Tfr. Molte le novità, spesso poco piacevoli, inserite nella Finanziaria.

Tasse sulla casa. Ici, doppio rincaro per finanziare le spese dei Comuni

Doppio aumento in vista per l’Ici. Il primo scatterà con la revisione degli estimi catastali. Un loro aumento produrrà automaticamente un rincaro - anche ad aliquote invariate - delle imposte sulla casa (indipendentemente se prima o seconda casa). Il secondo aumento arriverà quando i Comuni introdurranno la «tassa di scopo». Potranno rialzare l’aliquota Ici fino a un massimo dell’8 per mille, per finanziare infrastrutture nel settore dei trasporti o misure per l’arredo urbano. I rincari dovranno compensare i minori trasferimenti pubblici agli enti locali.

Irpef. Con uno stipendio da 3mila euro parte il salasso

Controriforma dell’Irpef. Le aliquote diventano cinque: la più bassa, 23%, si applica ai redditi fino a 15mila euro; la più alta, 43%, scatta oltre i 75mila euro. Con la nuova «curva» Irpef si iniziano a pagare più tasse superati i 40mila euro. A 55 mila euro non si calcola più la no tax area. Per le fasce più basse le deduzioni fiscali vengono trasformate in detrazioni. Chi pagherà più tasse saranno i redditi fra i 28 ed i 55mila euro. Oltre a quelli sopra i 75mila.

Liquidazione. Due terzi del Tfr dalle aziende passano all’Ente

Una delle pensate più brillanti della Finanziaria è il trasferimento del 65% del Tfr inoptato (cioà non destinato dai lavoratori a fondi pensione complementari) dalle casse delle aziende ad un Fondo, costituito presso la Tesoreria ma amministrato dall’Inps. Così, senza colpo ferire, l’Inps mette le mani su un flusso annuale che viene calcolato dalla finanziaria in 5 miliardi di euro. I lavoratori - proprietari, è bene ricordarlo, del Tfr - dovrebbero poter conservare i benefici previsti, come l’anticipo del Tfr per comprare o ristrutturare casa, o per spese mediche. Così, almeno, giura «Tps».

Cuneo fiscale. Nord penalizzato in un taglio spalmato e ridotto

Era stata la grande promessa della campagna elettorale. Tagliare gli oneri fiscali e previdenziali a carico delle imprese di 5 punti per un totale di 10 miliardi nei primi cento giorni di governo. Confindustria ci aveva creduto. Sono passati più di 4 mesi e il cosiddetto «taglio del cuneo» si è ridotto a 6 miliardi dei quali il 40% destinato ai lavoratori. Alle imprese restano così poco più di 3,5 miliardi di euro di sgravi ripartiti in due tranche (febbraio e luglio 2007) e soprattutto con ulteriori vantaggi per il Mezzogiorno. Al Nord, locomotiva d’Italia, rimane poco o nulla.

Sanità. Prelievo forzoso su pronto soccorso ricette e prestazioni

La Finanziaria 2007 non ha risparmiato neanche il settore della Sanità da nuove forme di prelievo forzoso. L’obiettivo è la riduzione della spesa, il mezzo è l’imposizione di nuovi ticket sulle prestazioni. In particolare, dal 10 gennaio prossimo si pagheranno di più le visite specialistiche (10 euro sulla ricetta), le urgenze di pronto soccorso non seguite da ricovero (23 euro) e quelle meno gravi, il cosiddetto «codice verde» (43 euro). Dovranno pagare per intero la prestazione anche gli esenti che non ritirano i risultati delle analisi. Le Regioni che superano i tetti di spesa dovranno imporre ticket automatici.

Mobilità. Seimila operai Fiat in uscita a 57 anni a carico dello Stato

Il governo Berlusconi non l’aveva concessa. La prima finanziaria di Prodi, invece, accoglie le richieste della Fiat affinché sia concessa la mobilità lunga ai suoi lavoratori in esubero. Si prevede infatti che per 6.000 lavoratori delle imprese i cui piani «siano stati oggetto di esame presso il ministero del Lavoro nel periodo tra il 1º gennaio 2007 e il 28 febbraio 2007», non valgano le nuove regole per l’anzianità. Potranno quindi andare in mobilità per tre anni a carico dello Stato, per i successivi a carico delle imprese fino alla pensione. Anticipata e di nuovo a carico dello Stato.

Previdenza. Pensioni d’anzianità chiusa una finestra

La riforma, quella che dovrà decidere sull’aumento dell’età pensionabile, sarà oggetto di una trattativa futura fra governo e sindacati. Intanto, per fare un bel po’ di cassa per il 2007 - per la precisione 4,56 miliardi - si chiude una delle quattro finestre di uscita per i pensionamenti d’anzianità. E soprattutto si aumentano le aliquote previdenziali a carico dei lavoratori autonomi (19,5% dal 1º gennaio prossimo e 20% dal 1º gennaio 2008), mentre per i parasubordinati (i «co.co.co») l’aliquota passa subito al 23%.

Bollo auto. Rincari a raffica E costerà di più possedere un Suv

Un euro in più nella tassa di circolazione dei Suv, cioè per i fuoristrada, e penalizzazioni per le auto inquinanti. Nel menù delle nuove entrate previste dalla Finanziaria 2007 torna un classico: il ritocco del vecchio «bollo». Questa volta, ha assicurato il viceministro Vincenzo Visco, le finalità sono di tipo ambientale e quindi lo stato non ci guadagnerà niente. Si pagheranno 0,40 euro per ogni kilowatt che si aggiunge per i motori che vanno da «Euro zero» a «Euro tre». Fino all’esenzione dal pagamento della tassa per cinque anni per le «Euro quattro».

 

1° ottobre 2006
Clandestini? Un affare per i sindacati

Il governo ha affidato ai patronati sindacali il compito di sbrigare le pratiche per fare ottenere agli stranieri il permesso di soggiorno. Un protocollo firmato al Viminale il 9 febbraio scorso, che però è stato messo a punto soltanto nelle ultime settimane, allarga anche agli «istituti di patronato e di assistenza sociale» il disbrigo dei «procedimenti amministrativi per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno e delle carte di soggiorno dei cittadini stranieri». Enti che devono svolgere anche «attività di assistenza, informazione e consulenza». Formalmente è una sperimentazione che durerà tre anni e sarà completata con il progressivo trasferimento delle competenze sui permessi di soggiorno dalle questure ai Comuni: i lasciapassare non saranno più autorizzazioni di polizia ma semplici atti amministrativi degli enti locali.

Chi non passa dal patronato può continuare a farsi del male facendo le solite code. La pubblica amministrazione alza insomma bandiera bianca e appalta una fetta del proprio lavoro (e del consenso sociale e politico) a istituti che si autodefiniscono di «mediazione sociale» e che ormai si sono conquistati una sorta di monopolio dei rapporti tra burocrazia e cittadini, soprattutto lavoratori dipendenti e anziani. Calcoli pensionistici e relative domande, denunce dei redditi, pratiche sanitarie, e ora anche i permessi di soggiorno. I sindacati sono pronti ad accogliere nuovi iscritti e ad affrontare il prossimo passo: le carte per fare ottenere la cittadinanza agli stranieri.

La legge assegna loro esplicitamente compiti di consulenza e informazione sui diritti degli immigrati, incarichi da svolgere gratuitamente; eppure hanno un tornaconto: più pratiche aprono, maggiore sarà il punteggio accumulato in vista della spartizione dei finanziamenti pubblici. I patronati infatti si sostengono con una quota (lo 0,226 per cento) del gettito dei contributi previdenziali obbligatori incassati da Inps, Inpdap, Inail e Ipsema. Soldi delle pensioni, dunque.

Questo fondo nel 2002 è stato pari a 259 milioni di euro, nel 2003 ha superato i 293 milioni e nel 2004 (i dati ufficiali saranno diffusi a novembre dalla Ragioneria generale dello Stato) dovrebbe superare i 320 milioni di euro. Esso viene ripartito in base a un punteggio calcolato sul complesso dell’attività svolta. Ogni pratica sbrigata fa salire il punteggio. E milioni di stranieri rappresentano un bacino d’utenza assai promettente.

Gli immigrati conoscono bene i patronati, perché appena mettono piede in Italia trovano sempre qualcuno che consiglia loro di andarci subito. Lì ricevono notizie su come ottenere assistenza sanitaria e altri sussidi: case popolari, utenze (luce, gas, telefono) in «fascia sociale», buoni alimentari, asili nido e quant’altro. Quando uno straniero varca la porta di un patronato su consiglio di qualche amico arrivato prima di lui, difficilmente saranno compiute verifiche sulla sua provenienza e sulle sue dichiarazioni; ma gli operatori sociali, per aiutarlo, faranno a gara nell’aprire pratiche. Magari, se lo straniero si metterà in regola e troverà un lavoro, il patronato che è anche Caf elaborerà il redditometro e il modello Unico. E questi sono tutti servizi che danno diritto a rimborsi statali.
 


Nella Finanziaria anche 10 milioni su Radio Radicale

Nella bozza di Legge Finanziaria entrata in Consiglio dei ministri venerdì scorso c’è un articoletto (il numero 61 per la precisione) che riguarda Radio Radicale. L’emittente del partito di Marco Pannella, del presidente della Commissione Attività produttive Daniele Capezzone, del ministro del Commercio Estero Emma Bonino, in una legge di tasse e austerità per tutti può festeggiare. Nella bozza infatti si legge che «è autorizzata la spesa di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 per la proroga della convenzione tra il ministero delle Comunicazioni e il Centro di Produzione Spa, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, della legge 11 luglio 1998, numero 224». La bozza di legge Finanziaria non è ovviamente quella che uscirà dalla riscrittura nel Consiglio dei ministri di venerdì, dalla messa a punto di ieri e dalla lucidatura di oggi ma, se saranno confermati, dieci milioni di euro l’anno (circa venti miliardi di vecchie lire) per Radio Radicale sono un bell’assegno. Cambiano i governi, le maggioranze e pure le repubbliche, Radio Radicale continua a incassare per il suo servizio in diretta e in differita sulla vita politica del Paese. Lo fa, a dire il vero, quasi in regime di monopolio, visto che la Rai di quel servizio pubblico radiofonico (per il quale incassa il canone) sembra non volersene far carico seriamente.

 

2 ottobre 2006
Chi guadagna cappuccino e brioche

E’ una manovra redistributiva, dice Prodi. Cioè, tassa i ricchi per diminuire il prelievo fiscale sulle fasce meno fortunate della popolazione. Ma quanti soldi in più si troveranno le fasce basse di reddito?

Un lavoratore dipendente con moglie e figli minorenni a carico, e con un reddito di 15 mila euro all’anno, avrà un beneficio fiscale di 61 euro al mese. Si tratta di due euro al giorno. Cioè, grazie alla manovra di Prodi, questo contribuente si potrà permettere un cappuccino ed una brioche in più al giorno.

Lo stesso cappuccino e brioche, però, non se lo potrà permettere chi, pur con lo stesso reddito e nelle medesime condizioni familiari, è stato assunto grazie alla Legge Biagi. L’aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori parasubordinati, infatti, assorbirà per intero lo sgravio fiscale concesso dalla controriforma Visco.

Il motivo di questa discriminazione per identica fascia di reddito è tutta politica. Il primo lavoratore dipendente, con quella fattispecie di reddito e di famiglia, è senz’altro iscritto alla Cgil; soprattutto se vive al Nord e lavora in fabbrica. Oppure alla Cisl e Uil se è un ministeriale e lavora nel Centro Sud. Insomma, se è sindacalizzato.

L’altro lavoratore, il parasubordinato, al contrario, non è iscritto a nessun sindacato; in quanto, i parasubordinati ed i lavoratori "atipici" non hanno simpatia per il sindacato, che difende solo i lavoratori che un lavoro lo hanno già. E nemmeno tutti, visto che ormai più del 60% degli iscritti ai sindacati confederali sono rappresentati dai pensionati.

Per queste ragioni, Epifani dice di condividere la legge finanziaria di Prodi. Non tanto perché redistributiva. Ma perché tarata sui suoi iscritti. Insomma, una finanziaria per Cipputi, da cappuccino e brioche.

 

3 ottobre 2006
Prodi scappa

Per quanto tempo i ministri di questo governo continueranno a proteggere e a coprire Prodi? E’ di queste ore la decisione del premier di non partecipare ad alcun tipo di talk show per non finire nel tritacarne delle accuse.

Il Professore, infatti, dice di essere un moderato, un democratico, uno che non rifugge il confronto. Dice. Poi, nei fatti, scappa a gambe levate, evita – per quanto possibile – domande scomode e situazioni nelle quali dovrebbe difendersi. Ufficialmente motiva questa sua decisione con il fatto che se andasse in tv sarebbe costretto a difendersi dagli attacchi e non potrebbe spiegare come vorrebbe perché questa Finanziaria punta allo sviluppo. In sostanza scappa dalle trasmissioni perché i giornalisti e gli altri ospiti non gli farebbero le domande che vorrebbe (è lui che vuole la stampa asservita!), mentre viceversa lo accuserebbero di aver introdotto una raffica di tasse. Che poi è la verità.

Ecco allora che il premier manda allo sbaraglio i vari Bersani, Bindi, Rutelli. E lui? Se ne sta comodo comodo a palazzo Chigi, in compagnia di Visco, i veri artefici di questa Finanziaria delle tasse.

Insomma, Prodi e Visco sono la mente ma non ci mettono la faccia. Non ci pensano neppure. Già perde consensi così, figuriamoci se va pure in tv a parlare delle 56 nuove tasse introdotte dal suo governo…
 


Una sola cosa emerge chiaramente dall’intervento di Prodi in difesa della Finanziaria: la sua inguaribile inclinazione a mentire agli italiani. Lo ha fatto in campagna elettorale, quando negato che avrebbe aumentato le tasse, lo fa oggi quando nega che questa sia una finanziaria fondata sulle tasse.
Afferma: “Scrivendo la Finanziaria ho pensato alla delusione che avrebbero provato i critici di professione non trovare nuove tasse, tagli delle pensioni, imposte sulle successioni e le donazioni”. Si tranquillizzi: i critici se li ritrova in casa e la delusione è di quanti lo hanno votato, perché nella Finanziaria tutte quelle cose ci sono e in abbondanza.
Le falsificazioni del Governo cominciano dal comunicato stampa con il quale si dichiara un vantaggio Irpef per i redditi fino a 40mila euro. Il confronto basato sul mix aliquote-sconti (Il Sole 24 Ore) racconta una storia diversa.
Mentre per i redditi fino a 25mila euro i vantaggi fiscali sono minimali (da 59 a 135 euro), già i contribuenti con 30mila euro di reddito pagheranno di più. Parliamo di famiglie che vivono con meno di duemila euro al mese. Questi sono i “ricchi” che, secondo Rifondazione Comunista, finalmente “piangeranno”.
L’improntitudine di Prodi arriva a negare che nella Finanziaria vi siano imposte sulle successioni e sulle donazioni.
Come tutti hanno appreso, perfino su quella larga fetta della stampa appiattita sulla linea del Governo, è che la tassa sulla successione (e sulle donazioni) è stata reintrodotta surrettiziamente con nuove tasse di registro e ipotecarie. E la nuova “tassa sul morto” parte da 180mila euro: altrochè i “molti milioni” promessi da Prodi in campagna elettorale.
Quella stessa coalizione che aveva promesso di non aumentare le tasse e invece lo sta facendo, ora promette, per bocca di Visco, di restituire tra un anno “i soldi che chiediamo oggi”. Con quale credibilità?
Sulla stessa pagina del Messaggero che ha ospitato la lettera di Prodi viene annunciato che i Comuni sono sul piede di guerra. E il sindaco Cacciari che, fino a prova contraria, non è di destra, boccia la manovra e conferma che gli enti locali dovranno ricorrere ad addizionali Irpef. Annullando così anche gli scarsi benefici per i redditi bassi, annunciati con tanta ridondanza da Prodi.
Il quadro dei “benefici fiscali” per i contribuenti si chiude con la cosiddetta ”rimodulazione” delle rendite finanziarie: più tasse anche sui Bot e i titoli di Stato. Quando lo dicevamo noi, ci accusarono di “delinquenza politica”. Rimandiamo l’insulto al mittente.
Per finire: il contribuente medio italiano, tra imposte dirette, indirette e contributi sociali, dovrà versare al Fisco circa il 50% del proprio reddito. Schiavo e non cittadino.
Quanto al capitolo “sviluppo”, quel che viene dato alle imprese con una mano, quella di un cuneo fiscale diluito e non “tutto e subito” (altra promessa non mantenuta), viene abbondantemente tolto con l’altro.
Lo “scippo” di cinque miliardi del Tfr è clamoroso. Non si capisce, anzitutto, come un debito delle aziende (tale è), passando all’Inps possa trasformarsi in un attivo dello Stato.
 

4 ottobre 2006
Bollo auto: se non ti puoi permettere una Fiat nuova, pagherai di più

Con la legge Finanziaria 2007 scattano una serie di rincari per la tassa di possesso delle automobili.

I Suv (Sport utility vehicle), come le altre auto, devono rispettare degli standard ambientali, e nel giro di pochi anni tutti i fuoristrada, come l’intero parco circolante, saranno in linea con le specifiche Euro4. Per ora, tuttavia, chi non può permettersi una vettura nuova, sarà costretto a pagare di più, infatti, il disegno di legge introduce il principio della tassazione progressiva in funzione delle emissioni inquinanti.

Superbollo per i Suv

Dal 1° gennaio 2007 le autovetture e gli autoveicoli per trasporto promiscuo di peso complessivo superiore a 2.600 kg, con esclusione di quelli aventi un numero di posti uguale o maggiore a 8 pagheranno, anno dopo anno, una sovrattassa di 2 euro per ogni kw (kilo watt).

Torna il superbollo per i diesel

Le autovetture e gli autoveicoli per trasporto promiscuo con alimentazione a gasolio non catalizzati dovranno pagare, in aggiunta alla normale tassa automobilistica, una sovrattassa pari a 6,63 euro per kw. Attenzione: tale sovrattassa si cumula, ove ne ricorrano le condizioni, con quella prevista per le vetture di peso complessivo superiore a 2.600 kg.

Autocarri tassati come autovetture

Una misura tesa a disincentivare la trasformazione di autovetture in autocarro: la tassazione di tutti i veicoli per i quali sia stato effettuato il cambio di destinazione dalla categoria M1 (autovetture) a quella N1 (autocarro) sarà effettuata in base alla potenza effettiva dei motori.
Insomma, tutti i veicoli trasformati in autocarro pagheranno lo stesso bollo che pagano le corrispondenti autovetture.

Riepilogo delle tariffe

"Euro4" e "Euro5": la tariffa di 2,58 euro per kw resta invariata
"Euro3": la tariffa sale a 2,7 euro per kw
"Euro2" :la tariffa sale a 2,8 euro per kw
"Euro1": la tariffa sale a 2,9 euro per kw
"Euro 0" non catalitiche: la tariffa sale a 3 euro per kw
"SUV": la sovrattassa prevede un importo aggiuntivo pari a 2 euro per kw (veicoli di peso complessivo superiore a 2.600kg e fino a 6 posti).
(Fonte: Finanziaria)

Scheda a cura di Renato Brunetta
 

5 ottobre 2006
Finanziaria: c'è qualcuno a cui piace?  (a parte Prodi e Padoa Schioppa)

Che la Finanziaria di Prodi sia inadeguata, iniqua e punitiva per tutti non lo dice soltanto l’opposizione. Oggi lo confermano i quotidiani “schierati”, quelli che sinora hanno saputo supportare tutte le “magagne” dell’Unione; i sindaci dell’Unione; leaders sindacali (attuali e non); alleati di governo; Confindustria.

Il Sole 24 ore affida l’editoriale ad un liberale doc come Salvatore Carruba e titola “Ceto medio incompreso e riformismo perduto”, che ne fa già pregustare il senso.

Dopo aver ironizzato sul ministro Padoa Schioppa che si è dichiarato incapace “di comprendere le lamentele dei ricchi” e dopo aver precisato che in questa categoria vengono iscritti i percettori di un reddito di tremila euro al mese, Carruba scrive, usando le parole di Cossiga, che la Finanziaria è una “manovra di classe” e aggiunge che “è un banco di prova: per il governo, per la legislatura, per la maggioranza, per l’opposizione.

Perché tutti devono prospettare l’Italia che vogliono, che ancora non appare come un’Italia più libera, più moderna, più efficiente e più imprenditiva. E che perciò non potrà essere un’Italia più giusta”.

A pag. 5, il quotidiano della Confindustria pubblica alcune tabelle relative agli effetti della finanziaria sulle famiglie con i diversi redditi: numeri più esplicativi di tante parole.

La Stampa, finora il quotidiano più filo-governativo, oggi sterza bruscamente e dedica alla Finanziaria cinque pagine tutte con titoli di “lotta”.
“Finanziaria, la rivolta dei sindaci rossi” caratterizza la prima pagina e spiega: “L’ira dei sindaci ulivisti sul governo. I primi cittadini di sinistra non vogliono essere additati come i ‘vampiri’ che aumentano le gabelle per recuperare i tagli”.

Domenici, sindaco fiorentino leader dell’Anci, avverte il governo: “State tagliando il ramo sul quale siete seduti”.

Chiamparino, primo cittadino torinese: “La Finanziaria ci chiede di tagliare 190 milioni di euro? Semplice: o cambia la Finanziaria o portiamo le chiavi del comune a Palazzo Chigi”.

Walter Veltroni che lamenta per la capitale un taglio tra i 200 e i 250 milioni di euro: “Si mettono a rischio i servizi”.

Cofferati, l’ex sindacalista che si è offerto a Bologna: “Scenario insostenibile che preoccupa”.

Tra i meno noti il sindaco ds di Ferrara che dichiara: “Non mi va giù che un governo di sinistra mi dia il permesso di aumentare le tasse ai cittadini per coprire i suoi tagli”.

Altri titoli sempre del quotidiano torinese: “Taglio del cuneo, dipendenti beffati”, “Sindacato padrone d’Italia, sulla manovra il timbro di Cgil, Cisl e Uil”, “Tfr, una scelta sbagliata e ingiusta” e, a proposito del meeting di Capri dei giovani imprenditori, “La base grida allo scippo.

Cresce la voglia di rompere con il governo”. E, ancora, un editoriale affidato a Luca Ricolfi, il quale – fra l’altro – rimprovera: “Contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale il governo metterà le mani nelle tasche degli italiani e lo farà in modo massiccio”. “I veri poveri piangono come prima perché – non pagando tasse – non ricavano alcun beneficio dalla rimodulazione delle aliquote, i veri ricchi ridono perché nulla fa supporre che qualcosa li potrà davvero costringere a rivelare i loro redditi al fisco”. “Il risanamento dei conti è un (…) risultato incerto perché si basa su una mossa di finanza creativa di dubbia correttezza contabile”.
“…Perché il governo ha presentato le cifre della Finanziaria in modo così confuso e poco trasparente? Perché tanto accanimento nel disinformare i cittadini?”. “Ma soprattutto, perché ci venite a raccontare che è colpa del governo precedente?”.

Il Corriere della Sera riprende la rivolta dei sindaci e il malcontento della Confindustria: “Tensione sulla Finanziaria. I sindaci dell’Unione contro la manovra” per poi dare ampio spazio a Cofferati la cui intervista dovrebbe diventare un manifesto di Forza Italia.

Tra l’altro il quotidiano di via Solforino riporta una curiosità: “La manovra ‘taglia’ i bocciati. ‘Così risparmiamo sui professori’”. “Con 644 classi in meno, ci sarebbe una riduzione di 1.455 docenti e 425 segretari, bidelli e custodi”: alla faccia della precarizzazione rimproverata al governo Berlusconi, la sinistra licenzia!

Insomma, sulla Finanziaria, la stampa amica rinuncia ad essere complice. E siccome questo governo l’ha fatta davvero grossa, non sono complici nemmeno i giornali di partito.

L’Unità titola: “Sindaci in rivolta, il governo tratta” e in un articolo precisa in 50 euro la cifra destinata ai più deboli, ammettendo che “non sarà una festa…”.

Liberazione: “Sindaci in rivolta: la manovra ci strangola”.

Il Riformista punta il dito sul sindacato di sinistra: “Epifani cerca (ma non trova) i benefici del cuneo fiscale.

Il segretario della Cgil chiede lumi sui reali vantaggi per i dipendenti. Delusi anche sindaci e Confindustria”.

Di grande effetto il titolo del Manifesto: “Tax and the City” e di grande impatto l’editoriale con un titolo significativo: “Così cominciò il dopo-Prodi”. Parola di Comunisti.


I sindaci dell’Unione attaccano la manovra del Governo, del loro Governo, e da Palazzo Chigi arriva l’immediata disponibilità a trattare. C’è chi strilla di più e minaccia di consegnare a Prodi le chiavi della sua città (Chiamparino); c’è chi ne approfitta per salire in cattedra e regolare i suoi personali conti politici e sindacali (Cofferati); c’è chi conferma la sua predisposizione ittica a fare il pesce in barile (Veltroni, naturalmente) e si guarda bene dal minacciare gli stessi sfracelli promessi al governo Berlusconi (“spegneremo 44mila lampioni, cancelleremo 20mila posti negli asili, chiuderemo i musei alle 17,30…” e via dicendo).

Di buono c’è che la rivolta dei Comuni è la conferma di quanto abbiamo sostenuto da subito: che questa Finanziaria fa acqua da tutte le parti, che è fatta di sole tasse, che è punitiva per la fascia medio-bassa dei contribuenti, che i pochi e miserevoli benefici fiscali (un cappuccino al giorno) per i cosiddetti ceti deboli saranno abbondantemente annullati dalle stangate degli enti locali, che nulla resta per investimenti e sviluppo.

Ma attenti. Un po’ di diffidenza non guasta. L’immediata disponibilità di Prodi a trattare, lascia intravedere una storia tutta diversa. “I sindaci dell’Unione contro il governo dell’Unione” somiglia stranamente a un “teatrino” del quale la sinistra è specialista. Sinistra di lotta e di governo, sinistra che appicca il fuoco e poi si veste da pompiere, sinistra che indossa contemporaneamente i panni della maggioranza e dell’opposizione. Da una parte bastona, dall’altra difende i bastonati.

Così si apre l’ennesimo tavolo di concertazione (solo a Confindustria è stato negato, con lo scippo sul Tfr). Il Governo, c’è da giurarlo, cederà. Naturalmente andando a reperire la copertura delle risorse presso i soliti noti, i sindaci dell’Unione torneranno soddisfatti nei loro municipi. Ci racconteranno quanto sono stati bravi a difendere i cittadini e ad agire in grande autonomia anche nei confronti di un Governo amico. Ci diranno anche quanto è stato bravo il Governo di sinistra (diversamente da Berlusconi) a comprendere le loro buone ragioni.
Morale della storia: l’opposizione se la fanno da soli, vorrebbero l’esclusiva.


“Colpiti i deboli e i ceti medi”. Per noi non è una novità, seppure respinta con sdegno dal Governo.

La notizia è che Sergio Cofferati, tra i sindaci in rivolta, non si limita a reclamare più risorse per Bologna, ma proclama (Corriere della Sera) a chiare lettere questa verità negata e attacca a tutto campo la Finanziaria. Non ci resta che lasciare a lui la parola.

“Il mutamento delle aliquote inasprisce il prelievo fiscale anche per alcune fasce medio-basse…Da 40mila a 100mila euro tutti pagano di più rispetto a prima. E non credo che questi possano essere considerati ricchi”.
“Quando ho sentito Padoa-Schioppa parlare dei “ricchi” sono rimasto basito. In realtà parlava di una platea formata dal lavoro dipendente e dal ceto medio produttivo, che storicamente paga le tasse”.
“A quelli che tecnicamente si possono considerare davvero ricchi, la modifica delle aliquote non chiede nulla. Accreditare l’idea che 75mila euro sia la soglia della ricchezza significa accomunare i benestanti a chi guadagna dieci volte tanto”.
“E’ un’azione pesante sul ceto medio produttivo. I veri ricchi sono esattamente nella posizione di prima”.
“Dopo che Padoa Schioppa si è presentato come Robin Hood, arrivano gli sceriffi di Nottingham. Lui difende i poveri e noi sindaci dovremmo vessarli. Se l’Irpef li difende e l’aumento delle tasse locali li colpisce, la somma algebrica è zero”.
“Epifani? I benefici della riduzione del cuneo sono assorbiti dalla riforma Irpef, la stessa che penalizza i ceti medi produttivi”.
“La previdenza? Per ragioni a me incomprensibili, per non spostare in avanti di qualche settimana l’uscita dal lavoro di qualche decina di migliaia di persone, si sono aumentati i contributi previdenziali a milioni di lavoratori dipendenti, oltre agli incrementi per autonomi e parasubordinati”.
Firmato: Sergio Cofferati. Non c’è una parola da aggiungere.


Confindustria: giudizio “preoccupato”

Confindustria conferma il suo ’’giudizio preoccupato sulle scelte operate dalla finanziaria’’, soprattutto per quanto riguarda ’’il trasferimento forzoso del Tfr allo Stato’’, e percio’ l’associazione di Viale dell’Astronomia ’’auspica un’azione di governo volta ad affrontare la questione trovando soluzioni con il consenso delle forze sociali interessate’’. E’ quanto si legge in una nota diffusa dal comitato di presidenza di Confindustria al termine della riunione che si e’ tenuta nel pomeriggio a Milano nella sede di Assolombarda.

’Confindustria - continua la nota - si sarebbe aspettata piu’ tagli agli sprechi e alle spese improduttive, meno imposte a livello sia centrale che locale e piu’ riforme volte al futuro’’. Confermato il giudizio positivo sul taglio del cuneo fiscale, ’’strumento irrinunciabile per il sostegno allo sviluppo’’ che ’’va a beneficio sia delle imprese sia dei lavoratori e rappresenta la conferma di un impegno assunto durante la campagna elettorale ribadito nel programma dell’esecutivo’’. Ma la confederazione degli industriali ’’sottolinea ancora una volta che il trasferimento forzoso del Tfr allo Stato e’ una scelta sbagliata nella forma e nella sostanza, e per di piu’ ingiusta’’. In particolare perche’ ’’si tratta di denaro prima di tutto dei lavoratori, ai quali viene tolta autonomia di scelta’’. Inoltre ’’il provvedimento del Tfr tocca la struttura patrimoniale delle imprese, un punto debole di gran parte del nostro sistema industriale’’. Percio’, conclude la nota, ’’su questo aspetto Confindustria auspica un’azione di governo volta ad affrontare la questione trovando soluzioni con il consenso delle forze sociali interessate’’. [Agenzia di stampa Asca del 4 ottobre, ore 21.22 ]
 

6 ottobre 2006
Il fisco oppressivo del governo Prodi

"Meno tasse, ma le pagheranno tutti". Questo è stato lo slogan della campagna elettorale di Prodi e di tutto il centro sinistra.

Passando al setaccio il disegno di legge finanziaria 2007, il decreto legge di delega in materia fiscale, e il decreto legge collegato, scopriamo, invece, che le nuove tasse sono ben 69!

Nuove tasse
Decreto legge

[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal comma e dal contenuto della tassa]

1. 1 2 aumento garanzia per depositi fiscali a fini IVA
2. 3 3 aumento aggio riscossione a carico del contribuente
3. 4 1 ammortamento immobili in leasing
4. 3 2 ammortamento spese per oggetti d’arte, antiquariato, collezione
5. 3 pronti contro termine
6. 3 4 incremento imposta sostitutiva per cessione a titolo oneroso di immobili e terreni
7. 3 8 Campione d’Italia
8. 5 1 catasto cat. E (stazioni, edicole per giornali e simili, chioschi per bar, per rifornimenti di auto, per sale di aspetto di tramvie, pese pubbliche, etc.)
9. 5 2 catasto terreni
10. 5 6 rendite catastali cat. B (Collegi e convitti, educandati, ricoveri, orfanotrofi, ospizi, conventi, seminari, caserme, Case di cura ed ospedali Uffici pubblici, Scuole e laboratori scientifici, Biblioteche, pinacoteche, musei, gallerie, accademie, Magazzini sotterranei per depositi di derrate, Cappelle ed oratori non destinati all’esercizio pubblico dei culti
11. 6 1 Imposta di registro successioni e donazioni – tassa fissa
12. 6 Imposte ipocatastali successioni e donazioni – tassa fissa
13. 6 Imposte di registro successioni e donazioni – percentuale
14. 6 Imposte ipocatastali successioni e donazioni - percentuale
15. 7 1 bollo auto per SUV in base a potenza motori
16. 7 aumento diesel per autotrazione
17. 7 tasse ipotecarie
18. 7 18 tributi speciali catastali
19. 7 25 auto a dipendenti (applicazione retroattiva)
20. 28 riduzione rimborsi tariffe postali abbonamenti per case editrici e giornali
21. 32 compenso agli editori per la riproduzione di articoli di riviste o giornali. Esclusione dall’obbligo di compenso per amministrazioni pubbliche

Nuove tasse
Disegno di legge finanziaria

[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal comma e dal contenuto della tassa]

22. 3 1 aumento aliquote e revisione scaglioni IRPEF
23. 3 3 revisione detrazioni (55.000 €)
24. 5 1 studi di settore: revisione triennale
25. 5 Analisi di coerenza
26. 5 2 applicazione retroattiva (periodo di imposta 2006)
27. 5 4 ridefinizione limite ricavi per applicazione studi di settore
28. 5 7 società nuove: altri indicatori di coerenza specifici
29. 5 8 applicazione ai contribuenti con periodo di imposta diverso dai 12 mesi
30. 5 16 detrazioni spese medicinali (CF destinatario e natura, qualità, quantità)
31. 5 17 IVA giochi e scommesse
32. 5 19 rivendita auto per handicappati entro 2 anni dall’acquisto: differenza maggiori imposte
33. 6 1 IRES opere di durata ultrannuale
34. 6 2 ammortamento concessionari costruzione ed esercizio opere pubbliche
35. 6 3-4 Riporto perdite redditi esenti
36. 6 5 Bollo imposta proporzionale
37. 6 apparecchi da divertimento
38. 6 aumento tabacchi (100 milioni)
39. 6 2 sblocco aumento addizionali irpef comuni
40. 6 12-20 Dati ICI in dichiarazione dei redditi
41. 7 Acconto addizionale comunale IRPEF
42. 8 imposta di scopo per opere pubbliche comunali
43. 9 tassa di soggiorno comunale
44. 10 2 province Imposta prov. Trascrizione
45. 10 canone pubblicità
46. 10 imposta pubblicità
47. 11 tariffa per servizio raccolta e smaltimento rifiuti
48. 73 15 in caso di violazione patto di stabilità interno per le regioni: aumento automatico imposta regionale benzina
49. 73 15 aumento automatico tassa automobilistica
50. 74 16 aumento automatico imp prov.trascrizione
51. 16 Aumento canoni demaniali marittimi
52. 28 2 riutilizzazione dati ipotecari e catastali
53. 74 in caso di violazione patto di stabilità interno per gli enti locali: aumento automatico addizionale comunale IRPEF
54. 85 aumento contributi
55. 85 2 lav subordinati
56. 85 3 co co co
57. 85 4 artigiani
58. 85 5 contributo solidarietà
59. 85 6 trasferimento in Italia di contributi versati in paesi esteri
60. 88 1 b aumento add irpef regionale oltre i livelli massimi
61. 88 1 e per accesso a fondo transitorio regioni devono dimostrare idonei criteri di copertura del disavanzo da specifiche entrate certe e vincolate
62. 88 1-n ticket
63. 88 1-p pagamento per intero della prestazione in caso di non ritiro dei risultati
64. 130 3 canone annuo su pedaggi autostradali
65. 142 4 sovraprezzo tariffe autostradali (per adeguamenti tratti di adduzione alle autostrade)
66. 136 3 Addizionale introdotta dalle Autorità portuali
67. 212 Aumento tariffa per visti nazionali area Schengen
68. 16 10 e ssgg CONDONO DEMANIO MARITTIMO

Nuove tasse
Disegno di legge delega in materia fiscale

[il numero progressivo è seguito dall’articolo, eventualmente dal comma e dal contenuto della tassa]

69. 69. 1 revisione tassazione rendite finanziarie

Scheda a cura di Renato Brunetta
 

8 ottobre 2006
Visco, ospite di Lucia Annunziata, si lagna per le mancate lodi e attacca Cofferati e sindacati

Da una parte la sinistra radicale che gli ha chiesto più redistribuzione nel rimodellamento delle aliquote Irpef, dall’altra i sindaci (quasi tutti di centrosinistra) ai quali è difficile far ingoiare 4,3 miliardi di euro di tagli. Poi ci sono i riformisti che vorrebbero meno spesa sociale e più sviluppo. La coperta è corta, i partiti nel letto dell’Unione troppi.

Il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, ospite della trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata, non ci sta a farsi massacrare. Prima prova a dire: «I sindaci sicuramente non ce l’hanno con me, ce l’hanno col governo. Io mi prendo la mia quota di responsabilità». Ma poi lascia il fioretto e impugna la spada contro l’ex leader della Cgil che non vuole fare «lo sceriffo di Nottingham».

Incalzato dalle domande, sbotta. «I sindaci hanno completamente torto. Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità per quello che gli compete perché non è che noi stiamo facendo una cosa per cui non perdiamo popolarità». I sondaggi vanno male per il centrosinistra. Così i consensi non si recuperano. Bisogna remare tutti insieme per la causa comune e alla fine qualche concessione si potrà anche fare. Meno tagli, un po’ di soldi in più ai Comuni. Ma bisogna essere compatti. «Se in questa ripartizione c’è stato qualche squilibrio - ha aggiunto - ne discutiamo e lo risolviamo, ma nessuno si può assumere la responsabilità di dire alla gente che la situazione è meno difficile di quello che è».

Secondo Visco, quindi, le lamentele del primo cittadino di Bologna sono ingiustificate. «Ai sindaci sono state date molte opzioni: possono aumentare le imposte se vogliono, diminuire le spese se sono capaci. Possono usare poteri di accertamento e avere le tasse di scopo». Le divergenze si possono appianare, ma la tensione è ancora forte. «Dai sindaci ci aspettiamo solidarietà e comprensione e anche noi siamo disposti a fare tutto il possibile». Queste le premesse per l’incontro di domani tra governo e Comuni. Un do ut des ma anche un richiamo alla disciplina di partito.

Visco si è poi detto disponibile a rivedere parzialmente la riforma del Tfr per non scontentare le piccole imprese e soprattutto per non trovarsi scoperto dinanzi alla volontà dialogante riaffermata dal ministro Padoa-Schioppa al quale comunque chiederà conto del discorso di Capri. «Eventualmente si può ragionare», ha affermato ammettendo che per le aziende «c’è un aggravio di costi finanziari di 0,15 punti, ma alcune hanno difficoltà a trovare finanziamenti» bancari.

La Finanziaria è «equilibrata, giusta, tecnicamente ben fatta». Quindi perché tante critiche? Quello che si poteva fare s’è fatto. O quasi. «Se avessi più soldi, i redditi fra 35 e 40mila euro potrei trattarli meglio, ma per pulire meglio l’Irpef ci vuole un punto di Pil», più del doppio dei 7 miliardi utilizzati. Poi, Visco si è corretto. «È un periodo ipotetico del terzo tipo». È impossibile quindi attendersi un addolcimento delle aliquote.

A Marco Rizzo del Pdci che ha ribadito la necessità di «cambiare la Finanziaria» Visco ha puntualizzato che un lavoratore dipendente con un reddito lordo di 20mila euro annui grazie alla nuova legge di bilancio guadagnerà 435 euro netti in più. E anche il premier Romano Prodi ieri mattina ha proclamato che «la famiglia è un punto fondante della Finanziaria».

I rimpianti dei professori liberal come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina che volevano una manovra soft? «Liberisti ideologici molto discosti dalla realtà delle cose», ha tagliato corto Visco.


Il gioco delle tre carte di Visco

Cofferati attacca, Visco reagisce, Cofferati affonda il colpo. La “verità” sulla finanziaria fa più male se arriva da sinistra.

Così il viceministro (il “veroministro” dell’Economia) invita, dai teleschermi, il primo cittadino di Bologna a “fare il sindaco” e a “prendersi le sue responsabilità”, in sostanza a farsi gli affari suoi. Di contro, Cofferati replica dalle pagine di Repubblica con due verità scomode, una politica e l’altra di sostanza: il governo “insegue la demagogia della sinistra radicale, di chi dice togliamo ai ricchi per dare ai poveri”; con il risultato che “a pagare sono soprattutto il ceto medio produttivo e il lavoro dipendente, cioè i soggetti più leali con il fisco”.

Per darsi ragione, Visco imbroglia le carte e i numeri. Davanti all’accusa di tartassare i redditi a partire da 30mila euro, abbandona precipitosamente la linea Maginot dei 75mila euro (quella dei “ricchi” penalizzati, secondo la prima versione comunicata alla stampa) e porta ad esempio i guadagni fiscali (399 euro) di “un lavoratore dipendente con coniuge e un figlio che ha un reddito di 16mila euro lordi l’anno”.

Prendendo ad esempio un lavoratore con il reddito appena al di sopra dell’asticella della “no tax”, dimostra che non sa più dove andare a parare. A chi parla di capre, risponde parlando di cavoli. E così dà ragione a Cofferati. Ma naturalmente anche all’opposizione.
 

9 ottobre 2006
Anche l'Economist critica Prodi

Un altro anno. Un’altra Finanziaria. Un altro trucco" è il sommario dell’articolo apparso sull’ultimo numero di The Economist, "Fumo e specchi", a commento della legge Finanziaria presentata la scorsa settimana dal Governo Prodi.

The Economist si riferisce al provvedimento secondo il quale confluirà nelle casse dello Stato la metà del TFR dei lavoratori che non sceglieranno di destinare la liquidazione ai fondi pensione; lo stesso provvedimento che ha fatto dire a Luca di Montezemolo "assistiamo ad una sorta di nazionalizzazione di una parte importante di risparmio che impone un carattere dirigistico all’agire economico".

Il problema per The Economist non è nell’idea in sè che, anzi, considera "difendibile poichè taglia un sussidio nascosto alle aziende sotto forma di finanziamento a basso costo" ma nella natura della sua contabilizzazione nel bilancio previsionale da parte del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. "Non è perdonabile", continua l’articolo, "il fatto che la Finanziaria tratti questa cassa come entrate, e non come un debito che in futuro dovrà essere restituito. Le entrate previste da questo provvedimento (5,3 miliardi di Euro) rappresentano più di un terzo di quanto il Governo intenda tagliare il deficit".

"Non sono gli errori che ci si aspetterebbe da un ex-membro del consiglio della Banca Centrale Europea" chiosa The Economist, concedendo però le attenuanti del caso a Padoa Schioppa che "ha dovuto piegarsi fino a questo punto per conciliare le richieste dei partiti della sinistra radicale. La Finanziaria include un annacquato taglio del cuneo fiscale ma aumenta le tasse sui redditi e opera poche riduzioni della spesa pubblica. Vi è il rischio che l’effetto finale sia quello di frenare una crescita già ridotta".

In conclusione, il settimanale definisce il progetto di Finanziaria "ottimistico" al punto da "chiedersi se Padoa Schioppa sarà in grado di tagliare il deficit nella misura prevista. Il trucco sul TFR potrebbe non essere riconosciuto da Bruxelles e il risultato dipende anche dalle misure per ridurre l’evasione fiscale che potrebbero non dare i risultati previsti (7 miliardi di Euro). Il pericolo maggiore è che il progetto inciampi al voto del Parlamento.

“Padoa Schioppa ha accontentato sindacati e sinistra, ma fatto infuriare i sempre più nervosi partiti di centro della coalizione, che temono, con l’aumento delle tasse, di perdere l’appoggio del ceto medio, particolarmente al Nord. Il governo ha ora una maggioranza al Senato di un solo seggio, ed è quindi fortemente vulnerabile alle pressioni di qualsiasi componente del suo largo spettro politico".

I quotidiani finanziari esteri più autorevoli alzano il livello di allarme sulle possibili ricadute di un ammorbidimento della Finanziaria.

Il Financial Times ("Prodi affronta le divisioni sulle proposte della Finanziaria") descrive "le fatiche di Prodi per mantenere inalterato il suo piano di tagli mentre i moderati e la sinistra radicale si danno battaglia intorno alle sue proposte per ridurre la spesa pubblica". Secondo il quotidiano finanziario, "la Finanziaria di quest’anno è la più importante dall’ingresso nel 1999 nell’Euro, a causa del deterioramento delle finanze pubbliche e della competitività internazionale negli ultimi otto anni" ma "le possibilità di ridurre il deficit e il debito pubblico sono limitate dal fatto che Prodi guida una litigiosa coalizione di nove partiti con una minuscola maggioranza al Senato".

"All’interno del governo salgono critiche allo stile di comando di Prodi, mentre i politici che non fanno parte del suo entourage si lamentano di essere lasciati all’oscuro sulle decisioni prese". Per esprimere il suo giudizio il Financial Times utilizza le parole di Tiziano Treu: "L’immagine che stiamo dando è quella di un governo che non sembra in grado di attaccare gli sprechi e che sta inconsapevolmente scivolando verso un aumento delle tasse".

Il Wall Street Journal parte da un altro dato di fatto emerso in questi giorni, la decisione della Corte di Giustizia Europea di obbligare al rimborso dell’Iva per le auto aziendali, per analizzare la situazione nell’articolo "L’Italia aumenta le previsioni di deficit". Secondo il quotidiano finanziario statunitense, nonostante all’annuncio dell’aumento della previsione di deficit per il 2006 al 4,8% del PIL sia seguita la conferma dell’impegno italiano a rientrare nei parametri di Maastricht, "la revisione al rialzo della previsione è un segnale che nonostante gli sforzi italiani per tagliare il budget, la spesa pubblica continua a superare le entrate". Il WSJ rileva come le nuove cifre si aggiungano alle "preoccupazioni del primo ministro Romano Prodi per raggiungere il consenso all’interno della sua coalizione divise su 30 Miliardi di Euro di manovra basata su controversi aumenti fiscali e tagli di spesa".

La preoccupazione del quotidiano è derivata dalle ricadute sulla economia dell’intera zona euro delle scelte italiane: "L’Italia deve tagliare la spesa, ma un drastico taglio della spesa o un aumento delle tasse potrebbe minare il recupero economico del paese, che trascinerebbe in basso la crescita dell’intera zona Euro. D’altra parte se l’Italia non implementa questi cambiamenti, potrebbe trovarsi di fronte ad un downgrade del suo debito, alzando il costo del debito e lasciando meno risorse per sostenere la crescita". Una situazione di difficile interpretazione: il fatto che Germania e Francia stiano rientrando rapidamente nei parametri dell’Euro non fa che porre il nostro Paese al centro dell’attenzione alle critiche di istituzioni ed analisti.
 

7 ottobre 2006
D’Alema rovina la festa orvietana di Prodi

Al seminario di Orvieto i protagonisti polemici sono ancora una volta Massimo D’Alema e il Professore.

Alla fine di una serata molto rituale, molto burocratica e molto sbullonata, dopo due interventi praticamente inutili di Francesco Rutelli e di Piero Fassino che, stretti fra la padella e la brace, non avevano quasi più argomenti da sostenere, il vero duello è stato ancora una volta quello fra Prodi e D’Alema.

Il presidente dei Ds, ha provato a vellicare dubbi della sua base, e quelli degli scontenti ex democristiani. E così ha riscosso applausi, gridando: «Senza la sezione dei Ds e senza il circolo della Margherita, le primarie non si sarebbero mai potute svolgere!». E ancora: «Non è che per fare il Partito democratico ci si scioglie in un’ora x, si va al gazebo, e così nasce un nuovo partito».

Fra l’altro, anche all’inizio le sue frasi alimentano un piccolo giallo, esordisce dicendo: «Vi chiedo scusa, non è una mia abitudine intervenire in un dibattito che non ho seguito, ma non sarebbe giusto toccare o alimentare equivoci». Quali? Fino alla vigilia, si diceva che non avrebbe parlato.

E così si arriva alle conclusioni di Prodi, anche lui dice che il Partito democratico c’è già e anche lui cerca di superare il problema dell’adesione al socialismo europeo, con l’iperbole: «Siamo noi ad anticipare l’Europa e non viceversa». E poi: «Le primarie non si sarebbero mai potute fare senza l’impulso dei partiti, ma non avrebbero avuto successo se non fossero andate oltre i partiti». E poi aggiunge: «Il Partito democratico dev’essere unitario, e non una federazione. Aperto, ma spinto dal basso, riformatore, ma non moderato».

D’Alema gli aveva rifilato un’altra delle sue stoccate, poco prima: «Non è che si può fare una cosa in cui ci sono solo i cittadini e il leader». Anche lì aveva raccolto grandi applausi. Alla fine la differenza fra il ’96 e oggi, tra Gargonza e Orvieto, è tutta qui. Allora D’Alema aveva un’alternativa di leadership e di progetto (se stesso), adesso non ce l’ha più.
 

10 ottobre 2006
Confindustria sconfessa Padoa-Schioppa

Confindustria smentisce il governo. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ieri nel corso dell’audizione alla Camera sulla Finanziaria ci ha provato a scaricare sugli imprenditori la responsabilità del prelievo forzoso del Tfr su tutte le aziende a partire dal 2007. Ma gli è andata male.

Padoa Schioppa: «Confindustria stessa ha suggerito di applicare la norma del Tfr a tutte le imprese indipendentemente dalla loro dimensione e non differenziando, ad esempio prevedendo il 100% dalle più grandi e niente dalle piccole». Quasi una denuncia. Il ministro dell’Economia ha così sottolineato che la possibilità di risparmiare le Pmi dalla tenaglia sulle liquidazioni ci sarebbe pure stata, ma il vertice di Viale dell’Astronomia (che fa riferimento alle grandi imprese) ha stoppato la proposta per non vedere l’intera posta sfumare dallo stato patrimoniale. «Forse questa scelta va riconsiderata, credo che si potrà rivedere», ha concluso Padoa-Schioppa aprendo a eventuali modifiche.

Gli imprenditori non sono rimasti fermi al palo. «Sulla vicenda del Tfr non c’è stata alcuna concertazione come ha riconosciuto lo stesso ministro a Capri», si legge in una nota. Ma c’è di più. Pochi giorni prima del varo della Finanziaria, Confindustria, informata della misura «determinante per la manovra», ha chiesto delle franchigie e di ipotizzarla «solo per le imprese oltre i 250 dipendenti». «I trasferimenti non sarebbero sufficienti», è stata la risposta del governo. E come nella due giorni caprese, la litania confindustriale è la stessa: «L’idea del trasferimento forzoso del Tfr è ingiusta e sbagliata».
 

11 ottobre 2006
Promesse da Prodi

"No, su questo possiamo essere tranquilli: non si aumentano le imposte per diminuire il cuneo fiscale".
(Romano Prodi il 14 marzo 2006 durante la sfida Tv)

’’Questa e’ un’invenzione sua e del centrodestra. Noi non prevediamo un aumento del peso fiscale. La politica fiscale sarà cambiata il meno possibile, con passi moderati, perché famiglie e imprenditori devono potersi regolare".
(Romano Prodi parlando a Matera il 21 marzo 2006)

"La destra sta creando turbativa nei mercati e preoccupazione tra i risparmiatori, sostenendo che il nostro governo aumenterà le tasse. E’ falso".
(Romano Prodi, in una nota diffusa dal suo ufficio stampa il 22 marzo 2006)

"Non è assolutamente nostra intenzione modificare la tassazione su bot e altri titoli di stato".
(Romano Prodi il 22 marzo 2006)

"Torno a ribadire per chi ancora non ha capito, e soprattutto per chi non ha voglia di capire, che noi non alzeremo le tasse. Noi le abbasseremo".
(Romano Prodi il 24 marzo 2006)

"Abbiamo già detto a tutti che non aumenteremo le tasse sui bot e i cct e che per le successioni la tassa sarà reintrodotta solo per le grandi fortune. Chi deve lasciare ai figli la casa o il negozio non deve avere paura".
(Romano Prodi ai microfoni del Tg3 il 26 marzo 2006)

"Ripristino della tassa di successione sui grandi patrimoni, e per questo si intende la tassazione dei ricchi veramente ricchi, non l’asse ereditario costituito da un appartamento o da un negozio".
(Romano Prodi durante una conferenza stampa a Piazza Santi Apostoli il 29 marzo 2006)

"Questa e’ delinquenza politica che ormai da qualche giorno si sta attuando. Nessuno ha mai parlato di aliquote".
(Romano Prodi il 30 marzo 2006 rispondendo a di Giulio Tremonti)

"E allora vi dico chiaramente: a pagina 206 del nostro programma è prevista la tassa di successione, esclusivamente per i grandi patrimoni. Dato l’allarme che e’ stato artificiosamente costruito dalla destra, voglio confermare che si tratta di un prelievo che riguarda esclusivamente grandi patrimoni e grandi fortune dell’ordine di parecchi milioni di euro. Riguardera’ pertanto una percentuale davvero minima delle famiglie italiane".
(Romano Prodi il 1° aprile 2006)

"Noi non aumenteremo il gettito dell’Ici di un euro".
(Romano Prodi ai microfoni di Odeon il 5 aprile 2006)
 

12 ottobre 2006
Avevano detto ''niente tasse''! E invece...

Vecchi e nuovi Bot sullo stesso piano, tassati al 20%; nessuna esenzione per le classi meno agiate. E’ il responso della commissione di studio insediata da Visco per impostare la delega al Governo sulla tassazione delle rendite finanziarie.

Se verrà imboccata questa strada (e perché non dovrebbe?), sarà l’ennesima conferma che Prodi ha spudoratamente mentito, quando accusava Berlusconi e Tremonti di “criminalità politica” e negava che la sua coalizione si preparasse alla torchiatura fiscale dei risparmiatori.

Cade così l’ultima promessa dell’attuale premier. Il “cuneo fiscale tutto e subito” è diventato una “spalmatura”; i “milioni di euro” di franchigia sulle successioni si è attestato a 250mila euro e neppure per tutti; la garanzia che non avrebbe azzannato i proprietari di prima casa (quasi il 90% degli italiani) affonda sul provvedimento di revisione degli estimi.

E adesso il Gran Bugiardo è nudo davanti agli italiani: il suo governo si prepara a spremere anche il “popolo dei Bot”.

I grandi capitali e i “ricchi” additati al ludibrio generale anche dal liberal Padoa Schioppa? No, soprattutto i piccoli risparmiatori. “Tassare i Bot è una sciocchezza”, aveva detto testualmente Rutelli a Tremonti, nel corso di un Porta a Porta pre-elettorale. Che ha da dire adesso?
La commissione voluta da Visco parla chiaro:”Un’unica aliquota applicata su tutti i titoli in circolazione e senza franchigia per le classi meno agiate garantisce un regime di tassazione equo, neutrale e antielusivo”. C’è anche una vera e propria perla, laddove si legge che “sono sconsigliate forme di esenzione perché mettono a rischio l’anonimato”. Non c’è che da sorriderne, di fronte all’impalcatura da Grande Fratello impostata da Visco e grazie alla quale il Fisco viene messo nelle condizioni di mettere il naso nella privacy dei contribuenti senza remore né confini.

Gli investitori destinati ad alimentare questo extra-gettito, è bene ricordarlo, sono solo i privati, cioè i piccoli risparmiatori. Quelli che detengono il 16% di Bot e Cct, perché il resto dei titoli di Stato è in mano a operatori esteri, che non versano un solo euro all’Erario, pagando le tasse a casa propria. Parliamo di famiglie a reddito modesto, di pensionati, di cittadini che hanno contratto un patto (“ti presto i soldi in cambio di una rendita concordata, sia pure modestissima”), del quale lo Stato fa carta straccia, cambiando unilateralmente le regole in corsa.

Il Sole 24 Ore ci spiega che “il regime unico piace ai mercati”, perché gli operatori italiani ed esteri sono contrari alla frammentazione e a regimi diversi di tassazione. E piace alle banche, che “rifuggono dalle complicazioni”. La commissione è composta da uomini di Visco, delle banche, della Borsa Italiana Spa. Neppure un rappresentante dei risparmiatori. Governo e Finanza, hanno fatto tutto in famiglia. Nessun diritto di parola per il “popolo dei Bot”. Solo quello di essere tosato.
 

13 ottobre 2006
Draghi attacca il governo

Nell’audizione alla Camera, il governatore ha smantellato tutte le difese costruite dal governo intorno alla manovra. Visco parla di un aumento della pressione fiscale dello 0,2%, Draghi lo smentisce: l’aumento è dello 0,5%, più del doppio. Abbiamo ridotto le tasse al 90% dei contribuenti, dicono i ministri. E dalla Banca d’Italia arrivano i calcoli su quanto paga più un single.

In pratica, Draghi in audizione ha dato ragione a chi chiedeva maggiore coraggio nelle riforme. E Padoa-Schioppa dal governatore si è sentito ripetere le stesse obiezioni ascoltate a livello europeo. Vale a dire che, per un Paese con un alto debito come l’Italia, il risanamento deve essere concentrato sul lato della spesa e non su quello delle entrate. Mentre Padoa-Schioppa ha dovuto accettare un’impostazione lontana anni luce dalle sue teorie di «banchiere centrale» e concentrare l’azione di miglioramento del deficit sul lato delle entrate.

E soprattutto sulle entrate, Draghi assesta un colpo sotto la cintura a Padoa-Schioppa, utilizzando un lessico da banchiere centrale: le maggiori entrate fiscali devono andare a riduzione del deficit. Un principio guida del Patto di stabilità, che il ministro si è sentito ripetere anche nella riunione dell’Eurogruppo di Lussemburgo.

Il governatore svela che quest’anno l’Erario incasserà più di 18,5 miliardi di maggiori entrate, pari all’1,3% del Pil. Draghi non dice di più. Ma basta a Padoa-Schioppa per capire che la Banca d’Italia avrebbe voluto vedere una riduzione del deficit di pari entità. Che non c’è stata. Perché altrimenti il governo non poteva dire di aver trovato i conti pubblici al disastro, come ha ricordato ancora ieri il ministro in Parlamento.

Draghi ricorda che, anche grazie alla manovra del governo, il deficit tendenziale del 2007 è stato portato al 3,8%. Il governatore non lega i due ragionamenti: livello di deficit tendenziale e maggiori entrate; non ce n’è bisogno. Basta avvicinare i due numeri e capire a quale livello poteva essere fissato il deficit del prossimo anno.

Dopo questa audizione, un risultato è probabile. Draghi verrà tolto dalla mailing list di Padoa-Schioppa.


Perché Draghi ha ragione?

Il governatore della Banca d’Italia ha ragione quando parla di una finanziaria sbilanciata sulle entrate. Su 34,7 miliardi di manovra – scrive la Relazione previsionale e programmatica a pag. 26 – oltre 27 miliardi sono le nuove risorse. Cioè, nuove tasse.

Draghi smantella le fondamenta e critica la filosofia della manovra. La smantella nelle fondamenta perché, quando dice che è concentrata sulle entrate, sostiene implicitamente che la finanziaria va nella direzione opposta a quella necessaria. Il problema della finanza pubblica italiana si chiama debito che si riduce solo se le spese vengono messe sotto controllo: cioè, ridotte. E con questa finanziaria, le spese non vengono ridotte. Anzi, aumentano.

In più, critica la filosofia perché – sempre implicitamente – sostiene che la manovra è anticiclica. Vale a dire che l’impatto delle maggiori entrate sull’economia reale frenerà la crescita del pil. Infatti, questo passa da un aumento dell’1,6% di quest’anno ad uno dell’1,3% del 2007. La frenata è determinata dal calo dei consumi e della domanda interna. Fenomeno fisiologico quando all’economia reale, ai contribuenti, si sottraggono 27 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Vale la pena di ricordare che uno degli slogan di questa manovra è che si tratta di una “finanziaria per lo sviluppo”. Ma se produce un rallentamento della crescita del pil, dov’è lo sviluppo?

Draghi, infine, sostiene che l’operazione sul tfr farà aumentare il debito pubblico. E spiega che, da un punto di vista tecnico, il trasferimento all’Inps del 50% del flusso di tfr va considerato come un prelievo; o un prestito. Come tale, lo Stato deve rimborsarlo. Il tasso di remunerazione, però, sarà più alto di quello applicato ai Bot. Ne consegue che, l’operazione farà crescere la spesa per interessi; e, quindi, il debito pubblico. Oltre a danneggiare i bilanci aziendali, escludendo alle imprese la possibilità di autofinanziarsi a tassi decisamente più bassi di quelli di mercato.
 

14 ottobre 2006
«Repubblica» colpisce Prodi e affonda il Partito democratico

Ad un anno dalle primarie, Repubblica rende noto un sondaggio, secondo cui solo il 35% del campione vuole la nascita del nuovo partito, mentre il 54% sostiene che il vecchio Ulivo gli basta e gli avanza.

Il sondaggio di Repubblica serve più che altro a mandae un avvertimento a Prodi, ben spiegato dall’autore della ricerca Nicola Piepoli: «Il partito democratico non fa sognare perché manca il leader. Dalle nostre ricerche emerge la richiesta della base di una figura di grande carisma, più quarantenne che cinquantenne, capace di parlare di futuro».

Identikit che esclude nettamente Prodi, che «è vissuto come capo del governo», dice Piepoli, o mero «amministratore straordinario», come disse Carlo De Benedetti consigliandogli di lasciare la politica ad altri.

E guarda caso, nota Repubblica, le rilevazioni più recenti «attestano Walter Veltroni quale leader politico più apprezzato» dagli elettori del centrosinistra, oltre che da Nicole Kidman e Sean Connery. Ma il fatto che il più probabile futuro erede della leadership sia l’attuale sindaco di Roma preoccupa più Fassino e Rutelli che Prodi, per il quale il Partito democratico rappresenta soprattutto una polizza di assicurazione sulla vita del suo governo e della sua leadership nell’immediato, uno strumento per ridurre drasticamente il potere contrattuale degli attuali partiti e delle loro classi dirigenti rispetto a un premier senza partito. Di qui la necessità di accelerare il processo e la minaccia di ricorrere ancora alle primarie per bypassare le resistenze dei partiti.

Massimo D’Alema torna però ad avvertire che un partito non si crea nei «gazebo» e che «non c’è un’ora X in cui un Big bang lo fa nascere». Niente forzature plebiscitarie, insomma, e rispetto per «quella massa di 900mila persone iscritte a ds e Margherita» che «sono parte della società civile».
 

15 ottobre 2006
I conti non tornano. Alle primarie di Prodi non erano 4 milioni

Non tornano le cifre che riguardano i partecipanti al voto delle osannate Primarie di un anno fa che "incoronarono" Romano Prodi candidato.

A sorprendersi della cifra di quattro milioni di votanti non è un esponente della Cdl ma il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, intervenuto a Saint Vincent, in Val d’Aosta, al convegno «L’Italia è divisa?» promosso dalla Fondazione Carlo Donat Cattin.

«Quattro milioni alle Primarie per Prodi? Non lo so, erano tantissimi, ma proprio quattro milioni non credo. Vedo che oggi si cercano con la lanterna, come Diogene, questi quattro milioni. Ma se non si trovano è perché, evidentemente, non c’erano. L’anno scorso ci fu una partecipazione straordinaria, che io stesso non mi aspettavo. Ripeto: furono tantissimi, magari due milioni, ecco, non più di due milioni».

Mastella ha approfittato dell’occasione anche per confermare che non darà la sua adesione al Partito democratico. «È un progetto legittimo. Ma, francamente, non riesco più a capire. I partiti si fanno avendo la stessa Weltanschauung, gli stessi valori. Si possono fare alleanze, ma un unico partito diventa atipico. In ogni caso, se quel progetto si concretizzerà, credo proprio che non arriverà ad essere un partito pianeta, con gli altri satelliti, come è accaduto all’epoca della Dc».

Per il leader dell’Udeur i tempi sono invece maturi perché «scatti la possibilità che una parte del centro possa rimettersi insieme». «Non lo escludo affatto», ha concluso.

E Romano come replica? Prodi liquida l’obiezione di Mastella dichiarando che il ministro "si è scordato il passato", e ci ride su a denti stretti.
 

16 ottobre 2006
Prodi l'arrogante: non mi criticate!

Se colui che i giornali principali (Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 ore e Stampa) non più di quattro mesi fa dipingevano come il salvatore dell’Italia, il liberatore dal giogo berlusconiano, adesso viene trattato con spirito critico, ma non certo con ostilità, come invece sostiene l’interessato, evidentemente un motivo ci sarà.

Romano Prodi non può prendersela con la stampa se viene attaccato insieme con il suo governo. Non può prendersela perché la stampa era tutta con lui, tifava per lui, gli tirava la volata, cercava di far cadere l’avversario ad ogni curva, anche imbrogliando o falsificando la realtà. Oggi l’opinione pubblica sta cambiando radicalmente e in modo inaspettatamente rapido e il Professore, invece di riflettere sui motivi, invece di fare un minimo di autocritica passa al contrattacco. E si cimenta nello sport che egli stesso contestava a Berlusconi. “Ce l’hanno tutti con me”, piange il premier, che, evidentemente, giudica il diritto di critica uno sport da praticare solo nei confronti del leader di Forza Italia. Nella passata legislatura, secondo il Professore, attaccare Berlusconi significava esercitare la libertà di stampa, pungolare il manovratore. Oggi che il manovratore è lui, guai a chi dice una parola men che positiva. Ieri per certi giornalisti fare le pulci al governo Berlusconi era un punto d’onore, una medaglia al petto, oggi criticare il governo Prodi rappresenta un ingiusto e ingiustificato attacco a palazzo Chigi. Insomma, il premier detta la “nota” ai giornali, ordina ciò che devono scrivere:

- parlare in modo indignato delle intercettazioni che lo riguardano;

- tacere dello scandaloso caso Rovati e del tentativo del governo di accaparrarsi Telecom;

- descrivere quanto è bella e buona la Finanziaria, occultare le decine di tasse che lui, Padoa Schioppa e Visco hanno messo a punto per il sistematico massacro degli italiani;

- passare sopra le generalizzate accuse di evasione fiscale lanciate alla cieca contro intere categorie di lavoratori;

- ignorare il fatto che secondo questo governo i “nuovi ricchi” devono essere ricercati anche tra chi guadagna 50mila euro l’anno e spesso fa fatica ad arrivare alla fine del mese per l’aumento dei prezzi legati all’euro.

Dopo aver occupato tutto senza un minimo di vergogna, Prodi sembra ben deciso ad occupare anche le redazioni dei giornali. Ma nessuno userà l’unica parola adatta per descrivere questo suo comportamento: censura. Prodi vuole la censura. Se fosse per lui ordinerebbe cosa scrivere e come scriverlo, cosa tacere. Non è un caso che egli citi l’unico giornale che l’ha rispettato: L’Unità. E Padellaro oggi lo ringrazia continuando a difenderlo. Arrivando perfino a sostenere che mentre Berlusconi si lamentava a torto, perché per di più possiede i mezzi d’informazione, Prodi si lamenta per fatti specifici senza possedere alcunché. Una precisazione è d’obbligo: pur possedendo mezzi d’informazione, Berlusconi è stato ed è sistematicamente attaccato. Questo significa che ha garantito la più totale libertà d’informazione, assicurando perciò campo libero a chi non lo ha mai amato e l’ha sempre dimostrato. Prodi ha invece sempre goduto di ottima stampa. Se adesso qualche autorevole giornale gli sta voltando le spalle forse è perché nel buon lavoro di questo sciagurato governo crede solo e soltanto lui.


Prodi: evasore chi protesta

Non è il discorso di un uomo forte e sicuro di sé, quello che Prodi sottoscrive sotto forma di intervista a "El Pais". È piuttosto, il discorso di un uomo che si sente braccato, che ce l’ha con tutti, coi poteri forti, e soprattutto con la stampa che, dopo aver contribuito a portarlo a palazzo Chigi adesso gli rema contro, tanto da indurlo a lamentarsi che "lavorare contro i mezzi di comunicazione è per noi un problema molto serio".

Un altro aspetto singolare dell’intervista di Prodi è quello che riguarda la legge finanziaria, e la politica fiscale del governo. L’inquilino di Palazzo Chigi compie una vera e propria opera di criminalizzazione laddove, ed è la sostanza del suo discorso, identifica le critiche all’aumento delle tasse, con la evasione fiscale anzi con la difesa dell’evasione stessa.

Testualmente, Prodi afferma che "in realtà, le categorie professionali che manifestano, protestano contro il pagamento delle tasse". Conclude che per lui "non cambierebbe niente anche se scendessero in piazza a milioni". E passa a fare elenchi precisi. Gli ingegneri, gli avvocati, e tutti gli altri che manifestano si oppongono a una "contabilità chiara che consenta di pagare le imposte che corrispondono ai propri guadagni".

In tal modo si demonizza, degradandola a evasione, cioè a reato, la logica che da sempre presiede alla dialettica democratica: mettere in discussione non certo l’obbligo di pagare le tasse, ma il quanto, la distribuzione del carico complessivo e l’uso che lo Stato, servitore e non padrone dei cittadini, fa del danaro chiesto ai contribuenti. Fu questa, nei paesi occidentali, la prima conquista dei Parlamenti nei confronti del sovrano.
 


 

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