17 ottobre 2006 Scuola: le assunzioni promesse da
Prodi diventano licenziamenti
Il “Promessor Prodi” – come lo ha definito
un settimanale - è stato trovato con le mani anche nel barattolo
della scuola. Presentando la legge finanziaria, aveva garantito
l’assunzione di 150mila precari, ma si era “dimenticato” di
aggiungere che la sua manovra economica porterà al licenziamento di
50 mila tra insegnanti e personale non docente. Sindacati, Verdi,
Udeur e Rifondazione sono già scesi in trincea, e i Comunisti
minacciano di far mancare il proprio consenso in Parlamento.
"Tagli e cicoria” per la scuola pubblica, è stata la laconica
battuta della Cgil. La Finanziaria non solo prevede questi drastici
tagli, ma introduce un meccanismo di recupero per il quale se i
risparmi non dovessero arrivare entro i termini previsti verrà
ridotta ulteriormente la spesa corrente. I sindacati avevano chiesto
una Finanziaria di investimenti, ma Prodi e Padoa Schioppa hanno
percorso la strada esattamente opposta.
Il governo dell’Unione, insomma, sta tornando all’antico: è bene
ricordare, infatti, che dall’85 al 2000 mai una lira era stata
aggiunta agli stanziamenti per il bilancio dell’Istruzione, mentre
dal 2001 al 2006, col governo di centrodestra e la Moratti ministro,
le risorse finanziarie destinate alla scuola sono cresciute
complessivamente di 3.456 milioni di euro. Nell’ultima Finanziaria
di Berlusconi la scuola ha ottenuto 110 milioni di euro, oltre al
20% d’incremento sul bilancio. La Casa delle Libertà ha
razionalizzato la spesa, ma ha sempre reinvestito nell’Istruzione i
risparmi che si effettuavano. La sinistra invece, anziché
intervenire su una più moderna organizzazione dei percorsi di
studio, ha instaurato un sistema burocratico che penalizzerà tutti:
dirigenti, docenti, studenti e famiglie. È chiaro che quella del
governo Prodi per la scuola è una strategia del gambero: togliere
qualità all’offerta formativa tornando, appunto, al passato.
Ma cinquantamila posti di lavoro in meno sono un prezzo troppo caro
da far pagare all’istruzione ed al sistema scolastico italiano.
L’innalzamento del rapporto alunni-classe, la riduzione a priori
delle bocciature, la diminuzione delle ore di lezione negli istituti
professionali, e quindi un’inevitabile dequalificazione della scuola
nel suo insieme, non sono certo le ricette promesse agli elettori
nel programma dell’Unione. I tagli, se attuati nella loro interezza,
metterebbero a rischio il funzionamento di tutto il sistema
scolastico. Prodi aveva promesso di investire maggiori risorse su
scuola e ricerca, cioè sui settori che rappresentano il futuro del
nostro Paese, indicandoli come priorità assolute, e questo è invece
il risultato.
È stata cancellata l’opportunità per le famiglie di iscrivere
anticipatamente i figli alla scuola materna e alla scuola
elementare.
È stata cancellata la figura del “tutor” che aveva la funzione di
raccordare i rapporti tra scuola e famiglia.
È stato cancellato il portfolio che aveva la funzione di segnalare
tutte le esperienze scolastiche ed extrascolastiche che avevano
qualificato la vita dell’alunno durante il suo percorso educativo.
Che significa tutto questo? La risposta è semplice: se in
Finanziaria il capitolo dedicato alla scuola diminuisce, ciò sta a
significare che si va ad intervenire nell’ambito dell’offerta e
della qualità formativa. Saranno penalizzati gli studenti e le loro
famiglie oltre che la professionalità dei docenti perché con questi
“tagli selettivi” ci saranno meno investimenti.
Titolano i giornali
Non lo diciamo noi ma tutti i quotidiani italiani: la Finanziaria
divide il governo, l’ennesimo scontro tra Prodi e la sinistra
radicale, sostenuta dai sindacati, è sui fondi destinati alla scuola
e la minaccia di 50 mila licenziamenti.
A conferma ecco una panoramica dei titoli che campeggiano oggi sulle
prime pagine dei principali quotidiani italiani.
Liberazione
Finanziaria, battaglia sulla scuola. Prc: “Troppi tagli, va
corretta”
L’Unità
Scuola, è rivolta contro i tagli
Il Mattino
Finanziaria, scontro sulla scuola
Il Messaggero
Scuola, tagli ai docenti: è scontro
La Stampa
Rispuntano i tagli, rivolta nella scuola
La Repubblica
Scuola, è scontro sui tagli
Corriere della Sera
Finanziaria, lite sui tagli alla scuola
L’Avvenire
Scontro sui tagli nella scuola
Il Giornale
Scuola, a rischio 50 mila posti
18 ottobre 2006 Finanziaria: Prodi ha favorito il caos
per avere
il voto di fiducia?
Finanziaria. Ogni giorno una novità
Un luogo animato da comparse: questa è l’opinione che Romano Prodi
ha del Parlamento. Comparse il cui unico scopo è votare quel che lui
vuole. Anche se si tratta di piatti indigeribili come questa legge
finanziaria.
Da un punto formale, la manovra nel suo complesso (decreto legge e
finanziaria vera e propria) ha iniziato il suo iter parlamentare da
tre giorni, con la discussione del decreto legge nelle commissioni
Bilancio e Finanze riunite. E sono tre giorni che i lavori sono
sospesi.
Motivo: i presidenti delle due commissioni stanno discutendo su
quali emendamenti al decreto siano ammissibili e quali no.
Emendamenti che in totale sono circa 1200: 300 dell’opposizione (di
cui 250 della Lega), il resto della maggioranza. Cioè, l’Unione sta
discutendo sui suoi emendamenti. Cioè, sta litigando al suo interno.
Lo spettacolo offerto dalla maggioranza è indecoroso. Nella sostanza
sta praticando un auto-ostruzionismo al decreto legge. E il
provvedimento ha nella sua pancia circa 5 miliardi di euro di
copertura della legge finanziaria. Insomma, se non si approva il
decreto, viene a mancare la copertura alla manovra.
Il clima sugli emendamenti al decreto a Montecitorio favorisce la
possibilità – per il governo – di chiedere il voto di fiducia sul
provvedimento. Ed il voto di fiducia su un decreto – è noto – fa
decadere tutti gli emendamenti approvati (chissà quando) in
commissione; a parte le modifiche che vengono introdotte
nell’articolo di conversione del provvedimento con i consueti
maxiemendamenti.
Questa situazione offre il fianco a due interpretazioni. La prima,
ampiamente prevista e prevedibile: la maggioranza è talmente
frastagliata al suo interno che non riesce a trovare un’intesa sugli
emendamenti al decreto. La seconda, più maligna: conoscendo le
condizioni della sua maggioranza, Prodi ha favorito il caos in
commissione così da agevolare l’uso del voto di fiducia.
Un comportamento che conferma l’impressione di come il presidente
del Consiglio interpreti il Parlamento: un luogo animato da
comparse, chiamate ad assecondare ogni suo provvedimento; anche se
si tratta di un piatto indigeribile come questa finanziaria.
Perché, si badi bene, tutte le modifiche che vengono annunciate (dai
bolli auto alla tassa di successione; dall’Irpef al Tfr) non hanno
ancora alcuna traduzione in emendamenti. Quindi, sono solo
chiacchiere destinate a smorzare la forte contestazione alla
finanziaria che sale da ogni categoria. Solo un’operazione di
facciata.
E con le novità le vendette
Nel giorno in cui Confindustria conferma un giudizio “preoccupato e
negativo” sulla Finanziaria e denuncia un “clima ostile alle
imprese”, in quello stesso giorno spariscono dal decreto-legge
fiscale gli incentivi all’acquisto di auto nuove e meno inquinanti.
Per dirla con più chiarezza: il presidente degli industriali fa uno
sgarbo al governo e il governo fa uno sgarbo al presidente della
Fiat.
Non c’è bisogno di scomodare Andreotti e il suo ormai celebre
aforisma (“a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”)
per adombrare il peggiore sospetto sulla tempistica di una decisione
che colpisce al cuore del suo business l’azienda torinese,
costringendola a ridimensionare i conti e a riporre precipitosamente
nel cassetto la campagna pubblicitaria, già partita, sui vantaggi
della rottamazione delle vecchie auto.
Quegli incentivi, dietro la motivazione ecologica, nascondevano un
sostanziale sostegno alle industrie nazionali del trasporto (Fiat,
ma anche Piaggio) e, di fatto, anche all’occupazione del settore.
Così a pagare per questa cancellazione saranno sì le aziende, ma
anche i lavoratori. Ma a questo governo cosa importa?
La prova dello “sgarbo” sta nell’unanimità con la quale il vertice
di maggioranza ha accolto la proposta dei Verdi di destinare quei
fondi, 170 milioni, ai trasporti pubblici locali. Dimostra che
questa decisione ha trovato d’accordo anche quanti, fino a ieri, si
erano spesi in favore di quel provvedimento, segnatamente Enrico
Letta e Bersani, e che avevano promesso di difenderlo.
Montezemolo, dunque, è costretto a bere fino in fondo l’amaro calice
della strettoia nella quale si è infilato con il suo duplice ruolo
di presidente di Confindustria e della Fiat.
La rivolta della base e lo scontento degli imprenditori lo hanno
posto nelle condizioni di modificare radicalmente la sua posizione
nei confronti del governo.
19 ottobre 2006 Missione Riotta: prodizzare il Tg1
Riotta l’amerikano ha fatto il lavoro
sporco che il suo capo gli aveva chiesto: prodizzare il Tg1
Certo non immaginava ‘l’ex vice di Mieli’ che il suo referente
politico si sarebbe incartato da solo. Se Riotta gode guardando l’Auditel,
peraltro fortemente condizionato dall’Eredità di Conti che gli
regala il 38 per cento di share, piange lacrime amare scorrendo i
dati dei sondaggisti, anche quelli solitamente amici. Perfino
Repubblica s’è arresa al dato nudo e crudo: Prodi sta crollando e
portandosi dietro tutta la sua maggioranza.
A Saxa Rubra stanno cercando di porre rimedio. Si sprecano le
esclusive per il nuovo Tg1 da parte di importanti ministeri del
governo Prodi. La vicenda di Monica Maggioni caricata su un aereo
della Farnesina per testimoniare in diretta la liberazione dei due
ostaggi italiani in Niger è emblematica.
Il Tg1 è così a sinistra che il povero Di Bella col suo Tg3 non sa
più che pesci pigliare. Nella settimana dal 30 settembre al 6
ottobre il governo e l’Unione hanno toccato il 70 per cento della
presenza nel tg di Riotta. Il Tg3 si è fermato sotto, al 66,5 per
cento. E non scherza manco il Tg2 di Mazza che comunque si tiene sul
64, 2 per cento, a dimostrazione che in Rai c’è una tendenza
genetica a mutar pelle col cambiare dei governi.
Si tratta di dati del famoso Osservatorio di Pavia, da sempre,
proprio a sinistra, considerato l’oracolo del bilancino della
politica in tv.
La lamentela di Prodi a El Pais (“Ce l’hanno tutti con me”), è
dunque stupefacente e pure patetica. C’è poi da osservare che in
questi ultimi giorni si nota un ulteriore ridimensionamento della
presenza nel Tg1 di esponenti e idee della Cdl, o meglio è da
rilevare una presenza forte dei centristi, Casini in primis che ha
regalato a Riotta alcune esclusive. Berlusconi, che quale capo
dell’opposizione nella normale gerarchia delle notizie dovrebbe
avere un posto a parte, finisce da alcuni giorni nei soli
“pastoncini” dedicati al centro destra.
Fonti ben informate dicono però che il feeling tra Riotta e la sua
redazione a Saxa Rubra sia già in crisi. Gli attacchi di molti, tra
cui il santone Sandro Curzi, per le lentezze e manchevolezze delle
dirette tv del Tg1 dopo l’incidente nella Metro di Roma (a tutto
favore di Sky Tg24 ) hanno lasciato il segno.
Attenzione però, prima di scandalizzarsi. Visti i sondaggi sul calo
di popolarità di Prodi e compagni (eccezion fatta per…D’Alema), si
potrebbe dire: bravo Riotta, continua pure così. Sappiamo bene però
che la gente non si è stancata di Prodi per averlo visto in tv
troppo spesso, ma per i danni che sta facendo alle tasche di tutti.
Il governo Prodi attaccato dagli “amici”
Scrive oggi Massimo Giannini su La Repubblica:
- per quanto riguarda la manovra: “Dire che c’è confusione, a questo
punto, è un puro eufemismo”;
- per quanto riguarda il cuneo fiscale: “gli oltre 18 milioni di
lavoratori dipendenti non intascheranno un solo euro”;
- ancora: “per i lavoratori dipendenti, i benefici del cuneo
coincidono (e non si aggiungono) con la riforma dell’Irpef varata da
Visco”;
- risultato: “in molti casi si tratterà di un risparmio di qualche
decina di euro al mese. In qualche caso si tratterà di un aggravio
di qualche centinaio di euro al mese. Il danno, per tutti, è che non
c’è nient’altro da risparmiare”;
- conseguenza: “Non può essere un caso che l’ultima rilevazione…
fotografa un tracollo di consensi per l’esecutivo unionista”;
- “non si governa con i sondaggi… ma non si governa neanche con
l’improvvisazione”.
Scriveva ieri Sebastiano Messina su La Repubblica:
“Ammettiamolo: mai una finanziaria era stata così emozionante, così
avvincente, così piena di suspence. La riforma Irpef, per esempio,
doveva colpire i ricchi (oltre i 70 mila euro). Poi la soglia della
ricchezza è salita a 75 mila. Poi è scesa a 40 mila. Ieri si è
scoperto che ci rimetterà anche un semplice impiegato con moglie a
carico e 29 mila euro di reddito. Lui però è contento: è ricco e non
lo sapeva.
“Nella scuola, 50 mila insegnanti dovevano essere espulsi. Poi il
governo ci aveva ripensato. Ieri mattina sono stati di nuovo messi
“in esubero”. Ieri sera avevano riconquistato il loro posto (ma tre
di loro, nel frattempo, hanno avuto un infarto).
“Brillante la performance automobilistica: “Più tasse sui Suv,
esonero dal bollo per le euro4”. Ieri mattina è caduto l’esonero.
Nel pomeriggio sono svanite le tasse sui Suv. Alle 8 di sera le
tasse sui Suv sono rispuntate, ma l’esonero per le euro4 no. Boom
delle vendite di biciclette.
“Novità positive invece per le tasse di successione. Prima venivano
colpiti anche i trivani di periferia, da ieri sono esentati gli
attici in centro. È una buona notizia per gli agonizzanti (ai quali
il governo raccomanda comunque di aspettare il voto finale)”.
Dice Daniele Capezzone, presidente della Commissione attività
produttiva della Camera e segretario di Radicali italiani:
“Il governo farebbe bene a compiere un atto di ragionevolezza:
quello di riscrivere la finanziaria sulla base delle indicazioni del
governatore Draghi, tornando alla direzione di marcia fissata dal
Dpef”’.
“Sono in corso danni gravissimi (e, temo, difficilmente riparabili)
nel rapporto con ampi settori di opinione pubblica. Con lealtà,
avevamo non solo avvisato di questi rischi, ma avevamo ed abbiamo
cercato di operare, anche con il “tavolo dei volenterosi”, per
ridurre il danno e introdurre qualche elemento di saggezza”.
20 ottobre 2006 Prodi governa contro il Paese
Ieri è stata una giornata nera per Prodi,
l’ennesima. Al mattino il catastrofico sondaggio di Repubblica, con
pesante editoriale di accompagnamento. A metà giornata la bastonata
dalle agenzie di rating internazionale, che declassano l’Italia. Nel
pomeriggio, a Verona, lo stadio del Papa che lo fischia.
Forse è vero che non si governa con i sondaggi, con gli applausi o
con i giudizi delle agenzie di rating, ma nemmeno contro un intero
Paese.
I giornali stanno dicendo che Prodi sta governando contro il Paese.
Sta governando contro gli italiani. E gli italiani se ne sono
accorti. I sondaggi non vengono fatti nel salotto buono della
finanza italiana; ma fra la gente. E la gente è frastornata,
confusa, delusa.
In questi giorni tutti si stanno facendo i conti su quante tasse
pagheranno in più. Lo stanno facendo gli artigiani, i commercianti,
i lavoratori dipendenti. E tutti hanno notato che, a differenza di
quel che dice il governo, pagheranno più tasse; perderanno servizi;
avranno meno libertà.
Questa finanziaria mette le mani nelle tasche dei cittadini. Il
governo entra direttamente nei bilanci familiari di oggi, ed ipoteca
quelli di domani.
Questa finanziaria è inemendabile. Pensare di intervenire in
Parlamento per migliorarla non sarà facile.
Per tre motivi, tecnici e politici.
1) Motivo tecnico. Nemmeno più il Tesoro si orienta fra le misure
che entrano ed escono dalla manovra. Emendarla vorrebbe dire mettere
le mani su un materiale come il mercurio: non si ha mai certezza di
dove finisce ed in quante parti si rompe. In più, l’opposizione
dovrebbe farsi carico di trovare coperture finanziarie.
2) Motivo tecnico. Per mettere ordine nei conti dello Stato non
serviva una finanziaria soufflè, che cresce di ammontare a seconda
delle esigenze: 30 miliardi, 33,4 miliardi, 34,7 miliardi, 40
miliardi di euro. Per rispettare i parametri europei sarebbe servita
– al massimo – una manovra da 10-12 miliardi di euro.
3) Motivo politico. La protesta che monta nel Paese contro la
finanziaria innesca mal di pancia nella maggioranza. L’implosione
potrebbe arrivare se il governo – come sembra – pone il voto di
fiducia. Un voto di fiducia su questa manovra (decreto legge e
finanziaria) sottrae al Parlamento il ruolo di controllo
sull’operato del governo. Riduce i deputati ed i senatori della
maggioranza a mere comparse di un film (la manovra) in cui tutti
perdono. Li fa diventare co-partecipi di scelte già bocciate dal
Paese. Ma senza voto di fiducia, questa finanziaria non passerebbe
mai.
Il Paese si è reso contro che Prodi sta governando contro gli
italiani. Lo dicono i sondaggi. Lo dicono i giornali. Lo dicono
tutte le categorie, tutti i ceti sociali (dal metalmeccanico
all’avvocato), tutti i gruppi rappresentativi. Insomma, tutto il
Paese. E non si può governare contro un Paese, soprattutto se questo
Paese, come l’Italia, fa parte del G-7.
21 ottobre 2006 Il declassamento non è una notizia?
«Il declassamento dell’Italia si sapeva da
tre mesi, non è una notizia», sostiene Romano Prodi.
Il downgrading è la notizia del giorno sui giornali finanziari
internazionali - dal Financial Times al Wall Street Journal - ed è
finita persino sulle pagine online del Quotidiano del Popolo, a
Pechino. Il fiasco prodiano da ieri è diventato globale.
Campeggia il Professore - in foto, titolo e testo - sulla prima
pagina rosa-arancio del Financial Times: «La bastonata sul debito si
aggiunge ai mal di testa di Prodi», titola il quotidiano della City
londinese. E nell’articolo si ricorda che «la legge finanziaria è
stata criticata dagli industriali, dalle piccole imprese, dalla
Banca d’Italia, dagli economisti favorevoli alle riforme e da molti
altri, ai quali adesso si aggiungono Fitch e Standard & Poor’s». Per
adesso, aggiunge il Ft, il declassamento avrà un impatto
«praticamente nullo» nella capacità dell’Italia di onorare il
debito, in quanto membro dell’eurozona; ma «avvicina l’Italia al
rating di A- che la Banca centrale europea - ricorda il giornale -
pone come soglia per accettare i titoli di Stato come garanzia per
le sue operazioni di rifinanziamento».
Ora l’Italia, ricorda a sua volta il Wall Street Journal, rischia di
diventare un serio problema per Eurolandia. «La decisione di Fitch e
S&P fa tremare la zona euro», titola il quotidiano finanziario
newyorchese, ricordando che la retrocessione decisa dalle agenzie di
rating fa aumentare le preoccupazioni in Europa per una possibile
«destabilizzazione» a causa del deterioramento finanziario di una
delle sue principali economie. E resta sempre il rischio, benché
«remoto», scrive ancora il Wsj, di un’uscita dell’Italia dalla
moneta europea: «Per il Paese sarebbe un disastro», scrive il
quotidiano, che ricorda infine come il livello del rating italiano
sia adesso il più basso di Eurolandia, Grecia esclusa.
E se BusinessWeek online parla di «downgrade italian style», cioè
retrocessione all’italiana, facendo il verso al celebre film
«Matrimonio all’italiana», un lungo articolo sull’International
Herald Tribune si concentra sulle ripercussioni che questo
declassamento potrebbe provocare al nostro Paese, in termini di
costo del debito pubblico. Non mancano le critiche alla Finanziaria.
«Il bilancio 2007 di Prodi fa poco per tagliare la spesa pubblica -
scrive il giornale americano, pubblicato in Europa - e invece si
concentra su un aumento delle entrate fiscali e sulla lotta
all’evasione».
In Europa, il quotidiano finanziario francese Les Echos riporta la
vicenda italiana in prima pagina, parlando del giudizio delle
agenzie di rating come di una «vera e propria mina» per Romano
Prodi, e sottolineando che potrebbero esservi ripercussioni per la
«stretta maggioranza» del premier italiano. Cinco dias, il giornale
finanziario spagnolo, ricorda che dopo la decisione di Fitch e
Standard & Poor’s, l’Italia è il Paese, «con menos notas de la zona
euro despues de Grecia», vale a dire al penultimo posto della
classifica europea per i conti pubblici. Incidentalmente la Spagna,
che non fa parte del Gruppo dei Sette, detiene il voto più elevato -
la «tripla A» - da parte delle tre principali agenzie
internazionali.
Sarà dunque una «non notizia», come sostengono Prodi ed Epifani, ma
del downgrading si parla molto, e ovunque. Anche a Pechino.
Nell’edizione online del Quotidiano del Popolo il titolo è secco e
preciso: «Retrocesso il debito dell’Italia». L’agenzia Xinhua
riporta i comunicati di Fitch e Standard & Poor’s, sottolineando il
passaggio che si riferisce alla «risposta inadeguata del nuovo
governo alle sfide strutturali dell’economia e della finanza
pubblica italiana». Del nuovo governo, non del vecchio.
22 ottobre 2006 Interessi senza conflitto. Dove ''regnano''
le giunte rosse
le coop prosperano.
I dati Ac-Nielsen dicono che la quota è del
25,7 per cento. Nelle rilevazioni Infoscan si sale al 26,7. È il
potere delle coop, il tentacolare colosso che domina iper e
supermercati. Oltre un quarto della grande distribuzione alimentare
in Italia è targato Lega delle cooperative: le «nove sorelle» a
marchio Coop e i Conad. Il concorrente più insidioso (si fa per
dire) è la catena francese Carrefour, che supera di poco il 10 per
cento. Seguono Auchan, Selex, Sidis, Esselunga e sigle minori. Un
predominio indiscusso e inattaccabile.
Come hanno fatto le coop a conquistare questo primato? Con un regime
fiscale di assoluto favore, un assetto societario blindato e la
possente leva finanziaria del prestito sociale. E con un sistema
illustrato in una recente intervista a Repubblica da Leonardo Del
Vecchio, patron di Luxottica che con la famiglia Benetton aveva
rilevato i marchi Gs e Autogrill dall’Iri-Sme. È uno scenario simile
a quello sintetizzato da Silvio Berlusconi, cioè la triangolazione
fra coop, partito (Pci-Pds-Ds) e amministrazioni locali di sinistra.
Il re degli occhiali spiega dunque così la decisione di vendere i
negozi Gs a Carrefour: «Succedeva che per due, tre anni trattavamo
le licenze commerciali con un Comune. Concedevamo tutto quello che
chiedevano: costruzione di scuole, verde pubblico, servizi sociali.
Tutto a posto, eppure alla fine la licenza ci veniva negata. E in
seguito il terreno se lo prendevano le Coop».
Un esempio? Lo racconta l’ex ministro Carlo Giovanardi in un
libretto intitolato «La coop sei tu, chi può fare di più?». Primi
anni ’90: Esselunga voleva trasferire e allargare il supermercato di
Sassuolo. L’amministrazione di sinistra bocciò tre volte la domanda
di trasferimento; quando arrivò il nulla-osta dalla Regione Emilia
Romagna, lasciò trascorrere i 30 giorni entro i quali doveva
adottare il provvedimento di sua competenza e poi fece ricorso al
Tar sbandierando una memoria redatta dalla Coop Estense. Esselunga
dovette alzare bandiera bianca mentre, in quegli stessi mesi, a
Modena la giunta di sinistra si batteva per il terzo ipermercato
Coop.
In Emilia Romagna le coop, con un fatturato che nel 2004 ha sfiorato
i cinque miliardi di euro, controllano il 67 per cento della grande
distribuzione alimentare: in Lombardia nessuna catena raggiunge il
10 per cento. Nella provincia di Modena la percentuale balza al 74
per cento: 66 supermercati su 90 sono Coop o Conad e le relative
società Coop Estense e Nordiconad sono al secondo e al quarto posto
nella classifica delle maggiori aziende della provincia per
fatturato annuo, dietro rispettivamente alla Ferrari e all’Inalca.
In Liguria le coop hanno il monopolio assoluto degli ipermercati:
Carrefour, che pure ha vinto tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio
di Stato, è ancora al palo mentre la catena Iper ha ripiegato su tre
strutture nell’Alessandrino presso i confini liguri (Serravalle
Scrivia, Pozzolo Formigaro, Tortona).
In Europa una presenza così massiccia delle coop nella grande
distribuzione non ha uguali. In Francia il movimento mutualistico è
stato oscurato dai giganti privati Carrefour, Intermarché, Auchan,
Casino, Leclerc; idem in Germania, dove il mercato è in mano ai
gruppi Metro, Rewe e Edeka. Nemici temutissimi, spauracchi già
presenti anche in Italia dove hanno acquisito - oltre ai Gs - anche
Standa (Rewe), Rinascente e Sma (Auchan). Ma anche le coop hanno
aiutato la calata dello straniero: Conad ha un patto d’acciaio con
Leclerc. E nel febbraio scorso ha fondato Coopernic assieme alle
catene Colruyt (Belgio), Coop Suisse (Svizzera), Rewe e la stessa
Leclerc per realizzare una nuova centrale d’acquisto continentale.
Protezionisti se si tratta del destino di Esselunga, aperti verso
l’estero quando si firmano accordi commerciali.
Da uno studio divulgato da Stefania Craxi e
dai coordinatori azzurri Isabella Bertolini, Denis Verdini e Luciano
Rossi, emerge un gigantesco e insanabile conflitto d’interessi. Da
quanto trapela sui dati finora raccolti si scopre che
nell’aggiudicazione degli appalti, nelle assicurazioni e nella
grande distribuzione le coop avrebbero posizioni dominanti nelle
regioni amministrate anche da oltre mezzo secolo da giunte di
sinistra.
In Emilia Romagna, ad esempio, il 67% della grande distribuzione è
in mano alle cooperative. Una percentuale insolita, schiacciante,
che supera persino il 70% in certe province. E che, soprattutto, non
trova uguali nelle altre regioni. In Lombardia, infatti, le catene
della grande distribuzione, tutte insieme, coprono una fetta di
mercato infinitamente minore, appena il 10%. Sugli appalti poi le
coop calano l’asso pigliatutto. Secondo i dati del Sitar, il sistema
informativo telematico, nel 2004 le coop si sono aggiudicate il
37,5% degli appalti sulle grandi opere, quelli di importo superiore
a 5,29 milioni di euro. Se si vanno a spulciare i finanziamenti
elettorali dei politici della zona si scopre che le coop erogano
robusti sostegni finanziari. Un caso da manuale è quello
dell’attuale governatore sempre dell’Emilia Romagna che vede
nientemeno che il 77 per cento della sua spesa elettorale coperta
dalle coop.
Insomma c’è il rischio di un cortocircuito e di un quotidiano
conflitto d’interessi. Con le amministrazioni comunali, provinciali
e regionali che stringono strettissimi e articolati rapporti con le
coop, che vedono un continuo interscambio di ruoli tra
rappresentanti delle istituzioni che vengono a loro volta dal mondo
cooperativo e tornano allo stesso dopo l’esperienza politica
finanziata sempre dallo stesso colosso coop.
Gli intrecci tra banche amiche, coop, partiti politici e
amministrazioni sono ormai radicalizzati nelle regioni dove il
Pci-Pds-Ds può contare su una continuità di potere che dura dal
dopoguerra.
In certe amministrazioni Unipol, il colosso delle polizze di
Bologna, raccoglie la totalità dei contratti. Un caso? Discorso
analogo per il credito cooperativo e per l’erogazione dei
finanziamenti a tasso agevolato.
23 ottobre 2006 La sinistra scopre Santoro
Viene da sorridere leggendo in questi
giorni le dure polemiche che il programma di Michele Santoro sta
sollevando, non nel recinto della Casa delle Libertà, ma in quello
della sinistra. I tanti ulivisti che si erano scorticati le mani per
applaudire “Michele Chi?” quando attaccava Berlusconi e il
centrodestra ed erano pronti a incatenarsi ai cancelli della Rai per
riavere la loro icona del giornalismo duro e puro, oggi sembrano
essere molto meno contenti del ritorno in video del conduttore
biondo “ossigenato”.
Le ultime puntate di “Anno Zero” – dedicate a Napoli e alla Calabria
– hanno provocato un vespaio politico e le risentite prese di
posizione del sindaco Jervolino e del Governatore Lojero. A
difendere Santoro sembra essere rimasto solo il consigliere di
amministrazione Sandro Curzi e Storace. Ma nonostante queste difese
Santoro e il suo programma finiranno davanti alla Commissione
parlamentare di Vigilanza alla quale si sono rivolti tanto la
Jervolino quanto Lojero.
Viene allora da chiedersi: stai a vedere che anche su Santoro, il
Cavaliere aveva visto giusto e prima degli altri…
Pantaleone Sergi, portavoce del presidente della regione Calabria,
Agazio Loiero: "Santoro e’ bravo e pero’ stavolta ha impiantato un
processo senza difesa. E questo non va bene. Non e’ possibile
passare al tritacarne il governo regionale senza concedere non dico
il diritto di parola ma almeno il diritto di replica a chi presiede
quella giunta al cui operato vengono mosse accuse pesanti e anche
non vere"
Antonio Bassolino: "Ne emerge una realta’ deformata. Santoro dice
che ha voluto portare la questione napoletana a livello nazionale,
ossia cio’ che noi cerchiamo di fare tutti i giorni, ma dubito che
sia un modo giusto per farlo. Ma lo stesso racconto di tante cose
negative di Napoli puo’ essere fatto anche ricordando l’esistenza di
forze che contrastano il degrado, sul piano sociale, civile e dello
sviluppo. Penso sia stata sbagliata, ingiusta. Un commento politico
unilaterale. Ma la trasmissione e’ fatta cosi’ e quindi non mi
permetto di giudicare. E’ sbagliato e’ ingiusto commentare cosi’ la
storia di questa citta’, senza indispensabili differenze, senza
indispensabili articolazioni’’.
Rosa Russo Jervolino: ’’Ieri siamo stati con gli assessori a
lavorare fino alle 23, perche’ questa e’ la tragica realta’ di
questa citta’. C’e’ qualcuno che parla dei mali della citta’ e c’e’
qualcuno che cerca di sanare i mali della citta. Devo dire che sono
sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a
Napoli e che dopo le elezioni non si e’ piu’ fatto vedere e che non
ha fatto nulla per la nostra citta’, non sappia far altro che
denigrarla e per esempio bloccare la nostra Silvana Fucito
(presidente dell’associazione per la legalita’, ndr) che stava
cercando, in trasmissione, di far emergere anche gli aspetti
positivi’’ .
24 ottobre 2006 Prodi, Visco e ''Il Grande Fratello
fiscale''
Il Grande Fratello Fiscale è fra noi. D’ora
in avanti, ogni movimentazione finanziaria dovrà avere una sua
“tracciabilità” se il pagamento supera i mille euro; e fra due anni,
i cento euro.
Le banche dovranno abbandonare, sull’altare del Fisco, il segreto
bancario dei clienti. Gli ispettori potranno chiedere allo sportello
di banca quali sono i movimenti finanziari transitati sul conto
corrente del cliente “X” o quelli del cliente “Y”.
I professionisti non potranno più ricevere pagamenti in contanti,
anche se rilasciano regolare ricevuta. E dovranno aprire un conto
corrente bancario sul quale far transitare tutti i compensi. Ma la
vita contributiva dei professionisti non peggiora solo per
quest’obbligo. Dovranno inviare all’Agenzia delle Entrate il loro
elenco clienti-fornitori.
Non solo. Verrà anche multato (da 258 a 2.065 euro) chi non denuncia
come evasore fiscale il proprio idraulico, muratore, ristoratore che
non gli fornisse ricevuta fiscale. Nei prossimi mesi, i contribuenti
(e non solo i titolari di partita Iva) si vedranno recapitare un
questionario da parte dell’amministrazione finanziaria. E lì
dovranno rispondere ad una serie di domande. Attenzione, il
questionario non si può gettare nel cestino. Se non viene rispedito
al Fisco, si va incontro ad una sanzione.
L’altro giorno a Torino si è suicidato un imprenditore. Era
creditore di milioni da parte dello Stato. Nel decreto fiscale
questa morosità delle pubbliche amministrazioni diventa legge dello
Stato. Prima di pagare una fattura superiore ai 10 mila euro, le
amministrazioni e le società a prevalente partecipazione pubblica
(quindi anche Enel ed Eni) dovranno controllare se il fornitore ha o
meno ricevuto una cartella esattoriale per lo stesso importo. Se
l’ha ricevuta, lo Stato non paga.
Questo Stato di Polizia Fiscale si scontra con il taglio delle
risorse previste dalla legge finanziaria alla Guardia di Finanza.
Con il risultato che l’inasprimento delle aliquote, delle procedure,
delle pratiche amministrative non farà diminuire l’evasione fiscale;
ma, al contrario, la farà aumentare. Come dimostra la storia dei
condoni fiscali della precedente legislatura. Se Visco avesse
davvero combattuto l’evasione fiscale i condoni non avrebbero
garantito 20 miliardi di gettito. Segno inequivocabile che la
politica di Visco fa aumentare l’evasione, non la riduce. In
compenso, complica la vita tributaria ai contribuenti.
Alzi la mano chi almeno una volta al giorno non è stato costretto a
barrare il fatidico quadratino con: “autorizzo”. Al trattamento dei
dati personali, ovviamente, alle continue e insistenti richieste
che, in teoria, dovrebbero difendere la nostra sacrosanta privacy.
Quindi non si capisce perché lo Stato, questa particolare forma di
Stato voluta da Prodi e Visco, ritenga suo diritto non fare lo
stesso e introdursi senza ritegno nella vita dei suoi cittadini con
una rete di controllo degna della migliore Ddr, la Repubblica
Democratica Tedesca nota per la sua efficiente struttura
spionistica.
D’ora in poi tutto è sotto controllo: perché devo far sapere a Visco
tutto della mia vita, compresi i miei gusti, le mie scelte? Dove
sono i liberali in queste ore? Dove sono gli amici di un tempo, i
radicali dalle mille battaglie sui diritti civili?
L’introduzione di assegni e carte di credito obbligatori è un gran
bel regalo alle banche. Immaginate il moltiplicarsi delle
operazioni, delle note di addebito e credito, delle scritture da
inviare ai clienti. Inoltre, di fatto, queste norme tendono a
scoraggiare l’uso della moneta. Ma quale mai economia occidentale
davvero liberale può ipotizzare la soppressione nell’uso comune del
denaro circolante?
Non si può assistere senza reagire in modo determinato e forte a
questo scempio, a queste violazioni dei diritti fondamentali del
cittadino. Dobbiamo dire no alla dittatura del Grande Fratello
inquisitore, a questo Stato onnipresente e oppressivo, dalla culla
alla tomba, a questo prodismo che è perfino peggio del peggiore
comunismo. A questa “banda dei quattro” costituita da Prodi, Visco,
Padoa Schioppa, Bersani, che minaccia la vita di tutti gli italiani.
Tutto sul Fisco inquisitore
La rete di controllo fiscale si arricchisce, giorno dopo giorno, di
una vera e propria raffica di circolari dell’Agenzia delle Entrate,
che allargano a dismisura la sfera del potere inquisitorio da parte
del Fisco.
Su chi potranno essere aperti accertamenti? Su "qualunque soggetto
potenzialmente indagabile". Come a dire: tutti gli italiani.
Quali rapporti potranno essere sottoposti a indagini fiscali?
"Qualsiasi rapporto intrattenuto o operazione effettuata, ivi
compresi i servizi prestati alla clientela". Anche qui, tutto e
tutti.
Il Fisco potrà raccogliere informazioni su qualunque operazione.
Perché a essere escluse sono soltanto "le informazioni già in
possesso dell’amministrazione finanziaria" (!!!). In soldoni: quel
che sappiamo lo sappiamo, quello che non sappiamo lo sapremo.
Presunzione di innocenza? Macchè. Per i professionisti c’è
l’inversione dell’onere della prova: non è il Fisco a dover
dimostrare che il contribuente non è in regola, dovrà essere lui a
dimostrare che lo è.
Diritto alla difesa? Neppure. Si riconosce al contribuente che
dovrebbe essere informato che si indaga su di lui e che avrebbe
diritto al contraddittorio. Però si aggiunge che, anche ove ciò non
avvenga, questo diritto calpestato "non comporterà alcuna
conseguenza circa il valore probatorio dei dati acquisiti".
Tranquilli per il passato? No, c’è anche la retroattività: infatti
"l’applicabilità delle indagini finanziarie si estende a tutti i
rapporti ancora aperti, quindi a quelli inerenti i periodi di
imposta ancora accertabili".
Problemi di privacy? E’ certo che la mole delle informazioni
acquisibili dal Fisco invaderà anche la sfera privata
dell’individuo, che l’Agenzia delle Entrate verrà a conoscenza di
informazioni sensibili.
Quali garanzie? Nessuna, visto che nel decreto fiscale ci si ferma a
una generica, quanto inaffidabile, "necessità di una corretta e
riservata utilizzazione dei dati e delle notizie acquisiti".
L’ipotesi di una distruzione, immediata, di tutti i dati non
attinenti all’indagine fiscale non viene neppure accennata. Vale
solo per i presunti intercettati da Telecom?
25 ottobre 2006 Comunisti e contenti. ''Auguri
Diliberia''
“Auguri Diliberia”. Così oggi “La Rinascita della sinistra”, il
quotidiano dei Comunisti italiani celebra i cinquant’anni di
Oliviero Diliberto, equiparandolo ad uno dei più sanguinosi
assassini della storia sovietica.
Nei giorni scorsi il segretario del Pdci aveva candidamente spiegato
che tra una serata a villa “La Certosa” e una serata al Billionaire
avrebbe preferito quest’ultima ma sarebbe andato nel locale di
Briatore «imbottito di tritolo». Una frase aberrante che la dice
lunga sull’intolleranza di Diliberto, caduta nel vuoto, con la sola
Forza Italia a ribellarsi.
Intanto, Diliberto andava fiero della sua battuta. Perché è il suo
stile, perché Diliberto è proprio così e, guarda caso, celebrandolo
“Rinascita” lo descrive alla perfezione.
Con il soprannome “Beria” (non usato certo per la prima volta nei
confronti del segretario dei Comunisti italiani) i suoi colleghi di
partito equiparano Diliberto al sanguinoso assassino stalinista.
E nessuno se ne scandalizza, nessuno dice una parola, l’interessato
addirittura si coccola quel nomignolo.
Particolare non da poco: Diliberto fa parte della maggioranza
parlamentare, suoi colleghi di partito fanno parte del governo. Un
governo che non ha il minimo pudore e schiera fra i suoi esponenti
entusiasti estimatori di Fidel Castro e chi erige a modello un
assassino, responsabile in Unione Sovietica della morte di decine di
migliaia di persone.
26 ottobre 2006 La Finanziaria dei tentennamenti
La Finanziaria è una tragedia per il Paese, del quale compromette
sviluppo e futuro, ma è anche una farsa per il modo dilettantesco e
confusionario con cui le sinistre al governo cercano di definirla.
Un’orgia di ripensamenti, sortite, ritirate e “contrordine compagni”
che dimostrano quanta disunione ci sia nel centrosinistra e quanta
approssimazione caratterizzi le sue marce e le sue retromarce.
Lo scrive, finalmente, anche “Il Corriere della Sera” che annota il
balletto delle proposte e controproposte della “Finanziaria in
progress”.
La verità è che ogni mattina un qualche esponente della maggioranza
annuncia correzioni e ritocchi al testo originario, immancabilmente
smentiti dopo qualche ora o qualche giorno da un collega della sua
parte. E i ministri annunciano come cosa fatta provvedimenti che in
breve volgere di tempo sono cassati. È anche questo un segno di caos
e forse di iella per una manovra nata peraltro malissimo, con un
vistoso errore di stampa nel testo ufficiale del decreto di
accompagnamento, che così esordisce: “Disposizioni urgenti in
materia tributaria e penitenziaria”. Solo un refuso si dirà, ma è
interessante notare che il lapsus è nato non a caso: rende
giustizia, in un certo senso, a una politica fiscale predatoria,
sorretta da controlli di tipo sovietico e basata sul pregiudizio che
i contribuenti siano tutti evasori da arrestare subito, anche senza
processo.
Ma vediamo il balletto delle effimere misure e proposte, citando
solo i casi più vistosi.
Tassa di successione
In campagna elettorale esponenti del centrosinistra si sono
platealmente contraddetti sul significato da attribuire al termine
“grandi patrimoni” per i quali si sarebbe dovuta reintrodurre
l’imposta.
Per Bertinotti la soglia era costituita da un valore di 180 mila
euro; per Rutelli “parecchi milioni” di euro; per D’Alema 5 milioni.
Nel testo ufficiale della Finanziaria la tassa di successione non
c’è, ma c’è un inganno: si aumenta, infatti, la tassa di registro
sui beni ereditati quando questi superano i 180 mila euro. Le
proteste dei cittadini sono incontenibili: chi eredita un bilocale
deve essere colpito perché entra in possesso di un “grande
patrimonio”.
Al ridicolo non c’è limite. Allora, contrordine compagni: dovrà
pagare l’imposta di registro aumentata soltanto chi eredita beni per
almeno un milione di euro.
Bolli auto e misteri dei Suv
È il caos anche in materia di bolli per auto e moto. I compagni
ambientalisti da tempo avevano nel mirino i Suv, i gipponi, i
fuoristrada, considerati come inquinante roba da ricchi. Nei primi
annunci sulla manovra si dava per certo un super-bollo su questi
veicoli, poi si è scoperto che la supertassa avrebbe gelato un
mercato in espansione e che i Suv sono certamente meno inquinanti di
tante vecchie utilitarie in circolazione. Nel testo ufficiale della
manovra la tassa sui Suv non c’è, ma la sinistra non demorde e
adesso si dà per certo che il superbollo ci sarà, basato, forse, non
sul peso dei mezzi, ma sul loro consumo medio.
Sparisce, invece, l’esenzione dal bollo per le auto più nuove,
categoria Euro 4, le meno inquinanti. Era stata annunciata con
grande enfasi, ma se la sono rimangiata. Per tutte le auto, proprio
tutte, si dovrà pagare il bollo, che per le moto sarà aumentato.
Superalcolici
Un’altra farsa. Udite – avevano gridato gli araldi del Palazzo –
sarà introdotta una tassa speciale del 10 per cento sui
superalcolici e, per contrastare l’uso dell’alcol in genere, sarà
introdotto il divieto di venderne ai minorenni.
Ebbene, sia la tassa che il divieto non sono più nella Finanziaria.
Aliquote Irpef
Un capolavoro di confusione, errori, marce avanti e marce indietro,
accuse e contraccuse nella stessa maggioranza. Gli italiani ( e
anche Bankitalia) hanno capito subito che la stangata avrebbe
toccato tutti, anche chi guadagna 20 mila euro lordi l’anno, senza
aiutare i poveri veri. Favorendo, magari, i single a danno degli
sposati con moglie e figli a carico. Da questa consapevolezza e
dalle proteste generalizzate è nato un confuso tramestio di
pasticcioni che hanno fatto e disfatto, litigando fra loro. L’ultimo
contrasto è l’aliquota maggiorata al 45 per cento per i redditi
superiori ai 150 mila euro. La sinistra estrema la caldeggiava da
tempo, un emendamento dell’Ulivo l’ha proposta l’altro ieri, ma
l’ipotesi è durata solo un giorno. Giusto il tempo di fare emergere
divisioni nei Ds e nello stesso governo.
Non si sa quale sarà il prodotto finale di questo balletto di cifre,
la finanziaria è in progress e dalla stessa maggioranza finora sono
stati presentati 750 emendamenti. Lo spettacolo continua,ma resta la
convinzione che la stangata toccherà tutti.
28 ottobre 2006 Una maggioranza di lotta e di non
governo
Ormai il disagio all’interno della
maggioranza di governo è talmente evidente e incontenibile che una
parte del governo fa opposizione a se stesso. Non si tratta di un
governo di lotta e di governo, per riprendere un noto slogan del
passato, ma semplicemente di lotta e di non governo.
La situazione è talmente seria che non si può escludere
un’implosione del governo, derivante dall’impossibilità di mantenere
il controllo di un quadro sempre più caotico e contraddittorio.
Prima le centinaia di emendamenti alla finanziaria proposti dagli
stessi ministri, fatto già in sé paradossale, poi la richiesta di
Fassino e di Rutelli di una fase due nell’attività del governo, un
modo per bocciare questa finanziaria e richiedere una politica di
riduzione delle spese e di riforme. Ora addirittura Fassino che
scende in piazza contro la finanziaria a sostegno delle
rivendicazioni dei pensionati e degli artigiani.
Questo governo non ha più la fiducia degli italiani e soprattutto si
conferma non essere un governo serio. Fino a quando potrà durare
questa situazione senza determinare conseguenze gravi sulla
condizione del tessuto civile e democratico del paese e sullo stato
dell’economia?
Quanto tempo ci vorrà prima che le forze politiche più responsabili
prendano atto di una situazione ormai irrimediabile?
Questi sono gli interrogativi che si pongono i cittadini, sia quelli
del centrodestra che quelli di centrosinistra, i quali in
particolare assistono sbalorditi e increduli alla prova disastrosa
offerta dal governo che pure hanno votato.
L’impressione è che ormai qualunque cambiamento alla legge
finanziaria non riuscirà a cambiare l’orientamento sfavorevole e
profondamente negativo nei confronti del governo, maturato
dall’opinione pubblica.
29 ottobre 2006 Vedi Napoli e poi...
Napoli 2006 è l’immagine del clamoroso
fallimento della politica clientelare e assistenziale della sinistra
rappresentata dal sindaco Russo Jervolino e dal Governatore della
Campania, Bassolino.
Nessuno dei due è stato in grado di grado di affrontare le tante,
annose questioni che assillano i napoletani: la mancanza di lavoro,
prima di tutto, ma anche la fatiscenza della città e la terribile
connessione tra la società, la politica e i clan della camorra.
Ora si invoca l’arrivo dell’esercito; lo fa, a gran voce, un
esponente moderato della maggioranza governativa, quel Mastella,
ministro della Giustizia, la cui moglie – presidente del Consiglio
regionale della Campania – è tra i primi corresponsabili del degrado
della città.
Il Mastella ministro chiede l’Esercito in modo strumentale, sapendo
che i problemi di Napoli non si risolvono con l’invio di un
reggimento di fanti.
La Mastella presidente del Consiglio regionale gli fa da sponda,
sapendo pure lei che ben altro bisogna inventarsi per salvare la
città del Vesuvio, magari evitando come ha fatto nelle settimane
scorse di volare a New York, per il Columbus day, portandosi
appresso una delegazione di 169 persone.
I soldati di guardia al consolato americano o al Palazzo di
Giustizia, rappresenterebbero soltanto la vittoria della camorra: lo
Stato obbligato a far scendere in piazza i militari, segno della
sconfitta delle forze di polizia.
Napoli, con tutti i suoi difetti, non si merita una fine così
ingloriosa e, soprattutto, non si merita di essere amministrata da
un sindaco e da un governatore che in tutti questi anni non hanno
saputo gestire la città e la regione.
Anche New York visse negli anni passati un periodo di grande
violenza; ma il sindaco Giuliani applicando la sua ricetta di
“tolleranza zero” riuscì a riconquistare i quartieri in mano alla
delinquenza, a riportare la presenza dell’Autorità là dove la stessa
autorità era stata costretta ad abdicare.
Napoli, oggi, sembra non fare più parte del Paese: lo Stato non
esiste, le forze dell’ordine sono impotenti, vige la legge del più
forte, i Quartieri Spagnoli sono una zona che sembra godere del
regime della extraterritorialità.
Dicono che domani, dopo un vertice con il ministro degli Interni,
arriveranno nuovi rinforzi, altri mille uomini – tra carabinieri,
agenti e guardie di finanza – destinati al controllo del territorio.
Ma non è con la forza – o almeno solo con la forza - che Napoli
potrà risorgere: solo una buona amministrazione – a livello comunale
e a livello regionale – potrebbe consentire a questa città di
riprendere fiato.
30 ottobre 2006 Fassino segretario di lotta e di
governo
Oltre al partito, abbiamo ora il segretario di lotta e di governo.
La versatilità, diciamo pure la doppiezza dei post-comunisti,
qualità antica, non ha limiti.
I pensionati di Cgil-Cisl e Uil hanno invaso il centro di Roma:
chiedono aumenti per i più sacrificati della categoria.
I manifestanti protestano “non contro il governo amico, ma contro la
legge finanziaria”, che come ognuno capisce è cosa diversa…
I tre sindacati hanno mostrato cartelli con su scritto: “Più equità
per un maggiore benessere” il che significa che l’equità c’è già,
bisogna accrescerla!
Altri cartelli recitavano: “Più equità, più sviluppo uguale
giustizia”, non erano firmati Padoa Schioppa perché mancava il
rigore, ma non stiamo lì a sottilizzare.
All’acrobazia dei sindacati si aggiunge l’ipocrisia di Piero Fassino
che, segretario del maggior partito di governo, saliva sul palco per
dire la sua. Curiosità dei giornalisti: come se la caverà? Semplice.
Dixit Fassino: “Se sono qui non è per contrastare l’azione del
governo ma per sollecitarlo nella redazione di una finanziaria che
tenga conto delle loro esigenze”.
C’è il particolare pietoso che la finanziaria esiste, e che contro
quella i sindacati hanno chiesto ai pensionati, sia pure in tono
sommesso, di manifestare a Roma.
La settimana, aperta lunedì con le proteste dei pensionati, si
concluderà sabato con la manifestazione della Cgil, dei sindacati
autonomi, della sinistra estrema. Probabilmente parteciperà il
ministro di lotta e di governo Ferrero.
L’insieme sa di imbroglio, e un po’ di indecenza. Un punto è chiaro:
Rutelli e Fassino, scottati da una finanziaria tanto impopolare,
hanno chiesto la “seconda fase”, quella delle riforme. Prodi li ha
zittiti, e allo stesso tempo è partita invece la controffensiva
della sinistra contro il riformismo.
E a tacere imbarazzato è rimasto ancora una volta Fassino.
31 ottobre 2006 Finanziaria: elemosina ai poveri
La Cgia (Confederazione generale italiana
artigiani) ha calcolato su base giornaliera i “risparmi” fiscali
concessi alle fasce di reddito più basso, fino a 35.000 euro, e
sugli “aggravi” imposti alle fasce più alte.
Da questo risulta che la fascia più debole, con reddito di 15.000
euro, avrà a disposizione 53 centesimo al giorno mentre la fascia di
reddito di 25.000 euro avrà 1,16 euro al giorno. La fascia più alta
di reddito, con 140.000 euro, avrà in meno da spendere, ogni giorno,
5,58 euro.
Evidente l’inefficacia dell’intervento sui redditi bassi e sui
redditi alti in funzione dello sviluppo a partire dal rilancio dei
consumi.
Si conferma quindi che questa Finanziaria, come detto anche dal
governatore di Bankitalia, Mario Draghi, è fondata sulle entrate,
cioè sulle tasse, e non sostiene lo sviluppo.
In ogni caso, l’esiguità degli spostamenti rappresenta una presa in
giro per le fasce più deboli e smentisce la definizione della
riforma fiscale come equa e solidale.
1° novembre 2006 Il programma di Bertinotti
La sinistra radicale non perde occasione
per alzare la voce e far capire chi comanda nel centrosinistra. E’
bastata un’intervista del ministro Chiti sulla distanza che corre
tra il programma di governo e il Vangelo per scatenare le ire di
Rifondazione, Verdi e Pdci. Ma il fatto nuovo è l’inaspettata – e
puntigliosa - puntualizzazione del presidente della Camera sul
carattere vincolante del programma, in quanto oggetto del mandato
conferito dagli elettori.
Detta in un altro momento, la frase sarebbe probabilmente stata
interpretata come un monito della terza carica dello Stato a non
tradire il bipolarismo, ma la maggioranza ha dato dell’intervento di
Bertinotti una lettura esclusivamente politica. E infatti la
stilettata era rivolta proprio al ministro delle riforme, il quale è
stato costretto a fornire l’interpretazione autentica
dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, confermando però
sostanzialmente la convinzione che il programma non sia una Carta
intangibile, ma che possa essere cambiato a seconda delle situazioni
che si presentano.
Siamo di fronte, insomma, al solito confronto serrato tra realisti e
movimentisti, e il risultato sarà ancora una volta che la volontà
dei secondi spegnerà sul nascere le istanze riformiste dei primi.
Intanto Dini, da quando il suo nome è stato inserito nella lista dei
possibili premier di garanzia per l’eventuale dopo-Prodi, non perde
occasione per attaccare la sinistra radicale. E ieri, non a caso, si
è detto “sorpreso” dalle affermazioni del presidente della Camera.
Al quale ha fatto notare che “se è vero che il programma imprime
l’indirizzo generale dell’azione di governo, bisogna anche ricordare
che è altrettanto vincolante il Documento di programmazione
economica, che invece prevede la riforma delle pensioni”.
Ma, oltre che per i veti alla revisione del sistema previdenziale,
Rifondazione è finita nel mirino di Ds e Margherita anche per
l’annunciata partecipazione alla manifestazione di sabato sulla
precarietà, in perfetto stile “partito di lotta e di governo”.
La determinazione con la quale il presidente della Camera si
inserisce - anche in veste di leader di partito - nel dibattito
politico dell’Unione svela i timori di Rifondazione, che da tempo
lancia avvertimenti contro le manovre dei “poteri forti” (vedi
Confindustria) per condizionare il governo. In questa chiave viene
letta anche la proposta di Berlusconi sulle larghe intese, che
secondo il Prc sarebbe stata lanciata apposta per far fare a questo
esecutivo una politica propria di un governo unità nazionale.
Da qui il duro avvenimento di Bertinotti: “L’Unione si tiene solo
con un consenso sociale, e senza il programma dell’Unione questo
consenso sociale sarebbe totalmente cancellato”. Il Santo Graal
massimalista, insomma, non si tocca.
2 novembre 2006 Sulle auto stangata e bugie
La polemica sul superbollo delle
auto dimostra una cosa: non è vero che il governo “non
sa comunicare”, la realtà è che il governo “comunica” ai
cittadini falsità, informazioni “aggiustate” e di
comodo. E lo fa su carta intestata del Ministero,
sperando di prendere tutti per fessi.
Così, Visco fa sapere: “Nessun fantomatico superbollo,
ma un adeguamento che vale 1,5 euro per Kw per le auto
sopra i 100 Kw, che vale l’8”% del mercato”. Nelle
parole del viceministro troviamo una omissione e una
bugia bell’e buona.
- Quella cifra, 1,5 euro, tremila delle vecchie lire,
non è una bazzecola. Moltiplicata per il numero dei Kw
porta a un aumento minimo di 150 euro (trecentomila
lire). Se non è un superbollo questo!
- E’ vero che quell’aumento tocca solo l’8% delle auto
circolanti. Ma è anche vero che in altra parte del
provvedimento sono contemplati aumenti del bollo per
tutte le vetture da Euro-zero a Euro3. Cioè a dire, nel
complesso, un buon 90 per cento delle auto circolanti.
Che, naturalmente, sono in possesso proprio di quei ceti
meno abbienti che non si possono permettere una vettura
nuova.
Sconcertante, poi, il fatto che il capogruppo dei Verdi
alla Camera sia il primo ad alzare la voce per chiedere
la modifica di una norma che mira a penalizzare le
vetture più inquinanti. Sconcertante perché sono stati
proprio i Verdi a voler cancellare dal decreto fiscale
il paragrafo che “premiava” la rottamazione delle
vetture vecchie con un abbuono del bollo per due o tre
anni. Se, una volta tanto, si mettessero d’accordo con
se stessi, ne guadagnerebbero tutti.
Forse anche i lavoratori della Fiat, che da quel
provvedimento avrebbero tratto vantaggi in termini
economici e di occupazione. Gli stessi vantaggi che sono
invece stati confermati, con la rottamazione dei
frigoriferi, per i lavoratori di Merloni senior
(l’industriale) e della Merloni junior (deputata
prodiana).
3 novembre 2006 Un ex terrorista al Viminale
E due. Dopo D’Elia la sinistra schiera un
altro ex terrorista. Ma questa volta, se possibile, il caso è ancora
peggiore. Il sottosegretario all’Interno, Francesco Bonato, in quota
a Rifondazione Comunista, ha assunto come suo segretario particolare
al Viminale Roberto Del Bello, condannato nel 1985 a 4 anni e sette
mesi di prigione per banda armata. E non stiamo parlando di una
banda qualsiasi: Del Bello era un brigatista rosso e venne arrestato
nell’ambito delle indagini su uno dei sequestri e conseguenti
omicidi più barbari della storia d’Italia, quello di Giuseppe
Taliercio, dirigente della Montedison di Porto Marghera.
A Del Bello, nome di battaglia “Nicola”, non venne contestato né il
sequestro né l’omicidio ma la sua appartenenza alle Br. In casa sua
i carabinieri trovarono “dossier” contenenti nomi, targhe delle auto
e altri appunti sulla vita privata di esponenti delle forze
dell’ordine e di magistrati impegnati in prima linea nella lotta al
terrorismo, oltre che materiale su industriali e politici finiti nel
mirino delle Brigate rosse.
Del Bello nel corso dei tre gradi di giudizio raccontò di aver
annotato numeri di targhe e nomi perché sospettoso in quanto aveva
ricevuto minacce di stampo fascista.
Quanto ai nomi dei magistrati, disse di averli segnati perché si
trattava di inquirenti impegnati nella lotta alla corruzione.
Peccato che Del Bello venne smentito dalla testimonianza di uno dei
capi delle Br (capo della colonna veneta del partito armato),
Savasta, che riferì di averlo incontrato. A conferma della sua
appartenenza alle Br ci fu anche un volantino che chiese la sua
scarcerazione.
Appurato che Del Bello non può certo definirsi una vittima del
sistema, è evidente che siamo in presenza di un governo i cui
componenti prima hanno accusato il centrodestra delle peggiori
nefandezze e ora schierano ex terroristi in tutte le leve del
potere. Uno, eletto deputato, è stato messo a fare il segretario
della Camera. Un altro lavora proprio nel ministero che “spiava” da
terrorista, ha sott’occhio tutti i numeri delle targhe che contano,
senza neanche affaticarsi troppo per cercarle. Ancora una volta la
sinistra sembra avere più cura e attaccamento nei confronti dei
criminali che per le loro vittime. Tutto ciò è immorale.
4 novembre 2006 Parte del governo Prodi scende in
piazza
contro il governo precario
Siamo all’assurdo, uomini di governo
protestano contro se stessi.
Duecentomila persone sono scese in piazza a Roma contro Prodi.
Duecentomila «amici», fra cui anche un ministro, tre sottosegretari
e il leader di Rifondazione. Hanno issato striscioni e gridato
slogan contro il premier che però minimizza: «Non ce l’hanno con
me».
A manifestare a ci sono anche due sottosegretari all’Economia che
hanno scritto con Padoa-Schioppa la Finanziaria.
Sono duecentomila per gli organizzatori, addirittura trecentomila
secondo Piero Bernocchi, leader dei Cobas, l’ala «dura» al corteo, i
partecipanti alla manifestazione anti-precariato a Roma. Hanno
sfilato da piazza della Repubblica a piazza Navona, con le bandiere
rosse dei comitati di lotta delle fabbriche, dei collettivi
studenteschi, dei comparti sanitari e dei trasporti, con gli
striscioni antigovernativi («Damiano amico dei padroni, vattene»;
«Più soldi ad armi e banche, avari con deboli e precari») ben alti e
stretti in pugno: «Siamo la sinistra che sta in basso, quella a cui
in campagna elettorale avete promesso e ora non date niente», urla
una voce al megafono mentre il serpentone umano scorre lungo via
Cavour. Forse del megafono non c’era neppure bisogno. I
rappresentanti di «quel» governo erano lì accanto, viceministri e
sottosegretari come Gianpaolo Patta (Pdci), Patrizia Sentinelli,
Alfonso Gianni e Rosa Rinaldi (Prc) e Paolo Cento (Verdi).
Confusione e imbarazzo
Al di là delle divergenze di vedute tra la sinistra radicale e il
resto della maggioranza, pure all’interno dell’ala più movimentista
non si disdegnano i distinguo sul corteo di Roma a favore dei
precari. Uno per tutti, quello del ministro dei Trasporti Alessandro
Bianchi. Che, seppure comunista doc, fa sapere senza incertezze di
non condividere il «duplice ruolo di lotta e di governo» della
maggioranza. Perché, spiega l’esponente del Pdci, «se in questo
momento uno non ha un motivo specifico e sicuro per contestare
aspetti che sono contenuti nella Finanziaria, allora dovrebbe
astenersi dal fare questo tipo di manifestazioni». Stare sia al
governo che all’opposizione, spiega prendendo le distanze da
autorevoli esponenti del suo partito, «l’ho sempre trovato un
difficile esercizio di equilibrio» perché «prendere decisioni che
comportano atti di governo stride un po’ con il fatto di lottare».
Insomma, «l’equilibrio» va trovato «magari a casa», per poi
«comportarsi in maniera univoca». Perché «questo non è il momento
adatto per fare manifestazioni di piazza». Parole che,
evidentemente, non convincono il resto di Comunisti italiani.
L’eurodeputato Marco Rizzo, capodelegazione del Pdci a Strasburgo,
ci tiene infatti a sottolineare che «Bianchi è un ministro
indipendente del Pdci». E aggiunge: «Ho letto le sue dcihiarazioni
sul fatto che “non è il momento di scendere in piazza”. È davvero
indipendente, non vorrei lo fosse troppo...». La protesta, spiega
ancora Rizzo, «è legittima e sacrosanta» perché «in Finanziaria sul
lavoro precario c’è poco o nulla». L’eurodeputato del Pdci ribatte
poi a chi gli fa presente le critiche arrivate da Margherita e Ds.
«Io - spiega - riscontro che c’è una profonda delusione nel nostro
elettorato per una Finanziaria di questo tipo. Mi auguro che sia
cambiata profondamente. E a chi non piace la piazza rispondo: “Sono
forse meglio le cene con Montezemolo?”».
Ma i distinguo non finiscono qui. Di livello, per esempio, quello
tra il Pdci e la Cgil, cui dà voce Manuela Palermi. Al corteo,
accusa il capogruppo al Senato di Pdci e Verdi, «c’è poca Cgil
perché il suo segretario generale Guglielmo Epifani ha appoggiato la
Finanziaria con imprudenza». «Nella manovra - spiega - c’è qualcosa
di positivo ma anche molto di negativo che va cambiato». Per questa
ragione, «la manifestazione è molto critica nei confronti del
governo». E ancora: «Correggere la Finanziaria e dare risposte a
questa gente è una condizione irrinunciabile». Possibili, poi, dei
compromessi sulla legge 30. «Può anche essere modificata
gradualmente - dice la Palermi - ma bisogna dare un segnale. Ad
esempio i 250mila precari nel pubblico impiego: assumerli costerebbe
pochissimo».
L’ultima divergenza di vedute è quella di Fernando Rossi, l’ex
senatore del Pdci che ha abbandonato platealmente il partito proprio
in polemica con il segretario Oliviero Diliberto. Ieri sfilava con
un cartello al collo con su scritto «Sono un senatore, questa
Finanziaria non la voto». E anche lui non è riuscito a non
polemizzare con Bianchi: «Ma che c’azzecca con i lavoratori e con il
comunismo?».
Prodi ride. Per ora
Prodi: ci fa o è? Questo è il dilemma: perché ogni volta che il
premier viene messo sotto accusa, non dall’opposizione – cosa
naturale – ma dalla sua stessa maggioranza, oppone una maschera che
lascia interdetti i suoi interlocutori. Sulle tasse, ricordiamolo,
disse che era contento di averle alzate anche se, aggiunse, “so di
aver fatto un provvedimento impopolare”; sulla Finanziaria è stato
l’unico a riderci sopra, tanto che proprio Forza Italia ha fatto
affiggere nelle città il manifesto con il faccione del premier
sorridente; ora che mezzo Governo sfila contro di lui – i
sottosegretari e i viceministri rappresentano il 50% dello
schieramento – afferma che “non c’è problema”.
Certo, il vero problema è lui. Il vecchio bojardo di Stato non
riesce a guidare la sua compagine, non riesce a gestire il Paese. Un
Paese che, a ben guardare la mappa degli scioperi e delle proteste,
ha voltato le spalle a Prodi tanto da destra quanto da sinistra.
Roma ha visto il clou delle proteste. L’occasione era un mega-corteo
contro il precariato.
A sfilare si sono ritrovati tutti i cespugli della sinistra:
Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi, Cobas, Fiom-Cgil, Arci,
correntone Ds, sfrattati, no global, cassa integrati, immigrati,
animalisti, ambientalisti, operai inferociti, dipendenti Alitalia,
universitari…Il fior fiore di quel movimento arcobaleno che, ai
tempi del centrodestra, ha fatto vedere i sorci verdi al Cavaliere.
Per Romano Prodi, però, non c’è problema, va tutto bene, la protesta
non è contro di lui, il Governo è saldo, la legislatura durerà
cinque anni, chi era in piazza non ce l’aveva con lui.
Ormai nella stessa maggioranza molti cominciano a credere che il
pullman di Prodi sia arrivato al capolinea. Tutto il Paese è in
rivolta. I tassisti, i medici, i farmacisti, gli operai, gli
impiegati, i militari, le forze dell’ordine, i commercianti, gli
artigiani, gli industriali. Il Paese rosso – quello della sinistra
massimalista – non vuole le riforme, vuole più soldi e meno ore di
lavoro. Il Paese moderato chiede meno tasse, più sviluppo, meno
burocrazia, più riforme.
E Prodi? Ride, minimizza, bofonchia, mentre i sindaci, quelli della
sua stessa maggioranza, gli danno la caccia per avere più risorse e
i collaboratori più vicini – vedi Sircana e Rovati – pagano di
persona gli errori del “principale”.
Il vocabolario usato da Prodi e dalla sinistra è quanto di peggio ci
si potesse aspettare da un governo arcobaleno: sono riapparse parole
ormai desuete come i padroni, i ricchi, i figli di papà. Parole che
accentuano le divisioni dell’Italia e costituiscono una pericolosa
miscela esplosiva. Ma quanto il Paese potrà continuare a subire le
angherie di un Governo ostaggio dei no global e degli animalisti?
Prodi sarà pur “contento”, ma intanto ha scontentato tutt’Italia.
6 novembre 2006 Schede bianche, chi ha imbrogliato
Spudorati. Non c’è altro termine per
definire l’ultima sortita della sinistra che – attraverso il
settimanale Diario di Enrico Deaglio - sta per lanciare l’accusa di
“grande broglio elettorale” rivolta, ovviamente, a Forza Italia che
il 9 e il 10 aprile avrebbe mosso il Viminale per danneggiare il
centrosinistra. “Elezioni 2006, l’ombra dei brogli”, ha già titolato
in prima pagina l’Unità.
“Nella notte del voto sparirono le schede bianche...” è il titolo
con il quale il quotidiano diessino sintetizza il contenuto
dell’articolo, e i puntini di sospensione lasciano presagire chissà
quali clamorosi colpi di scena. In realtà, l’inchiesta di Diario
parte dalla constatazione del drastico calo delle schede bianche –
peraltro ritenuto fisiologico da molti analisti - calo che si
accompagnerebbe a un’ulteriore anomalia: il buon risultato ottenuto
da Forza Italia.
“Guarda caso, gli unici dati sbagliati rispetto alle previsioni
degli exit polls - afferma Deaglio - riguardano da un lato le schede
bianche, che erano state segnalate nella norma, dall’altro il dato
che riguarda Forza Italia. Per il resto gli exit polls avevano
azzeccato tutto”.
Secondo questa teoria, la percentuale delle schede bianche sarebbe
costante - tra l’1 e il 2 per cento - in tutte le regioni, mentre la
casa delle Libertà ha in più occasioni fatto notare il più basso
numero di schede bianche registrato nel Lazio e in Campania, dovuto
molto probabilmente alla “mobilitazione generale” decisa dal
coordinamento dell’Ulivo con un accalorato “appello alla vigilanza”
nella notte dello scrutinio.
E, guarda caso, proprio la Campania risultò decisiva per le sorti
delle elezioni. La tesi sostenuta da Deaglio è abbastanza
fantascientifica: basterebbe inventare un piccolo software capace di
deviare i dati delle schede bianche a un raggruppamento politico per
alterare le elezioni. E questo sarebbe accaduto per favorire Forza
Italia.
Si tratta di argomentazioni basate sul nulla e prive di ogni
riscontro, dunque ben oltre i limiti della diffamazione. Non va mai
dimenticato che gli unici brogli emersi alle ultime politiche – e
oggetto di un’inchiesta della magistratura - sono quelli relativi al
voto degli italiani all’estero, e tutti rigorosamente in favore
dell’Unione, con tanto di filmati acquisiti agli atti come elemento
di prova.
La sensazione è quella di una manovra preventiva per alzare una
cortina fumogena sulle irregolarità del centrosinistra che
potrebbero emergere in tempi ormai brevi dalla giunta delle
elezioni. Ma è un’operazione dal fiato corto, funzionale solo a
respingere le richieste di riconteggio dei voti validi avanzate da
Forza Italia e da tutta la CdL – come ha sottolineato Calderisi. Le
irregolarità si commettono nei seggi, dove il centrosinistra è da
sempre molto ben rappresentato.
Dopo la chiusura delle urne, le schede vanno alle Corti d’appello,
alla Cassazione e alle Camere: il Viminale non c’entra nulla, perché
si limita a sommare i dati che arrivano dalle Prefetture (non a
caso, la proclamazione ufficiale del risultato elettorale arriva
dalla Cassazione). E nel caso delle ultime elezioni i dati ufficiali
hanno confermato quasi alla virgola quelli ufficiosi del ministero
dell’Interno.
Mentre le verifiche a campione in corso sulle schede bianche e nulle
indicano la possibilità di spostamenti significativi a vantaggio del
centrodestra.
Ma c’è un ultimo dato da sottolineare: nelle elezioni di aprile non
solo le schede bianche, ma anche le nulle sono drasticamente
diminuite, probabilmente per la semplificazione del voto che si è
determinata con la nuova legge elettorale.
E poi, se le cose stanno come dice Deaglio, come mai l’Unione sta
ritardando in tutti i modi non solo il controllo dei voti validi, ma
anche il riconteggio delle schede bianche e nulle? Quando la
sinistra è in difficoltà, va sempre all’attacco, ma la sortita sui
brogli potrebbe rivelarsi un boomerang.
7 novembre 2006 Sempre più indecisi e sempre più
divisi
Forse ispirandosi al principio trozkista
della “rivoluzione permanente”, la sinistra radicale ha portato
nella maggioranza di governo la prassi della “rissa continua”. Non
c’è giorno senza polemiche, spallate, contrasti, interviste
sferzanti nei confronti dei separati in casa.
La sinistra estrema è decisamente all’attacco contro gli alleati,
che in questo momento sembrano subire. Sono i comunisti e quelli che
si definiscono “antagonisti” a dettare la linea al governo. Romano
Prodi sembra aver assunto il ruolo di un pavido notaio che raccoglie
le volontà di Bertinotti, Giordano e compagni. Cerca di galleggiare
nello scontro di onde contrastanti che rendono la sua coalizione a
rischio, come una fragile barca nel triangolo delle Bermuda.
Anche il gas nuoce all’Unione
A Londra il Professore si è trovato in imbarazzo con Tony Blair
perché il premier inglese ha chiesto notizie e rassicurazioni sul
rigassificatore di Brindisi. L’impianto, importante per i
rifornimenti dell’Inghilterra, dovrebbe essere realizzato dalla
British Gas e si sarebbe dovuto completare nel 2007. Ma il progetto
è stato bloccato sul nascere perché la sinistra estrema e gli
ambientalisti che la rinforzano sono contro il rigassificatore. A
guidare il partito del “no” è proprio il governatore della Puglia,
il comunista Vendola. Prodi ha provato a rassicurare Blair, ma sa
perfettamente che i suoi alleati si opporranno. “Realizzare
l’impianto a Brindisi – ha dichiarato Vendola – è un crimine”.
Si profila un’altra Tav.
La resa di Damiano
Contestato e insultato dai comunisti di Rifondazione, dai Cobas e da
altri “antagonisti”, bersaglio principale della protesta romana di
sabato promossa dalla sinistra radicale contro il governo, il
ministro del lavoro Cesare Damiano ha alzato le braccia e ha
annunciato che la legge Biagi sarà “rivista”. Un eufemismo, questo,
che sta per “cancellata”. L’ala massimalista della coalizione
esulta, ma la resa di Damiano non porta la pace nella coalizione.
Tiziano Treu, della Margherita, ex ministro del lavoro, lancia
l’allarme e sostiene che l’abrogazione della riforma Biagi creerà
migliaia di disoccupati. Per Daniele Capezzone, della Rosa nel
pugno, la cancellazione delle norme sul lavoro flessibile “sarebbe
un grave errore”. Prodi tace.
I maldipancia di Rutelli
La preminenza e la prepotenza della sinistra estrema fa soffrire la
parte dell’Unione che si definisce “riformista”, soprattutto la
Margherita e una parte dei Ds. Francesco Rutelli, in particolare,
lamenta la doppiezza della sinistra massimalista (al governo e
contro il governo) e sostiene che l’offensiva di quella sinistra
“rischia di condannare l’Ulivo a un ruolo minoritario e residuale”.
Rutelli è molto cauto, non vuole apparire troppo critico nei
confronti di Prodi, affida le sue riserve a un piano di riforme che
il governo dovrebbe varare per dimostrare di non essere succubo
degli estremisti. Il piano è un libretto dei sogni, peraltro ancora
segreto. Lamberto Dini è meno diplomatico e denuncia “l’egemonia
della sinistra massimalista”.
I maldipancia sono, insomma, diffusi e non rendono più disteso il
clima che si respira nella maggioranza.
I nuovi amici di Padoa Schioppa
Anche la difesa del ministro Padoa Schioppa, pronunciata da Prodi a
margine dei suoi incontri londinesi, è rivolta principalmente ai
cosiddetti riformisti. Da loro sono venute le critiche più serrate e
costanti al ministro dell’economia per la sua finanziaria rapace. E
non è un caso che l’ultima lode per Padoa Schioppa sia venuta dal
ministro di Rifondazione comunista Paolo Ferrero. Ai comunisti
ovviamente non spiace che nella finanziaria sia calcata la mano
sulle tasse, pesantemente, piuttosto che sullo snellimento degli
apparati burocratici e sui risparmi strutturali.
8 novembre 2006 Precari: chiacchiere e prese in giro
Precari. Ennesimo esempio di come il Paese
non sia guidato da un governo.
Il popolo della sinistra sfila per le strade di Roma. Tamburi,
fischietti, una giornata all’aria aperta. Eppoi? Attestati di
solidarietà da ministri, sottosegretari, segretari di partiti. Il
relatore di maggioranza, diessino, capta l’aria ed annuncia un
emendamento alla finanziaria che introduce benefici fiscali per i
precari. Ieri Visco, diessino pure lui, gela le speranze: il
problema verrà risolto nell’ambito della legislatura.
nsomma, niente sconti fiscali per i precari. Anche perché – forse è
il caso di ricordarlo – i loro redditi sono compresi nella no tax
area; quindi, già oggi non pagano tasse sui redditi personali. E la
creazione di un’aliquota negativa è cosa troppo complicata vista la
struttura dei contribuenti italiani.
C’è un prima e un dopo.
Il prima: il corteo dei precari, corredato di insulti e
sbeffeggiamenti al ministro del Lavoro, con la partecipazione di una
folta rappresentanza di pezzi del governo, fra i quali il
sottosegretario al Lavoro proprio sotto lo striscione che invitava
il suo ministro “servo dei padroni” a dimettersi.
Il dopo: la scarsa solidarietà di Prodi verso il suo ministro, la
sostanziale resa di Damiano, il tentativo di mettere una “pezza”
nella finanziaria e l’immediato altolà di Visco.
Il prima e il dopo disegnano ancora una volta un governo allo
sbando, in preda a spinte e controspinte, tutti contro tutti, sotto
l’occhio appannato di un leader senza leadership.
Così il ministro Damiano tende una mano alla sinistra radicale,
prospettando un superamento della legge Biagi. Attenzione, non il
“superamento” indicato nel programma di Governo, che prevedeva una
modesta operazione di “maquillage” con la cancellazione di figure
contrattuali tutto sommato secondarie; bensì un “superamento” molto
vicino alla cancellazione. Che altro significa, infatti, parlare di
“flessibilità in entrata e garanzie in uscita”, se non l’inserimento
di una misura di nuova e ferrea rigidità nel mercato del lavoro? Non
a caso Confindustria strilla come un’aquila. Mentre, ancora una
volta, si prefigura il rischio di un baratto indecente con la
sinistra radicale, in primavera, tra legge Biagi e aggiustamento
della riforma previdenziale.
Quanto alla finanziaria, è arrivata l’offerta di una particolare
“attenzione fiscale” verso i precari. E’ qualcosa di pressoché
incomprensibile, visto che si tratta di una categoria di
contribuenti che rientra ampiamente nella “no tax area”. Si tratta
di un assegno per gli incapienti? Visco non ci sta, è disponibile a
un intervento solo nel corso della legislatura. Non subito.
Spinte e controspinte. Solo lui, Prodi, se ne sta fermo, immobile,
fra tanta agitazione. L’insostenibile leggerezza dell’essere
premier.
9 novembre 2006 Bilancio di quasi 6 mesi di governo:
poco e male
Il governo Prodi ha fatto poche cose (male)
ma nonostante questo è riuscito a dividersi su tutto. La cronaca di
neanche sei mesi di governo è un autentico bestiario politico.
Eccone alcuni, significativi esempi.
Missione in Libano
Il documento sottoposto alle commissioni Esteri e Difesa delle
Camere non aveva alcun riferimento esplicito all’impegno per il
disarmo delle milizie Hezbollah. Una formula dunque prudente, che
molti parlamentari riformisti – Polito in testa - non hanno esitato
a definire ambigua, visto che, a loro avviso, ometteva il motivo
fondamentale della crisi libanese, ma una formula che obbediva in
pieno alla tesi dalemiana secondo cui “la questione del disarmo
compete esclusivamente al governo di Beirut”. Una tesi sposata in
pieno dalla sinistra radicale secondo cui coinvolgere i militari
italiani nel disarmo di Hezbollah sarebbe stato un grave atto di
violenza “nei confronti di una parte legittima del governo
libanese”.
Cittadinanza
“E’ giusto che la concessione della cittadinanza italiana agli
stranieri avvenga dopo cinque anni di regolare soggiorno e
soprattutto che non sia condizionata dai fatti di cronaca”. La
sinistra radicale non sente ragioni: cinque anni è un periodo più
che sufficiente per assegnare lo status di cittadini italiani agli
stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese. Tale lasso di
tempo è il frutto di una proposta del ministro dell’Interno Giuliano
Amato, che in un Consiglio dei ministri tenutosi all’inizio di
agosto ha presentato un disegno di legge volto a dimezzare i tempi
necessari per diventare italiani (da dieci a cinque anni). Ma dopo
il caso della giovane ragazza pakistana, uccisa dal padre perché si
era rifiutata di sottostare a una promessa di matrimonio combinato e
viveva “all’occidentale”, Amato aveva avanzato l’ipotesi di un
allungamento di due anni del “periodo di prova”. Prc, Pdci e Verdi,
invece, hanno definito l’allungamento a sette anni “una sconfitta
per tutti noi”.
Legge Bossi-Fini
Abrogare la legge Bossi-Fini? Superarla? O eventualmente mantenerne
alcuni aspetti? Questi interrogativi hanno infiammato il dibattito
nella maggioranza provocando nuovi malumori tra le diverse aree
della coalizione: se da un lato le forze della sinistra radicale
spingono per chiedere la cancellazione della Bossi-Fini (considerata
dal capogruppo Pdci alla Camera, Pino Sgobio, uno strumento
“repressivo e poliziesco”), in ambienti Dl e Ds vanno più cauti.
Anzi, per la Margherita “l’idea di abrogare la Bossi-Fini è
infondata e sballata. Bisogna vedere come questa legge ha funzionato
e introdurre delle modifiche opportune e necessarie”. Dunque, nessun
colpo di spugna. E anche se Pdci, Prc e Verdi possono rivendicare la
cancellazione della legge sull’immigrazione voluta dal centrodestra
nella scorsa legislatura impugnando il programma dell’Unione (che a
pagina 249 recita: “Il percorso legislativo che immaginiamo passa
per l’abrogazione della legge Bossi-Fini”), i riformisti sostengono
che “il programma non è il Vangelo, su queste cose è bene che si
rifletta”.
I Pacs
Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini il deputato dei Ds
Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, ha preso carta e
penna per scrivere al popolo Cl che sui Patti civili di solidarietà
serve “più coraggio e più umanità”, ma la senatrice Dl Paola Binetti
ha ribattuto che i Pacs non sono all’ordine del giorno di questa
legislatura. L’ala radicale del centrosinistra è insorta, ricordando
a tutti che la questione dei diritti civili “rientra nel programma
del governo Prodi e verrà realizzata”. Il ministro dell’Ambiente
Pecoraro Scanio ha ricordato che “l′Unione farà la legge sulle
coppie di fatto” e ha invitato la Binetti a rassegnarsi. “Il
riconoscimento delle coppie e delle unioni di fatto è nel programma
della coalizione. Non è prevista la definizione di Pacs, che pure
avremmo preferito, ma è certo che si dovrà procedere a un
riconoscimento di tipo europeo, che non danneggia di certo la
famiglia tradizionale. Se non prevarrà un confronto ideologico e
integralista anche l′Italia potrà avere una legge moderna e
avanzata”.
Afghanistan
Il governo ha superato il voto di fiducia sull’Afghanistan, a fine
giugno, ma le polemiche sono continuate. Il capogruppo dei Verdi
Angelo Bonelli ha infatti insistito sulla necessità di trasferire i
nostri militari da Kabul al Libano, e il dibattito che è seguito, ha
rappresentato nei fatti un brusco ritorno alla realtà di una
coalizione in cui la sensibilità delle componenti radicali e
riformiste rimangono distanti, sul tema della politica estera come
su altre questioni. Il capogruppo al Senato del Prc Giovanni Russo
Spena ha detto senza mezzi termini: “Non credo che riusciremo a
reggere una Finanziaria con due missioni così costose”. Polemiche
anche sulle regole d’ingaggio annunciate dal ministro della Difesa
Parisi. Diliberto (Pdci): “Consideriamo la nostra presenza in
Afghanistan sbagliatissima e non ci daremo pace finché non
riusciremo a portare i nostri soldati fuori da quella carneficina”.
Pareri completamente opposti dal fronte riformista: “Di ritirare gli
italiani dall’Afghanistan non se ne parla proprio”.
Giustizia
Amato e Mastella continuano a litigare sull’indulto, che a giudizio
del ministro dell’Interno è stato un provvedimento frettoloso, fatto
senza tenere conto delle radici e delle sue conseguenze, che elude
il concetto di certezza della pena. Ma sul tema della giustizia
questi mesi di governo hanno fatto registrare anche un clamoroso
“incidente” parlamentare, con un fulmine a ciel sereno abbattutosi
sull’ultima votazione riguardante il ddl Mastella al Senato. Al
momento di votare un emendamento all’articolo 5, che se approvato
giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, i
senatori dell’Italia dei valori, astenendosi, hanno consentito, in
virtù del regolamento del Senato, all’opposizione di battere la
maggioranza per un solo voto (154 a 153), scatenando l’ira scomposta
del Guardasigilli, che, dopo aver dichiarato di essersi
letteralmente “rotto i coglioni” di Antonio Di Pietro, ha minacciato
una mozione di sfiducia contro quest’ultimo, se non fosse
sopravvenuto in tempi brevissimi un chiarimento davanti al premier.
Legge Biagi
Non è bastata la cosiddetta circolare Damiano a tranquillizzare gli
animi nella maggioranza in relazione alla legge Biagi. La circolare
sui call center era stata salutata con favore anche dai sindacati,
ma agli effetti pratici il ministro ha lasciato alle aziende un
largo margine di discrezionalità.
Il pressing di Rifondazione, a questo punto, è diventato
asfissiante: “Non c’è dubbio che è ancora una mossa interna alla
legge 30, che porta ancora a imbrogli e abusi. In realtà, va fatta
una vasta operazione per riscrivere le norme del diritto e del
mercato del lavoro. Bisogna arrivare, cioè, a un unico contratto di
lavoro dipendente entro cui modulare i vari livelli di dipendenza
socio-economica del lavoratore dall’impresa”. Si va dunque verso
l’abolizione tout-court della legge Biagi, perché Damiano ha subito
alzato bandiera bianca di fronte all’ultimatum del Prc.
Titolo V Costituzione
Si prospetta un periodo caldo per il governo sul fronte
dell’aggiornamento del titolo V della Costituzione volto ad
accelerare la costruzione delle grandi reti infrastrutturali e
dell’energia: il progetto di integrazione e ritocco alle competenze
dell’articolo 117 della Carta costituzionale infatti non sembra
avere il gradimento di alcuni partiti della maggioranza. E’ il caso
dei Verdi che parlano esplicitamente di un rischio “di deriva
verticistica e autoritaria” contro cui minacciano di dare battaglia.
Il riferimento è alle indiscrezioni sull’introduzione di una
clausola di interesse nazionale che restituisca allo Stato i poteri
oggi riconosciuti alle regioni nelle materie concorrenti. Secondo la
sinistra radicale, questa modifica sarebbe in aperto contrasto con
la concertazione, un principio prioritario del programma
sottoscritto da tutta l’Unione. La parola d’ordine è dunque
concertazione con il territorio senza se e senza ma, sulla
Torino-Lione, come sui rigassificatori.
Finanziaria
Quando Fassino ha sottolineato la necessità di mettere mano a una
Finanziaria rigorosa che contenga la spesa, a partire dai quattro
settori indicati nel Dpef (sanità, previdenza, pubblico impiego e
finanza locale), si è scatenata la reazione dei comunisti
dell’Unione. Dura la reazione di Diliberto, che ha rimproverato il
leader ds di tradire il programma dell’Unione sostenendo posizioni
inaccettabili quale quella dell’innalzamento dell’età pensionabile.
“Posizione” che in realtà è contenuta nel programma anche se non si
accompagna alla presenza dei disincentivi per ritardare l’uscita dal
mercato del lavoro e che fanno accapponare la pelle ai sindacati e
ai partiti dell’ala massimalista. Ha tentato di mediare tra
rigoristi e i lassisti il ministro del Lavoro Damiano, affermando
che il governo sarebbe stato in grado già nella Finanziaria di agire
sul sistema previdenziale, attraverso maggiori risorse e maggiori
risparmi. Il Tesoro aveva studiato anche la spalmatura
dell’intervento strutturale sulle pensioni in due strumenti
legislativi, ma la levata di scudi del partito del “no ai tagli” ha
fatto rinviare tutto al marzo 2007. “Chi ha intenzione di fare cassa
con le pensioni dei lavoratori se lo tolga dalla testa”. Prodi sa
che lo scoglio della Finanziaria deve essere ancora oltrepassato, e
che il test del Senato si prospetta ad alto rischio. Ma anche se
l’esecutivo - ricorrendo al voto di fiducia - riuscisse a superare -
com’è probabile - la prova di Palazzo Madama, le scorie accumulate
lungo l’iter della finanziaria potrebbero esplodere di lì a breve.
Tanto più se, accelerando sulla riforma previdenziale, Prodi
decidesse di saggiare la pazienza della sinistra radicale. Che
nell’accordo siglato a Palazzo Chigi sul Tfr ha colto un cedimento
alle pressioni di Confindustria. E che fa leva sul programma
dell’Unione per mettere in guardia da giri di vite sulle pensioni.
Sanità
Fassino coraggiosamente ha parlato di razionalizzare e ridurre la
spesa sanitaria. Affermazione che il ministro della Solidarietà
sociale Paolo Ferrero ha inteso anche questa volta come l’annuncio
di tagli e ha rinviato al mittente con la stessa giustificazione
usata da Diliberto a proposito delle pensioni: i tagli alla sanità
non sono previsti nel programma dell’Unione. La sinistra radicale è
sorda ai richiami dell’Ue secondo cui la ripresa economica in atto
nel nostro Paese, come nel resto dell’area dell’euro, non deve
portare i governi a rilassarsi. Anzi, deve essere vista come
“un’opportunità per mettere a posto i conti”. Ma i soli conti che fa
Prodi sono quelli con il suo alleato Bertinotti.
Caso Telecom
Ad aumentare il già forte imbarazzo dei due maggiori partiti del
centrosinistra rispetto all’atteggiamento di Prodi sull’affaire
Telecom, è arrivata la stizzosa risposta fornita dal Professore a
chi gli domandava se fosse il caso di andare a riferire in
Parlamento sulla vicenda, al ritorno dal viaggio in Cina. Una
replica (“ma che siamo matti?”). Da via Nazionale non sono mai
giunte dichiarazioni in difesa del presidente del Consiglio e del
suo staff, mentre da Largo del Nazareno sono arrivati solo segnali
di inquietudine. I partiti della sinistra radicale invece, assieme a
Di Pietro, hanno garantito sulla vicenda una copertura totale al
premier, un chiarimento alla presenza del premier Romano Prodi.
Il tavolo dei volenterosi
L’iniziativa di Capezzone è stata definita “foriera di pasticci”, o
addirittura un’operazione dietro cui si scorge la “longa manus di
Confindustria” e che rischia di favorire l’opposizione. “Peggiorando
la Finanziaria da destra” con conseguenze che potrebbero giungere al
“dissolvimento dell’Unione” e al “conflitto sociale”. Il fuoco di
sbarramento aperto da numerosi settori del centrosinistra contro il
“tavolo dei volenterosi” è stato particolarmente intenso. Se
l’ostilità della sinistra radicale era da mettere in conto, quella
di marca ulivista - benché avvolta in espressioni diplomatiche – ha
rappresentato una novità politica di un certo rilievo, indice della
fragilità congenita di una coalizione che ha paura di ogni
confronto.
Doppi incarichi
L’Unione non è ancora riuscita a far dimettere ministri e
sottosegretari eletti al Senato. L’ultima fumata nera – 146
contrari, 142 a favore – è stata quella che ha riguardato il
ministro della Salute Livia Turco. A scrutinio segreto, l’aula ha
detto no per la terza volta – dopo le due di luglio – alla ministra
diessina, che da tempo aveva manifestato l’intenzione di dedicarsi a
tempo pieno alle attività del dicastero e che invece dovrà
continuare a fare la spola tra lungotevere Ripa e l’emiciclo. Nulla
di fatto, dunque, anche per l’applicazione di quella legge non
scritta all’interno dell’Unione che vorrebbe l’eliminazione di
qualsiasi doppio incarico tra chi è parlamentare e membro di
governo.
Sconfitta al Senato
La sconfitta al Senato sul decreto relativo agli sfratti è stato
derubricato a “incidente di percorso” da Prodi, ma ha costituito
invece un’ulteriore spia della debolezza della maggioranza. Ds e
Margherita continuano a invocare per il governo una “fase due”,
mentre il premier dice in modo chiaro di “ignorare” simili
espressioni. Anche perché il Professore non è “un uomo per tutte le
stagioni”.
Aliquote fiscali
Tra maggioranza e governo non sono mancate discrepanze anche
clamorose. Il sottosegretario Letta e il viceministro Visco, ad
esempio, hanno platealmente bocciato a nome dell’esecutivo
l’emendamento presentato dall’Ulivo alla Camera per portare al 45
per cento le aliquote fiscali sui redditi oltre i 150 mila euro. Una
sconfessione ribadita a scanso di equivoci da Prodi. E condivisa dal
senatore Tiziano Treu, che ha contestato ai colleghi ulivisti della
Camera la coerenza tra un simile inasprimento fiscale e il programma
dell’Unione. A completare il mosaico hanno provveduto i Comunisti
italiani annunciando una serie di emendamenti del Pdci per spostare
addirittura al 47 per cento l’aliquota massima.
10 novembre 2006 Salvare l'Università o i frigo di
Merloni?
Ma come? Ricordiamo male oppure è vero che
l’Unione, in campagna elettorale, ha agitato con veemenza la
bandiera dell’Università e della ricerca? Non ricordiamo male.
Pagina 236 del programma di governo: “Investire in formazione e
ricerca è l’unico modo per recuperare consistenti squilibri
economici e sociali”. Pagina 237: “Aumentare e quantificare
decisamente la spesa per l’università e la ricerca”.
Il rapporto sullo stato delle Università italiane, presentato dal
presidente dei Rettori, apre un nuovo capitolo del libro delle
promesse mancate di questo governo. Una delle tante “priorità”, di
carta e non di sostanza, del programma dell’Unione. Il decreto
Bersani, che impone di risparmiare il 20% delle spese, “non è un
taglio, ma una taglia”, dice il rettore della Statale di Milano. Ci
saranno Atenei che non potranno chiudere il bilancio, l’Università
va verso il “baratro”, manca anche “il denaro per il quotidiano, per
le spese ordinarie”.
Nel giorno in cui anche il governatore di Bankitalia lancia il suo
grido di dolore sulla formazione, le parole di fuoco dei Rettori si
rovesciano su un attonito ministro, uno dei tanti “di lotta e di
governo” della squadra prodiana.
Così Mussi scarica tutto su Bersani, il cui decreto “è stato un
errore madornale”. Supplica l’opposizione di “dare il suo
contributo” per cancellare quel provvedimento. Aveva minacciato le
dimissioni contro i tagli alla ricerca, ma naturalmente non
ribadisce il concetto e tiene gelosamente custodita nel cassetto la
lettera di rinuncia all’incarico. Protesta con il segretario di
Rifondazione perché “non ha speso un parola per difendere i fondi
della ricerca”, confermando così il potere di interdizione e di
persuasione di quel partito su Prodi.
Fa di più. Dice ai rettori: “Mi accontento in cinque anni di
arrivare a stanziamenti per l’università pari all’1,2% e all’1,5%
per la ricerca”. Stracciando di fatto gli impegni messi nero su
bianco nel già citato programma dell’Unione: “Occorre varare un
piano d’incremento che permetta di raggiungere, entro la fine della
legislatura, l’attuale media europea, pari al 2% del Pil” (pagina
242). Incassati i voti, si ridimensionano i traguardi.
L’opposizione può fattivamente collaborare anche aiutando il governo
a trovare i fondi per salvare le università. Una proposta per tutte:
abolire l’articolo 24 del decreto fiscale, che prevede contributi
per la rottamazione dei frigoriferi, indirizzando quella spesa
(peraltro non specificata) verso gli atenei. Vittorio Merloni, la
cui azienda figura tra i finanziatori della campagna elettorale di
Prodi, è uomo di mondo e se ne farà una ragione. Al pari della
figlia, deputata dell’Ulivo e membro della commissione Attività
Produttive.
Meglio tenersi il frigo vecchio piuttosto che rottamare le nostre
Università. O no?
11/11/2006
BERTOLINI: SILENZIO GOVERNO SULLA STRAGE DI NASSIRIYA
MOSTRA SUA IPOCRISIA
"Il silenzio del governo sulla strage di
Nassiriya mostra il volto ipocrita di una sinistra che non ha il
senso dello Stato, che disconosce i principi ed i valori incarnati
nel tricolore che non ama l’Italia e che per questo non e’ degna di
governare il nostro Paese. Il goffo tentativo di Bertinotti di
togliersi dall’imbarazzo liquidando la questione con un minuto di
silenzio non fa altro che confermarlo". Lo ha sottolineato in una
nota il deputato di Forza Italia, Isabella Bertolini. "La verita’ e’
che il governo ha evitato di commemorare i morti di Nassiriya ed il
presidente della Camera Bertinotti non ha voluto riconoscere ruolo e
funzioni della missione italiana in Iraq. Per questo dovrebbe
chiedere scusa agli italiani e alle famiglie dei nostri soldati".
"L’Unione -dice- e’ schiava della sinistra radicale che getta una
cortina di silenzio sul sacrificio dei nostri martiri morti per
difendere ed affermare liberta’ e democrazia in Iraq. Noi, al
contrario della sinistra, amiamo l’Italia e faremo di tutto per
onorare il ricordo dei soldati italiani morti in missioni di pace".
Per questo, spiega, "ho recentemente presentato, insieme ad altri
colleghi deputati, un progetto di legge per istituite "il giorno del
ricordo in memoria delle vittime di Nassiriya. Vogliamo che in
futuro l’esempio di abnegazione e senso dello Stato dimostrato dai
soldati morti nella strage di tre anni sia celebrato in tutta la
nazione e diventi un riferimento per le nuove generazioni. Oggi il
nostro pensiero va alle forze armate italiane impegnate in tutto il
mondo per dare una speranza di liberta’ a tutti i popoli vittime di
dittature sanguinarie e colpite dal terrorismo fondamentalista
islamico"
10/11/2006 BALDINI: SANTORO USA LA RAI PER LOTTA
POLITICA
"Santoro continua la sua campagna di
attacco e denigrazione nei confronti della Cdl, ed in particolare di
Forza Italia, attraverso la sua faziosa trasmissione che utilizza
come strumento di lotta politica contro Silvio Berlusconi. Anche
ieri ha impedito ad un esponente azzurro una doverosa replica, per
rispondere ad attacchi falsi e strumentali".
Lo ha dichiarato il senatore di Forza Italia Massimo Baldini,
componente della Commissione di Vigilanza Rai. "Nessuno vuole dire
ad un giornalista, ed ancor di più a Santoro quello che deve fare,
però ci sono limiti invalicabili imposti dalla Commissione di
Vigilanza che obbligano a rispettare il pluralismo e le posizioni
politiche. Quindi a dare il giusto spazio a tutti. Credo che i
vertici Rai, ed in particolare il Dg Cappon, dovrebbero assumere
immediate iniziative per ricondurre la trasmissione di Santoro al
rispetto delle regole di corretta informazione, obiettività e
imparzialità. Auspico con urgenza un’audizione del presidente
Petruccioli e dello stesso Cappon, per valutare gli eventuali
provvedimenti da adottare sulla questione".
10/11/2006 LUPI: TASSA SOGGIORNO DEL GOVERNO
DANNEGGIA TURISMO
"La tassa di soggiorno danneggia le
imprese del settore turistico e da’ un colpo alla competitivita’
dell’Azienda Italia". Cosi’ Maurizio Lupi di Forza Italia. "Il
governo Prodi conosce solo la parola tasse e non si rende conto che
con l’emendamento che prevede l’imposta di soggiorno contribuira’ a
portare l’Italia fuori dal mercato mettendo a rischio migliaia di
posti di lavoro".
10/11/2006 BERTOLINI: PRODI A FINE CORSA, ECCO
PERCHE’ VUOLE CAMBIARE LEGGE ELETTORALE
"Prodi sa di essere arrivato alla frutta.
Per questo vuole cambiare la legge elettorale. Bertinotti idem. Si
attaccano dove possono. Sanno che le elezioni sono molto vicine e
che nessuno vuole piu’ il professore. Il crollo di Prodi e’
devastante. Per questo cercano disperate ancore di salvezza". Lo ha
affermato il deputato di Forza Italia, Isabella Bertolini. "Il
problema e’ che il professore dovrebbe chiarirsi le idee con la sua
maggioranza, visto che anche sulla legge elettorale l’Unione e’ nel
caos piu’ totale. Ormai tutti sanno che per questo governo
sgangherato e’ nel braccio della morte. Ha i giorni contati dopo
questa Finanziaria delle tasse che mettera’ al tappeto la nostra
economia, impoverendo tutti gli italiani".
8/11/2006 NAPOLI: PIENA SOLIDARIETA' A RENATO
FARINA
"Desidero esprimere piena e convinta
solidarieta’ a Renato Farina, giornalista e soprattutto uomo libero
e coraggioso. Il vile gesto di intimidazione di cui e’ stato
bersaglio e’ la conferma che certe campagne di denigrazione e
delegittimazione possono provocare danni ingenti". E’ quanto ha
affermato in una nota Osvaldo Napoli, vicepresidente dell’Anci e
vice responsabile Enti locali di Forza Italia. "Renato Farina e’
stato gia’ destinatario di un provvedimento ’deontologico’ da parte
dell’Ordine dei giornalisti per una vicenda che ha messo in luce
piu’ l’ingenuita’ che non la furbizia. Ma saperlo oggi nel mirino di
gruppi terroristi deve far scattare una solidarieta’ piena e totale
nei suoi confronti. Guai ai distinguo e ai birignao: di fronte alla
violenza e alle minacce farneticanti di gruppi terroristici c’e’
solo il dovere umano di una solidarieta’ intensa e senza riserve".