Potere Sinistro 5




 

17 ottobre 2006
Scuola: le assunzioni promesse da Prodi diventano licenziamenti

Il “Promessor Prodi” – come lo ha definito un settimanale - è stato trovato con le mani anche nel barattolo della scuola. Presentando la legge finanziaria, aveva garantito l’assunzione di 150mila precari, ma si era “dimenticato” di aggiungere che la sua manovra economica porterà al licenziamento di 50 mila tra insegnanti e personale non docente. Sindacati, Verdi, Udeur e Rifondazione sono già scesi in trincea, e i Comunisti minacciano di far mancare il proprio consenso in Parlamento.

"Tagli e cicoria” per la scuola pubblica, è stata la laconica battuta della Cgil. La Finanziaria non solo prevede questi drastici tagli, ma introduce un meccanismo di recupero per il quale se i risparmi non dovessero arrivare entro i termini previsti verrà ridotta ulteriormente la spesa corrente. I sindacati avevano chiesto una Finanziaria di investimenti, ma Prodi e Padoa Schioppa hanno percorso la strada esattamente opposta.

Il governo dell’Unione, insomma, sta tornando all’antico: è bene ricordare, infatti, che dall’85 al 2000 mai una lira era stata aggiunta agli stanziamenti per il bilancio dell’Istruzione, mentre dal 2001 al 2006, col governo di centrodestra e la Moratti ministro, le risorse finanziarie destinate alla scuola sono cresciute complessivamente di 3.456 milioni di euro. Nell’ultima Finanziaria di Berlusconi la scuola ha ottenuto 110 milioni di euro, oltre al 20% d’incremento sul bilancio. La Casa delle Libertà ha razionalizzato la spesa, ma ha sempre reinvestito nell’Istruzione i risparmi che si effettuavano. La sinistra invece, anziché intervenire su una più moderna organizzazione dei percorsi di studio, ha instaurato un sistema burocratico che penalizzerà tutti: dirigenti, docenti, studenti e famiglie. È chiaro che quella del governo Prodi per la scuola è una strategia del gambero: togliere qualità all’offerta formativa tornando, appunto, al passato.

Ma cinquantamila posti di lavoro in meno sono un prezzo troppo caro da far pagare all’istruzione ed al sistema scolastico italiano. L’innalzamento del rapporto alunni-classe, la riduzione a priori delle bocciature, la diminuzione delle ore di lezione negli istituti professionali, e quindi un’inevitabile dequalificazione della scuola nel suo insieme, non sono certo le ricette promesse agli elettori nel programma dell’Unione. I tagli, se attuati nella loro interezza, metterebbero a rischio il funzionamento di tutto il sistema scolastico. Prodi aveva promesso di investire maggiori risorse su scuola e ricerca, cioè sui settori che rappresentano il futuro del nostro Paese, indicandoli come priorità assolute, e questo è invece il risultato.

È stata cancellata l’opportunità per le famiglie di iscrivere anticipatamente i figli alla scuola materna e alla scuola elementare.

È stata cancellata la figura del “tutor” che aveva la funzione di raccordare i rapporti tra scuola e famiglia.

È stato cancellato il portfolio che aveva la funzione di segnalare tutte le esperienze scolastiche ed extrascolastiche che avevano qualificato la vita dell’alunno durante il suo percorso educativo. Che significa tutto questo? La risposta è semplice: se in Finanziaria il capitolo dedicato alla scuola diminuisce, ciò sta a significare che si va ad intervenire nell’ambito dell’offerta e della qualità formativa. Saranno penalizzati gli studenti e le loro famiglie oltre che la professionalità dei docenti perché con questi “tagli selettivi” ci saranno meno investimenti.

Titolano i giornali

Non lo diciamo noi ma tutti i quotidiani italiani: la Finanziaria divide il governo, l’ennesimo scontro tra Prodi e la sinistra radicale, sostenuta dai sindacati, è sui fondi destinati alla scuola e la minaccia di 50 mila licenziamenti.

A conferma ecco una panoramica dei titoli che campeggiano oggi sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani.

Liberazione
Finanziaria, battaglia sulla scuola. Prc: “Troppi tagli, va corretta”

L’Unità
Scuola, è rivolta contro i tagli

Il Mattino
Finanziaria, scontro sulla scuola

Il Messaggero
Scuola, tagli ai docenti: è scontro

La Stampa
Rispuntano i tagli, rivolta nella scuola
La Repubblica
Scuola, è scontro sui tagli

Corriere della Sera
Finanziaria, lite sui tagli alla scuola

L’Avvenire
Scontro sui tagli nella scuola

Il Giornale
Scuola, a rischio 50 mila posti
 

18 ottobre 2006
Finanziaria: Prodi ha favorito il caos per avere il voto di fiducia?

Finanziaria. Ogni giorno una novità

Un luogo animato da comparse: questa è l’opinione che Romano Prodi ha del Parlamento. Comparse il cui unico scopo è votare quel che lui vuole. Anche se si tratta di piatti indigeribili come questa legge finanziaria.

Da un punto formale, la manovra nel suo complesso (decreto legge e finanziaria vera e propria) ha iniziato il suo iter parlamentare da tre giorni, con la discussione del decreto legge nelle commissioni Bilancio e Finanze riunite. E sono tre giorni che i lavori sono sospesi.

Motivo: i presidenti delle due commissioni stanno discutendo su quali emendamenti al decreto siano ammissibili e quali no.

Emendamenti che in totale sono circa 1200: 300 dell’opposizione (di cui 250 della Lega), il resto della maggioranza. Cioè, l’Unione sta discutendo sui suoi emendamenti. Cioè, sta litigando al suo interno.

Lo spettacolo offerto dalla maggioranza è indecoroso. Nella sostanza sta praticando un auto-ostruzionismo al decreto legge. E il provvedimento ha nella sua pancia circa 5 miliardi di euro di copertura della legge finanziaria. Insomma, se non si approva il decreto, viene a mancare la copertura alla manovra.

Il clima sugli emendamenti al decreto a Montecitorio favorisce la possibilità – per il governo – di chiedere il voto di fiducia sul provvedimento. Ed il voto di fiducia su un decreto – è noto – fa decadere tutti gli emendamenti approvati (chissà quando) in commissione; a parte le modifiche che vengono introdotte nell’articolo di conversione del provvedimento con i consueti maxiemendamenti.

Questa situazione offre il fianco a due interpretazioni. La prima, ampiamente prevista e prevedibile: la maggioranza è talmente frastagliata al suo interno che non riesce a trovare un’intesa sugli emendamenti al decreto. La seconda, più maligna: conoscendo le condizioni della sua maggioranza, Prodi ha favorito il caos in commissione così da agevolare l’uso del voto di fiducia.

Un comportamento che conferma l’impressione di come il presidente del Consiglio interpreti il Parlamento: un luogo animato da comparse, chiamate ad assecondare ogni suo provvedimento; anche se si tratta di un piatto indigeribile come questa finanziaria.

Perché, si badi bene, tutte le modifiche che vengono annunciate (dai bolli auto alla tassa di successione; dall’Irpef al Tfr) non hanno ancora alcuna traduzione in emendamenti. Quindi, sono solo chiacchiere destinate a smorzare la forte contestazione alla finanziaria che sale da ogni categoria. Solo un’operazione di facciata.


E con le novità le vendette

Nel giorno in cui Confindustria conferma un giudizio “preoccupato e negativo” sulla Finanziaria e denuncia un “clima ostile alle imprese”, in quello stesso giorno spariscono dal decreto-legge fiscale gli incentivi all’acquisto di auto nuove e meno inquinanti. Per dirla con più chiarezza: il presidente degli industriali fa uno sgarbo al governo e il governo fa uno sgarbo al presidente della Fiat.

Non c’è bisogno di scomodare Andreotti e il suo ormai celebre aforisma (“a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”) per adombrare il peggiore sospetto sulla tempistica di una decisione che colpisce al cuore del suo business l’azienda torinese, costringendola a ridimensionare i conti e a riporre precipitosamente nel cassetto la campagna pubblicitaria, già partita, sui vantaggi della rottamazione delle vecchie auto.


Quegli incentivi, dietro la motivazione ecologica, nascondevano un sostanziale sostegno alle industrie nazionali del trasporto (Fiat, ma anche Piaggio) e, di fatto, anche all’occupazione del settore. Così a pagare per questa cancellazione saranno sì le aziende, ma anche i lavoratori. Ma a questo governo cosa importa?

La prova dello “sgarbo” sta nell’unanimità con la quale il vertice di maggioranza ha accolto la proposta dei Verdi di destinare quei fondi, 170 milioni, ai trasporti pubblici locali. Dimostra che questa decisione ha trovato d’accordo anche quanti, fino a ieri, si erano spesi in favore di quel provvedimento, segnatamente Enrico Letta e Bersani, e che avevano promesso di difenderlo.

Montezemolo, dunque, è costretto a bere fino in fondo l’amaro calice della strettoia nella quale si è infilato con il suo duplice ruolo di presidente di Confindustria e della Fiat.

La rivolta della base e lo scontento degli imprenditori lo hanno posto nelle condizioni di modificare radicalmente la sua posizione nei confronti del governo.
 

19 ottobre 2006
Missione Riotta: prodizzare il Tg1

Riotta l’amerikano ha fatto il lavoro sporco che il suo capo gli aveva chiesto: prodizzare il Tg1

Certo non immaginava ‘l’ex vice di Mieli’ che il suo referente politico si sarebbe incartato da solo. Se Riotta gode guardando l’Auditel, peraltro fortemente condizionato dall’Eredità di Conti che gli regala il 38 per cento di share, piange lacrime amare scorrendo i dati dei sondaggisti, anche quelli solitamente amici. Perfino Repubblica s’è arresa al dato nudo e crudo: Prodi sta crollando e portandosi dietro tutta la sua maggioranza.

A Saxa Rubra stanno cercando di porre rimedio. Si sprecano le esclusive per il nuovo Tg1 da parte di importanti ministeri del governo Prodi. La vicenda di Monica Maggioni caricata su un aereo della Farnesina per testimoniare in diretta la liberazione dei due ostaggi italiani in Niger è emblematica.

Il Tg1 è così a sinistra che il povero Di Bella col suo Tg3 non sa più che pesci pigliare. Nella settimana dal 30 settembre al 6 ottobre il governo e l’Unione hanno toccato il 70 per cento della presenza nel tg di Riotta. Il Tg3 si è fermato sotto, al 66,5 per cento. E non scherza manco il Tg2 di Mazza che comunque si tiene sul 64, 2 per cento, a dimostrazione che in Rai c’è una tendenza genetica a mutar pelle col cambiare dei governi.

Si tratta di dati del famoso Osservatorio di Pavia, da sempre, proprio a sinistra, considerato l’oracolo del bilancino della politica in tv.

La lamentela di Prodi a El Pais (“Ce l’hanno tutti con me”), è dunque stupefacente e pure patetica. C’è poi da osservare che in questi ultimi giorni si nota un ulteriore ridimensionamento della presenza nel Tg1 di esponenti e idee della Cdl, o meglio è da rilevare una presenza forte dei centristi, Casini in primis che ha regalato a Riotta alcune esclusive. Berlusconi, che quale capo dell’opposizione nella normale gerarchia delle notizie dovrebbe avere un posto a parte, finisce da alcuni giorni nei soli “pastoncini” dedicati al centro destra.

Fonti ben informate dicono però che il feeling tra Riotta e la sua redazione a Saxa Rubra sia già in crisi. Gli attacchi di molti, tra cui il santone Sandro Curzi, per le lentezze e manchevolezze delle dirette tv del Tg1 dopo l’incidente nella Metro di Roma (a tutto favore di Sky Tg24 ) hanno lasciato il segno.

Attenzione però, prima di scandalizzarsi. Visti i sondaggi sul calo di popolarità di Prodi e compagni (eccezion fatta per…D’Alema), si potrebbe dire: bravo Riotta, continua pure così. Sappiamo bene però che la gente non si è stancata di Prodi per averlo visto in tv troppo spesso, ma per i danni che sta facendo alle tasche di tutti.


Il governo Prodi attaccato dagli “amici”

Scrive oggi Massimo Giannini su La Repubblica:

- per quanto riguarda la manovra: “Dire che c’è confusione, a questo punto, è un puro eufemismo”;

- per quanto riguarda il cuneo fiscale: “gli oltre 18 milioni di lavoratori dipendenti non intascheranno un solo euro”;

- ancora: “per i lavoratori dipendenti, i benefici del cuneo coincidono (e non si aggiungono) con la riforma dell’Irpef varata da Visco”;

- risultato: “in molti casi si tratterà di un risparmio di qualche decina di euro al mese. In qualche caso si tratterà di un aggravio di qualche centinaio di euro al mese. Il danno, per tutti, è che non c’è nient’altro da risparmiare”;

- conseguenza: “Non può essere un caso che l’ultima rilevazione… fotografa un tracollo di consensi per l’esecutivo unionista”;

- “non si governa con i sondaggi… ma non si governa neanche con l’improvvisazione”.

Scriveva ieri Sebastiano Messina su La Repubblica:

“Ammettiamolo: mai una finanziaria era stata così emozionante, così avvincente, così piena di suspence. La riforma Irpef, per esempio, doveva colpire i ricchi (oltre i 70 mila euro). Poi la soglia della ricchezza è salita a 75 mila. Poi è scesa a 40 mila. Ieri si è scoperto che ci rimetterà anche un semplice impiegato con moglie a carico e 29 mila euro di reddito. Lui però è contento: è ricco e non lo sapeva.

“Nella scuola, 50 mila insegnanti dovevano essere espulsi. Poi il governo ci aveva ripensato. Ieri mattina sono stati di nuovo messi “in esubero”. Ieri sera avevano riconquistato il loro posto (ma tre di loro, nel frattempo, hanno avuto un infarto).

“Brillante la performance automobilistica: “Più tasse sui Suv, esonero dal bollo per le euro4”. Ieri mattina è caduto l’esonero. Nel pomeriggio sono svanite le tasse sui Suv. Alle 8 di sera le tasse sui Suv sono rispuntate, ma l’esonero per le euro4 no. Boom delle vendite di biciclette.

“Novità positive invece per le tasse di successione. Prima venivano colpiti anche i trivani di periferia, da ieri sono esentati gli attici in centro. È una buona notizia per gli agonizzanti (ai quali il governo raccomanda comunque di aspettare il voto finale)”.

Dice Daniele Capezzone, presidente della Commissione attività produttiva della Camera e segretario di Radicali italiani:

“Il governo farebbe bene a compiere un atto di ragionevolezza: quello di riscrivere la finanziaria sulla base delle indicazioni del governatore Draghi, tornando alla direzione di marcia fissata dal Dpef”’.

“Sono in corso danni gravissimi (e, temo, difficilmente riparabili) nel rapporto con ampi settori di opinione pubblica. Con lealtà, avevamo non solo avvisato di questi rischi, ma avevamo ed abbiamo cercato di operare, anche con il “tavolo dei volenterosi”, per ridurre il danno e introdurre qualche elemento di saggezza”.
 

20 ottobre 2006
Prodi governa contro il Paese

Ieri è stata una giornata nera per Prodi, l’ennesima. Al mattino il catastrofico sondaggio di Repubblica, con pesante editoriale di accompagnamento. A metà giornata la bastonata dalle agenzie di rating internazionale, che declassano l’Italia. Nel pomeriggio, a Verona, lo stadio del Papa che lo fischia.

Forse è vero che non si governa con i sondaggi, con gli applausi o con i giudizi delle agenzie di rating, ma nemmeno contro un intero Paese.

I giornali stanno dicendo che Prodi sta governando contro il Paese. Sta governando contro gli italiani. E gli italiani se ne sono accorti. I sondaggi non vengono fatti nel salotto buono della finanza italiana; ma fra la gente. E la gente è frastornata, confusa, delusa.

In questi giorni tutti si stanno facendo i conti su quante tasse pagheranno in più. Lo stanno facendo gli artigiani, i commercianti, i lavoratori dipendenti. E tutti hanno notato che, a differenza di quel che dice il governo, pagheranno più tasse; perderanno servizi; avranno meno libertà.

Questa finanziaria mette le mani nelle tasche dei cittadini. Il governo entra direttamente nei bilanci familiari di oggi, ed ipoteca quelli di domani.

Questa finanziaria è inemendabile. Pensare di intervenire in Parlamento per migliorarla non sarà facile.

Per tre motivi, tecnici e politici.

1) Motivo tecnico. Nemmeno più il Tesoro si orienta fra le misure che entrano ed escono dalla manovra. Emendarla vorrebbe dire mettere le mani su un materiale come il mercurio: non si ha mai certezza di dove finisce ed in quante parti si rompe. In più, l’opposizione dovrebbe farsi carico di trovare coperture finanziarie.

2) Motivo tecnico. Per mettere ordine nei conti dello Stato non serviva una finanziaria soufflè, che cresce di ammontare a seconda delle esigenze: 30 miliardi, 33,4 miliardi, 34,7 miliardi, 40 miliardi di euro. Per rispettare i parametri europei sarebbe servita – al massimo – una manovra da 10-12 miliardi di euro.

3) Motivo politico. La protesta che monta nel Paese contro la finanziaria innesca mal di pancia nella maggioranza. L’implosione potrebbe arrivare se il governo – come sembra – pone il voto di fiducia. Un voto di fiducia su questa manovra (decreto legge e finanziaria) sottrae al Parlamento il ruolo di controllo sull’operato del governo. Riduce i deputati ed i senatori della maggioranza a mere comparse di un film (la manovra) in cui tutti perdono. Li fa diventare co-partecipi di scelte già bocciate dal Paese. Ma senza voto di fiducia, questa finanziaria non passerebbe mai.

Il Paese si è reso contro che Prodi sta governando contro gli italiani. Lo dicono i sondaggi. Lo dicono i giornali. Lo dicono tutte le categorie, tutti i ceti sociali (dal metalmeccanico all’avvocato), tutti i gruppi rappresentativi. Insomma, tutto il Paese. E non si può governare contro un Paese, soprattutto se questo Paese, come l’Italia, fa parte del G-7.
 

21 ottobre 2006
Il declassamento non è una notizia?

«Il declassamento dell’Italia si sapeva da tre mesi, non è una notizia», sostiene Romano Prodi.

Il downgrading è la notizia del giorno sui giornali finanziari internazionali - dal Financial Times al Wall Street Journal - ed è finita persino sulle pagine online del Quotidiano del Popolo, a Pechino. Il fiasco prodiano da ieri è diventato globale.

Campeggia il Professore - in foto, titolo e testo - sulla prima pagina rosa-arancio del Financial Times: «La bastonata sul debito si aggiunge ai mal di testa di Prodi», titola il quotidiano della City londinese. E nell’articolo si ricorda che «la legge finanziaria è stata criticata dagli industriali, dalle piccole imprese, dalla Banca d’Italia, dagli economisti favorevoli alle riforme e da molti altri, ai quali adesso si aggiungono Fitch e Standard & Poor’s». Per adesso, aggiunge il Ft, il declassamento avrà un impatto «praticamente nullo» nella capacità dell’Italia di onorare il debito, in quanto membro dell’eurozona; ma «avvicina l’Italia al rating di A- che la Banca centrale europea - ricorda il giornale - pone come soglia per accettare i titoli di Stato come garanzia per le sue operazioni di rifinanziamento».

Ora l’Italia, ricorda a sua volta il Wall Street Journal, rischia di diventare un serio problema per Eurolandia. «La decisione di Fitch e S&P fa tremare la zona euro», titola il quotidiano finanziario newyorchese, ricordando che la retrocessione decisa dalle agenzie di rating fa aumentare le preoccupazioni in Europa per una possibile «destabilizzazione» a causa del deterioramento finanziario di una delle sue principali economie. E resta sempre il rischio, benché «remoto», scrive ancora il Wsj, di un’uscita dell’Italia dalla moneta europea: «Per il Paese sarebbe un disastro», scrive il quotidiano, che ricorda infine come il livello del rating italiano sia adesso il più basso di Eurolandia, Grecia esclusa.

E se BusinessWeek online parla di «downgrade italian style», cioè retrocessione all’italiana, facendo il verso al celebre film «Matrimonio all’italiana», un lungo articolo sull’International Herald Tribune si concentra sulle ripercussioni che questo declassamento potrebbe provocare al nostro Paese, in termini di costo del debito pubblico. Non mancano le critiche alla Finanziaria. «Il bilancio 2007 di Prodi fa poco per tagliare la spesa pubblica - scrive il giornale americano, pubblicato in Europa - e invece si concentra su un aumento delle entrate fiscali e sulla lotta all’evasione».

In Europa, il quotidiano finanziario francese Les Echos riporta la vicenda italiana in prima pagina, parlando del giudizio delle agenzie di rating come di una «vera e propria mina» per Romano Prodi, e sottolineando che potrebbero esservi ripercussioni per la «stretta maggioranza» del premier italiano. Cinco dias, il giornale finanziario spagnolo, ricorda che dopo la decisione di Fitch e Standard & Poor’s, l’Italia è il Paese, «con menos notas de la zona euro despues de Grecia», vale a dire al penultimo posto della classifica europea per i conti pubblici. Incidentalmente la Spagna, che non fa parte del Gruppo dei Sette, detiene il voto più elevato - la «tripla A» - da parte delle tre principali agenzie internazionali.

Sarà dunque una «non notizia», come sostengono Prodi ed Epifani, ma del downgrading si parla molto, e ovunque. Anche a Pechino. Nell’edizione online del Quotidiano del Popolo il titolo è secco e preciso: «Retrocesso il debito dell’Italia». L’agenzia Xinhua riporta i comunicati di Fitch e Standard & Poor’s, sottolineando il passaggio che si riferisce alla «risposta inadeguata del nuovo governo alle sfide strutturali dell’economia e della finanza pubblica italiana». Del nuovo governo, non del vecchio.
 

22 ottobre 2006
Interessi senza conflitto. Dove ''regnano'' le giunte rosse le coop prosperano.

I dati Ac-Nielsen dicono che la quota è del 25,7 per cento. Nelle rilevazioni Infoscan si sale al 26,7. È il potere delle coop, il tentacolare colosso che domina iper e supermercati. Oltre un quarto della grande distribuzione alimentare in Italia è targato Lega delle cooperative: le «nove sorelle» a marchio Coop e i Conad. Il concorrente più insidioso (si fa per dire) è la catena francese Carrefour, che supera di poco il 10 per cento. Seguono Auchan, Selex, Sidis, Esselunga e sigle minori. Un predominio indiscusso e inattaccabile.

Come hanno fatto le coop a conquistare questo primato? Con un regime fiscale di assoluto favore, un assetto societario blindato e la possente leva finanziaria del prestito sociale. E con un sistema illustrato in una recente intervista a Repubblica da Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica che con la famiglia Benetton aveva rilevato i marchi Gs e Autogrill dall’Iri-Sme. È uno scenario simile a quello sintetizzato da Silvio Berlusconi, cioè la triangolazione fra coop, partito (Pci-Pds-Ds) e amministrazioni locali di sinistra. Il re degli occhiali spiega dunque così la decisione di vendere i negozi Gs a Carrefour: «Succedeva che per due, tre anni trattavamo le licenze commerciali con un Comune. Concedevamo tutto quello che chiedevano: costruzione di scuole, verde pubblico, servizi sociali. Tutto a posto, eppure alla fine la licenza ci veniva negata. E in seguito il terreno se lo prendevano le Coop».

Un esempio? Lo racconta l’ex ministro Carlo Giovanardi in un libretto intitolato «La coop sei tu, chi può fare di più?». Primi anni ’90: Esselunga voleva trasferire e allargare il supermercato di Sassuolo. L’amministrazione di sinistra bocciò tre volte la domanda di trasferimento; quando arrivò il nulla-osta dalla Regione Emilia Romagna, lasciò trascorrere i 30 giorni entro i quali doveva adottare il provvedimento di sua competenza e poi fece ricorso al Tar sbandierando una memoria redatta dalla Coop Estense. Esselunga dovette alzare bandiera bianca mentre, in quegli stessi mesi, a Modena la giunta di sinistra si batteva per il terzo ipermercato Coop.

In Emilia Romagna le coop, con un fatturato che nel 2004 ha sfiorato i cinque miliardi di euro, controllano il 67 per cento della grande distribuzione alimentare: in Lombardia nessuna catena raggiunge il 10 per cento. Nella provincia di Modena la percentuale balza al 74 per cento: 66 supermercati su 90 sono Coop o Conad e le relative società Coop Estense e Nordiconad sono al secondo e al quarto posto nella classifica delle maggiori aziende della provincia per fatturato annuo, dietro rispettivamente alla Ferrari e all’Inalca. In Liguria le coop hanno il monopolio assoluto degli ipermercati: Carrefour, che pure ha vinto tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, è ancora al palo mentre la catena Iper ha ripiegato su tre strutture nell’Alessandrino presso i confini liguri (Serravalle Scrivia, Pozzolo Formigaro, Tortona).
In Europa una presenza così massiccia delle coop nella grande distribuzione non ha uguali. In Francia il movimento mutualistico è stato oscurato dai giganti privati Carrefour, Intermarché, Auchan, Casino, Leclerc; idem in Germania, dove il mercato è in mano ai gruppi Metro, Rewe e Edeka. Nemici temutissimi, spauracchi già presenti anche in Italia dove hanno acquisito - oltre ai Gs - anche Standa (Rewe), Rinascente e Sma (Auchan). Ma anche le coop hanno aiutato la calata dello straniero: Conad ha un patto d’acciaio con Leclerc. E nel febbraio scorso ha fondato Coopernic assieme alle catene Colruyt (Belgio), Coop Suisse (Svizzera), Rewe e la stessa Leclerc per realizzare una nuova centrale d’acquisto continentale. Protezionisti se si tratta del destino di Esselunga, aperti verso l’estero quando si firmano accordi commerciali.


Da uno studio divulgato da Stefania Craxi e dai coordinatori azzurri Isabella Bertolini, Denis Verdini e Luciano Rossi, emerge un gigantesco e insanabile conflitto d’interessi. Da quanto trapela sui dati finora raccolti si scopre che nell’aggiudicazione degli appalti, nelle assicurazioni e nella grande distribuzione le coop avrebbero posizioni dominanti nelle regioni amministrate anche da oltre mezzo secolo da giunte di sinistra.

In Emilia Romagna, ad esempio, il 67% della grande distribuzione è in mano alle cooperative. Una percentuale insolita, schiacciante, che supera persino il 70% in certe province. E che, soprattutto, non trova uguali nelle altre regioni. In Lombardia, infatti, le catene della grande distribuzione, tutte insieme, coprono una fetta di mercato infinitamente minore, appena il 10%. Sugli appalti poi le coop calano l’asso pigliatutto. Secondo i dati del Sitar, il sistema informativo telematico, nel 2004 le coop si sono aggiudicate il 37,5% degli appalti sulle grandi opere, quelli di importo superiore a 5,29 milioni di euro. Se si vanno a spulciare i finanziamenti elettorali dei politici della zona si scopre che le coop erogano robusti sostegni finanziari. Un caso da manuale è quello dell’attuale governatore sempre dell’Emilia Romagna che vede nientemeno che il 77 per cento della sua spesa elettorale coperta dalle coop.

Insomma c’è il rischio di un cortocircuito e di un quotidiano conflitto d’interessi. Con le amministrazioni comunali, provinciali e regionali che stringono strettissimi e articolati rapporti con le coop, che vedono un continuo interscambio di ruoli tra rappresentanti delle istituzioni che vengono a loro volta dal mondo cooperativo e tornano allo stesso dopo l’esperienza politica finanziata sempre dallo stesso colosso coop.

Gli intrecci tra banche amiche, coop, partiti politici e amministrazioni sono ormai radicalizzati nelle regioni dove il Pci-Pds-Ds può contare su una continuità di potere che dura dal dopoguerra.

In certe amministrazioni Unipol, il colosso delle polizze di Bologna, raccoglie la totalità dei contratti. Un caso? Discorso analogo per il credito cooperativo e per l’erogazione dei finanziamenti a tasso agevolato.
 

23 ottobre 2006
La sinistra scopre Santoro

Viene da sorridere leggendo in questi giorni le dure polemiche che il programma di Michele Santoro sta sollevando, non nel recinto della Casa delle Libertà, ma in quello della sinistra. I tanti ulivisti che si erano scorticati le mani per applaudire “Michele Chi?” quando attaccava Berlusconi e il centrodestra ed erano pronti a incatenarsi ai cancelli della Rai per riavere la loro icona del giornalismo duro e puro, oggi sembrano essere molto meno contenti del ritorno in video del conduttore biondo “ossigenato”.

Le ultime puntate di “Anno Zero” – dedicate a Napoli e alla Calabria – hanno provocato un vespaio politico e le risentite prese di posizione del sindaco Jervolino e del Governatore Lojero. A difendere Santoro sembra essere rimasto solo il consigliere di amministrazione Sandro Curzi e Storace. Ma nonostante queste difese Santoro e il suo programma finiranno davanti alla Commissione parlamentare di Vigilanza alla quale si sono rivolti tanto la Jervolino quanto Lojero.

Viene allora da chiedersi: stai a vedere che anche su Santoro, il Cavaliere aveva visto giusto e prima degli altri…

Pantaleone Sergi, portavoce del presidente della regione Calabria, Agazio Loiero: "Santoro e’ bravo e pero’ stavolta ha impiantato un processo senza difesa. E questo non va bene. Non e’ possibile passare al tritacarne il governo regionale senza concedere non dico il diritto di parola ma almeno il diritto di replica a chi presiede quella giunta al cui operato vengono mosse accuse pesanti e anche non vere"

Antonio Bassolino: "Ne emerge una realta’ deformata. Santoro dice che ha voluto portare la questione napoletana a livello nazionale, ossia cio’ che noi cerchiamo di fare tutti i giorni, ma dubito che sia un modo giusto per farlo. Ma lo stesso racconto di tante cose negative di Napoli puo’ essere fatto anche ricordando l’esistenza di forze che contrastano il degrado, sul piano sociale, civile e dello sviluppo. Penso sia stata sbagliata, ingiusta. Un commento politico unilaterale. Ma la trasmissione e’ fatta cosi’ e quindi non mi permetto di giudicare. E’ sbagliato e’ ingiusto commentare cosi’ la storia di questa citta’, senza indispensabili differenze, senza indispensabili articolazioni’’.

Rosa Russo Jervolino: ’’Ieri siamo stati con gli assessori a lavorare fino alle 23, perche’ questa e’ la tragica realta’ di questa citta’. C’e’ qualcuno che parla dei mali della citta’ e c’e’ qualcuno che cerca di sanare i mali della citta. Devo dire che sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli e che dopo le elezioni non si e’ piu’ fatto vedere e che non ha fatto nulla per la nostra citta’, non sappia far altro che denigrarla e per esempio bloccare la nostra Silvana Fucito (presidente dell’associazione per la legalita’, ndr) che stava cercando, in trasmissione, di far emergere anche gli aspetti positivi’’ .
 

24 ottobre 2006
Prodi, Visco e ''Il Grande Fratello fiscale''

Il Grande Fratello Fiscale è fra noi. D’ora in avanti, ogni movimentazione finanziaria dovrà avere una sua “tracciabilità” se il pagamento supera i mille euro; e fra due anni, i cento euro.

Le banche dovranno abbandonare, sull’altare del Fisco, il segreto bancario dei clienti. Gli ispettori potranno chiedere allo sportello di banca quali sono i movimenti finanziari transitati sul conto corrente del cliente “X” o quelli del cliente “Y”.

I professionisti non potranno più ricevere pagamenti in contanti, anche se rilasciano regolare ricevuta. E dovranno aprire un conto corrente bancario sul quale far transitare tutti i compensi. Ma la vita contributiva dei professionisti non peggiora solo per quest’obbligo. Dovranno inviare all’Agenzia delle Entrate il loro elenco clienti-fornitori.

Non solo. Verrà anche multato (da 258 a 2.065 euro) chi non denuncia come evasore fiscale il proprio idraulico, muratore, ristoratore che non gli fornisse ricevuta fiscale. Nei prossimi mesi, i contribuenti (e non solo i titolari di partita Iva) si vedranno recapitare un questionario da parte dell’amministrazione finanziaria. E lì dovranno rispondere ad una serie di domande. Attenzione, il questionario non si può gettare nel cestino. Se non viene rispedito al Fisco, si va incontro ad una sanzione.

L’altro giorno a Torino si è suicidato un imprenditore. Era creditore di milioni da parte dello Stato. Nel decreto fiscale questa morosità delle pubbliche amministrazioni diventa legge dello Stato. Prima di pagare una fattura superiore ai 10 mila euro, le amministrazioni e le società a prevalente partecipazione pubblica (quindi anche Enel ed Eni) dovranno controllare se il fornitore ha o meno ricevuto una cartella esattoriale per lo stesso importo. Se l’ha ricevuta, lo Stato non paga.

Questo Stato di Polizia Fiscale si scontra con il taglio delle risorse previste dalla legge finanziaria alla Guardia di Finanza. Con il risultato che l’inasprimento delle aliquote, delle procedure, delle pratiche amministrative non farà diminuire l’evasione fiscale; ma, al contrario, la farà aumentare. Come dimostra la storia dei condoni fiscali della precedente legislatura. Se Visco avesse davvero combattuto l’evasione fiscale i condoni non avrebbero garantito 20 miliardi di gettito. Segno inequivocabile che la politica di Visco fa aumentare l’evasione, non la riduce. In compenso, complica la vita tributaria ai contribuenti.

Alzi la mano chi almeno una volta al giorno non è stato costretto a barrare il fatidico quadratino con: “autorizzo”. Al trattamento dei dati personali, ovviamente, alle continue e insistenti richieste che, in teoria, dovrebbero difendere la nostra sacrosanta privacy. Quindi non si capisce perché lo Stato, questa particolare forma di Stato voluta da Prodi e Visco, ritenga suo diritto non fare lo stesso e introdursi senza ritegno nella vita dei suoi cittadini con una rete di controllo degna della migliore Ddr, la Repubblica Democratica Tedesca nota per la sua efficiente struttura spionistica.

D’ora in poi tutto è sotto controllo: perché devo far sapere a Visco tutto della mia vita, compresi i miei gusti, le mie scelte? Dove sono i liberali in queste ore? Dove sono gli amici di un tempo, i radicali dalle mille battaglie sui diritti civili?

L’introduzione di assegni e carte di credito obbligatori è un gran bel regalo alle banche. Immaginate il moltiplicarsi delle operazioni, delle note di addebito e credito, delle scritture da inviare ai clienti. Inoltre, di fatto, queste norme tendono a scoraggiare l’uso della moneta. Ma quale mai economia occidentale davvero liberale può ipotizzare la soppressione nell’uso comune del denaro circolante?

Non si può assistere senza reagire in modo determinato e forte a questo scempio, a queste violazioni dei diritti fondamentali del cittadino. Dobbiamo dire no alla dittatura del Grande Fratello inquisitore, a questo Stato onnipresente e oppressivo, dalla culla alla tomba, a questo prodismo che è perfino peggio del peggiore comunismo. A questa “banda dei quattro” costituita da Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Bersani, che minaccia la vita di tutti gli italiani.


Tutto sul Fisco inquisitore

La rete di controllo fiscale si arricchisce, giorno dopo giorno, di una vera e propria raffica di circolari dell’Agenzia delle Entrate, che allargano a dismisura la sfera del potere inquisitorio da parte del Fisco.

Su chi potranno essere aperti accertamenti? Su "qualunque soggetto potenzialmente indagabile". Come a dire: tutti gli italiani.
Quali rapporti potranno essere sottoposti a indagini fiscali? "Qualsiasi rapporto intrattenuto o operazione effettuata, ivi compresi i servizi prestati alla clientela". Anche qui, tutto e tutti.

Il Fisco potrà raccogliere informazioni su qualunque operazione. Perché a essere escluse sono soltanto "le informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria" (!!!). In soldoni: quel che sappiamo lo sappiamo, quello che non sappiamo lo sapremo.

Presunzione di innocenza? Macchè. Per i professionisti c’è l’inversione dell’onere della prova: non è il Fisco a dover dimostrare che il contribuente non è in regola, dovrà essere lui a dimostrare che lo è.

Diritto alla difesa? Neppure. Si riconosce al contribuente che dovrebbe essere informato che si indaga su di lui e che avrebbe diritto al contraddittorio. Però si aggiunge che, anche ove ciò non avvenga, questo diritto calpestato "non comporterà alcuna conseguenza circa il valore probatorio dei dati acquisiti".

Tranquilli per il passato? No, c’è anche la retroattività: infatti "l’applicabilità delle indagini finanziarie si estende a tutti i rapporti ancora aperti, quindi a quelli inerenti i periodi di imposta ancora accertabili".

Problemi di privacy? E’ certo che la mole delle informazioni acquisibili dal Fisco invaderà anche la sfera privata dell’individuo, che l’Agenzia delle Entrate verrà a conoscenza di informazioni sensibili.

Quali garanzie? Nessuna, visto che nel decreto fiscale ci si ferma a una generica, quanto inaffidabile, "necessità di una corretta e riservata utilizzazione dei dati e delle notizie acquisiti". L’ipotesi di una distruzione, immediata, di tutti i dati non attinenti all’indagine fiscale non viene neppure accennata. Vale solo per i presunti intercettati da Telecom?
 

25 ottobre 2006
Comunisti e contenti. ''Auguri Diliberia''



“Auguri Diliberia”. Così oggi “La Rinascita della sinistra”, il quotidiano dei Comunisti italiani celebra i cinquant’anni di Oliviero Diliberto, equiparandolo ad uno dei più sanguinosi assassini della storia sovietica.

Nei giorni scorsi il segretario del Pdci aveva candidamente spiegato che tra una serata a villa “La Certosa” e una serata al Billionaire avrebbe preferito quest’ultima ma sarebbe andato nel locale di Briatore «imbottito di tritolo». Una frase aberrante che la dice lunga sull’intolleranza di Diliberto, caduta nel vuoto, con la sola Forza Italia a ribellarsi.

Intanto, Diliberto andava fiero della sua battuta. Perché è il suo stile, perché Diliberto è proprio così e, guarda caso, celebrandolo “Rinascita” lo descrive alla perfezione.

Con il soprannome “Beria” (non usato certo per la prima volta nei confronti del segretario dei Comunisti italiani) i suoi colleghi di partito equiparano Diliberto al sanguinoso assassino stalinista.

E nessuno se ne scandalizza, nessuno dice una parola, l’interessato addirittura si coccola quel nomignolo.

Particolare non da poco: Diliberto fa parte della maggioranza parlamentare, suoi colleghi di partito fanno parte del governo. Un governo che non ha il minimo pudore e schiera fra i suoi esponenti entusiasti estimatori di Fidel Castro e chi erige a modello un assassino, responsabile in Unione Sovietica della morte di decine di migliaia di persone.
 

26 ottobre 2006
La Finanziaria dei tentennamenti



La Finanziaria è una tragedia per il Paese, del quale compromette sviluppo e futuro, ma è anche una farsa per il modo dilettantesco e confusionario con cui le sinistre al governo cercano di definirla. Un’orgia di ripensamenti, sortite, ritirate e “contrordine compagni” che dimostrano quanta disunione ci sia nel centrosinistra e quanta approssimazione caratterizzi le sue marce e le sue retromarce.

Lo scrive, finalmente, anche “Il Corriere della Sera” che annota il balletto delle proposte e controproposte della “Finanziaria in progress”.
La verità è che ogni mattina un qualche esponente della maggioranza annuncia correzioni e ritocchi al testo originario, immancabilmente smentiti dopo qualche ora o qualche giorno da un collega della sua parte. E i ministri annunciano come cosa fatta provvedimenti che in breve volgere di tempo sono cassati. È anche questo un segno di caos e forse di iella per una manovra nata peraltro malissimo, con un vistoso errore di stampa nel testo ufficiale del decreto di accompagnamento, che così esordisce: “Disposizioni urgenti in materia tributaria e penitenziaria”. Solo un refuso si dirà, ma è interessante notare che il lapsus è nato non a caso: rende giustizia, in un certo senso, a una politica fiscale predatoria, sorretta da controlli di tipo sovietico e basata sul pregiudizio che i contribuenti siano tutti evasori da arrestare subito, anche senza processo.

Ma vediamo il balletto delle effimere misure e proposte, citando solo i casi più vistosi.

Tassa di successione

In campagna elettorale esponenti del centrosinistra si sono platealmente contraddetti sul significato da attribuire al termine “grandi patrimoni” per i quali si sarebbe dovuta reintrodurre l’imposta.

Per Bertinotti la soglia era costituita da un valore di 180 mila euro; per Rutelli “parecchi milioni” di euro; per D’Alema 5 milioni. Nel testo ufficiale della Finanziaria la tassa di successione non c’è, ma c’è un inganno: si aumenta, infatti, la tassa di registro sui beni ereditati quando questi superano i 180 mila euro. Le proteste dei cittadini sono incontenibili: chi eredita un bilocale deve essere colpito perché entra in possesso di un “grande patrimonio”.

Al ridicolo non c’è limite. Allora, contrordine compagni: dovrà pagare l’imposta di registro aumentata soltanto chi eredita beni per almeno un milione di euro.

Bolli auto e misteri dei Suv

È il caos anche in materia di bolli per auto e moto. I compagni ambientalisti da tempo avevano nel mirino i Suv, i gipponi, i fuoristrada, considerati come inquinante roba da ricchi. Nei primi annunci sulla manovra si dava per certo un super-bollo su questi veicoli, poi si è scoperto che la supertassa avrebbe gelato un mercato in espansione e che i Suv sono certamente meno inquinanti di tante vecchie utilitarie in circolazione. Nel testo ufficiale della manovra la tassa sui Suv non c’è, ma la sinistra non demorde e adesso si dà per certo che il superbollo ci sarà, basato, forse, non sul peso dei mezzi, ma sul loro consumo medio.

Sparisce, invece, l’esenzione dal bollo per le auto più nuove, categoria Euro 4, le meno inquinanti. Era stata annunciata con grande enfasi, ma se la sono rimangiata. Per tutte le auto, proprio tutte, si dovrà pagare il bollo, che per le moto sarà aumentato.

Superalcolici

Un’altra farsa. Udite – avevano gridato gli araldi del Palazzo – sarà introdotta una tassa speciale del 10 per cento sui superalcolici e, per contrastare l’uso dell’alcol in genere, sarà introdotto il divieto di venderne ai minorenni.

Ebbene, sia la tassa che il divieto non sono più nella Finanziaria.

Aliquote Irpef

Un capolavoro di confusione, errori, marce avanti e marce indietro, accuse e contraccuse nella stessa maggioranza. Gli italiani ( e anche Bankitalia) hanno capito subito che la stangata avrebbe toccato tutti, anche chi guadagna 20 mila euro lordi l’anno, senza aiutare i poveri veri. Favorendo, magari, i single a danno degli sposati con moglie e figli a carico. Da questa consapevolezza e dalle proteste generalizzate è nato un confuso tramestio di pasticcioni che hanno fatto e disfatto, litigando fra loro. L’ultimo contrasto è l’aliquota maggiorata al 45 per cento per i redditi superiori ai 150 mila euro. La sinistra estrema la caldeggiava da tempo, un emendamento dell’Ulivo l’ha proposta l’altro ieri, ma l’ipotesi è durata solo un giorno. Giusto il tempo di fare emergere divisioni nei Ds e nello stesso governo.

Non si sa quale sarà il prodotto finale di questo balletto di cifre, la finanziaria è in progress e dalla stessa maggioranza finora sono stati presentati 750 emendamenti. Lo spettacolo continua,ma resta la convinzione che la stangata toccherà tutti.
 

28 ottobre 2006
Una maggioranza di lotta e di non governo

Ormai il disagio all’interno della maggioranza di governo è talmente evidente e incontenibile che una parte del governo fa opposizione a se stesso. Non si tratta di un governo di lotta e di governo, per riprendere un noto slogan del passato, ma semplicemente di lotta e di non governo.

La situazione è talmente seria che non si può escludere un’implosione del governo, derivante dall’impossibilità di mantenere il controllo di un quadro sempre più caotico e contraddittorio.

Prima le centinaia di emendamenti alla finanziaria proposti dagli stessi ministri, fatto già in sé paradossale, poi la richiesta di Fassino e di Rutelli di una fase due nell’attività del governo, un modo per bocciare questa finanziaria e richiedere una politica di riduzione delle spese e di riforme. Ora addirittura Fassino che scende in piazza contro la finanziaria a sostegno delle rivendicazioni dei pensionati e degli artigiani.
Questo governo non ha più la fiducia degli italiani e soprattutto si conferma non essere un governo serio. Fino a quando potrà durare questa situazione senza determinare conseguenze gravi sulla condizione del tessuto civile e democratico del paese e sullo stato dell’economia?

Quanto tempo ci vorrà prima che le forze politiche più responsabili prendano atto di una situazione ormai irrimediabile?

Questi sono gli interrogativi che si pongono i cittadini, sia quelli del centrodestra che quelli di centrosinistra, i quali in particolare assistono sbalorditi e increduli alla prova disastrosa offerta dal governo che pure hanno votato.

L’impressione è che ormai qualunque cambiamento alla legge finanziaria non riuscirà a cambiare l’orientamento sfavorevole e profondamente negativo nei confronti del governo, maturato dall’opinione pubblica.
 

29 ottobre 2006
Vedi Napoli e poi...

Napoli 2006 è l’immagine del clamoroso fallimento della politica clientelare e assistenziale della sinistra rappresentata dal sindaco Russo Jervolino e dal Governatore della Campania, Bassolino.

Nessuno dei due è stato in grado di grado di affrontare le tante, annose questioni che assillano i napoletani: la mancanza di lavoro, prima di tutto, ma anche la fatiscenza della città e la terribile connessione tra la società, la politica e i clan della camorra.

Ora si invoca l’arrivo dell’esercito; lo fa, a gran voce, un esponente moderato della maggioranza governativa, quel Mastella, ministro della Giustizia, la cui moglie – presidente del Consiglio regionale della Campania – è tra i primi corresponsabili del degrado della città.

Il Mastella ministro chiede l’Esercito in modo strumentale, sapendo che i problemi di Napoli non si risolvono con l’invio di un reggimento di fanti.

La Mastella presidente del Consiglio regionale gli fa da sponda, sapendo pure lei che ben altro bisogna inventarsi per salvare la città del Vesuvio, magari evitando come ha fatto nelle settimane scorse di volare a New York, per il Columbus day, portandosi appresso una delegazione di 169 persone.

I soldati di guardia al consolato americano o al Palazzo di Giustizia, rappresenterebbero soltanto la vittoria della camorra: lo Stato obbligato a far scendere in piazza i militari, segno della sconfitta delle forze di polizia.

Napoli, con tutti i suoi difetti, non si merita una fine così ingloriosa e, soprattutto, non si merita di essere amministrata da un sindaco e da un governatore che in tutti questi anni non hanno saputo gestire la città e la regione.

Anche New York visse negli anni passati un periodo di grande violenza; ma il sindaco Giuliani applicando la sua ricetta di “tolleranza zero” riuscì a riconquistare i quartieri in mano alla delinquenza, a riportare la presenza dell’Autorità là dove la stessa autorità era stata costretta ad abdicare.

Napoli, oggi, sembra non fare più parte del Paese: lo Stato non esiste, le forze dell’ordine sono impotenti, vige la legge del più forte, i Quartieri Spagnoli sono una zona che sembra godere del regime della extraterritorialità.

Dicono che domani, dopo un vertice con il ministro degli Interni, arriveranno nuovi rinforzi, altri mille uomini – tra carabinieri, agenti e guardie di finanza – destinati al controllo del territorio. Ma non è con la forza – o almeno solo con la forza - che Napoli potrà risorgere: solo una buona amministrazione – a livello comunale e a livello regionale – potrebbe consentire a questa città di riprendere fiato.
 

30 ottobre 2006
Fassino segretario di lotta e di governo



Oltre al partito, abbiamo ora il segretario di lotta e di governo. La versatilità, diciamo pure la doppiezza dei post-comunisti, qualità antica, non ha limiti.

I pensionati di Cgil-Cisl e Uil hanno invaso il centro di Roma: chiedono aumenti per i più sacrificati della categoria.

I manifestanti protestano “non contro il governo amico, ma contro la legge finanziaria”, che come ognuno capisce è cosa diversa…

I tre sindacati hanno mostrato cartelli con su scritto: “Più equità per un maggiore benessere” il che significa che l’equità c’è già, bisogna accrescerla!

Altri cartelli recitavano: “Più equità, più sviluppo uguale giustizia”, non erano firmati Padoa Schioppa perché mancava il rigore, ma non stiamo lì a sottilizzare.

All’acrobazia dei sindacati si aggiunge l’ipocrisia di Piero Fassino che, segretario del maggior partito di governo, saliva sul palco per dire la sua. Curiosità dei giornalisti: come se la caverà? Semplice. Dixit Fassino: “Se sono qui non è per contrastare l’azione del governo ma per sollecitarlo nella redazione di una finanziaria che tenga conto delle loro esigenze”.

C’è il particolare pietoso che la finanziaria esiste, e che contro quella i sindacati hanno chiesto ai pensionati, sia pure in tono sommesso, di manifestare a Roma.

La settimana, aperta lunedì con le proteste dei pensionati, si concluderà sabato con la manifestazione della Cgil, dei sindacati autonomi, della sinistra estrema. Probabilmente parteciperà il ministro di lotta e di governo Ferrero.

L’insieme sa di imbroglio, e un po’ di indecenza. Un punto è chiaro: Rutelli e Fassino, scottati da una finanziaria tanto impopolare, hanno chiesto la “seconda fase”, quella delle riforme. Prodi li ha zittiti, e allo stesso tempo è partita invece la controffensiva della sinistra contro il riformismo.

E a tacere imbarazzato è rimasto ancora una volta Fassino.
 

31 ottobre 2006
Finanziaria: elemosina ai poveri

La Cgia (Confederazione generale italiana artigiani) ha calcolato su base giornaliera i “risparmi” fiscali concessi alle fasce di reddito più basso, fino a 35.000 euro, e sugli “aggravi” imposti alle fasce più alte.

Da questo risulta che la fascia più debole, con reddito di 15.000 euro, avrà a disposizione 53 centesimo al giorno mentre la fascia di reddito di 25.000 euro avrà 1,16 euro al giorno. La fascia più alta di reddito, con 140.000 euro, avrà in meno da spendere, ogni giorno, 5,58 euro.

Evidente l’inefficacia dell’intervento sui redditi bassi e sui redditi alti in funzione dello sviluppo a partire dal rilancio dei consumi.

Si conferma quindi che questa Finanziaria, come detto anche dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, è fondata sulle entrate, cioè sulle tasse, e non sostiene lo sviluppo.

In ogni caso, l’esiguità degli spostamenti rappresenta una presa in giro per le fasce più deboli e smentisce la definizione della riforma fiscale come equa e solidale.
 

1° novembre 2006
Il programma di Bertinotti

La sinistra radicale non perde occasione per alzare la voce e far capire chi comanda nel centrosinistra. E’ bastata un’intervista del ministro Chiti sulla distanza che corre tra il programma di governo e il Vangelo per scatenare le ire di Rifondazione, Verdi e Pdci. Ma il fatto nuovo è l’inaspettata – e puntigliosa - puntualizzazione del presidente della Camera sul carattere vincolante del programma, in quanto oggetto del mandato conferito dagli elettori.

Detta in un altro momento, la frase sarebbe probabilmente stata interpretata come un monito della terza carica dello Stato a non tradire il bipolarismo, ma la maggioranza ha dato dell’intervento di Bertinotti una lettura esclusivamente politica. E infatti la stilettata era rivolta proprio al ministro delle riforme, il quale è stato costretto a fornire l’interpretazione autentica dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, confermando però sostanzialmente la convinzione che il programma non sia una Carta intangibile, ma che possa essere cambiato a seconda delle situazioni che si presentano.

Siamo di fronte, insomma, al solito confronto serrato tra realisti e movimentisti, e il risultato sarà ancora una volta che la volontà dei secondi spegnerà sul nascere le istanze riformiste dei primi.

Intanto Dini, da quando il suo nome è stato inserito nella lista dei possibili premier di garanzia per l’eventuale dopo-Prodi, non perde occasione per attaccare la sinistra radicale. E ieri, non a caso, si è detto “sorpreso” dalle affermazioni del presidente della Camera. Al quale ha fatto notare che “se è vero che il programma imprime l’indirizzo generale dell’azione di governo, bisogna anche ricordare che è altrettanto vincolante il Documento di programmazione economica, che invece prevede la riforma delle pensioni”.

Ma, oltre che per i veti alla revisione del sistema previdenziale, Rifondazione è finita nel mirino di Ds e Margherita anche per l’annunciata partecipazione alla manifestazione di sabato sulla precarietà, in perfetto stile “partito di lotta e di governo”.

La determinazione con la quale il presidente della Camera si inserisce - anche in veste di leader di partito - nel dibattito politico dell’Unione svela i timori di Rifondazione, che da tempo lancia avvertimenti contro le manovre dei “poteri forti” (vedi Confindustria) per condizionare il governo. In questa chiave viene letta anche la proposta di Berlusconi sulle larghe intese, che secondo il Prc sarebbe stata lanciata apposta per far fare a questo esecutivo una politica propria di un governo unità nazionale.

Da qui il duro avvenimento di Bertinotti: “L’Unione si tiene solo con un consenso sociale, e senza il programma dell’Unione questo consenso sociale sarebbe totalmente cancellato”. Il Santo Graal massimalista, insomma, non si tocca.
 

2 novembre 2006
Sulle auto stangata e bugie

   

La polemica sul superbollo delle auto dimostra una cosa: non è vero che il governo “non sa comunicare”, la realtà è che il governo “comunica” ai cittadini falsità, informazioni “aggiustate” e di comodo. E lo fa su carta intestata del Ministero, sperando di prendere tutti per fessi.

Così, Visco fa sapere: “Nessun fantomatico superbollo, ma un adeguamento che vale 1,5 euro per Kw per le auto sopra i 100 Kw, che vale l’8”% del mercato”. Nelle parole del viceministro troviamo una omissione e una bugia bell’e buona.

- Quella cifra, 1,5 euro, tremila delle vecchie lire, non è una bazzecola. Moltiplicata per il numero dei Kw porta a un aumento minimo di 150 euro (trecentomila lire). Se non è un superbollo questo!

- E’ vero che quell’aumento tocca solo l’8% delle auto circolanti. Ma è anche vero che in altra parte del provvedimento sono contemplati aumenti del bollo per tutte le vetture da Euro-zero a Euro3. Cioè a dire, nel complesso, un buon 90 per cento delle auto circolanti. Che, naturalmente, sono in possesso proprio di quei ceti meno abbienti che non si possono permettere una vettura nuova.

Sconcertante, poi, il fatto che il capogruppo dei Verdi alla Camera sia il primo ad alzare la voce per chiedere la modifica di una norma che mira a penalizzare le vetture più inquinanti. Sconcertante perché sono stati proprio i Verdi a voler cancellare dal decreto fiscale il paragrafo che “premiava” la rottamazione delle vetture vecchie con un abbuono del bollo per due o tre anni. Se, una volta tanto, si mettessero d’accordo con se stessi, ne guadagnerebbero tutti.

Forse anche i lavoratori della Fiat, che da quel provvedimento avrebbero tratto vantaggi in termini economici e di occupazione. Gli stessi vantaggi che sono invece stati confermati, con la rottamazione dei frigoriferi, per i lavoratori di Merloni senior (l’industriale) e della Merloni junior (deputata prodiana).

 
   

3 novembre 2006
Un ex terrorista al Viminale

E due. Dopo D’Elia la sinistra schiera un altro ex terrorista. Ma questa volta, se possibile, il caso è ancora peggiore. Il sottosegretario all’Interno, Francesco Bonato, in quota a Rifondazione Comunista, ha assunto come suo segretario particolare al Viminale Roberto Del Bello, condannato nel 1985 a 4 anni e sette mesi di prigione per banda armata. E non stiamo parlando di una banda qualsiasi: Del Bello era un brigatista rosso e venne arrestato nell’ambito delle indagini su uno dei sequestri e conseguenti omicidi più barbari della storia d’Italia, quello di Giuseppe Taliercio, dirigente della Montedison di Porto Marghera.

A Del Bello, nome di battaglia “Nicola”, non venne contestato né il sequestro né l’omicidio ma la sua appartenenza alle Br. In casa sua i carabinieri trovarono “dossier” contenenti nomi, targhe delle auto e altri appunti sulla vita privata di esponenti delle forze dell’ordine e di magistrati impegnati in prima linea nella lotta al terrorismo, oltre che materiale su industriali e politici finiti nel mirino delle Brigate rosse.
Del Bello nel corso dei tre gradi di giudizio raccontò di aver annotato numeri di targhe e nomi perché sospettoso in quanto aveva ricevuto minacce di stampo fascista.

Quanto ai nomi dei magistrati, disse di averli segnati perché si trattava di inquirenti impegnati nella lotta alla corruzione. Peccato che Del Bello venne smentito dalla testimonianza di uno dei capi delle Br (capo della colonna veneta del partito armato), Savasta, che riferì di averlo incontrato. A conferma della sua appartenenza alle Br ci fu anche un volantino che chiese la sua scarcerazione.

Appurato che Del Bello non può certo definirsi una vittima del sistema, è evidente che siamo in presenza di un governo i cui componenti prima hanno accusato il centrodestra delle peggiori nefandezze e ora schierano ex terroristi in tutte le leve del potere. Uno, eletto deputato, è stato messo a fare il segretario della Camera. Un altro lavora proprio nel ministero che “spiava” da terrorista, ha sott’occhio tutti i numeri delle targhe che contano, senza neanche affaticarsi troppo per cercarle. Ancora una volta la sinistra sembra avere più cura e attaccamento nei confronti dei criminali che per le loro vittime. Tutto ciò è immorale.
 

4 novembre 2006
Parte del governo Prodi scende in piazza contro il governo precario

Siamo all’assurdo, uomini di governo protestano contro se stessi.

Duecentomila persone sono scese in piazza a Roma contro Prodi. Duecentomila «amici», fra cui anche un ministro, tre sottosegretari e il leader di Rifondazione. Hanno issato striscioni e gridato slogan contro il premier che però minimizza: «Non ce l’hanno con me».

A manifestare a ci sono anche due sottosegretari all’Economia che hanno scritto con Padoa-Schioppa la Finanziaria.

Sono duecentomila per gli organizzatori, addirittura trecentomila secondo Piero Bernocchi, leader dei Cobas, l’ala «dura» al corteo, i partecipanti alla manifestazione anti-precariato a Roma. Hanno sfilato da piazza della Repubblica a piazza Navona, con le bandiere rosse dei comitati di lotta delle fabbriche, dei collettivi studenteschi, dei comparti sanitari e dei trasporti, con gli striscioni antigovernativi («Damiano amico dei padroni, vattene»; «Più soldi ad armi e banche, avari con deboli e precari») ben alti e stretti in pugno: «Siamo la sinistra che sta in basso, quella a cui in campagna elettorale avete promesso e ora non date niente», urla una voce al megafono mentre il serpentone umano scorre lungo via Cavour. Forse del megafono non c’era neppure bisogno. I rappresentanti di «quel» governo erano lì accanto, viceministri e sottosegretari come Gianpaolo Patta (Pdci), Patrizia Sentinelli, Alfonso Gianni e Rosa Rinaldi (Prc) e Paolo Cento (Verdi).

Confusione e imbarazzo

Al di là delle divergenze di vedute tra la sinistra radicale e il resto della maggioranza, pure all’interno dell’ala più movimentista non si disdegnano i distinguo sul corteo di Roma a favore dei precari. Uno per tutti, quello del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. Che, seppure comunista doc, fa sapere senza incertezze di non condividere il «duplice ruolo di lotta e di governo» della maggioranza. Perché, spiega l’esponente del Pdci, «se in questo momento uno non ha un motivo specifico e sicuro per contestare aspetti che sono contenuti nella Finanziaria, allora dovrebbe astenersi dal fare questo tipo di manifestazioni». Stare sia al governo che all’opposizione, spiega prendendo le distanze da autorevoli esponenti del suo partito, «l’ho sempre trovato un difficile esercizio di equilibrio» perché «prendere decisioni che comportano atti di governo stride un po’ con il fatto di lottare». Insomma, «l’equilibrio» va trovato «magari a casa», per poi «comportarsi in maniera univoca». Perché «questo non è il momento adatto per fare manifestazioni di piazza». Parole che, evidentemente, non convincono il resto di Comunisti italiani. L’eurodeputato Marco Rizzo, capodelegazione del Pdci a Strasburgo, ci tiene infatti a sottolineare che «Bianchi è un ministro indipendente del Pdci». E aggiunge: «Ho letto le sue dcihiarazioni sul fatto che “non è il momento di scendere in piazza”. È davvero indipendente, non vorrei lo fosse troppo...». La protesta, spiega ancora Rizzo, «è legittima e sacrosanta» perché «in Finanziaria sul lavoro precario c’è poco o nulla». L’eurodeputato del Pdci ribatte poi a chi gli fa presente le critiche arrivate da Margherita e Ds. «Io - spiega - riscontro che c’è una profonda delusione nel nostro elettorato per una Finanziaria di questo tipo. Mi auguro che sia cambiata profondamente. E a chi non piace la piazza rispondo: “Sono forse meglio le cene con Montezemolo?”».
Ma i distinguo non finiscono qui. Di livello, per esempio, quello tra il Pdci e la Cgil, cui dà voce Manuela Palermi. Al corteo, accusa il capogruppo al Senato di Pdci e Verdi, «c’è poca Cgil perché il suo segretario generale Guglielmo Epifani ha appoggiato la Finanziaria con imprudenza». «Nella manovra - spiega - c’è qualcosa di positivo ma anche molto di negativo che va cambiato». Per questa ragione, «la manifestazione è molto critica nei confronti del governo». E ancora: «Correggere la Finanziaria e dare risposte a questa gente è una condizione irrinunciabile». Possibili, poi, dei compromessi sulla legge 30. «Può anche essere modificata gradualmente - dice la Palermi - ma bisogna dare un segnale. Ad esempio i 250mila precari nel pubblico impiego: assumerli costerebbe pochissimo».
L’ultima divergenza di vedute è quella di Fernando Rossi, l’ex senatore del Pdci che ha abbandonato platealmente il partito proprio in polemica con il segretario Oliviero Diliberto. Ieri sfilava con un cartello al collo con su scritto «Sono un senatore, questa Finanziaria non la voto». E anche lui non è riuscito a non polemizzare con Bianchi: «Ma che c’azzecca con i lavoratori e con il comunismo?».


Prodi ride. Per ora

Prodi: ci fa o è? Questo è il dilemma: perché ogni volta che il premier viene messo sotto accusa, non dall’opposizione – cosa naturale – ma dalla sua stessa maggioranza, oppone una maschera che lascia interdetti i suoi interlocutori. Sulle tasse, ricordiamolo, disse che era contento di averle alzate anche se, aggiunse, “so di aver fatto un provvedimento impopolare”; sulla Finanziaria è stato l’unico a riderci sopra, tanto che proprio Forza Italia ha fatto affiggere nelle città il manifesto con il faccione del premier sorridente; ora che mezzo Governo sfila contro di lui – i sottosegretari e i viceministri rappresentano il 50% dello schieramento – afferma che “non c’è problema”.

Certo, il vero problema è lui. Il vecchio bojardo di Stato non riesce a guidare la sua compagine, non riesce a gestire il Paese. Un Paese che, a ben guardare la mappa degli scioperi e delle proteste, ha voltato le spalle a Prodi tanto da destra quanto da sinistra.

Roma ha visto il clou delle proteste. L’occasione era un mega-corteo contro il precariato.

A sfilare si sono ritrovati tutti i cespugli della sinistra: Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi, Cobas, Fiom-Cgil, Arci, correntone Ds, sfrattati, no global, cassa integrati, immigrati, animalisti, ambientalisti, operai inferociti, dipendenti Alitalia, universitari…Il fior fiore di quel movimento arcobaleno che, ai tempi del centrodestra, ha fatto vedere i sorci verdi al Cavaliere.

Per Romano Prodi, però, non c’è problema, va tutto bene, la protesta non è contro di lui, il Governo è saldo, la legislatura durerà cinque anni, chi era in piazza non ce l’aveva con lui.

Ormai nella stessa maggioranza molti cominciano a credere che il pullman di Prodi sia arrivato al capolinea. Tutto il Paese è in rivolta. I tassisti, i medici, i farmacisti, gli operai, gli impiegati, i militari, le forze dell’ordine, i commercianti, gli artigiani, gli industriali. Il Paese rosso – quello della sinistra massimalista – non vuole le riforme, vuole più soldi e meno ore di lavoro. Il Paese moderato chiede meno tasse, più sviluppo, meno burocrazia, più riforme.

E Prodi? Ride, minimizza, bofonchia, mentre i sindaci, quelli della sua stessa maggioranza, gli danno la caccia per avere più risorse e i collaboratori più vicini – vedi Sircana e Rovati – pagano di persona gli errori del “principale”.

Il vocabolario usato da Prodi e dalla sinistra è quanto di peggio ci si potesse aspettare da un governo arcobaleno: sono riapparse parole ormai desuete come i padroni, i ricchi, i figli di papà. Parole che accentuano le divisioni dell’Italia e costituiscono una pericolosa miscela esplosiva. Ma quanto il Paese potrà continuare a subire le angherie di un Governo ostaggio dei no global e degli animalisti? Prodi sarà pur “contento”, ma intanto ha scontentato tutt’Italia.
 

6 novembre 2006
Schede bianche, chi ha imbrogliato

Spudorati. Non c’è altro termine per definire l’ultima sortita della sinistra che – attraverso il settimanale Diario di Enrico Deaglio - sta per lanciare l’accusa di “grande broglio elettorale” rivolta, ovviamente, a Forza Italia che il 9 e il 10 aprile avrebbe mosso il Viminale per danneggiare il centrosinistra. “Elezioni 2006, l’ombra dei brogli”, ha già titolato in prima pagina l’Unità.

“Nella notte del voto sparirono le schede bianche...” è il titolo con il quale il quotidiano diessino sintetizza il contenuto dell’articolo, e i puntini di sospensione lasciano presagire chissà quali clamorosi colpi di scena. In realtà, l’inchiesta di Diario parte dalla constatazione del drastico calo delle schede bianche – peraltro ritenuto fisiologico da molti analisti - calo che si accompagnerebbe a un’ulteriore anomalia: il buon risultato ottenuto da Forza Italia.

“Guarda caso, gli unici dati sbagliati rispetto alle previsioni degli exit polls - afferma Deaglio - riguardano da un lato le schede bianche, che erano state segnalate nella norma, dall’altro il dato che riguarda Forza Italia. Per il resto gli exit polls avevano azzeccato tutto”.

Secondo questa teoria, la percentuale delle schede bianche sarebbe costante - tra l’1 e il 2 per cento - in tutte le regioni, mentre la casa delle Libertà ha in più occasioni fatto notare il più basso numero di schede bianche registrato nel Lazio e in Campania, dovuto molto probabilmente alla “mobilitazione generale” decisa dal coordinamento dell’Ulivo con un accalorato “appello alla vigilanza” nella notte dello scrutinio.

E, guarda caso, proprio la Campania risultò decisiva per le sorti delle elezioni. La tesi sostenuta da Deaglio è abbastanza fantascientifica: basterebbe inventare un piccolo software capace di deviare i dati delle schede bianche a un raggruppamento politico per alterare le elezioni. E questo sarebbe accaduto per favorire Forza Italia.

Si tratta di argomentazioni basate sul nulla e prive di ogni riscontro, dunque ben oltre i limiti della diffamazione. Non va mai dimenticato che gli unici brogli emersi alle ultime politiche – e oggetto di un’inchiesta della magistratura - sono quelli relativi al voto degli italiani all’estero, e tutti rigorosamente in favore dell’Unione, con tanto di filmati acquisiti agli atti come elemento di prova.

La sensazione è quella di una manovra preventiva per alzare una cortina fumogena sulle irregolarità del centrosinistra che potrebbero emergere in tempi ormai brevi dalla giunta delle elezioni. Ma è un’operazione dal fiato corto, funzionale solo a respingere le richieste di riconteggio dei voti validi avanzate da Forza Italia e da tutta la CdL – come ha sottolineato Calderisi. Le irregolarità si commettono nei seggi, dove il centrosinistra è da sempre molto ben rappresentato.

Dopo la chiusura delle urne, le schede vanno alle Corti d’appello, alla Cassazione e alle Camere: il Viminale non c’entra nulla, perché si limita a sommare i dati che arrivano dalle Prefetture (non a caso, la proclamazione ufficiale del risultato elettorale arriva dalla Cassazione). E nel caso delle ultime elezioni i dati ufficiali hanno confermato quasi alla virgola quelli ufficiosi del ministero dell’Interno.

Mentre le verifiche a campione in corso sulle schede bianche e nulle indicano la possibilità di spostamenti significativi a vantaggio del centrodestra.

Ma c’è un ultimo dato da sottolineare: nelle elezioni di aprile non solo le schede bianche, ma anche le nulle sono drasticamente diminuite, probabilmente per la semplificazione del voto che si è determinata con la nuova legge elettorale.

E poi, se le cose stanno come dice Deaglio, come mai l’Unione sta ritardando in tutti i modi non solo il controllo dei voti validi, ma anche il riconteggio delle schede bianche e nulle? Quando la sinistra è in difficoltà, va sempre all’attacco, ma la sortita sui brogli potrebbe rivelarsi un boomerang.
 

7 novembre 2006
Sempre più indecisi e sempre più divisi

Forse ispirandosi al principio trozkista della “rivoluzione permanente”, la sinistra radicale ha portato nella maggioranza di governo la prassi della “rissa continua”. Non c’è giorno senza polemiche, spallate, contrasti, interviste sferzanti nei confronti dei separati in casa.
La sinistra estrema è decisamente all’attacco contro gli alleati, che in questo momento sembrano subire. Sono i comunisti e quelli che si definiscono “antagonisti” a dettare la linea al governo. Romano Prodi sembra aver assunto il ruolo di un pavido notaio che raccoglie le volontà di Bertinotti, Giordano e compagni. Cerca di galleggiare nello scontro di onde contrastanti che rendono la sua coalizione a rischio, come una fragile barca nel triangolo delle Bermuda.

Anche il gas nuoce all’Unione

A Londra il Professore si è trovato in imbarazzo con Tony Blair perché il premier inglese ha chiesto notizie e rassicurazioni sul rigassificatore di Brindisi. L’impianto, importante per i rifornimenti dell’Inghilterra, dovrebbe essere realizzato dalla British Gas e si sarebbe dovuto completare nel 2007. Ma il progetto è stato bloccato sul nascere perché la sinistra estrema e gli ambientalisti che la rinforzano sono contro il rigassificatore. A guidare il partito del “no” è proprio il governatore della Puglia, il comunista Vendola. Prodi ha provato a rassicurare Blair, ma sa perfettamente che i suoi alleati si opporranno. “Realizzare l’impianto a Brindisi – ha dichiarato Vendola – è un crimine”.

Si profila un’altra Tav.

La resa di Damiano

Contestato e insultato dai comunisti di Rifondazione, dai Cobas e da altri “antagonisti”, bersaglio principale della protesta romana di sabato promossa dalla sinistra radicale contro il governo, il ministro del lavoro Cesare Damiano ha alzato le braccia e ha annunciato che la legge Biagi sarà “rivista”. Un eufemismo, questo, che sta per “cancellata”. L’ala massimalista della coalizione esulta, ma la resa di Damiano non porta la pace nella coalizione. Tiziano Treu, della Margherita, ex ministro del lavoro, lancia l’allarme e sostiene che l’abrogazione della riforma Biagi creerà migliaia di disoccupati. Per Daniele Capezzone, della Rosa nel pugno, la cancellazione delle norme sul lavoro flessibile “sarebbe un grave errore”. Prodi tace.

I maldipancia di Rutelli

La preminenza e la prepotenza della sinistra estrema fa soffrire la parte dell’Unione che si definisce “riformista”, soprattutto la Margherita e una parte dei Ds. Francesco Rutelli, in particolare, lamenta la doppiezza della sinistra massimalista (al governo e contro il governo) e sostiene che l’offensiva di quella sinistra “rischia di condannare l’Ulivo a un ruolo minoritario e residuale”. Rutelli è molto cauto, non vuole apparire troppo critico nei confronti di Prodi, affida le sue riserve a un piano di riforme che il governo dovrebbe varare per dimostrare di non essere succubo degli estremisti. Il piano è un libretto dei sogni, peraltro ancora segreto. Lamberto Dini è meno diplomatico e denuncia “l’egemonia della sinistra massimalista”.

I maldipancia sono, insomma, diffusi e non rendono più disteso il clima che si respira nella maggioranza.

I nuovi amici di Padoa Schioppa

Anche la difesa del ministro Padoa Schioppa, pronunciata da Prodi a margine dei suoi incontri londinesi, è rivolta principalmente ai cosiddetti riformisti. Da loro sono venute le critiche più serrate e costanti al ministro dell’economia per la sua finanziaria rapace. E non è un caso che l’ultima lode per Padoa Schioppa sia venuta dal ministro di Rifondazione comunista Paolo Ferrero. Ai comunisti ovviamente non spiace che nella finanziaria sia calcata la mano sulle tasse, pesantemente, piuttosto che sullo snellimento degli apparati burocratici e sui risparmi strutturali.
 

8 novembre 2006
Precari: chiacchiere e prese in giro

Precari. Ennesimo esempio di come il Paese non sia guidato da un governo.

Il popolo della sinistra sfila per le strade di Roma. Tamburi, fischietti, una giornata all’aria aperta. Eppoi? Attestati di solidarietà da ministri, sottosegretari, segretari di partiti. Il relatore di maggioranza, diessino, capta l’aria ed annuncia un emendamento alla finanziaria che introduce benefici fiscali per i precari. Ieri Visco, diessino pure lui, gela le speranze: il problema verrà risolto nell’ambito della legislatura.

nsomma, niente sconti fiscali per i precari. Anche perché – forse è il caso di ricordarlo – i loro redditi sono compresi nella no tax area; quindi, già oggi non pagano tasse sui redditi personali. E la creazione di un’aliquota negativa è cosa troppo complicata vista la struttura dei contribuenti italiani.


C’è un prima e un dopo.

Il prima: il corteo dei precari, corredato di insulti e sbeffeggiamenti al ministro del Lavoro, con la partecipazione di una folta rappresentanza di pezzi del governo, fra i quali il sottosegretario al Lavoro proprio sotto lo striscione che invitava il suo ministro “servo dei padroni” a dimettersi.

Il dopo: la scarsa solidarietà di Prodi verso il suo ministro, la sostanziale resa di Damiano, il tentativo di mettere una “pezza” nella finanziaria e l’immediato altolà di Visco.

Il prima e il dopo disegnano ancora una volta un governo allo sbando, in preda a spinte e controspinte, tutti contro tutti, sotto l’occhio appannato di un leader senza leadership.

Così il ministro Damiano tende una mano alla sinistra radicale, prospettando un superamento della legge Biagi. Attenzione, non il “superamento” indicato nel programma di Governo, che prevedeva una modesta operazione di “maquillage” con la cancellazione di figure contrattuali tutto sommato secondarie; bensì un “superamento” molto vicino alla cancellazione. Che altro significa, infatti, parlare di “flessibilità in entrata e garanzie in uscita”, se non l’inserimento di una misura di nuova e ferrea rigidità nel mercato del lavoro? Non a caso Confindustria strilla come un’aquila. Mentre, ancora una volta, si prefigura il rischio di un baratto indecente con la sinistra radicale, in primavera, tra legge Biagi e aggiustamento della riforma previdenziale.

Quanto alla finanziaria, è arrivata l’offerta di una particolare “attenzione fiscale” verso i precari. E’ qualcosa di pressoché incomprensibile, visto che si tratta di una categoria di contribuenti che rientra ampiamente nella “no tax area”. Si tratta di un assegno per gli incapienti? Visco non ci sta, è disponibile a un intervento solo nel corso della legislatura. Non subito.

Spinte e controspinte. Solo lui, Prodi, se ne sta fermo, immobile, fra tanta agitazione. L’insostenibile leggerezza dell’essere premier.
 

9 novembre 2006
Bilancio di quasi 6 mesi di governo: poco e male

Il governo Prodi ha fatto poche cose (male) ma nonostante questo è riuscito a dividersi su tutto. La cronaca di neanche sei mesi di governo è un autentico bestiario politico. Eccone alcuni, significativi esempi.

Missione in Libano

Il documento sottoposto alle commissioni Esteri e Difesa delle Camere non aveva alcun riferimento esplicito all’impegno per il disarmo delle milizie Hezbollah. Una formula dunque prudente, che molti parlamentari riformisti – Polito in testa - non hanno esitato a definire ambigua, visto che, a loro avviso, ometteva il motivo fondamentale della crisi libanese, ma una formula che obbediva in pieno alla tesi dalemiana secondo cui “la questione del disarmo compete esclusivamente al governo di Beirut”. Una tesi sposata in pieno dalla sinistra radicale secondo cui coinvolgere i militari italiani nel disarmo di Hezbollah sarebbe stato un grave atto di violenza “nei confronti di una parte legittima del governo libanese”.

Cittadinanza

“E’ giusto che la concessione della cittadinanza italiana agli stranieri avvenga dopo cinque anni di regolare soggiorno e soprattutto che non sia condizionata dai fatti di cronaca”. La sinistra radicale non sente ragioni: cinque anni è un periodo più che sufficiente per assegnare lo status di cittadini italiani agli stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese. Tale lasso di tempo è il frutto di una proposta del ministro dell’Interno Giuliano Amato, che in un Consiglio dei ministri tenutosi all’inizio di agosto ha presentato un disegno di legge volto a dimezzare i tempi necessari per diventare italiani (da dieci a cinque anni). Ma dopo il caso della giovane ragazza pakistana, uccisa dal padre perché si era rifiutata di sottostare a una promessa di matrimonio combinato e viveva “all’occidentale”, Amato aveva avanzato l’ipotesi di un allungamento di due anni del “periodo di prova”. Prc, Pdci e Verdi, invece, hanno definito l’allungamento a sette anni “una sconfitta per tutti noi”.

Legge Bossi-Fini

Abrogare la legge Bossi-Fini? Superarla? O eventualmente mantenerne alcuni aspetti? Questi interrogativi hanno infiammato il dibattito nella maggioranza provocando nuovi malumori tra le diverse aree della coalizione: se da un lato le forze della sinistra radicale spingono per chiedere la cancellazione della Bossi-Fini (considerata dal capogruppo Pdci alla Camera, Pino Sgobio, uno strumento “repressivo e poliziesco”), in ambienti Dl e Ds vanno più cauti. Anzi, per la Margherita “l’idea di abrogare la Bossi-Fini è infondata e sballata. Bisogna vedere come questa legge ha funzionato e introdurre delle modifiche opportune e necessarie”. Dunque, nessun colpo di spugna. E anche se Pdci, Prc e Verdi possono rivendicare la cancellazione della legge sull’immigrazione voluta dal centrodestra nella scorsa legislatura impugnando il programma dell’Unione (che a pagina 249 recita: “Il percorso legislativo che immaginiamo passa per l’abrogazione della legge Bossi-Fini”), i riformisti sostengono che “il programma non è il Vangelo, su queste cose è bene che si rifletta”.

I Pacs

Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini il deputato dei Ds Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, ha preso carta e penna per scrivere al popolo Cl che sui Patti civili di solidarietà serve “più coraggio e più umanità”, ma la senatrice Dl Paola Binetti ha ribattuto che i Pacs non sono all’ordine del giorno di questa legislatura. L’ala radicale del centrosinistra è insorta, ricordando a tutti che la questione dei diritti civili “rientra nel programma del governo Prodi e verrà realizzata”. Il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio ha ricordato che “l′Unione farà la legge sulle coppie di fatto” e ha invitato la Binetti a rassegnarsi. “Il riconoscimento delle coppie e delle unioni di fatto è nel programma della coalizione. Non è prevista la definizione di Pacs, che pure avremmo preferito, ma è certo che si dovrà procedere a un riconoscimento di tipo europeo, che non danneggia di certo la famiglia tradizionale. Se non prevarrà un confronto ideologico e integralista anche l′Italia potrà avere una legge moderna e avanzata”.

Afghanistan

Il governo ha superato il voto di fiducia sull’Afghanistan, a fine giugno, ma le polemiche sono continuate. Il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli ha infatti insistito sulla necessità di trasferire i nostri militari da Kabul al Libano, e il dibattito che è seguito, ha rappresentato nei fatti un brusco ritorno alla realtà di una coalizione in cui la sensibilità delle componenti radicali e riformiste rimangono distanti, sul tema della politica estera come su altre questioni. Il capogruppo al Senato del Prc Giovanni Russo Spena ha detto senza mezzi termini: “Non credo che riusciremo a reggere una Finanziaria con due missioni così costose”. Polemiche anche sulle regole d’ingaggio annunciate dal ministro della Difesa Parisi. Diliberto (Pdci): “Consideriamo la nostra presenza in Afghanistan sbagliatissima e non ci daremo pace finché non riusciremo a portare i nostri soldati fuori da quella carneficina”. Pareri completamente opposti dal fronte riformista: “Di ritirare gli italiani dall’Afghanistan non se ne parla proprio”.

Giustizia

Amato e Mastella continuano a litigare sull’indulto, che a giudizio del ministro dell’Interno è stato un provvedimento frettoloso, fatto senza tenere conto delle radici e delle sue conseguenze, che elude il concetto di certezza della pena. Ma sul tema della giustizia questi mesi di governo hanno fatto registrare anche un clamoroso “incidente” parlamentare, con un fulmine a ciel sereno abbattutosi sull’ultima votazione riguardante il ddl Mastella al Senato. Al momento di votare un emendamento all’articolo 5, che se approvato giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, i senatori dell’Italia dei valori, astenendosi, hanno consentito, in virtù del regolamento del Senato, all’opposizione di battere la maggioranza per un solo voto (154 a 153), scatenando l’ira scomposta del Guardasigilli, che, dopo aver dichiarato di essersi letteralmente “rotto i coglioni” di Antonio Di Pietro, ha minacciato una mozione di sfiducia contro quest’ultimo, se non fosse sopravvenuto in tempi brevissimi un chiarimento davanti al premier.

Legge Biagi

Non è bastata la cosiddetta circolare Damiano a tranquillizzare gli animi nella maggioranza in relazione alla legge Biagi. La circolare sui call center era stata salutata con favore anche dai sindacati, ma agli effetti pratici il ministro ha lasciato alle aziende un largo margine di discrezionalità.
Il pressing di Rifondazione, a questo punto, è diventato asfissiante: “Non c’è dubbio che è ancora una mossa interna alla legge 30, che porta ancora a imbrogli e abusi. In realtà, va fatta una vasta operazione per riscrivere le norme del diritto e del mercato del lavoro. Bisogna arrivare, cioè, a un unico contratto di lavoro dipendente entro cui modulare i vari livelli di dipendenza socio-economica del lavoratore dall’impresa”. Si va dunque verso l’abolizione tout-court della legge Biagi, perché Damiano ha subito alzato bandiera bianca di fronte all’ultimatum del Prc.

Titolo V Costituzione

Si prospetta un periodo caldo per il governo sul fronte dell’aggiornamento del titolo V della Costituzione volto ad accelerare la costruzione delle grandi reti infrastrutturali e dell’energia: il progetto di integrazione e ritocco alle competenze dell’articolo 117 della Carta costituzionale infatti non sembra avere il gradimento di alcuni partiti della maggioranza. E’ il caso dei Verdi che parlano esplicitamente di un rischio “di deriva verticistica e autoritaria” contro cui minacciano di dare battaglia. Il riferimento è alle indiscrezioni sull’introduzione di una clausola di interesse nazionale che restituisca allo Stato i poteri oggi riconosciuti alle regioni nelle materie concorrenti. Secondo la sinistra radicale, questa modifica sarebbe in aperto contrasto con la concertazione, un principio prioritario del programma sottoscritto da tutta l’Unione. La parola d’ordine è dunque concertazione con il territorio senza se e senza ma, sulla Torino-Lione, come sui rigassificatori.

Finanziaria

Quando Fassino ha sottolineato la necessità di mettere mano a una Finanziaria rigorosa che contenga la spesa, a partire dai quattro settori indicati nel Dpef (sanità, previdenza, pubblico impiego e finanza locale), si è scatenata la reazione dei comunisti dell’Unione. Dura la reazione di Diliberto, che ha rimproverato il leader ds di tradire il programma dell’Unione sostenendo posizioni inaccettabili quale quella dell’innalzamento dell’età pensionabile. “Posizione” che in realtà è contenuta nel programma anche se non si accompagna alla presenza dei disincentivi per ritardare l’uscita dal mercato del lavoro e che fanno accapponare la pelle ai sindacati e ai partiti dell’ala massimalista. Ha tentato di mediare tra rigoristi e i lassisti il ministro del Lavoro Damiano, affermando che il governo sarebbe stato in grado già nella Finanziaria di agire sul sistema previdenziale, attraverso maggiori risorse e maggiori risparmi. Il Tesoro aveva studiato anche la spalmatura dell’intervento strutturale sulle pensioni in due strumenti legislativi, ma la levata di scudi del partito del “no ai tagli” ha fatto rinviare tutto al marzo 2007. “Chi ha intenzione di fare cassa con le pensioni dei lavoratori se lo tolga dalla testa”. Prodi sa che lo scoglio della Finanziaria deve essere ancora oltrepassato, e che il test del Senato si prospetta ad alto rischio. Ma anche se l’esecutivo - ricorrendo al voto di fiducia - riuscisse a superare - com’è probabile - la prova di Palazzo Madama, le scorie accumulate lungo l’iter della finanziaria potrebbero esplodere di lì a breve. Tanto più se, accelerando sulla riforma previdenziale, Prodi decidesse di saggiare la pazienza della sinistra radicale. Che nell’accordo siglato a Palazzo Chigi sul Tfr ha colto un cedimento alle pressioni di Confindustria. E che fa leva sul programma dell’Unione per mettere in guardia da giri di vite sulle pensioni.

Sanità

Fassino coraggiosamente ha parlato di razionalizzare e ridurre la spesa sanitaria. Affermazione che il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ha inteso anche questa volta come l’annuncio di tagli e ha rinviato al mittente con la stessa giustificazione usata da Diliberto a proposito delle pensioni: i tagli alla sanità non sono previsti nel programma dell’Unione. La sinistra radicale è sorda ai richiami dell’Ue secondo cui la ripresa economica in atto nel nostro Paese, come nel resto dell’area dell’euro, non deve portare i governi a rilassarsi. Anzi, deve essere vista come “un’opportunità per mettere a posto i conti”. Ma i soli conti che fa Prodi sono quelli con il suo alleato Bertinotti.

Caso Telecom

Ad aumentare il già forte imbarazzo dei due maggiori partiti del centrosinistra rispetto all’atteggiamento di Prodi sull’affaire Telecom, è arrivata la stizzosa risposta fornita dal Professore a chi gli domandava se fosse il caso di andare a riferire in Parlamento sulla vicenda, al ritorno dal viaggio in Cina. Una replica (“ma che siamo matti?”). Da via Nazionale non sono mai giunte dichiarazioni in difesa del presidente del Consiglio e del suo staff, mentre da Largo del Nazareno sono arrivati solo segnali di inquietudine. I partiti della sinistra radicale invece, assieme a Di Pietro, hanno garantito sulla vicenda una copertura totale al premier, un chiarimento alla presenza del premier Romano Prodi.

Il tavolo dei volenterosi

L’iniziativa di Capezzone è stata definita “foriera di pasticci”, o addirittura un’operazione dietro cui si scorge la “longa manus di Confindustria” e che rischia di favorire l’opposizione. “Peggiorando la Finanziaria da destra” con conseguenze che potrebbero giungere al “dissolvimento dell’Unione” e al “conflitto sociale”. Il fuoco di sbarramento aperto da numerosi settori del centrosinistra contro il “tavolo dei volenterosi” è stato particolarmente intenso. Se l’ostilità della sinistra radicale era da mettere in conto, quella di marca ulivista - benché avvolta in espressioni diplomatiche – ha rappresentato una novità politica di un certo rilievo, indice della fragilità congenita di una coalizione che ha paura di ogni confronto.

Doppi incarichi

L’Unione non è ancora riuscita a far dimettere ministri e sottosegretari eletti al Senato. L’ultima fumata nera – 146 contrari, 142 a favore – è stata quella che ha riguardato il ministro della Salute Livia Turco. A scrutinio segreto, l’aula ha detto no per la terza volta – dopo le due di luglio – alla ministra diessina, che da tempo aveva manifestato l’intenzione di dedicarsi a tempo pieno alle attività del dicastero e che invece dovrà continuare a fare la spola tra lungotevere Ripa e l’emiciclo. Nulla di fatto, dunque, anche per l’applicazione di quella legge non scritta all’interno dell’Unione che vorrebbe l’eliminazione di qualsiasi doppio incarico tra chi è parlamentare e membro di governo.

Sconfitta al Senato


La sconfitta al Senato sul decreto relativo agli sfratti è stato derubricato a “incidente di percorso” da Prodi, ma ha costituito invece un’ulteriore spia della debolezza della maggioranza. Ds e Margherita continuano a invocare per il governo una “fase due”, mentre il premier dice in modo chiaro di “ignorare” simili espressioni. Anche perché il Professore non è “un uomo per tutte le stagioni”.

Aliquote fiscali

Tra maggioranza e governo non sono mancate discrepanze anche clamorose. Il sottosegretario Letta e il viceministro Visco, ad esempio, hanno platealmente bocciato a nome dell’esecutivo l’emendamento presentato dall’Ulivo alla Camera per portare al 45 per cento le aliquote fiscali sui redditi oltre i 150 mila euro. Una sconfessione ribadita a scanso di equivoci da Prodi. E condivisa dal senatore Tiziano Treu, che ha contestato ai colleghi ulivisti della Camera la coerenza tra un simile inasprimento fiscale e il programma dell’Unione. A completare il mosaico hanno provveduto i Comunisti italiani annunciando una serie di emendamenti del Pdci per spostare addirittura al 47 per cento l’aliquota massima.
 

10 novembre 2006
Salvare l'Università o i frigo di Merloni?

Ma come? Ricordiamo male oppure è vero che l’Unione, in campagna elettorale, ha agitato con veemenza la bandiera dell’Università e della ricerca? Non ricordiamo male. Pagina 236 del programma di governo: “Investire in formazione e ricerca è l’unico modo per recuperare consistenti squilibri economici e sociali”. Pagina 237: “Aumentare e quantificare decisamente la spesa per l’università e la ricerca”.

Il rapporto sullo stato delle Università italiane, presentato dal presidente dei Rettori, apre un nuovo capitolo del libro delle promesse mancate di questo governo. Una delle tante “priorità”, di carta e non di sostanza, del programma dell’Unione. Il decreto Bersani, che impone di risparmiare il 20% delle spese, “non è un taglio, ma una taglia”, dice il rettore della Statale di Milano. Ci saranno Atenei che non potranno chiudere il bilancio, l’Università va verso il “baratro”, manca anche “il denaro per il quotidiano, per le spese ordinarie”.

Nel giorno in cui anche il governatore di Bankitalia lancia il suo grido di dolore sulla formazione, le parole di fuoco dei Rettori si rovesciano su un attonito ministro, uno dei tanti “di lotta e di governo” della squadra prodiana.

Così Mussi scarica tutto su Bersani, il cui decreto “è stato un errore madornale”. Supplica l’opposizione di “dare il suo contributo” per cancellare quel provvedimento. Aveva minacciato le dimissioni contro i tagli alla ricerca, ma naturalmente non ribadisce il concetto e tiene gelosamente custodita nel cassetto la lettera di rinuncia all’incarico. Protesta con il segretario di Rifondazione perché “non ha speso un parola per difendere i fondi della ricerca”, confermando così il potere di interdizione e di persuasione di quel partito su Prodi.

Fa di più. Dice ai rettori: “Mi accontento in cinque anni di arrivare a stanziamenti per l’università pari all’1,2% e all’1,5% per la ricerca”. Stracciando di fatto gli impegni messi nero su bianco nel già citato programma dell’Unione: “Occorre varare un piano d’incremento che permetta di raggiungere, entro la fine della legislatura, l’attuale media europea, pari al 2% del Pil” (pagina 242). Incassati i voti, si ridimensionano i traguardi.

L’opposizione può fattivamente collaborare anche aiutando il governo a trovare i fondi per salvare le università. Una proposta per tutte: abolire l’articolo 24 del decreto fiscale, che prevede contributi per la rottamazione dei frigoriferi, indirizzando quella spesa (peraltro non specificata) verso gli atenei. Vittorio Merloni, la cui azienda figura tra i finanziatori della campagna elettorale di Prodi, è uomo di mondo e se ne farà una ragione. Al pari della figlia, deputata dell’Ulivo e membro della commissione Attività Produttive.

Meglio tenersi il frigo vecchio piuttosto che rottamare le nostre Università. O no?
 

11/11/2006
BERTOLINI: SILENZIO GOVERNO SULLA STRAGE DI NASSIRIYA MOSTRA SUA IPOCRISIA

"Il silenzio del governo sulla strage di Nassiriya mostra il volto ipocrita di una sinistra che non ha il senso dello Stato, che disconosce i principi ed i valori incarnati nel tricolore che non ama l’Italia e che per questo non e’ degna di governare il nostro Paese. Il goffo tentativo di Bertinotti di togliersi dall’imbarazzo liquidando la questione con un minuto di silenzio non fa altro che confermarlo". Lo ha sottolineato in una nota il deputato di Forza Italia, Isabella Bertolini. "La verita’ e’ che il governo ha evitato di commemorare i morti di Nassiriya ed il presidente della Camera Bertinotti non ha voluto riconoscere ruolo e funzioni della missione italiana in Iraq. Per questo dovrebbe chiedere scusa agli italiani e alle famiglie dei nostri soldati". "L’Unione -dice- e’ schiava della sinistra radicale che getta una cortina di silenzio sul sacrificio dei nostri martiri morti per difendere ed affermare liberta’ e democrazia in Iraq. Noi, al contrario della sinistra, amiamo l’Italia e faremo di tutto per onorare il ricordo dei soldati italiani morti in missioni di pace". Per questo, spiega, "ho recentemente presentato, insieme ad altri colleghi deputati, un progetto di legge per istituite "il giorno del ricordo in memoria delle vittime di Nassiriya. Vogliamo che in futuro l’esempio di abnegazione e senso dello Stato dimostrato dai soldati morti nella strage di tre anni sia celebrato in tutta la nazione e diventi un riferimento per le nuove generazioni. Oggi il nostro pensiero va alle forze armate italiane impegnate in tutto il mondo per dare una speranza di liberta’ a tutti i popoli vittime di dittature sanguinarie e colpite dal terrorismo fondamentalista islamico"
 

10/11/2006
BALDINI: SANTORO USA LA RAI PER LOTTA POLITICA

"Santoro continua la sua campagna di attacco e denigrazione nei confronti della Cdl, ed in particolare di Forza Italia, attraverso la sua faziosa trasmissione che utilizza come strumento di lotta politica contro Silvio Berlusconi. Anche ieri ha impedito ad un esponente azzurro una doverosa replica, per rispondere ad attacchi falsi e strumentali".

Lo ha dichiarato il senatore di Forza Italia Massimo Baldini, componente della Commissione di Vigilanza Rai. "Nessuno vuole dire ad un giornalista, ed ancor di più a Santoro quello che deve fare, però ci sono limiti invalicabili imposti dalla Commissione di Vigilanza che obbligano a rispettare il pluralismo e le posizioni politiche. Quindi a dare il giusto spazio a tutti. Credo che i vertici Rai, ed in particolare il Dg Cappon, dovrebbero assumere immediate iniziative per ricondurre la trasmissione di Santoro al rispetto delle regole di corretta informazione, obiettività e imparzialità. Auspico con urgenza un’audizione del presidente Petruccioli e dello stesso Cappon, per valutare gli eventuali provvedimenti da adottare sulla questione".
 

10/11/2006
LUPI: TASSA SOGGIORNO DEL GOVERNO DANNEGGIA TURISMO

 "La tassa di soggiorno danneggia le imprese del settore turistico e da’ un colpo alla competitivita’ dell’Azienda Italia". Cosi’ Maurizio Lupi di Forza Italia. "Il governo Prodi conosce solo la parola tasse e non si rende conto che con l’emendamento che prevede l’imposta di soggiorno contribuira’ a portare l’Italia fuori dal mercato mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro".
 

10/11/2006
BERTOLINI: PRODI A FINE CORSA, ECCO PERCHE’ VUOLE CAMBIARE LEGGE ELETTORALE

"Prodi sa di essere arrivato alla frutta. Per questo vuole cambiare la legge elettorale. Bertinotti idem. Si attaccano dove possono. Sanno che le elezioni sono molto vicine e che nessuno vuole piu’ il professore. Il crollo di Prodi e’ devastante. Per questo cercano disperate ancore di salvezza". Lo ha affermato il deputato di Forza Italia, Isabella Bertolini. "Il problema e’ che il professore dovrebbe chiarirsi le idee con la sua maggioranza, visto che anche sulla legge elettorale l’Unione e’ nel caos piu’ totale. Ormai tutti sanno che per questo governo sgangherato e’ nel braccio della morte. Ha i giorni contati dopo questa Finanziaria delle tasse che mettera’ al tappeto la nostra economia, impoverendo tutti gli italiani".
 

8/11/2006
NAPOLI: PIENA SOLIDARIETA' A RENATO FARINA

"Desidero esprimere piena e convinta solidarieta’ a Renato Farina, giornalista e soprattutto uomo libero e coraggioso. Il vile gesto di intimidazione di cui e’ stato bersaglio e’ la conferma che certe campagne di denigrazione e delegittimazione possono provocare danni ingenti". E’ quanto ha affermato in una nota Osvaldo Napoli, vicepresidente dell’Anci e vice responsabile Enti locali di Forza Italia. "Renato Farina e’ stato gia’ destinatario di un provvedimento ’deontologico’ da parte dell’Ordine dei giornalisti per una vicenda che ha messo in luce piu’ l’ingenuita’ che non la furbizia. Ma saperlo oggi nel mirino di gruppi terroristi deve far scattare una solidarieta’ piena e totale nei suoi confronti. Guai ai distinguo e ai birignao: di fronte alla violenza e alle minacce farneticanti di gruppi terroristici c’e’ solo il dovere umano di una solidarieta’ intensa e senza riserve".
 


 

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